A Venere (Danesi)

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A Venere
Traduzione di Achille Giulio Danesi (1886)
Antichità




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Venere eterna in vario adorno trono
     Sedente, a Giove figlia, ingannatrice,
     Deh! con dolori non domarmi e danni
                              O santa, l'alma,

Ma qua discendi, s'altre volte udisti
     Le mie preghiere con benigno orecchio,
     E per venirne a me l'aurea lasciasti
                              Casa del padre,


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Sopra il tuo carro da veloci addotta
     Passeri belli, a questa negra terra
     Volgenti le spesse ali qua dal cielo,
                              In mezzo all'etra,

E giunser presto, e tu beata, un riso
     Dall'immortale tua faccia raggiando,
     Perchè sofferto avea mi richiedesti,
                              Perchè ti chiamo,

Che voglio io più che sorga nel furente
     Animo mio e perchè ancora agogno
     Un lusinghiero amor: - chi, mi chiedesti,
                              Saffo t'offende?

Inver s'ei fugge, inseguiratti presto.
     Se non vuol doni, ei ne vorrà ben altri,
     Presto dovratti amar, s'egli non t'ama,
                              Pur se non vuoi -

Vieni anche adesso a me, dalle mie gravi
     Doglie mi salva, e compi quanto il mio
     Animo compier brama, ed alleata
                              Mi sii tu stessa[1].


Note

  1. Ecco il nesso alquanto recondito dei pensieri di questa ode: Venere, vieni, come altra volta venisti, calando dal cielo e dicendomi: - Che vuoi?
    Vieni anche ora, e salvami.
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