A Venere (Danesi)
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Venere eterna in vario adorno trono
Sedente, a Giove figlia, ingannatrice,
Deh! con dolori non domarmi e danni
O santa, l'alma,
Ma qua discendi, s'altre volte udisti
Le mie preghiere con benigno orecchio,
E per venirne a me l'aurea lasciasti
Casa del padre,
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Sopra il tuo carro da veloci addotta
Passeri belli, a questa negra terra
Volgenti le spesse ali qua dal cielo,
In mezzo all'etra,
E giunser presto, e tu beata, un riso
Dall'immortale tua faccia raggiando,
Perchè sofferto avea mi richiedesti,
Perchè ti chiamo,
Che voglio io più che sorga nel furente
Animo mio e perchè ancora agogno
Un lusinghiero amor: - chi, mi chiedesti,
Saffo t'offende?
Inver s'ei fugge, inseguiratti presto.
Se non vuol doni, ei ne vorrà ben altri,
Presto dovratti amar, s'egli non t'ama,
Pur se non vuoi -
Vieni anche adesso a me, dalle mie gravi
Doglie mi salva, e compi quanto il mio
Animo compier brama, ed alleata
Mi sii tu stessa[1].
Note
- ↑ Ecco il nesso alquanto recondito dei pensieri di questa ode: Venere, vieni, come altra volta venisti, calando dal cielo e dicendomi: - Che vuoi?
Vieni anche ora, e salvami.