Annali (Tacito)/I

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LIBRO PRIMO

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Publio Cornelio Tacito - Annali (II secolo)
Traduzione dal latino di Bernardo Davanzati (1822)
LIBRO PRIMO
II

SOMMARIO

I. Stato di Roma dalla sua fondazione alla morte di Augusto, — V. Tiberio indugia a prender l’ impero , facendo lo svogliato. — Roma in servaggio. .—, XVI Grave ammutinamento di tre pannoniche legioni sedato a stento da Druso, figlio di Tiberio , là mandato. —. XXXI. Simil gioco nella Germania disottana , non senza sangue e strage chetato. ’—, L. Germanico Cesare dà contro al nemico ; per sua mano Marsi, Tubanti, Brutteri, Usipeti, messi a sacco o in pezzi. — LIII. Giulia, figlia di Augusto, muore a Reggio. — LIV. Sacerdoti istituiti in onor à" Angusta , e feste augustali —, LV. Germanico varca di nuovo il Reno contro i Catti: a ferro e foco lor campagne, case, persone. — Scioglie Segeste dall’ assedio d’ Arminio,. quindi gridato imperadore. —, LIX. Guerra a’ Corusci: raccolti gli avanzi di Varo e de’ soldati , si fa loro P esequie. — LX1II. Periglio de’ Romani al ritorno sotto Cecina : pur rotto e fugato per felice sortita il nemico. ,— LXXII. Rinnovata la legge del crimenlese, e a rigore osservata. — LXXVI. Sbocca il Tevere. — LXXVII. Licenza del teatro ; indi espressi decreti de’ Padri a frenar gli strioni. ’—, LXXIX. Trattasi in fine di torcere altrove l’acque del Tevere: ricorsi contro, e ambasciate delle città d’Italia.

Anno di Roma Dcclxvii. Di Cristo 14. Consoli. Sesto Pompeo e Sesto Apuleio.

An. di Roma Dcclxviii. Di Cristo 15. Cons. Ner. Claud. Drugo Cesare e C. Norbano Flacco.

I. ROMA [1] da principio ebbe i re [2]: da Lucio Bruto la libertà e’l consolato. Le dettature erano a tempo [3]. La podestà de’dieci [4] non resse oltre due anni; nè molto l’autorità di consoli ne’tribuni dei soldati. Non Cinna, non Silla signoreggiò lungamente. La potenza di Pompeo e di Crasso tosto in Cesare, e l’armi di Lepido e d’Antonio caddero in Augusto ; il quale trovato ognuno stracco per le discordie civili, con titolo di principale [5] si prese il tutto. Hanno dell’antico popol romano chiari scrittori memorato il bene e il male: nè a narrare i tempi di Augusto mancarono ingegni onorati, mentre l’adulazione crescendo non gli guastò[6]. Le cose di Tiberio, di Caio, di Claudio e di Nerone, furono compilate false, viventi essi, per paura, e di poi per li freschi rancori. Onde io intendo riferire alcuni ultimi fatti d’Augusto ; il principato di Tiberio, e altro , senza tenere ira, nè parte, come lontano dalle cagioni [7].

II. Posate, morti Bruto e Cassio, tutte l’armi pubbliche ; disfatto Pompeo in Sicilia ; nè rimaso a parte Giulia, spogliato Lepido e ucciso Antonio, altro capo che Cesare; egli chiamandosi non più triumviro , ma consolo e del tribunato contento, per la plebe difendere, guadagnatosi co’donativi i soldati, col pane il popolo, e ognun col dolce riposo, incominciò pian piano a salire, e gli uffici far del senato, de’magistrati e delle leggi, niuno contrastante; essendo i più feroci morti nelle battaglie, o come ribelli, e gli altri nobili quanto più pronti al servire, più arricchiti e onorati : e per lo nuovo stato cresciuti, meglio amavano il presente sicuro che il passato pericoloso. Nè tale stato dispiaceva a’vassalli, sospettanti dell’imperio del senato e del popolo, per le gare de’potenti, l’avarizia de’magistrati e lo spossato aiuto delle leggi, stravolte da forza, da pratiche, da moneta.

III. Augusto per suoi rinforzi nello stato alzò Claudio Marcello, nipote di sorella, giovanetto, al pontificato e alla curale edilità; e Marco Agrippa, ignobile, buon soldato, compagno nella vittoria, a due consolati alla fila: e morto Marcello il si fe’genero. A Tiberio Nerone e Claudio Druso, figliastri, aggiunse titoli d’imperadóri [8], quando ancora erano in casa sua Caio e Lucio, nati d’Agrippa, da lui fatti de’Cesari, e in vista di recusare, ardentemente desiati dirsi principi della gioventù [9] , e destinarsi consoli così fanciulli in pretesta. Morto Agrippa, Lucio Cesare andando agli eserciti di Spagna, e Caio tornando ferito d’Armenia, furono da morte acerba, o trama di Livia lor matrigna rapiti : e prima era morto Druso ; così de’ figliastri restò solamente Nerone. Ogni cosa a lui si rivolgeva: egli fu fatto figliuolo , compagno dell’ imperio e del tribunato, e mostrato agli eserciti tutti, non come già per artificj della madre, ma con sollecitarne alla libera il vecchio Augusto, di lei sì perduto [10], che nell’isola della Pianosa cacciò Agrippa Postumo, nipote unico, idiota sì, forzuto e furibondo [11], ma innocente. Fece Germanico, nato di Druso, generale delle otto legioni in sul Reno, e adottarlo da Tiberio, che pure aveva un figliuolo già grande ; ma si volle senza dubbio rincalzare da più lati. In quel tempo non ci restava guerra che coi Germani, più per iscancellare la vergogna del perduto esercito sotto Quintilio Varo, che per imperio allargare, o altro degno pro. La città era quieta ; riteneva dei magistrati i nomi ; i giovani erano nati dopo la vittoria d’Azio[12] : i più dei vecchi per le guerre civili: e ohi v’era più che avesse Veduto repubblica?

IV. Rivoltato adunque ogni cosa, non vi si rivedeva costume buono antico : ognuno abbassato aspettava che il principe comandasse , senza darsi pensiero, mentre Augusto di buona età, sè e la casa e la pace sostenne. Venutane la vecchiaia grande, le infermità fastidiose, la morte alle spalle, e le nuove speranze, discorrevano indarno alcuni, quanto bella cosa era la libertà: molti temevano di guerra ; altri la bramavano: moltissimi sparlavano de’sopravvegnen. ti padroni: Agrippa essere un bestione; dall’onta accanito, non di sperienza da tanto pondo: Tiberio Nerone maturo d’anni, sperto in guerra, ma ingenerato di quella superbia claudiesca, scoppiare, benché rattenuti molti segnali di sua crudeltà: aver bevuto il latte di casa regnatrice, quasi con esso in bocca esserglisi consolati e trionfi gittati a masse: non aver pure in quegli anni, ch’egli stette al confino di Rodi [13] (alla quiete dicev’egli ), altro mai che ire, infinte, e soppiatte libidini mulinato: esservi quella madre insopportabile più che donna: doversi servire a una femmina e due fanciulli, che ora questo stato premano, e un dì lo si sbranino.

V. In sì fatti ragionari Augusto aggravò : bucinossi [14] per malvagità [15] della moglie , per voce uscita, che Augusto di que’ mesi s’era traghettato nella Pianosa a vedere Agrippa, conferitolo a certi, e da Fabio Massimo solo accompagnato. Tenerezze vistesi grandi da ogni banda, e segni d’amore, perciò aspettarsi tosto il giovane a casa l’avolo. Massimo lo rivelò alla moglie ; ella a Livia [16] ; Cesare il riseppe : Massimo tosto morì forse di sua mano, poiché nel mortorio udita fu Marzia, sè sciagurata incolpare della morte del suo marito. Che che si fusse, Tiberio entrato appena nella Schiavonia, fu richiamato per lettere dalla madre in diligenza e trovò Augusto in Nola : se vivo o morto non si seppe ; perché Livia tenne strette guardie al palazzo e a’ passi, e talora uscivan voci di miglioramento ; tanto che provveduto il bisogno, un medesimo grido andò d’Augusto morto e di Nerone in possesso.

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Note

  1. (i) Questo ristretto de’ mutamenti dello stato di Roma par levato di peso da una diceria di Claudio imperadore, registrata dal Lipsio sopra 1’ undecimo libro di questi Annali. Bello è paragonarla con la composta da Tacito, per conoscere dalla differenza il nerbo e la grandezza di questo scrittore.
  2. (a) La morbidezza della lingua volgare non pativa questa durezza latina. a Roma i re ebbero; però rivoltai l’ attivo nel passivo parlare, che dice il medesimo, alla guisa di que’ panni e drappi che sono il medesimo da ritto e da rovescio veggo che sia frase impropria il dire che una citta e nazione avesse re. Non habemus Regem, nisi Caesarem, tradusse san Girolamo il testo greco di san Giovanni.
  3. (1) Non perpetue come le si presero Silla e Cesare, ma in casi urgenti. Era chiamato anticamente maestro del popolo, dice Seneca a Lucillo , per sei mesi il più ; non fuori d’ Italia. Vedi Dione 1. :1 libro 36 nella diceria di Catulo.
  4. (2) Forse è meglio dir de’ decemviri, e i nomi cosi proprj , come de’ termini lasciare ne’ loro termini. Vedi Ebano nel principio delle Greche Ordinanze.
  5. (3) Cioè d’ imperadore, che si dava al generale, principal comandatoli dell’esercito, quando per qualche fatto egregio p felicità i soldati gridavano Io Io : che oggi diciamo Viva Viva il nostro imperadore , cioè comandatole. Augusto , fattosi padrone di Roma , prese questo modesto titolo per fuggire invidia ; e usava dire , che era padrone de’ servi, imperadore dei soldati, e principale di tutti : e cagionò che questi nomi addiettivi di grado , Imperator, Dux , Princeps , diventarono sostantivi, e di signoria e assoluta potenza. Tacito poco disotto dice che Augusto fu gridato imperadore ventuna volta; e nel terzo dice: Duces, re bene gesta, gaudio et impetu vietoriae imperatores salutabant, erantque plures sinwl imperatores , nec super ceterorum aequalitateni concessa quibusdam et Aagustus id vocabulum ; at tane Tibe. rius Blaeso jtostremum. Livio nel primo : Princeps utrinque pugnam ciebat, ab Sabinis Metius Curius, ab Romanis Jìostius Hostiìius. Vedi Dione nel 5i in fine.
  6. (1) Leggendo detererentur : leggendo deterrerentur, non gli spaventò. Però Orazio , a cui fu commessa la storia d’Augusto , in quello scambio scrisse Ode per poterlo lodare.
  7. (a) Perché Augusto e gli altri quattro erano morti molto prima
  8. (1) Nel proprio significato di degnità, non di dominio : imperadori d’ esercito , non di Roma.
  9. (2) In Roma dinanzi alla chiesa de’ Santi Apostoli è questo epitaffio : OSSA. C. CAESARIS AVGVSTI F. PRINCIPIS / IVVENTVTIS.
  10. (3) Livia domandata con che arte ella avesse si preso Augusto , rispose : „ Con 1’ osservare una squisitissima onestà \ fare ogni voler suoi lietissimamente ; non voler sapere tutti suoi fatti ; non vedere nè sconciare i suoi amorazzi „. Impara qualunque se’, moglie strebbiatrice, borbottona , salamistra e gelosa: questa postilla tócca a te.
  11. (1) Livio nel principio del settimo dice del figliuol di Manlio il medesimo appunto : Nullius probri compertum et stolide Jerocem. Aristotile nel secondo della Rettorica dice, che i figliuoli di padri coraggiosi tralignano in avventati; di quieti in freddi. Così nel campo stracco nasce di grano vena, o loglio , erbe non diversissime : e Dante : Rude volte discende per li rami l’ umana probitate ; e questo vuole ’ Quei che la dà, perchè da lui si chiami.
  12. (2) Gli antichi nostri , meno di noi del corretto scrivere curiosi avrebbono scritto Actio alla latina ; pochi de’ moderni, Attio , molti, Azzìo. A me pare, che come la lingua latina in gaza, oxymel, e altro, non raddoppia le doppie; cosi la volgar nostra non possa nè l’una nò 1’ altra nostra zeta mai raddoppiare ; perché essendo doppio per natura , composte o di TS come zazera, o DS come zizania , ciascuna ha il suono suo doppio, che verrebbe, raddoppiandola, rinquartato con quattro lettere consonanti insieme; che non le sofferà la nostra dolce pronunzia. In dette due voci non ha maggior suono, nè più forzata la Z seconda, benché tra due vocali, che la prima, chi non vuole cattivar l’orecchio, et dargli ad intendere ch’ ei pur senta quel che ei non sente. La cagione è, che la lingua tra i denti e’ 1 palato s’acconcia, e fa organo all’ uscente fiato nella stessa guisa al pronunziar la Z prima, che la seconda. Or se la pronunzia la Scrittura Segue, come ’l maestro fa il discente, il ballo il suono, il canto le note ; bisognerà per legger correttamente zazzera o zizzania metter quadruplicato fiato, rompersi una vena del petto, e scoppiare, o leggerle scorrettamente. Lodovico Martelli nella sua Lettera al Card. Ridolfl, ove egli delle aggiunte lettere alla lingua italiana trassina male il Trissino, non consente che si raddoppii mai questa lettera, per le ragioni quivi addotte. Prisciano di simil cose biasima i Romani, che essendo doppio il loro I consonante, lo raddoppiavano quando era tra due vocali, Majius, Pompejius, ed eran forzati nel genitivo a scrivere Mttiii, Pumpeiii; e piaceva tale errore a Cesare, e altri, come spesso a chi si diletta, per sostener sottigliezza, contrastare a natura. Ma senza dubbio, come le parole debbono esser ritratti, e non scorbj, de’ concetti dall’ animo ; così le lettere delle parole. Ma se il ritratto non somiglia, che vale ? I Franzesi parlano in un modo, scrivono in un altro : perchè quella lingua ( dice il Perionio ) ha origine dalla greca, conservatasi più "nella loro scrittura che nella favella. Così ritenevano i nostri antichi molta scrittura latina, philosophia, actione, letitia, optimo , pedo, annuntio. Meglio, secondo la pronunzia, scriviamo noi filosofia, azione, letizia , ottimo , petto, annunzio, perchè questa lingua, se ben nata della latina, è oggi allevata e si regge e va senza il carruccio o appoggio di quelle lettere che, non si pronunziando più, sono imbarazzo da levar via ; come le centine e 1’ armadura, quando la volta ha fatto presa. Finalmente la lingua volgare è latina scorretta ; la correzion sua passata in uso s.’ è convertita in sua naturale essenza ; contr’ alla quale il semidotto, che troppo vuole ortografizzare, cacografìzza come mettendo l’H dove ella non sji pronunzia, non si serve, e possiamo fare senz’ella; e come scrivendo ’a lo , de lo, fa. mi, de la bella, de la casa , d’Avanzatiy per allo , dello , fammi, della bella, della caia , Davanzati e simili, dividendo quello che in un sol corpo ha composto 1’ uso, che è fabbricata natura. Nè anche è bene rompersi { come alcuni ) i denti per proferire alla dotta la lingua greca ; ma 1’ uso della patria seguitaie. Potrebbonsi i due suoni delle nostre zete figurare con due lettere variate Z e z. Ma poichè il Trissino, e altri con ottime ragioni tentarono in vano di compiere il nostro manchevole abbici, che possiamo noi dire ? se non che Contro dell’ uso la ragione ha corte l’ali. Ma que’ valentuomini si possono consolare, poichè a Claudio imperadore non riuscì d’aiutare di tre lèttere il romano : anzi furono sì scacciale, che non ci rimane notizia se non del Digamma Eolico in alcune tavole. Maraviglia è bene che quest’uso, questo padrone del favellare e scrivere, abbia accettato molte lettere da’ maestri di scrivere stranamente variate, per ghiribizzoso tratteggiare; e non le necessità da’ grandi e scienziati uomini ritrovate o aggiunte alla nostra scrittura manchevole. Io per me ci aggiungerei gli accenti alla greca, per aiuto della pronunzia a chi legge. Ma quii ausit feli alligare tintinnabulum, poichè que’valentuomini ne furon uccellati ?
  13. (1) Otto anni vi dimorò, e lo diceano il Confinato.
  14. (2) Dissesi con boce piccina, come uomo fa della cosa che non si può dire senza pericolo.
  15. (3) Livia avvelenò, e contrassegnò certi fichi in su l’arbore ; onde ella e ’1 marito per diletto insieme ne colsero e mangiavo ; non sapendo egli de’ contrassegnati.
  16. (4) Leggo come il Lipsio: grtarum id Caesari, non navum. Ma se al Codice Mirandolano, che dice Liviam id Caesari, si potesse prestar fede ( il che il Lipsio nega ) mi piacerebbe molto più, perchè Livia, come il seppe , ne fece rimore a Cesare, come dice Plutarco.