Avventure di Robinson Crusoe/102

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Gite di diporto; digressioni su la China; partenza col mandarino

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Gite di diporto; digressioni su la China; partenza col mandarino
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Gite di diporto; digressioni su la China; partenza col mandarino.



Eravamo dunque a terra sopra una spiaggia della China. Se mi parea di essere bandito, di essere segregato per una distanza infinita dalla mia nativa contrada stando al Bengala, ove mi si offrivano parecchi mezzi di tornare a casa co’ miei danari, vi lascio dire che cosa mi figurava ora, che me n’era allontanato d’un migliaio di leghe di più, e affatto privo di modi e fin delle apparenze d’una possibilità di ritorno. Ogni nostra speranza si riduceva al sapere che di lì a quattro mesi sarebbesi aperta una seconda fiera nel paese ove eravamo. In quell’occasione avremmo potuto fare acquisto d’ogni sorta di manifatture della China, e forse trovare qualche giunco o vascello Chinese, venuto da Tonchino, che fosse da vendere e che trasportasse noi e le nostre mercanzie, ove meglio avessimo desiderato. Tranquillo intorno a ciò, che già di meglio non si presentava, risolvei di aspettare qui questa fiera. Trovava in ciò un altro vantaggio. Siccome adesso nè vascelli inglesi nè olandesi potevano più farci paura, diveniva un argomento di consolazione per me la possibilità che un d’essi capitando qui, ne avessimo forse l’opportunità d’imbarcarvi noi e le nostre merci e trasportarci in qualche contrada dell’India, almeno non tanto lontana da casa nostra. Dietro tutte queste considerazioni, risoluti di [p. 643]fermarci qui quattro mesi fino al tempo della fiera, pensammo ad impiegarli in tre o quattro gite di diporto.

Primieramente passammo dieci giorni a Nang-King, città veramente degna di esser veduta. Colà si dice che essa abbia un milione di abitanti: regolarmente edificata, ha strade affatto diritte, che si attraversano in linea retta fra loro, ciò che non contribuisce poco ad abbellirne l’aspetto, ma se vengo ad istituire qualche sorta di confronto fra i miserabili abitanti di quella contrada e i popoli nostri, son costretto confessare essere ben poche le cose che meritino nemmeno l’onore di una citazione, per sostenere un tal paragone: non le fabbriche, non le maniere del vivere, non il governo, non la religione, non quella che i Chinesi chiamano loro gloria. Importa bene l’osservare che ogni qual volta facciamo le meraviglie su la grandezza, le ricchezze, il fasto, le cerimonie, il governo, le manifatture, il commercio, la condotta della popolazione Chinese, non siamo già indotti a ciò perchè tali cose possano eccitare la sorpresa o da vero essere degne sol d’un’occhiata; ma perchè, avendo una verace nozione della barbarie, della goffaggine, dell’ignoranza che prevalgono in quella parte di mondo, non ci aspettavamo nemmeno tanto.

Ove non si parta da questo principio, che cosa sono mai i loro edifizi a petto de’ palazzi e delle reggie d’Europa? Che cosa è il loro traffico avvicinandolo col commercio universale dell’Inghilterra, dell’Olanda, della Francia e della Spagna? Che le loro città per chi conosce l’abbondanza, la forza, la giocondità, i ricchi ornati, l’infinita varietà delle nostre? Che i loro porti coperti unicamente di poveri giunchi, che sono tutto il loro navilio, a chi vede le nostre armate navali, le nostre flotte mercantili, le nostre poderose navi di linea? La nostra sola Londra ha più commercio della metà di tutto quel così detto celeste impero; un vascello da guerra di ottanta cannoni inglese, olandese o francese basterebbe a battersi con tutta intera quasi la forza navale spettante alla China. Ho dunque ragione di ripetere che tutta questa vantata grandezza, ricchezza e possanza (notate in oltre che è minore in sè stessa di quanto è esagerata da alcuni racconti che ce ne vengono fatti) può unicamente sorprenderci, perchè da una barbara nazione di pagani, a cui poco manca a poterli chiamare selvaggi, dovea aspettarsi anche molto di meno.

Del resto, tutta la forza militare di quell’impero, ancorchè sia [p. 644]tale che può mettere in campo due milioni d’uomini, non sarebbe buona se non a rovinare l’intero paese e ridurre a morir di fame i combattenti, ov’essa si provasse ad assalire una fortezza della Fiandra, o a battersi con un esercito disciplinato. Una buona squadra di corazzieri tedeschi o di dragoni francesi tiene testa a tutta la cavalleria della China; un milione d’uomini di fanteria Chinese non può cimentarsi con un corpo di fanteria europea ordinato in battaglia, purchè questo si trovi in tal posizione, da non essere preso in mezzo, quand’anche la proporzione di numero fra i primi e i secondi superasse quella di venti ad uno; anzi ardisco di dire che trentamila fantaccini e diecimila uomini a cavallo tedeschi o inglesi, ben adoperati, potrebbero distruggere affatto la forza militare dei Chinesi.

Lo stesso dicasi quanto a piazze fortificate, e alla scienza di assalirle o difenderle. Non ve n’ha una sola nella China che potesse durarla un mese contra le batterie e l’assalto di un esercito europeo, mentre tutti gli eserciti chinesi messi insieme non arriverebbero a prendere in dieci anni di tempo una città forte come Dunkerque, semprechè fosse vettovagliata al segno di non essere stretta dalla fame. Hanno armi da fuoco, è vero, ma sono mal destri ed esitanti nell’adoperarle, oltrechè la loro polvere ha poca forza. Sono privi di disciplina i loro eserciti, mal pratici nell’assalire, disordinati nel ritirarsi; anzi confesso che quando tornai a casa rimasi stupito, non vi so dir quanto, all’udire le maravigliose cose che i miei concittadini divulgavano intorno ai Chinesi, perchè, da quanto ho veduto io, mi sembrano uno spregevole sordido branco di schiavi, soggetti ad un governo sol fatto per comandare a simile gente. Se una distanza sterminatamente grande non separasse Pekino da Mosca e dall’impero dei Moscoviti, popoli barbari e fino ad un certo segno mal governati come i Chinesi[1], lo czar moscovita potrebbe facilmente snidarli dal loro paese e far la conquista di tutta la China con una [p. 645]sola battaglia. Anzi se il presente czar, che dicono su la via del progresso, avesse adottato questo sistema in vece di assalire i bellicosi Svedesi perfezionati nell’arte della guerra al pari di lui, egli diveniva (semprechè le potenze europee non avessero invidiato o interrotto il corso de’ suoi buoni successi) imperatore della China, e non si faceva battere a Narva dal re di Svezia e da un esercito inferiore sei volte al suo.

Quanto a vigore interno, grandezza, navigazione, commercio, amministrazione pubblica e privata, i Chinesi sono immensamente indietro a paragone degli Europei. Dite lo stesso intorno all’istruzione e alle loro cognizioni scientifiche. Sono zotici, o dotati di mente ben corta, benchè abbiano globi o sfere ed una infarinatura di matematica: e notate esser questa la cosa che sanno di più al mondo. Ciò non ostante possedono scarsissime cognizioni sul movimento de’ corpi celesti; il loro volgo poi è sì stupido, si bestialmente ignorante che guardate qual bella spiegazione dava ad un’eclissi solare! Essa accadde, secondo lui, perchè un gran drago aveva assalito il sole e voleva portarselo via; tutti correvano per il paese [p. 646]con tamburi e caldaie facendo il più atroce frastuono per far paura al mostro assalitore del grande pianeta, che gli avreste detti affaccendati a far entrare uno sciame d’api nell’alveare.

È questa la sola digressione di tal fatta che mi son fatta lecita nel racconto de’ miei viaggi, nè me ne permetterò d’altre simili. Non sono affar mio, nè entrano nel disegno della mia opera. Io mi sono unicamente proposto di narrare le avventure accadute a me nel corso di una vita errante che non ha esempio, e tale che niuno forse di chi verrà dopo me ne udirà la somigliante. Pertanto d’ora in poi dirò pochissime cose delle città importanti, dei deserti, dei tanti popoli che mi tocca ancora attraversare, ove non sieno particolarità che si riferiscano alla mia storia propria, o sì connesse cogli avvenimenti occorsimi, che l’amore di chiarezza renda indispensabile di ragionarne.

Io mi trovava ora, secondo i miei computi, nel cuore della China, sotto i trenta gradi a un dipresso della linea, perchè eravamo già ritornati da Nang-King. Veramente aveva voglia di vedere la città di Pekino, e perchè ne aveva udito dir tante cose e per l’insistenza del padre Simone, che non ne dava mai tregua. Finalmente il tempo di andarvi era venuto per lui, essendo già arrivato da Macao l’altro missionario che dovea fare il viaggio in sua compagnia. Diveniva dunque necessario che ci risolvessimo una volta o per il sì, o per il no. Su questo mi riportai affatto al mio socio, lasciandolo in perfetta libertà di decidere.

Ci allestivamo dunque per questo viaggio, quando ne capitò una buona occasione per farlo meglio; perchè ottenemmo la permissione di far parte del corteggio d’uno di que’ mandarini, specie di vicerè o magistrati principali delle province ove risiedono, che portano seco numeroso treno allorchè si movono, che camminano con gran fasto, ricevendo straordinari omaggi dalle popolazioni per mezzo alle quali passano. Anzi questi omaggi le impoveriscono grandemente, perchè sono obbligate a vettovagliare lui e tutto il suo seguito. Egli era per altro una cosa singolare: come parte di questo corteggio, ricevevamo noi pure il mantenimento per noi e pe’ nostri cavalli dagli abitanti del paese, che lo somministravano gratis; ma non crediate mica che lo ricevessimo gratis noi: dovevamo pagar tutto al prezzo corrente del mercato nelle mani dell’intendente del mandarino, che ne portava puntualissimamente la lista de’ prezzi, e veniva a [p. 647]raccogliere il danaro. Pertanto l’essere compresi nel corteggio del mandarino era certamente un onore per noi, ma non un grande favore ch’egli ne compartisse; perchè si trattava di cosa notabilmente vantaggiosa per lui, ove si consideri che vi era con noi un’altra trentina di viaggiatori posti nella nostra medesima condizione, e protetti come noi. Il paese dunque forniva le provvigioni gratuite per tutti noi, e il mandarino ne intascava il prezzo, che a tutti noi faceva sborsare.


Note

  1. È ben vero che, quando Robinson scrivea questo tratto della sua storia, era già salito sul trono degli czar chi gettò le basi della civiltà russa: civiltà per altro che, anche a’ dì nostri, non si estende infinitamente al di là delle due grandi metropoli. Ma oltrechè gli effetti d’un nuovo, ardito, grande sistema, inteso ad ingentilire una nazione di barbari, possono, generalmente parlando, essere scorti dai soli posteri, quello czar Pietro Alexiowitz, che fu sconfitto a Narva nell’ultimo anno del secolo io cui vivea l’autore della presente storia, non era per anche il fondatore di Pietroburgo, ii trionfatore di Pultava, il legistatore della Russia, in somma Pietro il Grande.