Avventure di Robinson Crusoe/109

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Apparecchio della partenza; offerta fatta al principe russo; come accolta

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Apparecchio della partenza; offerta fatta al principe russo; come accolta
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Apparecchio della partenza; offerta fatta al principe russo; come accolta.



Era venuto il marzo, mese in cui le giornate principiano ad allungarsi notabilmente e ad essere almen tollerabile la stagione. Gli altri viaggiatori pertanto cominciavano ad allestire le loro slitte per correre su la neve e tutte le cose necessarie alla partenza; ma il mio divisamento essendo stabilito, come dissi, per Arcangelo, non per la Moscovia o per traverso al Baltico, non mi mossi punto. Sapeva benissimo come i bastimenti che da spiagge meridionali cercano quella parte di mondo, non salpino prima del maggio o del giugno; laonde, quando mi fossi trovato ad Arcangelo sul principio d’agosto, ci sarei sempre stato in tempo per incontrarmi in vascelli pronti a dar vela. Per questo, non m’affrettai come gli altri; anzi io avea veduti molti, e posso dire tutti quelli che viaggiavano per cagion di traffico, partiti prima di me. Par che questi ogn’anno cerchino di qui la Moscovia per vendere colà le loro pellicce, e provvedervisi delle cose necessarie a [p. 697]fornire le loro botteghe; alcuni di loro si portavano anche col medesimo scopo ad Arcangelo; ma, siccome questi dovevano non solo andare, ma tornare addietro, e la strada da farsi era più lunga di ottocento miglia, aveano tutti lasciato Tobolsk prima di me.

In maggio dunque cominciai a preparare il mio bagaglio, nella quale occasione andava facendo a me stesso un quesito della seguente maniera. «Tutta questa gente confinata dal czar di Moscovia in Siberia, quando è qui per altro, viene lasciata in libertà d’andare dove vuole. Perchè mo nessun di loro non pensa ad avviarsi verso qualche altra parte del mondo che non sia Russia, e che loro torni più comoda almeno di questa Siberia?» Io non sapeva assolutamente vedere quale ostacolo ne gli impedisse. Ma il mio stupore fu subito dissipato appena entrai su questo argomento coll’alto personaggio di cui ho teste fatto menzione.

— «Considerate prima di tutto, egli mi disse, la giacitura del luogo, poi la condizione in cui siamo, e in cui e specialmente la più parte degli individui qui mandati in esilio; e vedrete che ci chiudono in questo vastissimo carcere impedimenti più forti delle sbarre e dei catenacci. A settentrione un oceano non navigabile su cui non veleggiarono mai bastimenti, su cui una sola barchetta non ha mai galleggiato; da ogn’altra parte converrebbe, a chi tentasse una fuga, l’attraversare nient’altro che più di mille miglia di dominio tutto russo e per vie non praticabili di sorta alcuna, eccetto le strade maestre, aperte dal governo e che passano tutte per città guardate da presidio russo. Non potremmo dunque nè passare per queste strade senza essere scoperti, nè trovare di che vivere prendendone altre. Vedete come sia cosa da non ci pensare nemmeno.»

Ridotto di botto al silenzio da tale spiegazione, capii che questi infelici si trovavano in una prigione priva d’ogni speranza d’uscita per essi come se fossero stati inchiavati nel castello di Mosca. Pure mi nacque l’idea che potrei io essere uno stromento di sicura liberazione a quel personaggio cotanto degno, ed a questa idea si unì in me la ferma volontà di tentarne la prova a costo di qualunque rischio mio personale. Colsi dunque una sera l’opportunità di fargli la mia proposta e di spiegargli i modi facili che aveva per trasportarlo fuori di qui.

— «Guardate bene, io gli dicea. In questo paese voi non siete sotto la vigilanza di nessuno; io non vado a Mosca, ma ad Arcangelo, [p. 698]e il mio viaggio sarà fatto con seguito d’uomini e di cammelli, in somma con un accompagnamento di carovana; non ho quindi l’obbligo di far le mie pause nelle stazioni militari del deserto, e posso mettermi a campo la notte ove mi piace. Non ci è dunque difficile l’arrivare senza interruzioni al porto d’Arcangelo, ove vi metterò tosto al sicuro a bordo d’un bastimento inglese entro cui vi condurrò sano e salvo con me. Quanto al vostro sostentamento, me ne incarico io, finchè, prendendo miglior piega le cose vostre, possiate aiutarvi da voi medesimo.»

Egli mi stette attentamente ascoltando e guardandomi con fisonomia commossa per tutto il tempo che gli parlai; anzi dal suo volto potei accorgermi che le mie parole avevano messo in un massimo trambusto l’animo suo, perchè cangiava spesso di colore, gli si facevano accesi gli occhi, gli palpitava il cuore, a quanto almeno argomentai dall’esterne apparenze, nè fu capace di rispondermi subito quand’ebbi finito, che ci volle una piccola pausa prima che, strettomi fra le braccia, così mi parlasse:

— «Oh come siamo indifese, come infelici noi creature umane, se perfino i più grandi atti d’amichevole benevolenza divengono insidie per noi, e ne traggono ad essere i tentatori gli uni degli altri! Mio caro amico, la vostra offerta è tanto sincera, racchiude in sè stessa tanto di cortesia, tanto di disinteresse, è sì intesa al mio vantaggio che conoscerei ben poco il mondo se non ne fossi sopraffatto e compreso ad un tempo della gratitudine che vi devo. Ma di grazia, credevate o no che io fossi sincero in quanto vi ho detto sì spesse volte sul mio disprezzo del mondo? Credevate o no ch’io vi parlassi dal fondo della mia anima, allorchè vi assicurava di avere ottenuto qui quel grado di felicità che mi ha fatto superiore a tutto quanto il mondo può darmi? Credevate dicessi una bugia nel protestare che non sarei tornato indietro nemmeno se mi sentissi richiamato alla corte per esservi tutto quello che fui dianzi, per godervi nuovamente di tutti i favori del czar mio padrone? Non mi credevate in quel punto un onest’uomo, mio caro amico? o m’avreste mai giudicato un ipocrita millantatore?»

Qui si fermò, come se volesse aspettare che cosa gli avrei saputo dire; ma non tardai poco dopo a capire la cagione di questa pausa. Il suo spirito era stato messo in tal fermento dai miei detti, seguiva tal lotta nel suo gran cuore, che non gli permise andare innanzi nel [p. 699]suo discorso. Confesso che mi resero attonito e le sue parole e l’uomo da cui erano profferite. Usai alcuni argomenti per sollecitarlo a ricuperare la sua libertà, e questo tra gli altri:

— «Siete obbligato a ravvisare nella mia proposta una strada apertavi dalla providenza che antivede e predispone tutti gli eventi, dovete riguardarla come una chiamata del cielo diretta a rendervi anche migliore ed utile ai vostri simili.

— Chi vi assicura, signore, egli mi rispose (che nell’intervallo delle mie argomentazioni egli era tornato più padrone di sè medesimo), chi vi assicura che quanto voi dite chiamata del cielo, non sia invece, senza che voi medesimo vel pensiate, un’instigazione di tutt’altra natura, diretta a mostrarmi sotto le apparenze della felicità ciò che fosse un’insidia in sè stessa ordita, con seducenti colori per trascinarmi ad ultimo precipizio? Qui son libero dalla tentazione di risalire alla mia antica miserabil grandezza. Dove mi condurreste non sarei sicuro che tutti i semi dell’orgoglio, dell’ambizione, della cupidigia e della sensualità... rimangono sempre questi semi nella natura dell’uomo... non sarei sicuro che non ripullalassero in me, che non prendessero radice, in somma non mi sprofondassero. Ed allora, il fortunato prigioniere che or vedete padrone della libertà della sua anima, diverrebbe lo sciagurato schiavo dei propri sensi in mezzo alla pienezza della personale sua libertà. Caro signore, lasciatemi rimanere in questa benedetta terra d’esilio ove sono bandito dai diletti della vita, anzichè persuadermi a seguire una larva di libertà a rischio di perdere la libertà della mia ragione, e quel porto di beatitudine che or mi sta a veggente, ma che altrimenti potrei, ne ho paura, smarrire di vista. Sono di carne, sapete? sono un uomo, meramente un uomo! ho passioni, ho affezioni che potrebbero di leggieri farmi tracollare e subissare al pari d’ogn’altro uomo. Deh! non siate in una volta il mio amico e il mio tentatore![1]»

[p. 700]Se fui sorpreso la prima volta, or rimasi mutolo affatto, nè ardii più dire una parola, contentatomi a contemplarlo e ad ammirare da vero quanto io vedea. La lotta interna dell’animo di lui era sì potente che, ad onta della giornata estremamente fredda, lo mise in un violento sudore. Vedendolo divenuto affatto incapace di dare sfogo di parole ai propri pensieri, gli dissi io queste sole:

— «Pensateci ancora tra voi e voi; tornerò a trovarvi,» poi mi ritirai nel mio appartamento.

Due ore dopo, udito qualcuno alla mia porta o vicino ad essa, mi alzava per vedere chi fosse; ma chi l’aveva aperta era già entrato, e fu lo stesso principe, che mi disse:

— «Mio caro amico, voi m’avevate quasi fatto vacillare, ma mi sono tenuto in piede. Non v’abbiate a male se non accolgo la vostra offerta: v’assicuro che ciò non è perchè io non senta quanto sia stata generosa per parte vostra, ed anzi vengo a farvene i miei più sinceri ringraziamenti; ma spero di avere riportata intera vittoria su me medesimo.

— Ed io spero, eccellenza, di vedervi finalmente persuaso che non dovete resistere ad una chiamata del cielo.

— Signore, egli disse, se fosse stata veramente chiamata del cielo, una onnipotenza eguale avrebbe operato su me perchè mi arrendessi; ma io spero ed anzi sono pienamente persuaso di obbedire al cielo nel non accettare quanto m’offriste, onde nel separarmi da voi ho almeno l’infinito conforto che mi lasciate qui onest’uomo se bene non libero dalla mia schiavitù.»

Qui non mi restava a far meglio che acchetarmi e protestargli che non m’avea mosso altro fine fuor d’una sincera brama di essergli utile. Abbracciatomi cordialissimamente, mi assicurò d’una gratitudine che non gli sarebbe uscita mai della mente. Aggiunse ai ringraziamenti un dono di stupende pelli zibelline; presente troppo sontuoso da vero perchè non fossi renitente oltre modo ad accettarlo da un uomo posto nelle sue circostanze. Feci di tutto per [p. 701]dispensarmene, ma capii che una maggiore insistenza nel mio rifiuto lo avrebbe offeso.

Nella mattina che seguì spedii anch’io a sua eccellenza un mio servo con un piccolo presente che consisteva in tè, due pezze di damasco della China e quattro piccole verghe di oro del Giappone di un peso che non oltrepassava in tutto sei once all’incirca, ma di un valore molto al di sotto delle pelli zibelline, delle quali, quando fui a Londra, mi furono sborsati a un dipresso dugento sterlini. Accettò il tè, una pezza di damasco ed una delle quattro verghe d’oro che portava una fina impronta di conio giapponese. Seppi indi più tardi che, senza la rarità del conio, non avrebbe accettata nemmeno questa. Fu impossibile in appresso il fargli ricevere altro. Pel servo stesso mi mandò a dire che desiderava parlarmi.

Andato da lui, udii dirmi:

— «Voi sapete che la vostra proposta è stata considerata sotto tutti gli aspetti fra noi, e spero che non vorrete rinovarmi sollecitazioni, che sarebbero inutili su questo argomento. Ma poichè faceste un’offerta sì generosa a me, vi domando se avreste la cortesia di farne una simile ad un’altra persona che vi nominerò, e che mi sta molto a cuore.

— Non vi dirò, eccellenza, che sarei inclinato a fare per un altro altrettanto quanto per voi che tengo in sì particolare considerazione, e per cui mi sarebbe stata si grande gioia l’essere uno stromento di scampo. Nondimeno degnatevi nominare questa persona e vi risponderò.»

Mi disse trattarsi del suo proprio figliuolo, il quale, se bene non lo avesse veduto da che era in esilio, sapea però che viveva nella stessa condizione di lui su l’altra riva dell’Oby ad una distanza di oltre a dugento miglia. Egli avea modo di farlo venir qui se avessi acconsentito alla sua inchiesta.

Non esitai a dirgli un sì non disgiunto da alcune cerimonie intese a fargli comprendere che, avendo veduto di non potere prevalere su di lui, gli avrei almeno provato il mio rispetto col prendermi pensiero pel figlio suo, oltre ad altre cose che ora sarebbe tedioso ripetere.

Nel dì appresso, egli mandò pel suo figliuolo, il quale, venti giorni dopo, arrivò in compagnia del messaggero, conducendo seco sei o sette cavalli carichi di pellicce di un grandissimo valore. I servi condussero i cavalli in città, lasciando fuori in qualche lontananza il [p. 702]giovine principe fino alla notte in cui entrò incognito nel nostro alloggiamento.

Il padre me lo presentò; concertammo insieme il modo del nostro viaggio, e tutte le cose da apparecchiarsi per esso.

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Io avea fatto acquisto di una grande quantità di zibellini, di pelli di volpe nera, d’ermellini e simili altre pelliccerie barattate con alcune delle merci menate dalla China, e specialmente con noci moscate e partite di garofano, delle quali droghe vendei qui la maggior parte, ed il restante ad Arcangelo, ove ebbi migliori patti, che non gli avrei avuti a Londra. Il mio socio che capì in aria questo maggiore vantaggio, e la cui vocazione al traffico era maggiore assai della mia, si lodò grandemente del nostro soggiorno a Tobolsk pei buoni negozi che quivi ci capitarono.


Note

  1. Il Moscovita che parla così è affatto affatto il principe Basilio di Gallitzin dipinteci dalla storia per uno de’ più rinomati uomini di stato e diplomatici del secolo decimo settimo, benchè sia morto d’ottant’anni nel primo periodo del decimottavo. La Russia gli dà merito d’una gran parte delle riforme utili alla civiltà di quella contrada operate da Pietro il Grande. Promotore di una corrispondenza fra le corti d’Europa ridotta a sistema, fu autore del così detto trattato di pace perpetua che fu concluso nel 1686. Fu vicerè di Casan e di Astracan, e guardasigilli di Pietro il Grande. Smisuratamente ambizioso e per conseguenza smisuratamente avido di ricchezze, cadde per la prima di queste pecche in sospetto al monarca che lo spogliò di tutti gli onori e d’ogni sostanza confinandolo nel 1689 a Tobolsk in Siberia. Si mostrò più grande nel rassegnarsi all’avversa fortuna che nol fu io mezzo allo splendor delle corti. Il czar mitigò in appresso la sua pena col permettergli di vivere io una sua terra presso Mosca che lo stesso czar gli restituì. Profittò di tal grazia col ritirarsi in un chiostro ove finì i suoi giorni nel 1713.