Avventure di Robinson Crusoe/11

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Il solo rimasto fra i naviganti

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Daniel Defoe - Avventure di Robinson Crusoe (1719)
Traduzione dall'inglese di Gaetano Barbieri (1842)
Il solo rimasto fra i naviganti
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Il solo rimasto fra i naviganti.



Non posso descrivere io medesimo la confusione de’ miei pensieri allorchè mi trovai immerso nell’acqua; perchè se bene io sia abilissimo notatore, non potei liberarmi dalle onde tanto da prender fiato, finchè l’onda che mi avea condotto, o piuttosto trascinato per lungo tratto verso la spiaggia, non fu tornata addietro, lasciandomi quasi a secco sopra la costa, ma mezzo morto per l’acqua che aveva bevuta. Una certa previdenza e le poche forze rimastemi, mi secondarono abbastanza per levarmi in piede, appena m’accorsi di essere più vicino alla terra ferma di quanto mi fossi aspettato; onde mi sforzai di correre verso questa con ogni possibile celerità prima che un’altra ondata tornasse ad investirmi; ma mi apparve subito l’impossibilità di evitar questo sconcio, perchè vedeva il mare corrermi dietro alto come una gran montagna e furioso come un nemico contro al quale io non avea mezzi per resistere o guerreggiare. Tutti i miei espedienti allora si riducevano a tenere il fiato, ed alzarmi su l’acqua se avessi potuto, indi nuotando e serbandomi, fin che ci riusciva, a galla per conservarmi la respirazione, veder di condurmi da me medesimo verso la spiaggia. La mia maggior paura si era che l’onda, dal cui arrivo sarei [p. 57]stato trasportato verso la terra, nel retrogredire non mi trascinasse nuovamente seco nel mare.

L’ondata che ritornò ad assalirmi, mi tuffò di botto entro la sua massa per un’altezza di venti o trenta piedi, sì che per lungo tratto mi sentii trasportato violentemente e con grande velocità verso la spiaggia. Dal canto mio mi aiutai tenendo il fiato per venire a galla, e per avanzarmi sempre di più al nuoto. Benchè poco mancasse che non mi scoppiasse nel far questo sforzo una vena, pervenni a mio grande conforto con la testa e la mano fuori dell’acqua, nella qual posizione benchè io non potessi mantenermi più di due secondi, ciò fummi di molto sollievo non tanto pel breve respiro, quanto pel nuovo coraggio che me ne derivò. Rimasi nuovamente coperto dall’acqua per un altro buon intervallo, pur non sì lungo ch’io non potessi durarla, finchè, accorgendomi che il furore di questa ondata andando estinguendosi essa retrocedeva, feci forza per avvicinarmi di più al lido prima che ne tornasse una terza, e toccai di nuovo coi miei piedi la terra. Dopo essermi fermato pochi momenti per ripigliar fiato, mi raccomandai alle calcagne, correndo con quanta forza mi restava verso il lido. Ma nemmeno ciò valse a liberarmi dal furore del mare, che venuto ancora ad assalirmi per più di due volte, mi sollevò con le proprie acque, portandomi per altro sempre innanzi come da prima, perchè la riva era piatta del tutto.

L’ultima di queste due volte manco poco ch’io non annegassi, perchè l’ondata trasportandomi, come dianzi, mi condusse o piuttosto mi battè contro ad una punta di scoglio con tanta veemenza, che toltimi i sensi, mi lasciò affatto incapace di aiutarmi da me medesimo per non perire, sì gagliarda fu la botta che ne soffersi al fianco e alla testa; e certamente, se un’altra onda fosse sopravvenuta immediatamente, io rimaneva soffocato senza riparo nell’acqua; ma riavutomi alcuni momenti prima di questo ritorno, e vedendo come io fossi per essere investito ancora dal mare, presi il partito di attaccarmi forte ad un pezzo dello scoglio, e di tenere, se mi riusciva, il fiato in tale postura, finchè l’onda fosse tornata addietro. Questa volta, poichè le acque non erano tanto alte come in principio, essendo la terra ognor più vicina, mi ressi meglio fino all’istante dello sbassarsi dell’acqua, per lo che l’ultima ondata, ancorchè mi giungesse addosso, non mi sommerse entro di sè, nè mi trasportò seco; quindi appena rimasto in libertà di prendere una corsa, toccai la terra ferma, ove [p. 58]inerpicatomi agli scogli della costa, a mio gran conforto mi trovai seduto su l’erba, fuor di pericolo e libero affatto dal timore che quivi l’acqua tornasse a sorprendermi.

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Mi trovai seduto sull’erba, fuor di pericolo e libero affatto dal timore
che l’acqua tornasse a sorprendermi.

Raggiunta allora in tutta sicurezza la terra, sollevai gli occhi al cielo ringraziando l’Ente supremo per essersi degnato di salvarmi la vita in tal caso, che pochi minuti prima non dava quasi luogo a qual si fosse speranza. Credo sia impossibile l’esprimere con adeguati colori quale sia l’estasi, quale il delirio di gioia d’una creatura che si veda sottratta come per un prodigio al sepolcro; nè mi maraviglio ora, se quando è stata decretata la grazia di un malfattore, da notificarsegli per altro sol quando legato e col capestro al collo sta per ricevere l’ultima scossa, si usa farlo accompagnare da un chirurgo che gli levi sangue all’atto di un tale annunzio, e questo affinchè la sorpresa della gioia non ne scacci gli spiriti vitali dal cuore e lo uccida, perchè si muore di piacer come d’affanno.

Con le mani alzate, e la mia vita, per così esprimermi, tutta assorta nella contemplazione del prodigio che m’avea liberato, io camminava qua e là per la spiaggia facendo mille atti e gesti che mi studierei indarno descrivere, e meditando su la probabilità che tutti i miei compagni fossero rimasti vittime delle acque, e che non vi restasse di quel la brigata altro uomo salvo fuori di me. In fatti non vidi più mai in appresso veruno di essi, nè altro vestigio loro fuor di tre cappelli, un berrettone e due scarpe scompagnate.

Voltati gli occhi al vascello arrenato, che io poteva discernere di mezzo a qualche apertura delle alte e tempestose onde, e ciò a fatica, tanto era esso lontano, io andava meditando fra me: «Gran Dio; è egli possibile ch’io abbia toccata la spiaggia?»

Confortatomi così in pensando a questo lato favorevole della presente mia condizione, cominciai indi a guardarmi all’intorno, per vedere in qual sorta di paese io mi trovassi, e che cosa mi rimanesse a fare in appresso. Allora sentii tosto deprimersi le mie contentezze, perchè in effetto era bene spaventoso quel modo della mia liberazione. Tutto molle d’acqua, non aveva panni per cambiarmi, nè alcuna cosa da mangiare o da bere per ristorarmi; non vedeva dinanzi a me altro che il pericolo di perir di fame o di essere divorato da qualche fiera. Mi contristava soprattutto il non avere armi per andare a caccia d’animali pel mio sostentamento o difendermi contra creature di qualunque genere si fossero, che volessero uccidere me [p. 59]per mantenere la loro vita. Io non mi trovava indosso null’altro fuor d’un coltello, d’una pipa e d’un po’ di tabacco da fumare entro una scatola. Qui consisteva tutta la mia provvigione; il quale pensiere mi trasse in tanta costernazione, che per un pezzo girai qua e là a guisa di un delirante. Stava per sopraggiugnermi la notte, onde cominciai tosto a pensare qual sarebbe stato il mio destino se il paese era abitato da belve carnivore, perchè io ben sapeva essere quella l’ora in cui vanno in cerca di loro preda.

Il solo espediente corsomi intanto al pensiere si fu di cercarmi ricovero per la notte col montar sopra un folto frondoso albero, che

vidi in poca distanza da me, simile assai ad un abete, ma spinoso. Nel dì seguente avrei pensato al genere di morte, di che io dovea morire, perchè fin qui io non vedeva alcuna speranza di vita. Allontanatomi circa un mezzo quarto di miglio dalla spiaggia per vedere se mi riuscisse di abbattermi in un po’ d’acqua dolce per dissetarmi, ne trovai a mia grande consolazione; indi bevuto di questa e postomi in bocca un po’ di tabacco per tener lontana la fame, venni all’albero che salii, cercando poscia di collocarmi sovr’esso in modo di non [p. 60]cadere, se fossi stato preso fortemente dal sonno. Quivi tagliato un ramo corto e grosso, di cui mi feci una specie di randello per mia difesa, presi possessione del mio alloggiamento. Estenuato, com’io era, dalla fatica, non tardai a rimanere profondamente addormentato; onde ebbi tal sonno tranquillo qual, cred’io, ben pochi lo avrebbero dormito nel caso mio; nè penso che alcun altro mai si sia trovato ristorato dalla sua dormita, quanto io fui dalla mia in quella occasione.

Allorchè mi svegliai era alto il mattino, bella la giornata, depressa tanto la tempesta, che il mare non infuriava o si gonfiava più come il dì innanzi; ma fu grande cagione per me di sorpresa il vedere come il nostro vascello, sollevatosi durante la notte dalla sabbia ove giaceva, fosse stato trasportato dal gonfiarsi della marea e tratto ad arrenarsi in poca lontananza dallo scoglio da me menzionato dianzi, e contro al quale lanciato dall’acque ebbi sì mala percossa. Non essendo esso più lontano d’un miglio circa dalla spiaggia ov’era, e sembrandomi che non isbandasse ancora del tutto, concepii un vivo desiderio di potermivi recare a bordo, per salvarne almeno alcune cose necessarie alla mia sussistenza.

Sceso giù dal mio appartamento, tornai a guardarmi all’intorno, e la prima cosa occorsami fu la povera nostra scialuppa, che sbattuta dal mare e dal vento era venuta a stare sopra la spiaggia alla mia diritta in una distanza di circa due miglia. Camminai finchè potei alla sua volta, ma giaceva tra essa e me un braccio d’acqua della larghezza quasi di un mezzo miglio. Voltai dunque addietro per allora; che assai più stavami a cuore il tornare a bordo del vascello, ove io sperava raccorre qualche cosa utile al mio sostentamento.

Passava di poco l’ora del mezzogiorno, quando trovai il mare sì placido e il riflusso in tanta declinazione, che potei portarmi con le mie gambe alla distanza di un quarto di miglio dal vascello, e qui, oh quanto si rinnovellarono i miei cordogli! perchè qui ebbi il pieno convincimento che se fossimo rimasti a bordo, ci saremmo tutti salvati. Intendo le nostre vite, perchè avremmo tutti raggiunta in piena salvezza la spiaggia, nè io mi sarei veduto a tal segno di miseria in questo presente stato di perfetta solitudine e desolazione; il qual pensiere mi costrinse a spargere nuove lagrime; ma poichè non vedeva rimedio a ciò, risolvei tentare di raggiugnere, se pur fosse stato possibile, il naufragato vascello. A tal fine spogliatomi de’ miei panni, [p. 61]perchè il caldo del clima era eccessivo, mi posi al nuoto; ma quando io fui presso al vascello mi offerse una difficoltà anche più grave il non vedere come avrei potato penetrarne a bordo, perchè essendo esso arrenato ed altissimo fuori dell’acqua, non mi veniva il destro d’alcuna cosa cui aggrapparmi. Girai due volte a nuoto intorno ad esso, e sol la seconda volta, che ben mi maraviglio del non averlo notato di prima giunta, m’accorsi d’un picciolo pezzo di corda che pendea dalle catene delle sarte di trinchetto, abbastanza basso perchè potessi, non per altro senza molta fatica, impadronirmene e giungere, accomandandomi a quello, al castello di prua. Trovai allora il vascello tutto conquassato e grande quantità d’acqua nella stiva; ma stava puntellato in tal guisa sopra un banco di fitta sabbia o piuttosto di terra, che mentre la sua poppa rimanea sollevata su questo suolo, la prora toccava quasi la superficie dell’acqua; e però quanto stava tra le parasarchie di maestra e la poppa, era intatto ed asciutto: perchè potete ben immaginarvi che le mie prime indagini furono volte ad osservare lo stato delle provvigioni, rinvenute tutte non danneggiate punto dall’acqua; e v’immaginerete ancora che, dispostissimo com’era a mangiare, corsi innanzi di far altro al deposito del pane, ove empiei i miei taschini di biscotto, e ne mangiava mentre spediva insieme altre faccende, perchè tempo da perdere io non ne avea. Trovai parimente nella camera del capitano una quantità di rum, del qual liquore mi bevvi una buona sorsata, che da vero aveva bisogno di rinforzarmi lo spirito con quelle belle espettazioni che mi stavano innanzi. Or non mi mancava altro che una barca, per caricarvi entro le molte cose ch’io prevedeva mi sarebbero bisognate.

Era inutile il fermarsi a sospirare quello che era impossibile avere, la quale estremità aguzzò invece il mio intelletto nello scandagliare ciò che poteva supplire a quanto mancava. Avevamo nel nostro legno parecchi pennoni da rispetto, tre grandi stanghe d’abete ed uno o due alberi di gabbia di riserva. Con questi mi posi all’opera, lanciando fuori del bordo i meno pesanti, dopo aver raccomandato ciascuno d’essi con una corda per rimanerne padrone: ciò fatto e andato al fianco esterno del vascello, tirai a me questi legnami e con una corda ne legai quattro il meglio che potei ad entrambe le estremità; indi posti in croce sovr’essi due o tre piccoli pezzi di assi, vidi come tutto ciò potesse prestarmi ottimamente l’ufizio di una zattera, ancorchè non atta a portar grandi pesi, attesa la leggerezza [p. 62]delle tavole. Allora giovatomi della sega del carpentiere feci un albero di gabbia in tre parti, che aggiunsi alla mia zattera; lavoro che mi costò al certo non poco stento e fatica: ma la speranza di procacciarmi ciò che sarebbe stato necessario al mio sostentamento, mi dette animo ad eseguire cose al di là di quante sarei stato abile a compiere in altre condizioni.