Avventure di Robinson Crusoe/110

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Partenza da Tobolsk; ultimo pericolo superato; arrivo a Londra

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Partenza da Tobolsk; ultimo pericolo superato; arrivo a Londra
109 Biografia
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Partenza da Tobolsk; ultimo pericolo superato; arrivo a Londra



Era il principio di giugno quando abbandonai questa remota piazza: una città, cred’io, di cui si parla ben poco nel mondo, e da vero sì giù d’ogni strada del commercio, che non vedo ragione per cui se ne dovesse parlare molto. Eravamo ora ridotti ad una piccolissima carovana, non avendo con noi altro che trentadue tra cavalli e cammelli in tutto, bestie che passavano tutte per mie, benchè il mio socio fosse il proprietario d’undici di esse. Era anche naturale ch’io avessi maggior numero di servi, che non n’ebbi per l’avanti. Il giovine principe si dava per mio maggiordomo; per che razza di personaggio poi passassi io non lo so, nè mi presi alcun fastidio di cercarlo. Dovemmo qui attraversare il peggiore e più vasto deserto che nell’intero nostro viaggio ne sia mai capitato. Lo chiamo il peggiore, perchè in alcuni luoghi la strada era incavernata del tutto, in altri piena d’alti e bassi da far paura; il meglio che credevamo poterne dire stava nel non doversi temere lungo essa masnade di Tartari o scorridori, i quali non venivano mai a questo lato dell’Oby, o vero ci venivano ben rare volte; ma su ciò ancora vedemmo da poi di aver fatto male il nostro conto.

Il nobile giovine mio compagno avea seco un fedele servo, nativo della Siberia, e per conseguenza praticissimo del paese, il quale ci conducea per vie sì fuor di mano, che scansavamo di entrare nè principali borghi o città poste su la strada maestra, quali erano Tumen, [p. 704]Soloy, Kamskoi e parecchi altri; perchè le guarnigioni moscovite, stanziate in esse, tengono di vista con la più assidua e stretta curiosità i viaggiatori per paura non s’asconda fra loro qualche esiliato d’alto affare, che tenti fuggire di lì in Moscovia. Ma grazie a questo provvedimento che ci tenea sempre fuori delle stazioni militari, l’intero nostro viaggio faceasi per un deserto, ove eravamo obbligati la notte ad accampare e coricarci sotto le nostre tende, laddove avremmo potuto trovare tutti gli agi ne’ paesi murati, che erano lungo la strada maestra. Di questa nostra molestia s’angustiava tanto il giovine principe, che, se avessimo dato retta alla sua volontà, non ci saremmo mai coricati all’aperto ogni qual volta ci erano stazioni per dormir meglio, ed egli solo, andando ad accamparsi col suo servo nelle foreste, ci avrebbe poi raggiunti nella mattina in luoghi convenuti.

Eravamo già entrati in Europa avendo passato il fiume Kama, che in quella parte è il confine tra questa e l’Asia. La prima città europea che s’incontri, è detta Soloy Kamskoi che equivale a Grande città sul fiume Kama; e qui veramente credevamo di trovare un notabile cambiamento nelle costumanze della popolazione, ma non tardammo ad accorgerci di avere preso un abbaglio anche in ciò. Dovevamo attraversare un vasto deserto, che se bene in alcuni luoghi sia lungo presso a settecento miglia, laddove lo dovevamo passar noi, non avevamo a farne più di dugento prima di essere fuori da quell’orrida solitudine. Quando finalmente l’avemmo superata, scorgemmo ben poca differenza fra gli abitanti di quella contrada e quelli della Tartaria Mongolia. Gli abitanti nella generalità sono pagani e poco meglio de’ selvaggi dell’America; le loro case ed i borghi pieni d’idoli; il modo del vivere affatto barbaro, eccetto nelle città o nei villaggi vicini a queste, ove si professa il cristianesimo, come colà dicono della chiesa greca; ma la religione è sì mescolata con avanzi d’antica superstizione, che la distinguete a stento dalla negromanzia o dalla magìa.

Nell’attraversar dunque l’indicata foresta, e quando già ci figurammo, come v’ho detto, di essere fuori da tutti i pericoli, ci vedevamo proprio sul punto di essere assaltati, spogliati e forse uccisi da una masnada di ladroni. Di qual paese fossero, ho ancor da saperlo; ma posso ben dirvi che erano tutti a cavallo, armati d’archi e di frecce, e di numero intorno a quarantacinque. Arrivati ad una [p. 705]distanza di due tiri di schioppo da noi, senz’altri preamboli, ne accerchiarono, stando sempre a cavallo, e per due volte ci guardarono in atto di prendere le loro misure. Finalmente andarono tutti a mettersi di piè fermo su la strada donde noi dovevamo passare. Veduto noi ciò, ci schierammo in linea davanti ai nostri cammelli, piccola linea, perchè eravamo sedici uomini in tutto. Fermatoci in tal posizione, incaricammo quell’uom di Siberia, quel servo del giovine principe, di andare a scandagliare chi costoro fossero: provvedimento soprattutto desiderata dal suo padrone, in cui non era poca la paura che fosse stato spedito dalla Siberia un corpo di soldatesca per inseguirlo. Questo nostro esploratore, spiegata bandiera pacifica, s’accostò ad essi di più, e fece di venire a parlamento con loro. Ma ebbe un bell’adoperare tutte le lingue, o piuttosto ogni dialetto di lingua di quelle contrade, era tutt’uno. Non so se si facesse intendere; so certo, che non capì una parola di quanto coloro dicevano, e so ancora, che dopo molti segni fattigli, perchè si ritirasse se non volea vedersela brutta, il nostro messo tornò addietro informato delle cose com’era prima d’andar a fare la sua scoperta. Unicamente [p. 706]ci disse, che agli abiti li credeva una banda o di Tartari Calmucchi o di Circassi, dei quali doveva esserne una maggiore quantità nel gran deserto, ancorchè niun d’essi fosse mai stato veduto spingersi tanto avanti verso il settentrione. Non era questa una grande consolazione per noi; ma che farci?

Avevamo a mano sinistra, alla distanza circa d’un quarto di miglio, un boschetto che faceva orlo alla strada. Incontanente disposi che, sceltolo per nostro riparo, ci fortificassimo come meglio potessimo dentr’esso; perchè primieramente considerai che gli alberi della piccola selva ci avrebbero fin ad un certo segno protetti contro alle frecce dei nemici; in secondo luogo che lì non potevano far impeto in massa su noi; tale espediente, per dar lode alla verità, mi fu insinuato dal mio vecchio pilota portoghese, che aveva in sè questa eccellente prerogativa, di essere tanto più presto a dar buoni consigli quanto ad infondere coraggio col suo esempio, allorchè si presentava il pericolo.

Avanzatici dunque con quanta speditezza potemmo, si arrivò al piccolo bosco, chè i Tartari o i ladri (non sapevamo con qual nome chiamarli) essendo rimasti fermi al loro posto, non ce lo impedirono. Lì giunti, trovammo a nostra grande soddisfazione essere pantanoso quel suolo e reso tale da una sorgente che formava, scorrendo, un fiumicello e andava a raggiugnerne un altro in piccola distanza; erano in somma e l’uno e l’altro l’origine d’un grosso fiume che pigliava poi il nome di Wirtska. Gli alberi che facevano ombra alla sorgente non erano più di duecento, ma di grosso fusto e sì vicini gli uni agli altri, che ci faceano sicuri dagli assalti della cavalleria. Se pertanto il nemico voleva affrontarne con qualche efficacia, bisognava che venisse a piedi.

Mentre stavamo lì aspettando che cosa questi nemici farebbero, e non vedevamo che andassero nè avanti nè indietro, il mio Portoghese, fattosi aiutare dal resto della nostra gente, tagliò parecchi rami d’albero, e congegnandoli per traverso tra una pianta e l’altra, venne a fabbricare una specie di trincea.

Mancavano circa due ore alla notte, quando i malandrini ne vennero contra, e vedemmo, benchè non ce ne fossimo accorti nel tempo dei loro indugio, che durante questo erano stati rinforzati da alcuni altri di lor nazione, il perchè adesso sicuramente ammontavano ad ottanta, fra cui ne parve scorgere alcune donne.

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Il mio portoghese..... tagliò parecchi rami d’albero, e congegnandoli per traverso
tra una pianta e l’altra, venne a fabbricare una specie di trincea.

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Vennero innanzi tanto che furono ad un mezzo tiro di schioppo dalla nostra selva. Allora sparammo un moschetto carico di sola polvere; poi chiesto in lingua russa che cosa volessero da noi, intimammo loro che si ritirassero. I bricconi, invece, si spinsero con raddoppiato furore addosso al bosco non sospettando della trincea da noi architettata, che impedì loro l’entrarvi. Il mio vecchio piloto, divenuto allora nostro capitano e ufiziale del genio, ci avea raccomandato di non far fuoco su costoro, finchè non gli avessimo a tiro di pistola, ond’essere meglio sicuri di prender bene la nostra mira e di stenderne morto qualcuno. Aspettavamo perciò per far operare i nostri moschetti la sua parola di comando, che egli differì finchè i mascalzoni non furono più lontani della lunghezza di due picche da noi. La mira fu presa sì bene, che quattordici di coloro caddero morti, e parecchi de’ lor cavalli furono feriti; perchè ciascuno di noi avea poste nel suo archibuso due o tre palle per lo meno.

Sorpresi in una guisa sì spaventosa dal nostro fuoco, si ritirarono incontanente da noi per un tratto di ben cento passi. Poichè gli avemmo a questa distanza, saltammo fuori per impadronirci di quattro o cinque de’ loro cavalli i cui cavalieri, supponemmo, erano rimasti uccisi. Andati indi a vedere i cadaveri dei morti, giudicammo veramente Tartari i nostri assalitori, benchè non sapessimo comprendere per qual motivo, essendo tali, avessero spinta la loro scorreria ad una lontananza insolita per essi.

Dopo un’ora in circa si mossero coll’intenzione di un secondo assalto, e veramente fecero un giro attorno al nostro riparo per iscandagliare il miglior punto per aprire la breccia; ma, vedendoci così ben preparati a riceverli, tornarono addietro una seconda volta. Noi risolvemmo di non levare le tende di lì per quella notte.

Dormimmo poco, potete credermelo, impiegando la maggior parte di quelle ore notturne nel fortificarci di più, nel munire di trincee tutti gl’ingressi della selva, nel far buona guardia. Sospiravamo il crepuscolo della mattina, per vedere come si mettessero le cose, ma quando giunse ce ne mostrò da vero di mal accette. Il nemico, non che non essere scoraggiato pel ricevimento che gli facemmo, cresciuto grandemente di numero, aveva alzato undici o dodici tende o baracche con l’intenzione, parea, di assediarci: questo piccolo campo piantato nell’aperta pianura, non era più di tre quarti di miglio lontano da noi.

[p. 708]Tale scoperta da vera ne sconcertò; ed io, lo confesso, mi diedi per perduto con tutte le mie mercanzie; non m’addolorava tanto il secondo danno, benchè sarebbe stato del certo rilevantissimo, quanto la paura di cadere nelle mani di que’ barbari alla fine del mio viaggio, dopo aver superati tanti ostacoli e pericoli, e in vista, potea dirsi, del porto di mia salvezza. Non vi starò a descrivere come il mio socio arrabbiasse; dichiarava che la perdita delle sue merci sarebbe stata l’ultima rovina di lui, che volea morire battendosi, anzichè affamato, e che volea difendersi ad ultimo sangue.

Tale pure era l’intenzione del figliuolo del principe russo, giovine veramente d’altissimo cuore; tale l’opinione del valoroso mio pilota portoghese, che sosteneva esser nostro il vantaggio della posizione per fare un’ottima resistenza; così ci passò la giornata discutendo su quello che ne conveniva eseguire. Ma poco prima del far della sera, ci accorgemmo che il numero de’ nemici s’era ancora accresciuto, nè potevamo congetturare quale accrescimento avremmo trovato nella seguente mattina.

Domandai dunque ad alcuni degli uomini che avevamo condotti con noi da Tobolsk, se vi fosse qualche via recondita, donde avessimo potuto sottrarci durante la notte, e ritirarci forse in qualche borgo o procurarci aiuto di gente. L’uom di Siberia, servitore del giovine principe, mi rispose che, se avessimo voluto appigliarci al partito di una fuga senza combattere, ne avrebbe condotti sopra una strada volta a settentrione nella direzione del fiume Petrou, alla quale attenendoci non v’era a dubitare che non avessimo, durante la notte, trovato uno scampo, senza che i Tartari se ne fossero accorti menomamente.

— «Ma, aggiunse poi, sua eccellenza ha detto che non vuol ritirarsi; dunque anch’io voglio restare qui a battermi.

— Voi frantendete, gli dissi, il vostro padrone. Egli è fornito di troppa saggezza per non avventurarsi a combattere per solo amor di combattere. Ch’egli abbia coraggio, lo so già da quel che ha mostrato in altre occasioni, ma ha ancora bastante giudizio per riservarsi solo ad un’estrema inevitabile necessità il repentaglio di mettere in battaglia diciassette o diciotto uomini contra cento, e, se egli crederà possibile per noi una fuga in questa notte, non ci rimarrà a far altro che tentarla. Diteci dunque....

[p. 709]— Ma io non dico nulla, se non me no dà egli il permesso,» insisteva questo fedele e ignorante servitore.

La licenza di lui fu ottenuta, e noi ci accingemmo segretamente a questo tentativo.

Primieramente, appena fattosi buio, accendemmo un gran fuoco nel nostro piccolo campo operando le industrie opportune, perchè la fiamma vi si mantenesse tutta la notte, onde i Tartari ci credessero sempre lì. Poi appena principiarono a vedersi le stelle (chè prima di ciò il nostro conduttore non volea moversi), avendo già precedentemente allestiti i nostri cammelli e cavalli, seguimmo la nostra guida, che dal canto suo aveva per guida la stella polare.

Dopo due ore di faticosissimo cammino, cominciò a vedersi meglio; non che prima fossimo del tutto nelle tenebre, ma essendosi alzata la luna, ci vedevamo chiaro anche più del bisogno. Alle sei della mattina avevamo fatte circa trenta miglia, rovinando, per dir vero, affatto i nostri cavalli. Allora trovammo un villaggio russo, nomato Kermaziuskoy ove ci riposammo, nè udimmo più parlare di Tartari Calmucchi in quel giorno.

Due ore circa prima della notte, tornati a metterci in cammino, viaggiammo sino alle otto della mattina seguente senza avere a lottare con una strada così perversa, come quella che avevamo fatta prima. Alle sette avevamo già passato un fiumicello detto Kirtza, e un’ora dopo eravamo arrivati ad un grosso borgo abitato da Russi, che veniva chiamato Ozomoys. Quivi udimmo come parecchie bande di Calmucchi avessero fatta una scorreria nel deserto, ma udimmo del pari, a mio grande conforto, che noi, giunti a quella stazione, eravamo affatto fuor di pericolo. Qui fummo obbligati a provvederci di cavalli freschi, ed avendo un sufficiente bisogno di riposo, qui rimanemmo cinque giorni. Il mio socio ed io ci accordammo di regalare dieci doppie all’onesto nativo della Siberia, che ne fu guida.

Dopo altri cinque giorni di cammino, arrivammo a Veuslima posta sul fiume Wirtzogda prima che vada a gettarsi nel Dwina, dove fortunatamente eravamo vicini al termine de’ nostri viaggi per terra; perchè il fiume essendo qui navigabile, metteva in sette giorni ad Arcangelo. Da Veuslima arrivammo a Lawrenskoy ai 3 di luglio. Quivi provedutici di due barche da trasporto e di una lancia per andarvi a bordo, c’imbarcammo il 7; ai 18 ci trovammo sani e salvi [p. 710]ad Arcangelo dopo un anno, cinque mesi e tre giorni di viaggio, compresi gli otto mesi che ci fermammo a Tobolsk.

Ne fu mestieri fermarci sei settimane ad Arcangelo, per aspettare l’arrivo dei bastimenti; ed avremmo indugiato di più, se un vascello amburghese non fosse entrato in porto un mese prima del navilio dell’Inghilterra, e se, dopo averci pensato un poco, non avessimo veduta la possibilità di un migliore spaccio delle nostre mercanzie ad Amburgo che a Londra. Tutti pertanto c’imbarcammo su quel vascello, a bordo del quale essendomi fatto precedere da tutte le mie mercanzie, era naturalissima cosa, che mi facessi precedere anche dal mio maggiordomo. Colà il mio giovine principe potè tenersi nascosto più a suo bell’agio, nè più mai tornò a terra per tutto il tempo che c’intertenemmo ad Arcangelo: cautela necessaria a lui per le difficoltà che qualcuno dei molti negozianti di Mosca sbarcati quivi, non lo avesse riconosciuto e scoperto.

Demmo le vele da Arcangelo ai 20 agosto del medesimo anno, e dopo un viaggio non istraordinariamente cattivo, toccammo l’Elba ai 18 di settembre. Quivi il mio socio ed io trafficammo ottimamente tutte le nostre mercanzie, tanto quelle della China, quanto i zibellini della Siberia. Divisone fra noi l’intero guadagno, la mia parte fu di tremilaquattrocentosettantacinque sterlini, diciassette soldi e tre danari, oltre a quasi altre seicento, valore di diamanti che aveva acquistati al Brasile.

Qui il nobile giovine moscovita accommiatatosi da me, s’imbarcò sull’Elba per andare a Vienna, perchè avea risoluto d’implorare protezione da quella corte, e mettersi in corrispondenza con quegli antichi amici di suo padre, che viveano tuttavia. Non partì certo di lì senza darmi segnalate dimostrazioni di gratitudine e pel servizio reso a lui, e per tutte le cordialità da me usate a suo padre.

Per venire ad una conclusione, dopo essere dimorato quattro mesi a un dipresso ad Amburgo, tornai per terra all’Aia, donde imbarcatomi in un pacchebotto arrivai ai 10 gennaio del 1705 a Londra, dalla qual metropoli io era stato lontano dieci anni e nove mesi. Qui ho risoluto di apparecchiarmi ad un viaggio più lungo di tutti quelli che ho narrati, dopo aver condotta per settantadue anni una vita piena d’infinite variazioni, ed imparato abbastanza a [p. 711]stimare i beni del vivere ritirato, e qual beatitudine sia per l’uomo il terminare in pace i suoi giorni[1].


fine.



Note

  1. E qui il narratore si scorda d’una promessa fattane: quella cioè di ragguagliar della fortuna fatta da quel suo giovine compagno ch’egli imbarcò sul bastimento della disgrazia, come pure lascia nel desiderio di sapere che cosa sia avvenuto di suo nipote da cui si separò al Bengala. Come queste omissioni e trasandature sieno affar di sistema per questo storico, lo vedremo nella vita dell’autore della storia stessa che diamo qui appresso.