Avventure di Robinson Crusoe/17

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Il tremuoto

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Il tremuoto.



Dopo avere faticato instancabilmente tre o quattro mesi per vedere a termine il mio baluardo, lo chiusi ai 14 di aprile; e volli entrarvi non per una porta, ma passando al di sopra del muro mercè una scala, affinchè al di fuori non comparisse alcun indizio della mia abitazione.

16. aprile. Terminai la mia scala, mediante la quale salii alla sommità del baluardo, indi me la tirai dietro lasciandola tra esso e la palizzata. Io mi avea quindi assicurata una perfetta chiusura; perchè nell’interno aveva spazio abbastanza e nulla potea venire a me dal di fuori senza scalare il mio baluardo.

Dal 17 al 21. Nel seguente giorno, poichè la scala fu terminala, [p. 99]poco mancò che tutte le mie fatiche non andassero in una volta sossopra e che non rimanessi morto io medesimo: ecco in qual modo le cose avvennero. Mentre io stava facendo alcun che nel ricinto posto tra il baluardo e la palizzata, all’ingresso appunto della mia grotta, fui spaventato non so dir quanto da un accidente il più terribile da vero e il più straordinario, perchè in un subito io vidi la terra dirupar giù dalla soffitta della mia grotta e dalla cima del monte che sovrastava ai mio capo, mentre udiva spaccarsi con orrido fracasso due dei puntelli collocati dianzi nella grotta stessa. Mi sentii gelare il sangue dall’atterrimento; pure andava tuttavia pensando non essere cagione di ciò se non un nuovo scoscendimento di soffitta della mia cantina, come qualche cosa di simile era accaduto dianzi; onde per timore di rimanerci sepolto sotto, corsi in fretta alla scala del mio baluardo, nè quivi credendomi ancora al sicuro saltai al di là di esso aspettandomi da un istante all’altro che qualche scheggione di dirupo venisse a piombarmi sopra la testa. Non ebbi appena fatto alcuni passi al di fuori, quando m’accorsi che tutto ciò procedea da uno spaventoso tremuoto; perchè la terra ove io mi stava traballò per tre volte in intervalli disgiunti di otto minuti l’uno dall’altro con tali violenti scosse che avrebbero bastato, cred’io, a rovesciare da cima a fondo il più saldo fra quanti edifizi del mondo si potessero immaginare. Di fatto un gran masso di roccia, distante da me un mezzo miglio all’incirca, precipitò nel mare con si orrendo fracasso che in vita mia non ne ho mai udito l’uguale. Accortomi nello stesso tempo che il mare si era posto in una straordinaria agitazione, dovetti credere più forti le scosse nel seno di esso che nell’isola stessa.

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M’accorsi che tutto ciò procedea da uno spaventoso tremuoto

Questo spaventoso fenomeno di cui non aveva mai veduto il simigliante, nè parlato con altri che fossero stati spettatori di simili avvenimenti, mi fece tanta impressione che ne rimasi stupido e poco meno che morto, oltrechè il tremuoto mi avea sconvolto lo stomaco come avrebbe potuto farlo l’agitazione del mare. Lo strepito nondimeno dello scheggione di roccia caduto nell’onde mi scosse, ma togliendomi dal mio stato di stupidezza diede luogo in me ai pensieri i più orridi e spaventosi. Vidi che sarebbe bastato un nulla a far cadere il monte su la mia tenda e le mie sostanze in essa raccolte, a seppellire tutte queste cose in un colpo; ed ecco che il mio spirito tornò una seconda volta ad avvilirsi.

Passata la terza scossa, e non ne avendo udite più altre per [p. 100]qualche tempo, incominciai a ripigliare coraggio; pure non ne aveva abbastanza per andare al di là del mio baluardo; troppa era la mia paura di rimanere sepolto vivo! Mi posi a sedere su l’erba con l’animo fortemente sconsolato e depresso, nè sapendo a qual partito appigliarmi. In tutto questo tempo non mi occorse alla mente il menomo pensiere serio di religione, se si eccettui quella esclamazione comune: Dio n’abbia misericordia! e quando la disgrazia fu cessata, se ne andò via con essa anche questo pensiere.

Standomi così seduto sentii che l’aria era oltremodo pesante e vidi il cielo annuvolato come se volesse piovere; e subito dopo si alzò a poco a poco il vento che in meno di mezz’ora andò a finire in un turbine spaventoso. Il mare si coperse tutt’ad un tratto di spuma; i suoi cavalloni s’internavano nella spiaggia; gli alberi, atterrati dalle radici; sopravvenne una tremenda burrasca, che per altro, durata all’incirca tre ore, cominciò a mitigarsi; laonde dopo altre due ore tutto era tornato in calma, dando luogo soltanto ad una dirottissima pioggia. In tutto questo tempo me ne rimasi seduto su l’erba sempre atterrito e costernato al maggior segno; quando in un subito mi occorse alla mente che que’ venti e questa pioggia essendo stati la conseguenza del tremuoto, non era congettura improbabile il dedurne la cessazione del tremuoto stesso e la ragionevolezza quindi dell’avventurarmi a tornarmene un’altra volta nella mia grotta. Ravvivatosi con ciò il mio coraggio, contribuì non poco a persuadermi la presenza stessa della pioggia. Andai dunque a sedermi sotto la mia tenda; ma la pioggia era sì violenta che minacciava abbattere la tenda stessa, per lo che non vidi meglio che rintanarmi nella mia grotta, benchè il facessi paurosamente ed assai di mal umore, aspettandomi da un momento all’altro che questa mi cadesse sopra la testa. La violenza di un tal avvenimento mi costrinse ad un nuovo lavoro: quello di aprire una fossa per traverso alla mia fortificazione, siccome scolatoio dell’acqua piovana che altrimenti mi avrebbe inondala l’intera cantina. Dopo essere rimasto in questa per alcun tempo, nè udita più veruna scossa di tremuoto, cominciai ad essere più calmo; anzi per procurare un ristoro ai miei spiriti, che da vero ne aveano grande bisogno, ricorsi alla mia credenza per prendere una sorsata di rum, con parsimonia per altro: regola che osservai allora e sempre prevedendo l’istante che non avrei più avuto di questo liquore. Continuò piovendo tutta la notte e gran parte del giorno appresso, onde non potei [p. 101]andare attorno nè poco nè assai. Allora a mente più fredda principiai a meditare che cosa mi convenisse meglio, e conclusi che, se l’isola andava soggetta a tremuoti di simil natura, non c’era per me buon vivere entro una grotta. Pensai quindi a fabbricarmi una piccola capanna in luogo aperto, circondandola ciò non ostante, come aveva fatto qui, di una palizzata per difendermi dalle offese di bestie o d’uomini, persuasissimo che, restando ov’era, mi sarebbe accaduto una volta o l’altra di rimanere sotterrato vivo.

Pieno di questi pensieri, divisai di rimovere la mia tenda dal sito ove trovavasi, perchè stava proprio sotto l’imminente precipizio del monte che, se riceveva un’altra scossa della stessa natura, cadeva indubitatamente sovr’essa. Impiegai le due seguenti giornate (il 19 e il 20) a studiare il dove e il come trasferire altrove la mia dimora. Il timore di essere subissato in corpo ed in anima m’incalzava tanto che non mi lasciò mai dormir quieto. Pure era quasi uguale a questa paura l’altra di coricarmi all’aperto senza nulla che mi difendesse; oltrechè, quando io mi guardava attorno, quando io vedea ciascuna delle cose mie sì bene assestate e come piacevolmente io mi stessi nascosto e sicuro da ogni altro pericolo esterno, sentiva la massima ripugnanza ad allontanarmi di lì. In questo mezzo io considerava ancora che sarebbe occorso un enorme dispendio di tempo per mandar ad esecuzione un simile divisamento e che mi conveniva per lo meno contentarmi ad affrontare il rischio di rimanere ove era tanto che mi fossi fabbricata una opportuna trincera e tale da francare il mio traslocamento. Acquetatomi in questa conclusione per un certo tempo, risolvei di mettermi bensì con tutta la sollecitudine all’opera di fabbricarmi una trincera con pertiche e gomone entro un circolo, come dianzi, ma di non trasportarvi la mia tenda finchè questa trincera non fosse finita; in somma di tenermi al primo alloggio finchè tutto non fosse pronto ed apparecchiato per prenderne un altro. Ciò fu deciso nel giorno 21.

22. In questa mattina principiai a pensare i mezzi per mandare ad esecuzione l’indicato disegno; ma la cosa di cui mancava molto erano gli stromenti. Aveva per vero dire tre grandi accette e molta copia di piccole, perchè le avevamo portate con noi per farne traffico con gli Indiani; ma a furia di tagliare e rimondare tante sorte di legnami duri e nodosi erano divenute piene di tacche e prive affatto di taglio; e se bene avessi una mola, non poteva girarla nè quindi [p. 102]affilare su d’essa i miei ferri comodamente. Ciò mi diede tanti pensieri quanti ne avrebbe dati ad un magistrato il decidere sopra un punto scabrosissimo di politica, o quanti se ne sarebbe presi un giudice prima di sentenziare su la vita o la morte d’un poveretto. Finalmente inventai una specie di ruota che faceva girare sopra d’una cordicella col mio piede, rimanendomi per tal modo le mani in libertà.

Nota. Io non avea mai veduto una mola di tal natura nell’Inghilterra, o almeno non mi era trovato nel caso di sapere come fosse fatta, benché da poi io abbia notato che tal macchina vi è comunissima; ad onta di ciò la mia mola estremamente grande mi riusciva oltremodo pesante e malagevole; il solo condurla a perfezione mi è costato il lavoro di un’intera settimana.

28 e 29. Questi due giorni furono dedicati affatto ad affilare i miei ferri, nel che la mia macchina rotante mi servì ottimamente.

[p. 103]30. Accortomi che il mio pane andava calando a dismisura, venni perciò in grave considerazione; onde fatta la mia rivista, mi ridussi, non senza grave cordoglio, ad un biscotto al giorno.