Avventure di Robinson Crusoe/23

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Seminagione ed altri casalinghi lavori

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Daniel Defoe - Avventure di Robinson Crusoe (1719)
Traduzione dall'inglese di Gaetano Barbieri (1842)
Seminagione ed altri casalinghi lavori
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[p. 129]

Seminagione ed altri casalinghi lavori.



Imparato ora a conoscere la vicenda regolare delle stagioni piovose ed asciutte, mi diedi a farne un ripartimento proporzionato ai bisogni di provvedere alla mia sussistenza. Ma mi costò caro il giungere a questo intento, e quanto mi apparecchio ora a riferire darà a conoscere uno dei più scoraggianti esperimenti ch’io m’abbia mai fatti.

Ho di già narrato come io mettessi in serbo le poche spighe d’orzo e di riso che in guisa tanto maravigliosa io areva vedute nascere da sè medesime, come credei da principio: credo fossero all’incirca trenta quelle del riso e venti l’altre dell’orzo. Ora cessate le piogge, e il sole nascente stando alla massima distanza da me nella sua posizione meridionale, credei questo essere il tempo opportuno per la mia seminagione. Conseguentemente lavorai meglio che potei con la mia vanga di legno un pezzo di terra che divisi in due parti per seminarvi il mio grano. Nel far ciò mi venne a caso l’idea di non seminarlo tutto in una volta, perchè non era ancora ben sicuro che quella fosse l’idonea stagione. Commisi dunque al terreno due terzi di semina così d’un grano come dell’altro, tenendone addietro per maggior cautela una porzioncella di ciascheduna sorta.

Fu un grande conforto per me l’essermi regolato in questa maniera. Non uno dei grani che seminai allora venne a buon fine; perchè essendo succeduto alla mia seminagione un mese asciutto, nè la terra avendo ricevuto dalle piogge verun ammollimento che aiutasse il germoglio del seme, esso non produsse nulla finchè non tornò la stagione umida, che allora buttò come se fosse stato seminato di fresco. Poichè m’accorsi che la mia prima semina non germogliava, subitamente immaginai che ciò era effetto dell’aridità. Cercai quindi un pezzo di terreno più umido per farvi una seconda prova; [p. 130]e rinvenutolo in vicinanza del mio nuovo frascato, lo vangai affidandogli altra parte della mia semina in febbraio, un poco prima dell’equinozio di primavera. Questa, dopo essersi imbevuta delle piogge di marzo e d’aprile, spuntò bellamente e mi diede un eccellente ricolto; ma non avendone seminata che poca porzione, perchè non ardii privarmi di tutto il grano che aveva, non ne cavai in fin dei conti se non una piccola quantità, perchè tutta la mia messe non ammontava a più di un mezzo moggio per ciascuna sorta. Nondimeno, grazie a questo esperimento, m’impossessai della mia materia, e giunsi a conoscere esattamente quale fosse il tempo opportuno alla seminagione; come pure venni a sapere ch’io poteva computare sopra due seminagioni e due ricolti a ciascun anno.

Intantochè il mio grano andava crescendo feci una piccola scoperta che mi fu in appresso di molta utilità. Appena cessate le piogge e cominciato a stabilirsi il buon tempo, il che accadde all’incirca nel mese di novembre, feci una gita alla mia villeggiatura ove, benchè non vi fossi stato da alcuni mesi, trovai tutte le cose nell’ordine in cui le aveva lasciate. Il cancello o doppio steccato che le aveva messo all’intorno non solamente si trovava fermo ed intatto, ma i pali che [p. 131]erano stati recisi da alcuni alberi di quelle vicinanze, aveano buttato lunghi rami, e tanti quanti ne mettono i nostri comuni salci nel primo anno dopo essere stati tagliati a corona: non saprei dire come si chiamassero gli alberi donde questi pali furono tolti. Rimasi sorpreso, e da vero gratamente, al vedere cresciute queste giovani piante; le potai lasciandole crescere ad una certa uguaglianza per quanto potei. È appena credibile la bella comparsa ch’esse fecero in capo a tre anni; in guisa che, se bene la palizzata formasse un cerchio di circa venticinque braccia di diametro, pure i miei alberi (che così dall’ora in poi poteva chiamarli) copersero presto tutto il frascato, e formarono una compiuta ombra, bastante ad alloggiarvi sotto per tutta la stagione asciutta.

Ciò fece che mi risolvessi a tagliare un maggior numero di simili pali, e a fabbricarmi una palizzata eguale nel semicircolo posto intorno alla trincea della mia prima abitazione; e questo eseguii piantando tali alberi o pali in un doppio filare distante all’incirca otto braccia dalla mia prima fortezza; essi crebbero prontamente, procurando su le prime un bellissimo frascato all’antica mia casa e divenendomi di un’utile difesa in appresso, come farò vedere a suo tempo.

Trovai allora che le stagioni dell’anno poteano generalmente venir divise, non in verno e state come nell’Europa, ma in stagioni piovose ed asciutte, che generalmente erano queste:

Metà di febbraio
Marzo
Prima metà di aprile
\scriptstyle{

\left\{
\begin{matrix}
\\ \\ \\
\end{matrix}
\right.
} Stagione piovosa, essendo in questo tempo il sole o nell’equinozio o prossimo ad esso.
Seconda metà di aprile
Maggio
Giugno
Luglio
Prima metà di agosto
\scriptstyle{

\left\{
\begin{matrix}
\\ \\ \\ \\
\end{matrix}
\right.
} Asciutta, essendo il sole a settentrione della linea.
Ultima metà di agosto
Settembre
Prima metà di ottobre
\scriptstyle{

\left\{
\begin{matrix}
\\ \\ \\
\end{matrix}
\right.
} Piovosa, il sole retrocedendo dalla linea.

[p. 132]

Seconda metà di ottobre
Novembre
Decembre
Gennaio
Prima metà di febbraio
\scriptstyle{

\left\{
\begin{matrix}
\\ \\ \\ \\ \\
\end{matrix}
\right.
} Asciutta, il sole essendo a mezzogiorno della linea.

Le stagioni piovose duravano talvolta più, talvolta meno secondo la parte donde soffiava il vento.

Dopo avere esperimentate le triste conseguenze dell’andare attorno quando piovea, ebbi la previdenza di far tali anticipate provvigioni che ne’ tempi cattivi mi salvassero da questo bisogno; poi me ne rimaneva in casa il più ch’io poteva durante i mesi delle piogge. Non mi lasciai mancar lavoro in questo intervallo, che mi tornò anzi giovevole assai, perchè mi diede campo a procurarmi parecchie di quelle cose che mi sarebbe stato impossibile il conseguire senza molto dispendio di applicazione e di continuata fatica. Soprattutto io avea tentate molte prove per fabbricarmi un canestro; ma tutti i rami ch’io potea procacciarmi a tale effetto erano sì fragili che non mi servivano a nulla. Certo io sentiva allora il vantaggio di essermi dilettato nei giorni di mia fanciullezza a passar le ore nella bottega di un fabbricatore di tali mercanzie, che dimorava nella stessa città ove viveva mio padre: era in quei giorni, come sono in generale tutti i fanciulli, e uficiosissimo nel prestargli servigio e attentissimo all’andamento del suo lavoro, cui diedi più volte una mano. Io avea pertanto una perfetta conoscenza degl’ingegni da operarsi per tale manifattura, ma non mi mancava poco mancandomi i materiali. Stava affliggendomi di ciò, quando mi venne in mente che gli alberi adoperati per averne i pali or crescenti della mia palizzata, avrebbero dovuto essere tigliosi quanto i salci ed i vimini dell’Inghilterra. Risoluto di farne l’esperimento finchè i giorni erano asciutti, mi trasferii nel dì seguente a quella ch’io chiamava mia casa di villeggiatura, ove tagliati alcuni ramuscelli di tali alberi, li trovai perfettamente al mio caso. Laonde nel giorno appresso tornato quivi con un’accetta, ne tagliai una grande quantità che non durai fatica a rinvenire, perchè ve ne avea grande copia. Fattili seccare entro la mia palizzata, li trasportai indi alla mia grotta, ed impiegai la stagione seguente nel fabbricarmi parecchi canestri ad uso sia di trasportare or terra da un luogo all’altro or provvigioni a casa, sia di conservar queste. Non dirò [p. 133]che fossero estremamente eleganti, ma servivano al proposito per cui me gli aveva fatti. D’allora in poi procurai sempre d’averne una scorta, e quando i primi cominciavano ad essere logori, me ne faceva degli altri; principalmente ne fabbricai di ben profondi, perchè mi facessero vece di sacca, entro cui mettere il mio grano quando giugnessi ad averne un abbondante ricolto.

Vinta questa difficoltà, mi diedi a fantasticare se vi fosse via di provvedermi d’altre due cose che mi mancavano. Primieramente io non avea vasi per contenervi i liquidi fuor di due bariletti quasi affatto colmi di rum, d’alcuni fiaschi di vetro di comune grandezza ed altri riquadri per liquori; ma non una sola pentola per bollirvi entro qual si fosse cosa, se si eccettui una grande caldaia ch’io salvai dal vascello naufragato, ma troppo spaziosa per l’uso ch’io mi prefiggea, di farmi cioè il brodo o di cucinarvi entro uno stufato. L’altra cosa che avrei grandemente desiderata si era una pipa da tabacco; ma questa mi era impossibile farmela, benchè finalmente trovassi uno stratagemma per supplire anche a tale bisogno. Tutta la state o sia la stagione asciutta fu da me impiegata nell’innalzare il mio secondo steccato di pali, ed anche nel fabbricarmi canestri, quando una seconda operazione mi porto via più tempo di quanto si potesse immaginare ch’io ne avessi d’avanzo.