Avventure di Robinson Crusoe/24

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Pellegrinaggio nell’isola

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Pellegrinaggio nell’isola
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Pellegrinaggio nell’isola.



Dissi dianzi come fosse grande in me la voglia di vedere tutta quanta l’isola, e come mi fossi trasferito lungo il ruscello fermandomi laddove stabilii la mia casa di villa, donde io aveva un cammino aperto sino al mare dall’altra parte. A questa parte io risolsi ora di trasferirmi. Preso pertanto meco il mio moschetto, un’accetta, il mio cane ed una maggior quantità di polvere e di pallini, provveduta la mia bisaccia di biscotto e d’uva appassita, cominciai il mio pellegrinaggio. Passata la valle ove stava il mio frascato, arrivai a vista del mare a ponente, e essendo una giornata oltre ogni dire serena, scopersi perfettamente una terra: se isola o continente non potei conoscerlo, ma altissima ed estesa in un’assai grande lontananza da ponente al west-sud-west (ponente-libeccio), non meno di quindici a venti leghe secondo le mie congetture.

Io non potea determinare a qual paese del mondo quella terra appartenesse; sol non dubitava che non fosse una parte dell’America e, secondo i raziocini che istituii, vicina ai dominî spagnuoli. Ma poteva anch’essere tutta quanta abitata da selvaggi, e tale che se vi fossi sbarcato, mi sarei veduto a peggior partito che non era adesso. Mi rassegnai quindi con tranquillo animo alle disposizioni della Providenza ch’io cominciava ora a confessare, ravvisando com’ella ordinasse per il meglio tutte le cose. In questa considerazione dunque acchetai la mia mente senza angustiarmi con inutili voti per trovarmi colà.

Oltrechè, ragionando più a mente fredda, pensai che, se quella terra fosse stata una costa spagnuola, certamente avrei veduto, una volta o l’altra, passare o ripassare qualche vascello di quella nazione; se no, essa era senza dubbio quella costa inospite situata fra i [p. 135]possedimenti spagnuoli e il Brasile, i cui abitanti sono la peggior razza di tutti i selvaggi; perchè, cannibali o divoratori d’uomini, certamente non si stanno dall’uccidere e dal mangiare gl’infelici naviganti che cadono nelle loro mani.

Nel far queste considerazioni io procedeva innanzi a piccole giornate, e trovai come questa parte d’isola ov’era allora fosse più dilettevole di lungo a man che quella della mia residenza: campi aperti, o savanne, ricchi di fiori, di praterie e di bellissime piante. Veduta quivi una grande quantità di pappagalli, m’invogliai di prenderne uno per addimesticarlo se mi fosse stato possibile, ed insegnargli a parlarmi. Mi riuscì di fatto, non per altro senza qualche fatica, di farne con un bastone stramazzare un novello, che fui presto a cogliere, e mi portai a casa; ma ci vollero alcuni anni prima che potessi farlo parlare; pur finalmente giunsi a tanto che profferì famigliarmente il mio nome. L’accidente occorsomi al proposito di esso, benchè di lieve conto, non sarà privo di vezzo quando verrà il momento di raccontarlo.

Di questo mio viaggio fui soddisfatto oltre ogni dire. Trovai nelle terre basse e volpi e lepri, almeno così le giudicai; tanto diverse per altro da tutte le solite in cui m’era altrove abbattuto, che, se bene ne uccidessi molte, non seppi risolvermi ad assaggiarne. D’altra parte io non avea bisogno di avventurarmi a prove, perchè non mancava di nutrimento e per vero dire eccellente, soprattutto di capre, colombi e tartarughe. Aggiunti a ciò i miei grappoli d’uva, il mercato di Leadenhall non poteva somministrare una tavola meglio imbandita della mia, avuto massimamente rispetto al numero dei commensali; laonde ancorchè la mia posizione fosse deplorabile anzichè no, io aveva sempre grande motivo di ringraziare la Providenza, perchè lontano dall’esser ridotto ad estrema penuria, nuotava nell’abbondanza, nè mi mancavano nemmeno le delicatezze del vitto.

In tutto questo viaggio il mio cammino non oltrepassava mai le due miglia in una stessa dirittura; ma prendeva tanti giri, or procedendo più innanzi, or tornando addietro per vedere quali scoperte vi fossero a farsi, che arrivava sempre sufficientemente stanco al luogo ove io mi prefiggeva di passare la notte. Durante questa o riposava sopra un albero o mi faceva all’intorno uno steccato di pali piantati in terra; talvolta ancora tra due filari di questi pali alzati [p. 136]tra un albero ed un altro, affinchè qualche fiera non s’accostasse a me senza svegliarmi.

Appena giunto alla spiaggia del mare, dovetti accorgermi con dispiacere e stupore che la parte toccatami finora per abitarvi era la più trista dell’isola. Qui di fatto il lido era coperto d’uno sterminato numero di testuggini, mentre dall’altra banda non era arrivato a trovarne più di tre in un anno e mezzo. Quivi pure trovai un’infinità di uccelli di moltissime specie, alcune vedute dianzi, altre non vedute ancora, tutti ottimi a mangiarsi e di nessuno de’ quali io conosceva i nomi, eccetto i così detti penguini.

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Il lido era coperto d uno sterminato numero di testuggini.....
Quivi pure trovai un’infinità di uccelli di moltissima specie

Avrei potuto prenderne quanti avessi voluto, se non mi fosse stato a cuore il far grande risparmio della mia munizione, e non avessi pensato piuttosto ad uccidere, se mi riusciva, una capra di che cibarmi per più lungo tempo. Ma benchè di tali animali vi fosse quivi abbondanza, e maggiore che dal mio lato d’isola, pure la difficoltà di accostarsi ad essi era anche più grande, perchè essendovi più piano ed uniforme il terreno, mi vedevano più presto ch’io non fossi loro addosso per ammazzarli.

Devo confessare che questa banda di paese era più piacevole della mia; ciò non ostante non mi venne la menoma voglia di traslocarmi. Mi era già stabilito nella mia abitazione, mi vi era affezionato, onde per tutto il tempo che rimasi quivi mi considerai sempre come un uomo in viaggio e fuori di casa propria. Avrò nondimeno camminato lungo la spiaggia per una dozzina credo di miglia, all’ultimo de’ quali conficcato in terra un grande palo che mi servisse di segnale, presi la determinazione di tornarmene a casa, e di pigliare per direzione d’un secondo viaggio la parte orientale dell’altra spiaggia ch’io avrei costeggiato nel mio nuovo giro, finchè fossi arrivato al punto ove lasciai piantalo lo stipite. Di questo parlerò a luogo e tempo.

Per tornare addietro presi una strada diversa, immaginandomi di poter sempre dominate coll’occhio tanta parte dell’isola, chè mentre conseguiva così l’intento di vedere maggior estensione di paese, non avrei mai perduta di vista la direzione della mia abitazione; ma andò errato il mio disegno. Dopo fatte due o tre miglia mi trovai sceso in una valle ampia sì, ma tanto attorniata da colline e queste estremamente boscose, ch’io non aveva altra norma ai miei passi fuor della via percorsa dal sole, e nemmeno questa semprechè non conoscessi la posizione di esso a tal data ora. Per giunta di mia disgrazia [p. 137]accadde che il tempo si fosse buttato nebbiosissimo ne’ tre o quattro giorni da me trascorsi in quella valle, onde, contesami la vista del sole, vagai sconfortato alla ventura, finchè finalmente fui costretto cercar di nuovo la spiaggia e il palo che aveva piantato, e da quel punto ripigliare la stessa via dond’era venuto. Allora me ne tornai a casa a piccolissime giornate, perchè, tanto più che era caldissima la stagione, il mio moschetto, le mie munizioni, l’accetta ed altre cose mi pesavano assai.

Durante il narrato viaggio, il mio cane sorprese una giovine capretta di cui s’impadronì, e ch’io sottrassi viva dalla sua presa. Mi venne tosto l’inspirazione di condurmela parimente viva a casa se mi riusciva, che già da lungo tempo io andava pensando se fosse possibile l’avviarmi una razza di capre domestiche, che tanto sarebbemi venuta all’uopo quando la mia polvere e le mie munizioni fossero finite. Fatto un collare per questa bestiuola ed un guinzaglio di spago ch’io non mancava mai di portar meco, me la tirai dietro, benchè con qualche stento, fino al mio frascato, ove lasciai la chiusa; perchè non vedeva l’ora di essere a casa donde mancava da un mese.