Avventure di Robinson Crusoe/29

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Quinto anno; novelli arnesi, seconda piroga

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Daniel Defoe - Avventure di Robinson Crusoe (1719)
Traduzione dall'inglese di Gaetano Barbieri (1842)
Quinto anno; novelli arnesi, seconda piroga
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Quinto anno; novelli arnesi, seconda piroga.



Io era alla metà dell’indicato lavoro quando terminava il quarto anno della mia dimora in quest’isola, il cui giorno anniversario solennizzai con la stessa divozione e con maggiore conforto d’animo che per lo addietro; poichè col costante intenso studio da me dato alla parola di Dio e con l’aiuto della sua grazia guadagnai cognizioni ben diverse da quelle che aveva in principio. Or guardava nel vero loro aspetto le cose; considerava il mondo come oggetto remoto col quale non aveva affari di sorta alcuna, dal quale io non aveva nulla da aspettare nè per dir vero da desiderare; in una parola, non aveva che fare menomamente con esso, nè m’importava d’averne. Mi parea di guardarlo con quell’occhio, onde forse lo guarderemo tutti nella vita avvenire: come un luogo cioè ove era vissuto, e donde era partito, e poteva ben dire come il padre Abramo al ricco della Scrittura: «Fra me e te è stabilita un’immensa voragine.»

Primieramente io quivi era lontano da tutte le perversità della terra: non quivi le tentazioni della carne, non le seduzioni dell’occhio, non l’orgoglio della vita. Non aveva nulla da desiderare, perchè era in mia proprietà tutto ciò di cui poteva godere; io era padrone di una vasta signoria; e, se così mi piaceva, poteva intitolarmi re o imperatore di tutto il paese ond’era entrato in possesso; qui non aveva rivali, non competitori che mi disputassero la sovranità od il comando. Avrei potuto adunar grano da caricarne intere navi, ma non avrei saputo che farne; quindi mi limitai sempre a coltivare il campicello che credei bastante per supplire ai miei bisogni. Erano a mia disposizione quante testuggini avessi volute; ma d’una sola a quando a quando io poteva cibarmi; aveva quanto legname sarebbe bastato a mettere in mare un’armata navale, e grappoli d’uva quanti [p. 160]ci volevano per far vino e provvedernela. Ma sol le cose delle quali poteva far uso avevano un valore per me: io avea quivi ciò che era sufficiente per nudrirmi e supplire ai miei bisogni; il resto che mi facea? Se avessi ammazzati più animali di quanti occorrevano alla mia cucina, il cane o i vermi ne avrebbero mangiate le carni; se avessi seminato più grano di quanto ne bisognava al mio pane, sarebbe andato a male. Perchè abbattere alberi che sarebbero marciti sul terreno? io non poteva far uso di essi se non pel mio combustibile, e di questo ancora non aveva bisogno se non per cucinare le mie vivande.

In una parola, la natura e una ben misurata esperienza delle cose mi avevano insegnato, che tutti i beni di questo mondo non sono beni se non in quanto possiamo farne uso noi o goderne nel procurarne l’uso ai nostri simili. Il più ingordo ladro del mondo si sarebbe da vero corretto da questo brutto vizio se si fosse trovato nel caso mio, perchè le cose di cui mi vedeva possessore erano infinitamente più di quelle ond’io sapessi che farmi. Io non poteva desiderar altro fuorchè le cose che non aveva, e queste in comparazione erano minuzie, benchè veramente m’avrebbero giovato assai. Io teneva, come ho già indicato dianzi, una partitella di monete: tra oro e argento circa trentasei lire sterline. Oh Dio! che robaccia schifosa, malinconica, inutile era questa per me. Spesse volte ho pensato tra me medesimo, che avrei dato un pugno di esse per alcune pipe di tabacco o per un mulino a mano da macinare il mio grano; anzi le avrei date tutte per sei soldi di semenza di carote o rape mandatemi dall’Inghilterra, o per un pugneletto di piselli e fave o per un fiaschetto d’inchiostro. Stando le cose come stavano, io non ritraeva il menomo vantaggio o benefizio da quelle monete; giacevano in un cassetto muffate dall’umido della mia grotta nelle stagioni piovose; e se avessi avuto quel cassetto pieno di diamanti, sarebbe stato lo stesso: non avrei saputo come servirmene in nessuna maniera.

Io aveva or condotta la mia condizione di vita ad uno stato ben più piacevole di sua natura che nol fosse da prima, e più confacevole così al mio spirito come al mio corpo. Spesse volte sedendomi per prender cibo io ringraziava e ammirava la mano della divina provvidenza, che m’imbandiva così la mia mensa in mezzo al deserto; io andava imparando a considerare il lato lucido della mia condizione e più rare volte lo scuro; a contemplare più spesso le cose delle [p. 161]quali godeva che l’altre di cui mancava; donde mi derivavano frequentemente segreti conforti che non valgo ad esprimere, e che rammento in questo luogo soltanto affinchè se lo intendano quelle persone di mal umore che non sanno goder bene di quanto Dio ha dato loro, perchè ne appetiscono ingordamente altre che non hanno da Dio ricevute. A mio avviso tutti i nostri sconforti per le cose di cui manchiamo, scaturiscono dalla nostra ingratitudine per quelle che abbiamo.

Un’altra considerazione mi riusciva utilissima, e senza dubbio tale sarebbe a chiunque cadesse in tali miserie quali furono le mie; ed era questa: il paragonare la mia condizione presente con quella ch’io credea su le prime dovesse essere, e anzi sarebbe sicuramente stata tristissima, se la provvidenza del buon Dio non avesse prodigiosamente disposto che il vascello naufragato s’avvicinasse alla spiaggia, ove non solamente potei raggiugnerlo, ma ritrarne in oltre quanto ne ottenni per mio ristoro, e senza di cui mi sarebbero mancati e stromenti per lavorare e armi per difendermi e polvere e pallini per procacciarmi il mio nutrimento.

Io impiegava le intere ore, posso dire gl’interi giorni, dipingendo co’ più energici colori a me stesso, come mi sarebbero andate le cose se non avessi raccolto nulla dal vascello naufragato. Io non mi avrei procacciato alcun cibo fuorchè di pesce e di testuggini, e rispetto a queste, avendo indugiato lungamente prima di trovarle, avrei avuto tutto il tempo di morire di fame; chè se anche fossi vissuto a guisa d’un mero selvaggio, se con qualche stratagemma fossi giunto ad uccidere un quadrupede o un volatile, io non aveva mezzo di scorticarlo o d’aprirlo, di separarne la carne dalle budella; sarei stato costretto a rosecchiarlo coi miei denti o a squarciarlo con le mie unghie a guisa di una fiera.

Queste riflessioni mi fecero grandemente sentire la bontà della Provvidenza, e ringraziarla di avermi posto in questo stato ad onta ancora delle calamità ed amarezze che lo accompagnavano; e questa riflessione io raccomando pure a coloro che nel momento del disastro sono sì facili a dire: Havvi afflizione simile alla mia? Pensino essi in qual più tristo caso si trovino alcuni altri; tristo caso che poteva essere il loro se la Provvidenza avesse voluto così.

Un’altra considerazione ancora veniva a confortare di speranze la mente mia, e dipendea dal paragonare il mio stato presente con [p. 162]quello che aveva meritato e che doveva quindi aspettarmi dalla mano della Provvidenza. Io aveva condotta un’orribile vita affatto priva d’ogni pensiere, d’ogni timore di Dio. Certo m’aveano fornito di buone istruzioni mio padre e mia madre; chè non mancarono entrambi, per quanto fu in essi, d’infondermi di buon’ora nell’animo e un religioso rispetto verso il Signore, e un conoscimento de’ miei doveri, e quanto chiedevano da me la natura e il fine per cui era stato creato. Ma, oimè! caduto per tempo nella vita del marinaio, che è di tutte le vite la più irreligiosa, ancorchè i divini castighi le siano sempre a tutte l’ore presenti; caduto, dissi, di buon’ora nella vita del marinaio e in compagnia di marinai, quanto di principî religiosi rimaneva in me fu cancellato dai motteggi de’ miei compagni, dall’indurirmi nel disprezzare i pericoli, dalla presenza della morte che mi divenne abituale, dalla lunga lontananza d’ogni opportunità di conversare con chi non fosse traviato al pari di me o di udire alcuna cosa che fosse buona o al bene intendesse.

Io andai privo per sì lungo tempo d’ogni buon principio, d’ogni menomo sentimento di quanto io era o di quanto sarei per essere; che non dissi mai o pensai una volta a dire: Dio, vi ringrazio! in mezzo alle più grandi prove della sua misericordia: tali si furono la mia liberazione da Salè, il ricovero trovato nel vascello del capitano portoghese, il mio fortunato collocamento nel Brasile, la riscossione fatta dall’Inghilterra; parimente nelle maggiori angosce non mi venne mai in pensiere di volgermi a lui o di dire soltanto: Dio, abbiate misericordia di me! in somma di nominare il suo santo nome, se non era per mescolarlo con giuramenti e bestemmie.

Tremende meditazioni che, come già ho osservato, si riguardavano la protervia e perversità della mia vita trascorsa, travagliarono la mia mente per parecchi mesi; e quando voltandomi addietro col pensiere enumerava i singolari tratti di Provvidenza che mi protessero sin dal mio arrivo in questo luogo, quando considerava come Dio non solo mi avesse punito meno di quanto le mie iniquità meritavano, ma mi avesse con tanta larghezza soccorso, ciò mi dava grande speranza che il mio pentimento sarebbe accetto, e che il tesoro della misericordia divina non fosse ancora esausto per me.

Con queste considerazioni condussi la mia mente non solo a rassegnarmi al volere di Dio che avea così disposte le condizioni in cui mi trovava, ma a ringraziarlo sinceramente perchè appunto mi vi [p. 163]trovava; a vedere com’io, rimasto tuttavia vivo, non avessi di che lamentarmi, ove pensassi che non aveva ricevuto un castigo abbastanza proporzionato alle mie colpe; com’io colmato di tante beneficenze che non avrei mai potuto aspettarmi in questo soggiorno, dovessi non dolermi mai del mio stato, ma goderne e ringraziare Dio continuamente per quel pane giornaliero che solamente una serie, un prodigioso cumulo di meraviglie poteano procurarmi; come io dovessi considerarmi nudrito per miracolo simile a quello che mandò il cibo ad Elia per mezzo dei corvi, anzi per una lunga serie di miracoli; com’io non potessi immaginarmi in questa disabitata parte del mondo un luogo ove potessi essere gettato con mio maggiore vantaggio; un luogo ove se io non aveva società, che era un dolore da una banda per me, nemmeno temea d’incontrare affamati lupi o furiose tigri o altre fiere che minacciassero la mia vita; non animali velenosi di cui potessi cibarmi con mio pregiudizio; non selvaggi che mi trucidassero o divorassero. In una parola, se la mia vita era vita di penitenza per un lato, era di misericordia per l’altro; nè per rendermela una vita di consolazione mancavami altro, che riconoscere la bontà usatami dal Signore e la sollecitudine ch’egli degnava prendersi di me in questo stato. Fattomi un buon nutrimento di tali meditazioni, io mi partiva da esse ch’io non era più malinconico.

Intanto io avea soggiornato quivi sì lungo tempo, che molte delle cose di cui mi provvide il vascello naufragato, erano o affatto consumate, o molto danneggiate, o vicinissime a finire.

Il mio inchiostro, come notai, volgeva al suo fine da qualche tempo, e me ne rimaneva solo pochissimo che andava allungando a poco a poco con acqua, divenuto indi sì smorto, che lasciava appena una apparenza di nero sopra la carta. Finchè mi durò, me ne valsi a registrare i giorni del mese in cui mi accadeva alcun che di notabile; e nel fare il computo de’ tempi andati potei scorgere una singolare connessione tra i giorni di ciascun anno e i vari avvenimenti occorsimi, su la quale particolarità del mio registro, se fossi stato superstiziosamente inclinato a distinguere i giorni fausti dai giorni infausti, avrei avuto ragione di fermarmi con una grande dose di curiosità.

Primieramente osservai che quel giorno in cui, abbandonati i miei genitori e congiunti, fuggii da Hull per imbarcarmi, fu un anno [p. 164]dopo lo stesso giorno nel quale fui preso e fatto schiavo dal corsaro di Salè; lo stesso giorno dell’anno nel quale mi sottrassi al naufragio su le acque di Yarmouth, fu lo stesso d’un anno seguente quando fuggii da Salè entro una scialuppa; il giorno della mia nascita, il 30 settembre, fu pur quello in cui ebbi salva tanto miracolosamente la vita, ventisei anni dopo quando la burrasca gettommi su questa spiaggia; onde la mia vita perversa e la mia vita solitaria cominciarono entrambe in una stessa data di mese.

La seconda cosa mancatami dopo l’inchiostro fu il mio pane: intendo il biscotto tratto fuori dal vascello; e certo ne aveva fatto il massimo risparmio essendomi contentato di mangiarne un pezzo al giorno per oltre ad un anno; pure ne rimasi affatto senza, quasi un anno prima ch’io ne cogliessi di quello di mia propria rendita dal mio campo; ed aveva bene di che ringraziar Dio se ne aveva di qualche sorta, perchè questo secondo mi venne, come già notai, quasi per un miracolo.

Anche i miei panni cominciavano assai bene a logorarsi. Quanto a panni lini, io non ne avea da lungo tempo, eccetto alcune camice tessute a scacchi ch’io trovai nette casse degli altri marinai, e ch’io conservai con grande cura, perchè per molto tempo dell’anno io non poteva portare altri vestiti che una camicia; onde fu una gran provvidenza per me l’averne trovate tre dozzine in circa fra i panni ereditati dal naufragio. Ereditai veramente ancora parecchie casacche di marinai, ma queste erano troppo pesanti a portarsi. E qui notate che se bene il caldo del clima sia si violento che non v’è bisogno di panni d’alcuna sorta, pure non potei andar nudo del tutto quand’anche tal fosse stata la mia inclinazione, che non era, perchè non ho mai saputo adattarmi nemmeno all’idea di ciò, benchè fossi affatto solo. La ragione poi per cui non poteva, si era la molestia recatami dal sole, maggiore se era ignudo che quando un qualche panno mi ricopriva; anzi il gran caldo mi producea sovente bollicine nella pelle; con una camicia l’aria stessa producea qualche moto, e facendo sventolare un tal vestimento,la camicia mi rinfrescava meglio che se non l’avessi avuta. Così pure non potei avvezzarmi ad andare col capo scoperto sotto alla sferza del sole: essa è sì terribile in questi luoghi che, se io non era riparato da un cappello o da un berrettone, mi produceva in un subito l’emicrania, dalla quale per altro era libero appena mi ricopriva.

[p. 165]Dietro queste considerazioni cominciai a pensare al bisogno di dar qualche ordine ai miei cenci, ch’io chiamava vestiti. Aveva già logorati tutti i miei giustacuori, e mi affaccendava ora a provare se potessi cavare fuori alcuni saioni dalle casacche da marinaio e da altri materiali che aveva; così divenni un sarto o piuttosto un rattoppatore di stracci, chè da vero avrebbe fatto pietà il vedermi in questo mestiere. Pure m’ingegnai di fare due o tre saioni nuovi, che sperai mi durassero un bel pezzo. Quanto a brache le mie esperienze furono da vero assai triste.

Dissi già ch’io era solito conservare le pelli de’ quadrupedi da me uccisi; io le attaccava stese sopra pali affinchè si seccassero al sole, per la quale operazione alcune divenivano sì dure che poteano ben servire a poco; ma altre ne trovai di grand’uso. La prima cosa che ne feci, si fu un gran berrettone col pelo volto all’infuori, onde non [p. 166]vi si fermasse la pioggia. Dopo ciò mi feci un corredo di vestiti tutti di pelle, vale a dire una casacca ed un paio di brache aperte al ginocchio, perchè bisognava mi riparassero piuttosto dal caldo che dal fresco. È mio obbligo il confessare che questi vestiti erano empiamente fatti, perchè se era un cattivo falegname, era anche un sarto peggiore. Pure quali gli aveva fatti, mi giovarono assai, e se veniva a piovere quando andava attorno, il pelo della mia casacca e del mio berrettone, ricevendo esso l’acqua, facea ch’io me ne tornassi a casa perfettamente asciutto.

Impiegai ancora molto tempo per provvedermi tal cosa di cui sentiva un forte bisogno, e che da lungo tempo io divisava farmi con le mie mani: un ombrello. Io avea già veduto fabbricare di questi arnesi al Brasile, ove sono d’un massimo uso per gli eccessivi calori che sono colà; nè da vero m’accorgeva che fossero niente minori, anzi più gagliardi erano in questa spiaggia più prossima all’equatore; oltrechè, essendo io obbligato ad essere spesso in giro, m’avrebbe giovato molto per ripararmi così dal caldo come dalle piogge. Non saprei dire quanti disturbi mi diede un tale lavoro, e quanto tempo ci volle prima di arrivare a far qualche cosa che avesse garbo d’ombrello; v’è di peggio: allorchè immaginai d’avere finalmente colto nel segno, mi convenne guastarne due o tre perchè non andavano mai a mio modo. Quando Dio volle, me ne venne fatto uno che alcun poco mi si conveniva; la maggiore difficoltà ch’io trovassi stava nel farlo tale da poterlo chiudere. Fino a tenerlo disteso ci arrivava, ma se non poteva e spiegarlo e chiuderlo, non mi serviva più ed io voleva che mi servisse. In somma giunto, come ho detto, a farmene uno sufficientemente buono al mio scopo, lo copersi di pelle col pelo all’infuori; per tal modo parava da me l’acqua a guisa d’una grondaia, e mi difendeva sì efficacemente dal sole che poteva nella stagione più calda camminare attorno con maggior conforto di quanto avessi fatto dianzi nella più fresca. Se non aveva bisogno del mio arnese, me lo poneva, chiudendolo, sotto il braccio.

Così io conduceva assai piacevolmente la vita, avendo assuefatto perfettamente il mio animo a rassegnarmi ai voleri della divina provvidenza, nelle braccia della quale io mi era posto interamente. Ciò mi rendeva il vivere migliore che se fossi stato in società; perchè ogni qualvolta mi sentiva tentato ad augurarmela, chiedeva a me stesso se il conversare co’ miei propri pensieri e, come spero d’aver [p. 167]potuto dirlo, col medesimo Dio mediante la preghiera, se questo conversare non valesse meglio dei massimi diletti del consorzio sociale.

Oltre alle narrate cose, non potrei ricordarne altra che una straordinaria avvenutami durante questi cinque anni di mio soggiorno nell’isola. Lo stesso fu sempre il mio tenore di vita, gli stessi come dianzi i luoghi da me abitati o visitati; gli stessi i miei principali lavori di ciascun anno: la piantagione del mio orzo e del mio riso, la coltivazione delle mie uve, de’ quali ricolti io mi tenni in misura per averne sempre la mia provvigione anticipata da un anno all’altro; le stesse mie giornaliere gite alla caccia, non potrei, dissi, citare altre cose straordinarie se, dopo la prima inutile prova, non mi avesse continuamente tenuto in faccende il desiderio di fabbricarmi una piroga che mi potesse servire; intento che finalmente ottenni, come pur l’altro di scavare un canale largo sei piedi, profondo quattro che condusse la nuova navicella in mare per traverso a circa un mezzo miglio. Chè quanto all’altra piroga, smisuratamente enorme quale io l’avea fabbricata senza badarvi meglio, come avrei dovuto fare, anche ammessa la possibilità di vararla; quanto all’altra piroga, non essendo io mai stato in grado nè di condurla nell’acqua, nè di condurre l’acqua contr’essa, fui costretto a lasciarla dov’era, a guisa d’una memoria che m’insegnasse ad essere più saggio una seconda volta; e la seconda volta di fatto, ancorchè non mi riuscisse trovare l’albero adatto al mio disegno, nè una posizione men lontana di mezzo miglio, come ho detto, dall’acqua, pure vedendo che il lavoro era fino ad un certo grado possibile, non ne abbandonai mai affatto il pensiere; e benchè fossero circa due anni dacchè io m’affaticava ad uno stesso proposito, non mi dolsi mai della mia fatica con la speranza di aver finalmente un naviglio per mettermi in mare.