Avventure di Robinson Crusoe/33

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Timore di selvaggi sbarcati nell’isola

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Daniel Defoe - Avventure di Robinson Crusoe (1719)
Traduzione dall'inglese di Gaetano Barbieri (1842)
Timore di selvaggi sbarcati nell’isola
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Timore di selvaggi sbarcati nell’isola.



Permettetemi il farvi osservare che ora io aveva, come posso chiamarle, due abitazioni nell’isola. Una, la mia piccola fortificazione o tenda con la sua palizzata all’intorno, protetta dal monte, con una grotta scavata nel monte stesso, la quale in questo intervallo io aveva ampliata di separati spartimenti o più piccole grotte comunicanti l’una con l’altra. Una di queste, la più asciutta e vasta che aveva una porta al di là della palizzata, cioè oltre al sito ove la palizzata stessa si univa col monte, era tutta piena di lavori di terra cotta, dei quali ho già dato conto, e di quattordici o quindici grandi canestri della capacità di cinque o sei moggia ciascuno, entro cui teneva le mie provvigioni, specialmente il mio grano, parte in spighe tagliale dallo stelo, parte sgranato con le mie mani.

Quanto alla mia palizzata fatta, come sapete, di lunghi stecconi o pali, questi erano tutti cresciuti a guisa d’alberi, e venuti a tanta grossezza ed estensione di frasche, che non v’era a qual si fosse occhio veggente la menoma apparenza di abitazione dopo di essi.

Presso a questa mia casa, ma un po’ più in dentro nell’isola e su terra più bassa, giacevano i miei due campi ch’io manteneva debitamente coltivali e seminati, e che debitamente mi produceano buoni ricolti alla loro stagione. Pel caso poi ch’io volessi seminare maggior quantità di grano aveva ancora un altro pezzo di terra annesso ai campi indicati.

Inoltre era la mia casa di campagna divenuta anch’essa una ragionevole abitazione; perchè primieramente il mio piccolo frascato, chè io lo chiamava così, lo teneva sempre in buon ordine, vale a dire [p. 187]circondato d’una siepe rimondata, serbata costantemente alla sua solita altezza e provveduta sempre internamente della sua scala. Così pure gli alberi all’intorno, che su le prime erano meri stecconi, li vedeva ora cresciuti a notabile grandezza e saldezza; io li potava opportunamente affinchè venissero forti e rigogliosi, ed estendendosi spargessero sempre, come la spargeano di fatto, un’aggradevole ombra. In mezzo a questo frascato io avea la mia tenda stabile: un pezzo di vela stesa sopra pali innalzati ivi a tal uopo, ed ai quali io non lasciava mai mancare riparazioni o rinnovellamenti. Sotto di essa io m’avea fatto il mio letto con pelli di quadrupedi uccisi o d’altre soffici cose; su questo una coltre assai decente per un uomo di mare, da me sottratta al naufragio, ed una grande casacca per coprirmi; quivi era, quando io aveva occasione d’allontanarmi dalla mia stanza principale, la mia casa di villeggiatura. Aggiungansi a tutto ciò i parchi chiusi pe’ miei armenti, vale a dire per le mie capre; parchi ch’io avea muniti e difesi con un incredibile dispendio di fatiche. Perchè tanta fu la mia cura di conservarne fitta la siepe di cinta, perchè i miei armenti non ne saltassero fuori, ch’io l’avea resa più folta col piantar sottili pali nuovi tra i primi, e vicinissimi l’uno all’altro; sarebbesi detta una palizzata anzichè una siepe, ed a fatica avreste potuto introdurre una mano fra le commessure di essa; in somma quando questi nuovi pali furono cresciuti, il che avvenne nella seguente stagione delle piogge, questa siepe era forte al pari e da vero più di una muraglia.

Ciò varrà a provare che non rimasi in ozio, e che non perdonai a travagli per procurarmi quanto sembrommi necessario a trascorrere quivi men disagiata la mia vita. Nè certo aveva torto nel riguardare nella razza d’animali domestici, così allevatami a mia disposizione, un vivaio perenne di carne, latte, burro e cacio, che non mi sarebbe più mancato per tutto il tempo del mio soggiorno in quel luogo, quand’anche avessi dovuto rimanerci altri quarant’anni. Così pure non mi ingannai nel credere che l’aver sempre questi animali al mio comando dipendeva affatto dal perfezionamento dello steccato, entro cui venivano custoditi e tenuti raccolti insieme. A tal perfezionamento arrivai sì bene, che quando i nuovi pali furono divenuti grossi, fui costretto a diminuire la spessezza della mia siepe schiantandone alcuni.

Quivi avea in oltre le mie vigne che mi assicuravano principalmente la mia provvigione d’uva appassita pel verno, alla cui preparazione mai [p. 188]non mancai d’impiegare le mie sollecitudini come alla migliore e più gradevole vivanda di lusso del giornaliero mio vitto, perchè la trovava medicinale e salubre, nutritiva e rinfrescante al massimo grado.

Poichè questa mia casa di villeggiatura era situata tra l’abitazione principale e la parte di spiaggia ove avea lasciato all’âncora il mio piccolo vascello, io soleva farla luogo di mia stazione nelle gite che imprendeva frequentemente per visitarlo. Di fatto ebbi la massima cura di tenere in ottimo ordine e questo mio naviglio e tutto quanto gli apparteneva. Talvolta ancora mi diportai dentro esso, ma non mai rischiandomi a lunghi viaggi, anzi rimanendo poco più di un tiro di pietra lontano dalla costa, tanta era in me la paura che o correnti o colpi di vento o altri casi tornassero a mettermi nel pericolo di [p. 189]perdere di vista la terra. Ma fu questo il tempo in cui mi si offerse una scena del tutto nuova nella mia vita.

Accadde un giorno sol meriggio, che mentre io andava a visitare la mia piroga, fui oltre ogni credere sorpreso dalla veduta impronta d’un ignudo piede umano, manifestamente stampato sopra la sabbia.

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Fui oltre ogni credere sorpreso dalla veduta impronta d’un ignudo piede umano.

Rimasi stupefatto come ad un improvviso scrosciare di folgore, o come alla vista di una soprannaturale apparizione. Mi posi in ascolto, guardai dintorno a me, ma non potei udire nulla nè veder cosa alcuna; salii sopra una eminenza per osservare più da lontano; tornai a trasferirmi alla spiaggia, tornai nell’interno, ma fu lo stesso: non potei vedere altra impronta fuor quella che avea veduta dianzi. Venni di nuovo sul medesimo luogo per assicurarmi se ve ne fossero altre, o se anche fosse stato qualche inganno della mia fantasia; ma inganno non ci poteva essere, perchè tornai a vedere fuor d’ogni equivoco l’impronta delle dita, del calcagno, in somma di ciascuna parte d’un piede: come ci fosse venuta, nè lo seppi allora nè potei menomamente immaginarlo. Dopo mille incerti pensieri, affatto confuso e divenuto come un uomo fuor di sè stesso, me ne tornai alla mia abitazione principale non sentendo, come si suol dire, la terra su cui camminava ed indicibilmente atterrito; guardandomi dietro ad ogni due o tre passi, persuaso veder uomini in ogni macchia, fra ciascun albero, credendo voce d’uomini ogni strepito che udiva in distanza. Non è possibile il descrivere sotto quali svariate forme la mia spaventata fantasia mi rappresentasse gli oggetti, quante orride immagini si dipingessero ad ogni istante nella mia mente, quante stravaganti inenarrabili congetture formasse per conseguenza il mio atterrito pensiere.

Quando fui alla fortezza (chè credo d’allora in poi aver chiamata sempre così la mia prima casa), ci saltai dentro a guisa di uomo inseguito; se ci fossi entrato giovandomi della scala che mi era fatta prima, o se per l’apertura da me fatta nel monte a cui dava il nome di porta, non posso ricordarmelo, e nemmeno potei ricordarmene nella mattina che seguitò; perchè non mai lepre spaventato fuggì al suo covo, o volpe cacciata si rintanò sotterra con maggior paura di quella che m’accompagnò al mio ricovero.

Non chiusi occhio in tutta la notte; più lontano era dalla scena del mio spavento, maggiori in me si faceano le paure dell’istante. Ciò parrebbe alquanto in contraddizione con la nature delle cose, e [p. 190]specialmente con quanto vediamo succedere nelle creature spaventate; ma io era posto in tal confusione dalle orride idee concepite sul caso occorsomi che non sapeva formarmi se non congetture spaventose, ancorchè fossi lontano dal luogo della scena. Talvolta io fantasticava che potesse essere stato il demonio, nè la mia ragione mancava di venirmi in aiuto per tale ipotesi; perchè qual altra cosa poteva essersi condotta in forma umana colà? Ov’era il naviglio che avesse potuto condurla? Che impronte si trovavano ivi d’altri piedi? Poi come era possibile che un uomo ci fosse venuto? Dall’altra parte, come pensare che il demonio avesse presa forma umana per andare in tal luogo col solo fine di lasciar l’orma del suo piede dietro di sè, e ciò anche senza nessun proposito, giacchè non poteva esser sicuro che questa impronta io la vedessi; sarebbe stato un divertimento stravagante da vero. Il demonio in fine, anche a questo io pensai, aveva ai suoi comandi una infinità d’altri mezzi per farmi paura senza questo della semplice impronta d’un de’ suoi piedi. Oltrechè, risedendo io d’ordinario nell’altro lato dell’isola, non sarebbe mai stato gonzo al segno di lasciare una sua impronta laddove c’era da scommettere diecimila contr’uno che non l’avrei veduta: poi anche nella sabbia, ove il primo sorgere di marea, il più lieve soffio di vento la poteano cancellare affatto; tutto ciò pareva che non si convenisse con l’ordine delle cose e con le nozioni che ci abbiamo formate intorno all’astuzia del diavolo.

Mi accorsero in copia altre considerazioni simili a queste ed atte a liberarmi affatto dalla paura che in ciò avesse parte il demonio. Dovetti quindi prestamente conchiuderne che la cosa dovesse attribuirsi a qualche creatura anche più pericolosa: vale a dire, bisognava credere che alcuni selvaggi abitanti del continente postomi di rimpetto, tratti fuor di via nelle loro piroghe, o pure spinti da correnti e venti contrari, avessero approdato nell’isola; indi si fossero imbarcati di nuovo, avendo forse a schifo il soggiorno di questo deserto, come da vero lo avrei avuto io se fossi stato ne’ loro panni.

Mentre pensava a ciò m’andava rallegrando fra me e me su la mia fortuna di non esser mi trovato in que’ dintorni al momento del loro sbarco, o del non aver essi veduta la mia piroga donde avrebbero preso indizio che qualcheduno abitava in quest’isola e sarebbero forse venuti a cercarmi. Ma ben tosto quali terribili idee straziarono la mia immaginazione quando pensai che potevano benissimo aver [p. 191]veduta la mia piroga, e conosciuto quindi che l’isola era abitata; nel qual caso io potea certo da un momento all’altro aspettarmeli qui in maggior numero per divorarmi; e quand’anche fosse avvenuto che non mi trovassero, avrebbero distrutti i miei campi, avrebbero recato seco le mie capre domestiche, ed io sarei rimasto qui a morire di fame.

Così la mia paura sbandì da me ogni religiosa speranza, ogni primiera fiducia riposta in Dio, ancorchè, per vero dire, fondata sopra esperienze maravigliose, e sì io ne aveva avute dalla sua bontà. Quasi come se quella mano che mi avea miracolosamente nudrito sin qui non avesse potuto salvare quelle provvigioni che la sua misericordia aveva apparecchiate per me, io dava dell’infingardo a me stesso per non avere seminato nello scorso anno più grano di quanto potesse bastarmi al ricolto di una seguente stagione, per non avere computato la possibilità di un caso che m’impedisse di tirare in granaio la messe tuttavia in erba. Tal rimprovero io credetti d’avermelo fatto sì giustamente, che decisi prepararmi per l’avvenire un ricolto per due o tre anni: così, che che avvenisse, non sarei almeno perito per mancanza di pane.

Quale strano scacchiere della Provvidenza è la vita dell’uomo! o da quali svariate secrete molle vengono tratti qua e là i nostri desideri a seconda delle condizioni presenti! Oggi amiamo quello che odieremo domani; oggi cerchiamo quello che eviteremo domani; oggi bramiamo quello che domani ci farà paura, anzi ci farà tremare alla sola idea della sua possibilità. Io ne fui in questa congiuntura il più visibile esempio, perchè io che non aveva altro rammarico fuorchè quello di credermi per sempre sbandito dalla società, dell’essere solo, confinato dall’immensità dell’Oceano ed escluso da ogni consorzio col genere umano, condannato a quella ch’io chiamava vita morta; io che mi riguardava com’uomo che il Cielo non reputasse degno di essere annoverato fra i viventi o di mostrarsi in mezzo all’altre sue creature; io che, se avessi potuto vedere un solo individuo della mia specie, mi sarei creduto rinato da morte a vita, e avrei ravvisato in ciò, dopo il salvamento dell’anima mia, la maggior benedizione che potesse essermi da Dio compartita: io, dissi, tremava ora al solo timore di vedere un uomo; sarei stato in procinto di sprofondarmi sotterra dalla paura alla sola ombra d’un uomo, alla sola apparenza di un piede umano che avesse calcata la sabbia di quest’isola.

[p. 192]Tale è la via ineguale dell’umana vita: la qual verità mi fu argomento a parecchie singolari meditazioni in appresso, poichè mi sentii alquanto rinvenuto dalla mia prima sorpresa. Tornato dunque meglio in me stesso, pensai essere questo lo stato di vita che l’infinita saggezza e provvidenza di Dio aveva prescritto per me; non poter io, come non mi era dato il prevedere i fini che tal saggezza di Dio aveva avuti in tutto quanto mi era occorso, nemmeno disputarne l’indubitabil diritto compartitogli dalla sua qualità di creatore; il diritto di governarmi qual sua creatura e far di me ciò che gli fosse del tutto piaciuto; nè l’altro diritto, poichè era tal sua creatura che lo aveva offeso, di condannarmi a tal pena quale la sua sovrana giustizia avesse giudicata più convenevole; essere per conseguenza mio debito il sottomettermi rassegnato agli effetti dell’ira sua, da che io fovea concitata peccando contro di lui. Indi pensai che come Dio, non solamente giusto, ma onnipotente, avea trovato opportuno il punirmi e l’affliggermi, poteva ugualmente liberarmi; che, se ciò non era ne’ suoi alti decreti, diveniva mio indispensabile obbligo il rassegnarmi risolutamente ed interamente ai suoi santi voleri; e che d’altra parte aveva anche l’obbligo di sperare in lui, di pregarlo e di starmene tranquillamente ad aspettare i decreti e le disposizioni della giornaliera sua provvidenza.

Tali pensieri mi tennero per molte ore e giornate, anzi posso dire per settimane e mesi; nè in questa opportunità tacerò fin d’ora qual sia stato una volta l’effetto di queste mie meditazioni. Una mattina di buon’ora, giacendo sul mio letto e ingombra sempre la mente mia dell’idea de’ pericoli onde era minacciato, se si avveravano i miei timori concepiti intorno ai selvaggi, l’animo mio si trovava in uno stato di massimo avvilimento, allorchè mi tornarono alla memoria quelle parole della santa Scrittura: Chiamami nel giorno dell’angoscia, ed io ti aiuterò e mi glorificherai. Dopo di che, alzatomi dal letto, con animo più contento, non solamente sentii il mio cuore più lieto, ma vi scese tale inspirazione e forza, che mi trasse a pregare fervorosamente per la mia liberazione il Signore. Terminata la mia preghiera, presa fra le mani ed aperta la Bibbia per leggerla, le prime parole che mi si offersero furono queste: Confidati nel Signore Iddio, e sta di buon animo; egli darà forza al tuo cuore; confidati dico, nel Signore Iddio! Egli è impossibile l’esprimere il conforto che me ne derivò. Risposi con un ringraziamento alla parola del Signore; [p. 193]rispettosamente riposi il sacro libro; non fui più malinconico, almeno intorno a ciò.

In mezzo a questi pensieri, timori e considerazioni mi venne un dì nella mente che tutto ciò non fosse stato nulla più di una chimera che mi avessi fabbricata da me medesimo, e che la impronta veduta poteva essere stata fatta dal mio piede, quando dalla mia piroga tornai su la spiaggia. Tale idea mi confortò alquanto, e cominciai a persuadermi che il tutto fosse stato una mera illusione, nè aver colà camminato altro piede dal mio in fuori. Perchè non poteva io nel venire dalla piroga avere tenuto lo stesso sentiere che tenni in appresso per andarvi? Pensava poi anche ch’io non poteva dir con certezza quale strada avessi battuta, e quale non battuta, e che se in fin de’ conti, l’orma che mi avea spaventato era quella del mio stesso piede, io facea la figura di que’ matti che si provano a fabbricare storie di spettri e di apparizioni, poi finiscono avendone paura eglino stessi più di tutti gli altri.

Ciò fece ch’io cominciassi a prendere un po’ di coraggio e a trarmi fuori alcun poco, perchè io non m’era mosso dalla mia fortezza per tre continui giorni e notti, al segno di rimanere quasi affamato per mancanza di provvigioni. Io aveva poco o nulla in casa, salvo alcune focacce d’orzo e un po’ d’acqua. Pensai allora che le mie capre aveano bisogno di essere munte, ciò che soleva essere il mio divertimento della sera, e che per essere stata trascurata in questi giorni metteva in grande scompiglio e travaglio quelle povere creature; in fatti alcune di esse rimasero o in tutto o quasi del tutto prive di latte. Francheggiato quindi dalla persuasione nata in me che l’impronta veduta fosse state quella del mio piede soltanto, e d’aver proprio avuto paura della mia ombra, cominciai ad andare attorno, e tornai alla casa di villeggiatura per mungere le mie capre. Ma chi m’avesse veduto con che paura vi andai, quante volte mi voltai per guardarmi dietro, come io facea presto a quando a quando a metter giù il mio canestro per essere più spedito ad una fuga; chi mi avesse veduto così, avrebbe pensato che feroci rimorsi di coscienza mi travagliassero, o che fossi fresco d’un’orribile paura, e allora si sarebbe appigliato al vero.

Nondimeno poichè fui andato laggiù due o tre giorni senza mai veder nulla, principiai ad esser più franco e a pensar veramente che il tutto fosse stato lavoro della mia immaginazione. Pure per rimanere [p. 194]pienamente convinto sentiva che mi bisognava tornare di nuovo alla spiaggia, e rivedere l’impronta di quel piede, e misurarla col mio, ed accertarmi che vi fosse tal similitudine o combaciamento, da dedurne che propriamente quel vestigio era stato lasciato da me. Ma primieramente nel recarmi al luogo di questo mio nuovo esperimento potetti da altre osservazioni comprendere, che nel venir via dalla mia piroga io non poteva affatto essere passato per quel punto di spiaggia o in quella vicinanza; in secondo luogo, quando mi feci a misurare quell’impronta col mio piede, trovai questo men largo d’assai dell’impronta medesima. Entrambe le narrate particolarità m’ingombrarono la mente di nuove paure, e diedero tal forte scossa alle mie fibre, che [p. 195]sentii per tutto il corpo il freddo e i brividi della febbre; onde me ne tornai a casa col pieno fatale convincimento che un uomo o più uomini fossero sbarcati su quella spiaggia, o ancora che l’isola li contenesse tuttavia, e che mi potessero sorprendere alla sprovveduta: a qual partito appigliarmi per la mia sicurezza, io non lo sapea.