Avventure di Robinson Crusoe/34

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Mezzi di difesa e cautele di previdenza

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Daniel Defoe - Avventure di Robinson Crusoe (1719)
Traduzione dall'inglese di Gaetano Barbieri (1842)
Mezzi di difesa e cautele di previdenza
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Mezzi di difesa e cautele di previdenza.



Oh quali ridicoli propositi fanno gli uomini nell’istante della paura! Questa li priva dell’uso medesimo di que’ mezzi di soccorso, che loro addita la ragione. Il primo espediente ch’io mi prefiggea era quello di demolire i miei parchi chiusi e mandar tutte le mie capre a vivere nuovamente selvaggia vita nella foresta, per timore che se i nemici le trovavano, facessero più frequenti scorrerie nell’isola per l’avidita d’altra simile preda. Ne veniva di naturale conseguenza che avrei anche sovvertiti i miei due campi di biade, affinchè gli scorridori non trovassero qui un allettamento a venir sovente in questo luogo; avrei pure atterrati il mio frascato e la tenda annessavi, affinchè non vedessero alcun vestigio d’abitazione, che gli incitasse a scandagliare più oltre e scoprire chi quivi abitasse.

Furono questi i soggetti delle mie considerazioni la prima notte del mio ritorno a casa, mentre la mia mente era ancor tutta piena de’ timori che m’avevano invaso, e tuttavia inetta a ragionare. Così accade che il timore del pericolo atterrisce diecimila volte più del pericolo stesso quando lo abbiamo dinanzi agli occhi, e che troviamo [p. 196]il peso dell’angoscia più grave del male stesso su cui ci angosciamo; e il peggio per me si era trovarmi privo di quel sollievo, l’uso del quale mi era sì utile nelle mie afflizioni, la rassegnazione. Io rassomigliava a Saule, il quale si querelava non che i Filistei gli fossero addosso, ma che Dio lo avesse abbandonato; chè non era or capace di raccogliere il mio spirito al segno d’invocar Dio nella mia desolazione, di mettermi fra le braccia della sua provvidenza come aveva fatto dianzi, pregandolo che mi proteggesse e salvasse; il che se avessi fatto, almeno avrei sopportata di miglior animo questa nuova calamità, e forse l’avrei affrontala con maggiore risoluzione.

Questa confusione delle mie idee mi tenne desto tutta notte; ma sul far del mattino rimasi addormentato, e per effetto delle agitazioni della mia mente essendo stanche ed esauste affatto le forze mie dormii profondissimamente, onde svegliatomi, l’animo mio si trovò assai più calmo che dianzi. Avendo or principiato a ragionare con mente più sedata su le cose occorse, conclusi dopo avere molto discusso tra me e me, che quest’isola così piacevole e ferace, nè più lontana di quanto aveva veduto da un continente, non era così interamente abbandonata com’io me l’avea immaginata; che, se bene non vi fossero abitatori che vivessero in essa, pur qualche volta potevano approdarvi navigli venuti dall’opposta spiaggia o a disegno o forse spinti soltanto da qualche evento di mare; ch’io, per altro, or vissuto quivi quindici anni, non m’era fin qui incontrato nemmen con l’ombra d’un solo di tali persone; che se qualche volta fossero spinte in quest’isola, probabilmente ne sarebbero partite più presto che avessero potuto, poichè vedeva che non avevano mai pensato a mettervi stabile dimora; che il maggior pericolo da temersi per me potea derivare da uno sbarco accidentale di qualche naviglio sbandato dal continente, i cui nocchieri secondo ogni verisimiglianza, se qui approdavano, il faceano contro lor voglia, onde ne sarebbero anche usciti con la massima speditezza; che rare volte ci sarebbero rimasti di notte tempo per paura di non avere il favore della marea e della luce del giorno nel tornare addietro; ch’io pertanto non aveva a far altro che procurarmi qualche sicuro ricovero pel caso in cui m’accorgessi d’un qualche sbarco di selvaggi nell’isola.

Ora comincio da vero a rincrescermi d’avere scavata una grotta sì ampia, che rese indispensabile una porta donde si usciva, come dissi, al di là del luogo ove la mia fortificazione raggiugnea la montagna. [p. 197]Pertanto dopo mature considerazioni risolvetti fabbricarmi una seconda fortificazione semicircolare siccome la prima, ad una distanza da questa corrispondente esattamente al punto ove circa dodici anni prima aveva innalzati due filari di alberi; e poichè questi erano stati piantati fitti oltre ogni dire, ebbi bisogno sol di pochi pali da conficcare fra essi per aver presto ai miei comandi tal nuova cinta di fortificazione, che fosse gagliarda e molto atta a sostenersi. Così venni ad avere due baluardi, l’esterno de’ quali rinforzai in oltre con tronchi di legno, vecchie gomone e tutte quelle cose che credei più atte a munirlo meglio; vi lasciai soltanto sette piccole feritoie non più larghe di quanto bastava perchè ci passasse il mio braccio. Indi dalla parte interna ne ingrossai il terrapieno di circa dieci piedi a furia di trasportarci terra della mia grotta, e di batterlo camminandovi sopra. In appresso pensai a far passare per entro alle sette feritoie i sette moschetti che bo già detto di aver salvati dal naufragio, e in quel caso divenuti miei cannoni, per cui fabbricai una specie di carrette per collocarveli; così io potea dar fuoco a tutti sette nel tempo d’un minuto. Molti faticosissimi mesi impiegai nel terminare questa seconda fortezza, nè mai mi credei sicuro finchè non l’ebbi finita.

Dopo ciò copersi tutto il terreno esterno, ad una grande estensione per tutti i versi, di pali di quel legno simile al salcio ch’io trovai sì [p. 198]durevole ed atto a crescere. Credo d’averne piantati circa ventimila, lasciando per altro un ragionevole spazio tra essi e il mio baluardo, per conservarmi uno spazio vuoto donde io potessi scoprire i nemici, e dove essi non fossero difesi dall’ombra per venir sotto al muro senza esser veduti da me, e cogliermi alla sprovveduta.

Così in due anni di tempo io ebbi dinanzi alla mia abitazione una folta boscaglia, divenuta poscia in capo ad altri cinque o sei una sterminata foresta, cotanto fitta ch’uomo non poteva attraversarla nè immaginarsi qual cosa stesse al di là di essa, e molto meno credere che vi fosse un’abitazione. Quanto al modo di entrarvi ed uscirne, perchè non vi avea lasciato veruna porta, me lo procurai mediante due scale a mano. Con la più corta di esse io saliva il monte da una parte men alta; colà io collocava la scala più lunga che mi menasse nell’interno in guisa che quando l’una e l’altra erano tirate dentro, uomo vivente non poteva scalare la palizzata senza farsi del male, e quand’anche l’avesse scalata, gli rimaneva sempre da scalar l’altra più interna per giungere sino a me.

Così io aveva pigliati tutti que’ provvedimenti che la saggezza umana potea suggerirmi per la mia propria salvezza. Apparirà in appresso che non furono adottati senza fondamento, ancorchè fino a quel punto io non prevedessi maggiori pericoli di que’ soli che additavami la mia paura.

Nel tempo delle indicate operazioni io non trasandava certamente gli altri miei affari, nè soprattutto quello del mio piccolo armento di capre, che non solo erano un eccellente pasto pel giornaliero mio vitto, e cominciavano a bastarmi senza costringermi a consumare le mie munizioni; ma mi dispensavano dalla fatica di andare alla caccia di animali salvatici. Ora mi rincresceva ugualmente a pensare di perdere gli utili che mi derivavano da questa greggia, e di dovermene allevar una di nuovo.

Dopo avere pensato a ciò lungamente mi occorsero alla mente sol due espedienti; l’uno, di trovare un conveniente luogo, ove scavarmi una grotta sotterranea e condur quivi le mie capre tutte le notti; l’altro, di fortificare due o tre pezzi di terra remoti l’uno dall’altro e il più possibilmente nascosti, in ciascun de’ quali avrei condotta una dozzina all’incirca di capre; e ciò affinchè se fosse occorsa qualche ventura, tutto il mio armento mi rimanesse sempre di che rinnovarlo in breve tempo e con poco fastidio. Quest’ultimo disegno, benchè per [p. 199]mandarlo ad effetto esigesse molto tempo e fatica, sembrommi il più ragionevole.

Fermo in tale proposito, ed impiegati alcuni giorni nel trovar gli angoli più remoti dell’isola, m’avvenne d’adocchiarne uno veramente segregato quanto mai io poteva desiderarlo: un pezzo di terra umida posto in mezzo a profondi e folti boschi, a quegli stessi ove, come osservai dianzi, mi accadde quasi di smarrirmi nel volere, durante il mio primo viaggio, tornare a casa dalla parte orientale dell’isola. Quivi dunque io trovai un bell’aperto, circondato da boschi, quasi un parco chiuso fatto dalla natura; questo almeno non mi costava tanta fatica, quanta me ne diede la formazione degli altri parchi.

Accintomi tosto all’opera su questo pezzo di terra, in meno d’un mese io lo ebbi sì ben munito all’intorno, che il mio armento o branco (chiamatelo poi come volete) di capre selvatiche, che per altro non erano più tali, poteva starvi con bastante sicurezza. Senz’altra dilazione pertanto io vi condussi dieci capre femmine e due capri; poi [p. 200]quando vi furono, continuai a perfezionar la mia siepe finchè vidi questi animali in sicurezza come quelli degli altri parchi; il qual lavoro nondimeno, avendolo fatto più adagio, mi portò via un tempo molto maggiore.