Avventure di Robinson Crusoe/36

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Divisamenti or d’un modo or d’un altro dopo la scoperta fatta

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Daniel Defoe - Avventure di Robinson Crusoe (1719)
Traduzione dall'inglese di Gaetano Barbieri (1842)
Divisamenti or d’un modo or d’un altro dopo la scoperta fatta
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Divisamenti or d’un modo or d’un altro dopo la scoperta fatta.



Poichè nella presente mia condizione non erano invero molti i bisogni di cui dovessi inquietarmi, credo da vero che lo spavento datomi da quegli sgraziati selvaggi, e le cure presemi per non cadere nelle loro mani avessero reso alquanto ottuso l’acume del mio ingegno inventivo nel crearmi nuovi comodi della vita. Aveva quindi lasciato andar a male un bel disegno, su cui una volta si era tanto lambiccato il mio cervello: il provare cioè se avessi potuto frangere qualche poco del mio orzo e farmi della birra. Era questo, per vero dire, un pensiere un po’ strambo, e più d’una volta mi son deriso da me medesimo per la goffaggine d’averlo concepito. Doveva ben vedere ad una prima occhiata come delle cose necessarie a fabbricare la birra me ne mancassero tante in quest’isola, che mi sarebbe stato impossibile di supplire a tal uopo. Primieramente mi mancavano botti per conservarla, suppellettile che, come notai altrove, non ho mai potuto arrivare a mettere insieme, ad onta di giorni, di settimane, di mesi impiegati in prove per averne, ma sempre indarno. In secondo luogo io non aveva lupoli per far che la mia birra durasse, non lievito per farla fermentare, non pentola o vaso a proposito per farla bollire; pure con tutte queste mancanze, io credo costantemente che senza le paure e i terrori eccitati in me dalla possibilità di uno sbarco di selvaggi, mi sarei posto a questa impresa, e forse ne sarei giunto a termine; perchè di rado dismisi lavori senza averli compiuti, quando una volta mi fosse saltato in testa il ghiribizzo di cominciarli. Ma la mia immaginazione aveva ora presa tutt’altra via; perchè notte e giorno non era buono di pensare ad altro, che se potessi uccidere qualcuno di que’ mostri in mezzo alle spietate, sanguinose lor gozzoviglie e strappare dall’unghie loro [p. 206]la vittima che qui conducessero per divorarla. Diverrebbe infinitamente più voluminosa di quanto l’ho immaginata quest’opera, se volessi qui dar conto di tanti divisamenti che feci nascere, o piuttosto covai nella mia testa, sempre intesi a distruggere costoro, o se non altro, a spaventarli tanto che non pensassero mai più a venir qui. Ma tutti questi erano aborti; niuno di tali disegni poteva avverarsi, finchè fossi stato qui io solo per mandarlo ad effetto. Che cosa un uomo poteva fare contro essi, che sarebbero forse stati in venti o trenta uniti insieme, che co’ loro dardi o con le loro frecce miravano giusto al segno, come avrei potuto far io col mio moschetto.

Talvolta mi nacque l’idea di scavare una buca sotto al luogo intorno a cui s’adunavano per far la loro cucina, ed introdurvi cinque o sei libbre di polvere, che mentre essi accendevano il fuoco, sarebbesi naturalmente infiammata, ed avrebbe fatto saltare all’aria tutto quanto le stava in vicinanza. Ma, oltrechè non me la sentiva troppo di consumare dietro a costoro tanta della mia polvere ridotta or solamente alla misura di un barile, io non poteva assicurarmi che lo scoppio di essa avvenisse subitaneo al segno di colpirli all’impensata, e non piuttosto di scottare ad essi le orecchie: il che certamente gli avrebbe spaventati, ma non sarebbe forse stato bastante a farli allontanare risolutamente di lì.

Lasciato pertanto in disparte questo disegno, mi veniva in mente l’altro di trovare un qualche convenevole luogo, ove mettermi all’imboscata co’ miei tre moschetti carichi il doppio del solito e, in mezzo all’orrida loro cerimonia di sangue, spararli sovr’essi: nel qual momento sarei stato sicuro di ucciderne o ferirne probabilmente due o tre ad ogni scatto d’arme; poscia lanciandomi su costoro con le mie tre pistole e la mia spada, non dubitava che, quand’anche fossero stati in venti, gli avrei tutti ammazzati. Questa idea mi allettò per alcune settimane; ed era sì pieno di essa che, affacciandomisi fin ne’ miei sonni, spesse volte io credea precipitarmi su que’ barbari anche dormendo. Andai sì avanti con questa mia immaginazione, che m’adoperai per parecchi giorni all’indagine di qualche sito opportuno per pormi in una specie di antecedente agguato, e attendere l’istante del loro arrivo; onde mi portai più volte sul luogo stesso che mi era divenuto ora assai famigliare. E mentre io non nudriva altri pensieri che quelli di punire e passare a fil di spada una ventina o una trentina di costoro, io chiamava passare a fil di spada la carnificina [p. 207]da me immaginata, fomentava il mio astio l’orrore inspiratomi dalle atroci impronte lasciate su quello spazio di terreno dagli sgraziati malandrini che si divoravano l’un l’altro. Io trovai finalmente nel fianco del monte un sito ove fui certo di potermene rimanere ben riparato ad aspettare, finchè vedessi giugnere qualcuna delle loro piroghe; poi di lì, anche prima che arrivassero alla spiaggia, trasferirmi, non veduto, in mezzo ad alcuni gruppi d’alberi, uno de’ quali aveva una cavità ampia abbastanza per nascondermi interamente. Da questa io potea con tutto mio agio osservare ogni loro atto di sangue, e prendere ben la mira delle loro teste, quando sarebbero così strettamente adunati, che mi sarebbe quasi impossibile di mancare il mio colpo, o il mancarlo fosse per lo meno un ferirne tre o quattro al primo sparo. Questa dunque io stabilii che fosse la scena della mia impresa, e però allestii due archibusi e il mio solito moschetto da caccia. Caricai i due archibusi con un paio di verghe di piombo e quattro o cinque palle del calibro all’incirca di quelle da pistola; il moschetto da caccia con un pugno di pallini de’ più grossi. Caricai parimente le mie pistole ciascuna con quattro palle. Così armato e provveduto di munizione per una seconda e terza carica io m’accigneva al compimento del mio disegno.

Dopo averne così steso il disegno e, nella mia immaginazione, già messolo in pratica, non mancava ogni mattina di andare su la cima della collina distante dalla mia fortificazione fra le tre e le quattro miglia, per vedere se scoprissi in mare qualche piroga che s’accostasse all’isola o s’avviasse alla volta di essa; ma cominciai a stancarmi di sì molesta andata dopo avere per due o tre mesi fatta costantemente questa mia guardia ed essere sempre tornato addietro deluso nella mia espettazione; perchè in tutto l’indicato tempo non vi fu la menoma apparenza non solo di navigli vicini o avviati verso la spiaggia, ma nemmeno d’altri che galleggiassero nell’immensità dell’oceano, fin dove potè giugnere la mia vista armata anche di cannocchiali in tutte le direzioni.

Finchè durarono le mie giornaliere gite alla collina per arrivare alla desiderata scoperta, durò parimente l’energia del mio divisamento, e l’animo mio sembro sempre dispostissimo per tutto questo tempo a tal sanguinolenta opera, qual si era l’uccisione di venti o trenta ignudi selvaggi per una colpa su la cui gravezza la mia mente avea consultato soltanto il primo impeto di sdegno suscitato in essa [p. 208]dall’orrore ch’io concepii per la snaturata usanza degli abitatori di quella contrada; i quali per altro, pensai una volta, se privi di ogni altra guida fuor delle abbominevoli e viziate loro passioni, pur vengono tollerati dalla Provvidenza, sembra ch’ella permettesse ciò giusta i fini della sua saggezza nell’ordinare il mondo. Questi sgraziati sono abbandonali a sè stessi, e forse lo furono da alcuni secoli nel commettere tali orrori; adottano per tradizione atroci costumanze in cui soltanto gli avranno tratti uno sfrenato stato di natura, la mancanza di lumi venuti dal cielo, l’invincibile preponderanza di qualche infernale depravazione. Ed ora che, come dissi, cominciava ad annoiarmi di queste inutili corse ch’io aveva fatte sì lungamente,e spinte sì innanzi per tante mattine, anche il mio modo di vedere su l’azione da me divisata cominciò a cangiarsi. Mi diedi allora con mente più fredda e tranquilla a considerare qual fosse l’impresa cui stava io [p. 209]per accignermi; quale autorità o chiamata avessi io per eleggermi in giudice e punitore di tanti uomini, quantunque colpevoli, poichè il cielo aveva giudicato di tollerarli per tanti secoli e lasciarli impuniti, o, com’era più probabile, farli gli uni contro agli altri gli esecutori degl’imperscrutabili suoi giudizi? Che colpa aveano veramente questi uomini verso di me, e che diritto aveva io di frammettermi nelle sanguinose guerre a morte che gli uni agli altri moveansi? Spesse volte io chiedeva a me medesimo: So io forse qual giudizio lo stesso Dio ha profferito in tal caso? Egli è certo che quegli sciagurati non fanno ciò per commettere un delitto; non operano a malgrado dei rimorsi della propria coscienza o ad onta di un lume celeste che rimproveri ad essi la loro azione; non sanno di commettere un peccato; quindi lo commettono senza credere di provocare lo sdegno divino, come accade a noi in molta parte delle colpe nelle quali cadiamo. Essi non pensano maggior delitto l’uccidere un prigioniero fatto in guerra più di quanto ci facciamo scrupolo noi di macellare un bue; non di mangiar carne umana più che non faccia raccapriccio a noi il mangiar quella di castrato.

Poichè ebbi pesata un poco questa materia, ne venne di necessaria conseguenza l’aver io conosciuto che era dal torto, e che quegli uomini non erano assassini nel senso in cui io gli aveva condannati; nè più di quanto sieno que’ Cristiani che spesse volte uccidono i prigionieri fatti in battaglia, o di quanto sieno in molti casi coloro che passano a fil di spada un esercito di nemici senza conceder loro perdono, ancorchè, sottomettendosi, abbiano abbassato le armi[1]. Appresso io pensai che, quantunque fosse brutale e spietata l’usanza che si faceano buona gli uni con gli altri, quella di divorarsi a vicenda, questa non mi pregiudicava in nessuna maniera: essi non m’aveano fatto ingiuria di sorta alcuna. Certo se avessero attentato alla mia vita, o se avessi veduto cosa indispensabile alla mia immediata salvezza l’assalirli, ci sarebbe stato alcun che da dire in difesa di tale mio atto; ma siccome io era tuttavia fuori delle loro mani, nè essi aveano realmente alcuna cognizione di me, nè per conseguenza alcun disegno sopra di me, sarebbe stata un’ingiustizia per parte mia l’avventarmi loro. Altrimenti avrei giustificata la condotta degli Spagnuoli per tutte le atrocità che fecero nell’America, ove [p. 210]distrussero milioni di quegli abitanti, i quali, benchè fossero idolatri e barbari, e contassero più di un rito sanguinolento ed atroce, siccome quello di sagrificare umane vittime ai loro idoli, pure rispetto agli Spagnuoli erano una popolazione affatto innocente. Per ciò l’averli esterminati e considerato ai nostri giorni cosa abbominevole ed esecranda fino dagli stessi Spagnuoli, e da tutte l’altre nazioni cristiane dell’Europa si ebbe per un vero macello, per un atto di crudeltà orrido e contro natura, imperdonabile al tribunale di Dio e a quello degli uomini; atto, per cui lo stesso nome di Spagnuolo è stato avuto siccome spaventoso e terribile ad ogni popolo dotato di umanità e di cristiana commiserazione; atto, per cui le terre della Spagna furono giudicate produrre in eminente grado uomini privi d’ogni principio di fraterna tenerezza, di viscere di compassione verso gl’infelici e di tutti quegli affetti che si trovano negli animi generosi.

Tali considerazioni posero un ostacolo al mio disegno, da cui cominciai a poco a poco a desistere, sinchè finalmente io conclusi che era stato un mal proposito il mio quello di assalire i selvaggi, e che non s’aspettava a me il cercare di scontrarmi con essi, semprechè non fossero i primi ad assalirmi. Questo caso cercai al possibile di evitare d’allora in poi, perchè se eglino m’avessero scoperto, e mi fossero venuti contro, avrei saputo quel che mi era lecito senza mancare al dovere.

D’altra parte osservai, pensandoci meglio, che il divisamento da me concepito nel calore della passione non era un buon mezzo per liberarmi da loro, ma si un mezzo il più agevole di ruina e distruzione per me. Di fatto, ogni qualvolta non fossi stato sicuro di uccidere non solo tutti quelli che si fossero trovati su la spiaggia in un dato tempo, ma gli altri ancora che ci potessero venire da poi, sarebbe bastato un sol fuggiasco di essi per raccontare ai suoi compatriotti quanto era accaduto, perchè tornassero ad approdare a migliaia per vendicare la morte de’ loro confratelli, ed io solo avrei portata sopra di me una distruzione certa, da cui finora io non mi vedea minacciato menomamente. Tutto computato, conchiusi che nè secondo i principi dell’umanità, nè secondo quelli della prudenza, io doveva d’una maniera o d’un’altra darmi brighe per mandare ad effetto il mio precedente disegno; anzi darmene con tutti i possibili modi a fine di rimanere celato ai selvaggi, e di non permettere che [p. 211]il menomo segnale desse loro a congetturare che vivessero nell’isola creature viventi d’umana forma. Unitisi in ciò i riguardi della religione con quelli della prudenza umana, fui ora convinto sotto più d’un aspetto ch’io era affatto giù della buona strada, quando immaginava i miei sanguinari espedienti di distruzione contra ad innocenti creature: intendo innocenti rispetto a me. Quanto alle colpe, di cui si rendeano colpevoli gli uni verso degli altri, io non avera niente che fare con loro; erano colpe nazionali, ed io dovea lasciare che le punisse la giustizia di chi primo governa le nazioni, e conosce quali nazionali castighi si competano a colpe nazionali; di chi sa, per quelle vie che meglio piacciono alla sua divina saggezza, emanare sentenze esemplari su coloro le colpe de’ quali portarono pubblico scandalo.

Queste cose or mi apparivano sì chiaramente, che non vi era maggiore soddisfazione per me del pensare alla bontà di Dio, poichè con la sua grazia m’avea tenuto lontano dall’accingermi ad un’azione che io vedeva ora con tanta chiarezza che sarebbe stata scellerata non men di quella d’un abbietto assassino, se l’avessi commessa. Prostratomi quindi, resi umili grazie al Signore che mi avea così liberato da un delitto di sangue; supplicando fervorosamente la protezione della divina sua providenza sì per non cadere nelle mani del barbari, e si per non gittare mai le mie mani su loro, ogni qualvolta la necessità di difendere la mia vita non divenisse per me una potente voce del cielo che a far questo m’incoraggiasse.

In tale disposizione d’animo io mi mantenni per circa un anno intero: sì lontano dal desiderare un’occasione per assalire quegli sgraziati, che in tutto questo tempo non andai una sola volta su la collina per iscoprire se vi fosse qualcuno di loro a veggente della spiaggia, o se vi fosse sceso; e ciò per non esser tentato a rinnovare alcuno dei miei antichi disegni contro di essi, o provocato ad assalirli da qualche istantanea opportunità che si offrisse da sè medesima. La sola gita ch’io feci, fu per levare la mia piroga ch’io avea lasciato al lato opposto, e condurla all’estremità orientale dell’isola; quivi io la feci entrare in un piccolo seno protetto da alti scogli ove io capiva che per timore delle correnti i selvaggi non oserebbero, o almeno per qual si voglia motivo non vorrebbero penetrare co’ loro canotti. Entro la mia navicella io trasportai quante cose spettanti ad essa vi aveva lasciate, ancorchè non necessarie pel semplice motivo di condurla fin lì: di tal natura erano un albero ed una vela ch’io [p. 212]avea costrutti per essa; un non so che simile ad un’âncora, ma che, per dir vero, non poteva chiamare nè grappino nè âncora, benchè fosse il meglio ch’io sapessi fare in tal genere; e tutto ciò io allontanai di dov’era, affinchè non rimanesse il più piccolo indizio ad una scoperta, o qualsivoglia apparenza di piroga o di abitazione umana nell’isola. Oltre a queste cautele io mi tenni, siccome ho detto, più ritirato che mai e rare volte uscii fuori del mio nascondiglio, se non fu per cagione delle indispensabili mie giornaliere occupazioni: quelle cioè di mungere le mie capre e di governare il picciolo armento rinserrato nel centro di una foresta posta dall’altra parte dell’isola in guisa, che non temeva quivi alcuna sorte di pericolo. Perchè egli e certo che que’ selvaggi da cui veniva talvolta visitato questo paese, non vi sbarcarono con l’intenzione di procacciarsi nulla da esso, onde non vagavano mai lontano dalla costa; nè dubito che da quando il mio timore d’incontrarli mi avea reso più cauto, non sieno tornati [p. 213]alla spiaggia altrettante volte quante ci erano venuti prima. Certamente io non poteva pensare senza un certo orrore a ciò che sarebbe divenuta la mia condizione, se mi fossi scontrato in essi e m’avessero scoperto allor quando, pressochè nudo e disarmato, se si eccettui un moschetto carico spesse volte di soli pallini, io camminava per ogni dove, andava attorno, scandagliava ogni pertugio dell’isola per vedere che cosa acconcia ai miei bisogni avrei potuto procacciarmi. Come sarei rimasto orridamente sorpreso, se quando scopersi l’impronta di un piede umano avessi veduto invece quindici o venti selvaggi, se gli avessi trovati in atto d’inseguirmi, chè certo, attesa la velocità del loro correre, mi sarebbe stato impossibile il sottrarmi da loro! Tali considerazioni deprimevano tanto la mia anima, travagliavano tanto la mia mente che non poteva ricuperarla abbastanza presto per pensare al partilo cui mi sarei appigliato in tal caso. Certo mi sarei trovato inabile ad ogni resistenza per mancanza non solo di forza fisica, ma di forza morale a pensare al modo di tirarmi d’impaccio: forza morale molto minore di quella che avrei avuta ora dopo aver tanto meditato su i pericoli che mi sovrastavano e dopo essermici tanto apparecchiato. Da vero dopo avere meditato seriamente su tali cose io diveniva malinconico oltre ogni dire, e questa tristezza mi durava un bel pezzo; ma finalmente io ne troncava il corso col volgermi a ringraziare la divina providenza che dopo avermi liberato da tanti rischi celati, mi tenne anche lontano da quelle disgrazie donde io non avrei avuto modo di liberarmi da me medesimo, perchè privo d’ogni menoma previdenza che mi sovrastassero, o d’ogni menomo sospetto che potessero avvenire.

Le quali cose rinfrescavano alla mia mente un’osservazione ch’io avea già fatta sin da quando principiai a scoprire le misericordiose disposizioni del cielo in mezzo ai pericoli entro cui ci avvolgiamo nel corso di nostra vita: il prodigio cioè onde siamo preservali dalla sventura, quando anche non ci accorgiamo punto di esservi, come allorchè ci troviamo in quello che chiamiamo stato di perplessità, allorchè siamo nel dubbio se ne convenga attenerci a questa o a quella strada, o anzi allorchè il nostro raziocinio, o la nostra inclinazione, o forse l’andamento naturale della cosa ne addita la prima delle due strade; e ciò non ostante una strana impressione, e che non comprendiamo nè donde scaturisca nè da qual forza venga prodotta nella nostra mente, ci spinge su l’altra; e dopo vediamo chiaramente [p. 214]che, se avessimo seguita la via che anche secondo i nostri medesimi computi appariva da preferirsi, saremmo stati inevitabilmente perduti. Dietro queste considerazioni e molt’altre della stessa natura, io mi formai una regola: che quando cioè io sentiva certi secreti istinti od impulsi a fare o non fare una cosa o a seguire una via piuttosto che l’altra, io non mi mostrava mai renitente alla voce di tali misteriosi dettati, benchè non conoscessi altra ragione al mio operare fuor di questi istinti od impulsi preponderanti su la mia mente. Potrei citare molti esempi di buoni successi derivatimi da tale condotta in tutto il corso di mia vita, ma specialmente nella seconda parte di quella che ho trascorsa in quest’isola sfortunata, indipendentemente da tutti quei casi di cui avrei potuto accorgermi, se avessi vedute le cose con gli stessi occhi onde ora le vedo. Ma a divenir saggi non e mai troppo tardi per noi; nè io posso se non suggerire ad ogn’uomo che medita, la cui vita vada accompagnata da casi straordinari al pari o anche meno dei miei, il parere di non trascurare tali segreti cenni della Providenza, qualunque poi sia l’intelligenza invisibile da cui derivano. Non è questo un punto ch’io imprenda a discutere, nè che fossi probabilmente atto a comprendere; ma certamente sta qui una prova di un consorzio spirituale, di una segreta comunicazione tra l’intelligenza corporea ed una intelligenza incorporea, e prova tale cui sarà mai sempre impossibile il resistere; ed io avrò l’opportunità di offrirne molti notabilissimi esempi nel rimanente del mio soggiorno in quest’isola malaugurata.


Note

  1. L’autore scriveva nel 1719. Forse nel 1838 non avrebbe scritto così.