Avventure di Robinson Crusoe/37

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Scoperta di una caverna

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Scoperta di una caverna.



Credo che il leggitore non farà le maraviglie se gli dico che queste ansietà, questi costanti pericoli tra cui vivea, e le cure alle quali dovea or attendere, posero un termine a tutti i miei trovati, a tutte le industrie da me fin ora seguitate per procurarmi maggiori agi e comodi per l’avvenire. La mia salvezza mi stava or più a cuore dello stesso mio nutrimento. Non m’arrischiava a piantare un chiodo o ad abbattere un ramo d’albero per paura di far tale strepito che fossi udito: molto meno, per lo stesso motivo, a sparare un moschetto; soprattutto io era di mala voglia oltre ogni dire nell’accendere ogni sorta di fuoco, paventando che il fumo, visibile a grandi distanze nell’ora del giorno, arrivasse a svelarmi. Trasportai quindi quella parte di mie manifatture che abbisognavano di fuoco, come la fabbrica di pentole e pipe di terra cotta, alla nuova stanza sceltami per un’ultimo ricovero della mia greggia nel mezzo de’ boschi, ove dopo esservi stato non so quante volte, scopersi con ineffabile gioia una caverna sotterranea, scavata dalla natura, estesissima, e dentro la quale, oso affermarlo, non avrebbe avuto il coraggio di avventurarsi verun selvaggio che fosse venuto alla bocca di essa, nè da vero verun altr’uomo fuor di chi avesse avuto necessità, come me, di procurarsi un luogo sicuro di ritirata.

La bocca di questa caverna sottostava ad un enorme dirupo, al cui piede, (per mero caso direi, se non avessi avuto sì grandi motivi di attribuire tutto quanto mi occorreva alla Provvidenza) io me ne stava tagliando alcuni rami d’alberi per far carbone. E qui prima di andare innanzi mi è d’uopo fermarmi per indicare le cagioni che m’inducevano a tal nuovo lavoro.

[p. 216]Stretto dalla paura dianzi detta di eccitar fumo all’intorno della mia abitazione e ad un tempo dalla impossibilità di sostentarmi senza cuocere il mio pane, far bollire il mio brodo e simili cose, presi l’espediente di bruciare in questo luogo, come avea veduto fare nell’Inghilterra, una certa quantità di legna, sinchè fosse arsicciata o sia pervenuta allo stato di carbone asciutto; indi ammorzato il fuoco, conservava il carbone per portarmelo a casa, e sbrigare quelle faccende domestiche alle quali era indispensabile il fuoco, e ciò senza pericolo di alzar fumo. Ma di questo si parlerà più estesamente a suo tempo.

Mentre pertanto io stava tagliando rami in questo luogo vidi dietro ad una fitta macchia una specie di cavità. Curioso di esaminarla, entrai non senza fatica per la bocca della cavità stessa che trovai fin nella sua origine assai ampia, cioè capace perchè ci stessi in piedi io e forse un altro in mia compagnia; ma sono costretto a confessarvi di esserne uscito più presto che non v’entrai. Appena ebbi guardato più addentro, vidi due grand’occhi fiammeggianti di qualche creatura vivente, se del diavolo o d’un uomo, non seppi allora, perchè la pallida luce che veniva dalla bocca della caverna incontrandosi in essi e riflettendosi, li facea scintillare come due stelle. Pure [p. 217]dopo una certa pausa ricuperando alcun poco di spirito, cominciai a darmi le mille volte del matto e a pensare che chi avea paura di vedere il diavolo non era fatto per vivere venti anni solo in un’isola, e che in quella caverna da vero non poteva esservi nessuna cosa più spaventosa di me. E qui preso nuovamente coraggio, afferrai un tizzo acceso, poi con questa fiaccola tornai a spingermi innanzi; ma fatti appena tre passi il mio atterrimento divenne anche più forte di prima, perchè udii un alto gemito come d’uomo in angoscia, cui tenne dietro uno strepito interrotto, qual di parole non finite, indi subito un secondo gemito non men profondo del primo. Diedi addietro colpito da tal sorpresa di terrore per cui mi vennero i sudori freddi, e mi si addirizzarono i capelli in tal guisa che se avessi avuto il mio berrettone in testa vorrei giurare che ne sarebbe saltato via. Pure tornatomi a fare animo alla meglio e confortatomi alcun poco in pensando che l’onnipotenza e la presenza di Dio erano per ogni dove e sarebbero bastate a proteggermi, tornai a spingermi innanzi finchè alla luce del mio tizzone ardente che mi teneva alquanto sollevato al di sopra del capo, vidi steso per terra un enorme, formidabile vecchio caprone che stava, come suol dirsi, facendo il suo testamento, perchè lottava con la morte, e veramente moriva per decrepitezza. Io lo mossi un pochino per vedere se poteva farlo stare su le sue zampe, ed esso si provò a sollevarsi da quella postura, ma non ci riuscì. Allora pensai fra me stesso che facea molto bene a star lì, perchè come avea spaventato me, avrebbe del certo fatta la stessa paura a qualche selvaggio coraggioso abbastanza per introdursi ivi finchè quell’animale avea tuttavia un fiato di vita.

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Diedi addietro colpito da tal sorpresa di terrore per cui mi vennero i sudori freddi

Riavuto finalmente da’ miei timori, mi detti a guardarmi dintorno, e sembrommi che la caverna fosse assai piccola, vale a dire poco più di dodici piedi, ma priva d’ogni sorta di forma, nè tonda nè riquadra; onde vedeasi che nel costruirla non s’era adoperata altra mano fuor di quella sola della natura. Osservai parimente un canto di essa che andava più in là, ma sì basso che mi obbligò a mettermi carpone per introdurmivi, nè potei comprendere ove andasse a riuscire. Non avendo pertanto una candela con me differii di meglio osservarla ad un’altra volta, risoluto per altro di tornar quivi nel dì seguente, munito di candele e d’un acciarino che mi avea fatto con un cattivo focone di moschetto.

Pertanto nel giorno appresso vi tornai provveduto di sei grosse [p. 218]candele della mia fabbrica, perchè ne faceva ora di eccellenti con sego di capra; solamente mi era difficile il fornirle di lucignolo, al qual fine io mi giovava talvolta di cenci o di corda sfilala e talvolta ancora di gambi d’erba salvatica somigliante all’ortica. Giunto al sito più basso e messomi carpone, come già dissi che bisognava fare per camminar ivi, m’innoltrai circa dieci braccia: nel che mi parve di dare una prova di coraggio assai bella, pensando che io non sapea nè ove quell’apertura si dirigesse, nè che cosa fosse al di là. Superata questa stretta mi trovai sotto una specie di vôlta più alta, distante, cred’io, da terra venti piedi dal più al meno; nè poteva ammirarsi, ardisco dirlo, una più splendida vista in tutta l’isola, siccome la presentavano girando gli occhi da tutti i lati le pareti e la vôlta di quella grotta o caverna, che riflettevano cento mila raggi di luce dalle mie due sole candele. Se l’origine di tali splendori venisse da diamanti o altre preziose gemme, o piuttosto da lamine d’oro, come inchino a credere, non seppi definirlo. Certamente il luogo ove mi trovai, era il più delizioso speco che si potesse sperare, benchè immerso affatto nelle tenebre; liscio ed asciutto erane il pavimento, coperto di piccioli ciottoli di ghiaia staccati l’uno dall’altro, pur fitti in modo da non permettere il passaggio a rettili nauseosi e venefici; niuna sorta di umidità stillava dalle pareti o dalla vôlta; tutta la difficoltà consistea nell’ingresso, ed era questo un vantaggio per me che andava appunto in traccia d’un luogo di sicurezza e d’un asilo di simil genere. Di fatto grandemente rallegratomi della mia scoperta, venni senza indugio nella risoluzione di trasportar quivi alcune fra le cose che m’aveano fatto più desideroso di un tale rifugio. Furono tra queste il mio magazzino della polvere e le mie armi da fuoco, cioè due moschetti da caccia, perchè ne aveva tre in tutto, e tre archibusi de’ quali ne possedeva otto; e ne lasciai sol cinque nella mia fortezza sempre allestiti come pezzi di cannone nell’interno della mia seconda palizzata ed atti ad essere trasportati in caso di una spedizione.

In questa traslocazione della mia armeria mi accadde di aprire quel barile di polvere raccolto dal mare, e che avea preso l’acqua. Trovai che questa era sol penetrata tre o quattro pollici all’incirca entro la polvere, onde da tutti i lati avea formata una pasta che, venuta dura, salvò dal guastarsi la rimanente, siccome mandorla serbata entro il suo guscio, e n’ebbi pertanto presso a sessanta [p. 219]libbre di eccellente polvere che stava nel centro della botte; scoperta fortunatissima per me in quel tempo. Me la trasportai tutta nel mio sotterraneo, non ne lasciando se non due o tre libbre nella fortezza per timore d’una sorpresa di qualunque maniera; vi portai parimente tutto il piombo che area destinato a far palle.

Io mi figurai allora d’essere uno di quei giganti che si dicea vivessero nelle caverne e negli spechi delle rupi, ove nessuno potesse giungere sino ad essi; perchè era persuaso che, se cinquecento selvaggi si fossero accinti a darmi la caccia, non m’avrebbero, finchè rimanessi qui entro, ritrovato; o trovandomi ancora non si sarebbero arrischiati ad assalirmi nel mio riparo. Il caprone decrepito ch’io area trovato moribondo, morì alla bocca della caverna nel dì seguente alla scoperta da me fatta. Ravvisai cosa molto più comoda lo scavar quivi una gran buca per seppellirvelo che il trarlo fuori di dov’era. Posto che l’ebbi entro la fossa, la copersi ben bene di terra per risparmiare fastidi al mio naso.

Correva ora il ventesimo terzo anno da che dimorava in quest’isola, tanto assuefattomi ad essa e alla maniera di vivervi, che, se avessi avuta la certezza che i selvaggi non sarebbero mai venuti a sturbarmi, ben volentieri avrei tolto di passarvi il rimanente de’ miei giorni sino all’ultimo momento in cui mi fossi trascinato da me medesimo a morire, come il vecchio caprone, entro la mia caverna. Io era parimente pervenuto ad assicurarmi alcuni divagamenti e ricreazioni che mi facevano passar gran parte del mio tempo molto meglio che per l’addietro. Il primo di questi fu, come ho già notato, l’ammaestrare il mio Poll, che giunse a parlare sì famigliarmente e a rilevare con tanta chiarezza le sillabe, che mi dava da vero una grande contentezza, perchè non credo che un augello sia mai giunto a cianciare con maggiore schiettezza; egli convisse meco non meno di ventisei anni. Quanto sia vissuto da poi non lo so, benchè io sappia che nel Brasile la vita dei pappagalli dura un centinaio d’anni. Anche il mio cane fummi un caro ed amoroso compagno per non meno di sedici anni, in capo ai quali morì di sola vecchiezza. Quanto ai miei gattini, moltiplicarono, come notai, a tal grado che fui presto costretto a dar loro la caccia per impedirli dal divorar me e tutto il mio sostentamento; ma finalmente quando le due vecchie gatte condotte con me furono morte, e dopo avere per qualche tempo data la caccia ai loro eredi senza mai permettere che avessero tavola comune meco, [p. 220]si rintanarono ne’ boschi ove divennero salvatici, salvo due o tre gattine favorite che mi mantenni domestiche e i cui parti, quando ne avevano, annegava sempre; queste faceano parte della mia famiglia. Inoltre mi venivano sempre attorno due o tre capretti domestici ch’io avea avvezzati a ricevere il cibo dalle mie mani. Avea pure due altri pappagalli che parlavano assai bene, e dicevano anch’essi Robin Crusoe; ma non mai così aggiustatamente come il mio primo; nè per vero dire io mi avea mai per essi preso le cure che mi diedi del primo. Io m’avea anche avvezzato diversi uccelli acquatici di cui non conosceva i nomi, ed ai quali aveva tagliate le ali nel prenderli su la spiaggia. I sottili pali ch’io aveva piantati dinanzi alla mia fortezza erano cresciuti al grado di formare un bel folto boschetto; questi uccelli vivevano svolazzando fra que’ bassi arbusti e vi faceano i loro nidi, che era una delizia per me. In somma, come ho notato altra volta, io avrei cominciato propriamente a dirmi un uomo contento, se avessi potuto guarentirmi dal timore dei selvaggi.

Ma altrimenti era decretato dal cielo, nè tornerà inutile per chiunque s’abbatterà a leggere la presente mia storia, il dedurne una adeguata osservazione. Quante volte nel corso di nostra vita quel male da cui più cerchiamo schermirci e che, quando ne siamo percossi, ci sembra terribile oltre ogni dire, diviene il vero mezzo o l’origine della nostra liberazione e il solo aiuto che può sollevarci di nuovo dalla calamità in cui siamo caduti! Potrei citar molti esempi a confermare tal verità per tutto il corso della mia pressochè incredibile vita: ma niuna parte di essa ne offre di così notevoli come gli ultimi anni della mia solitaria residenza in quest’isola.