Avventure di Robinson Crusoe/38

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Sbarco di selvaggi su la costa occidentale dell’isola

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Daniel Defoe - Avventure di Robinson Crusoe (1719)
Traduzione dall'inglese di Gaetano Barbieri (1842)
Sbarco di selvaggi su la costa occidentale dell’isola
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Sbarco di selvaggi su la costa occidentale dell’isola.



Era sopravvenuto il dicembre, e si compiva, come già dissi, l’anno ventesimo terzo della mia solitudine, alla stagione del solstizio estivo, perchè iemale non posso chiamarlo, quando era pure il tempo del mio ricolto che mi chiamava risolutamente ai campi. Una mattina di bonissima ora, prima dello spuntare dell’alba fui sorpreso al vedere la luce di un qualche fuoco acceso sopra la spiaggia ad una distanza di circa due miglia da me verso l’estremità dell’isola, dove avea osservato che erano sbarcati dianzi alcuni selvaggi; e non dall’altra parte, ma, per mia grande desolazione, dalla mia.

Fu sì tremenda la sorpresa cagionata in me da tal vista, che, fermatomi entro il bosco posto innanzi all’ultima mia palizzata, non ardii procedere oltre; pur nemmeno qui avea pace in pensando che que’ selvaggi nel girare per l’isola avessero potuto trovare la mia messe o in piede o mietuta, o alcuno de’ miei lavori e miglioramenti, donde avrebbero subitamente conchiuso che qualcuno abitava qui, nè sarebbero mai stati contenti finchè non mi avessero scoperto. Ridotto a questi estremi tornai a rintanarmi nella mia fortificazione, tirandomi la mia scala addietro, non senza prima aver dato tutta quell’apparenza selvaggia e conforme allo stato di natura, come potei meglio, al terreno tra il bosco e la seconda palizzata.

Quando fui dentro mi posi in istato di difesa. Caricai la mia artiglieria, come io chiamava i miei moschetti piantati contro alla mia nuova fortificazione, e tutte le mie pistole, risoluto di difendermi sino all’ultimo fiato. Non dimenticai nel tempo stesso di raccomandarmi alla protezione divina e di pregare fervorosamente il Signore [p. 222]che mi liberasse dalle mani dei barbari. Continuai a rimanere in tale postura circa due ore, in capo alle quali cominciai ad impazientirmi oltre misura per non saper nulla di quanto accadeva al di fuori; ma io non avea spie da mandare alla scoperta. Dopo essere restato qualche tempo di più in tale perplessità, meditando che cosa si potesse fare nel caso mio, non fui buono di durarla più lungamente e di rimanere per maggior tempo all’oscuro delle cose. Posata quindi la mia scala al lato del monte su cui stava uno spianato, come già dissi, vi salii, poi tiratami da presso la mia scala, me ne valsi per salire la cima del monte; indi livellato il mio cannocchiale, che avea preso meco a tal fine, mi gettai boccone a terra e cominciai a riguardare sul luogo dianzi notato. Vidi tosto non esservi meno di nove selvaggi ignudi, seduti attorno ad un piccolo fuoco che avevano acceso, non certo a fine di scaldarsi, chè non ne aveano bisogno per essere una stagione caldissima, ma, come supposi, per allestire uno de’ barbari loro pasti di carne umana, che aveano portata con sè, se viva o morta, non potei capirlo.

[p. 223]Avevano rimurchiate alla spiaggia le due piroghe che li condussero, ed essendo quella l’ora del riflusso, aspettavano, a quanto congetturai, il ritorno del flusso per andarsene via nuovamente. Non è cosa facile l’immaginarsi la costernazione in cui mi pose tal vista, specialmente osservando che erano venuti dal mio lato dell’isola ed in oltre in tanta vicinanza alla mia abitazione. Ma quando considerai che il loro arrivo cadea sempre colla corrente del riflusso, cominciai a starmene col cuor più tranquillo su i casi avvenire; perchè dissi a me stesso: «Ogni qual volta nessun di coloro sia sbarcato prima del flusso, in questo mezzo potrò andarmene attorno in tutta sicurezza;» la quale osservazione fece sì che in appresso mi stetti con animo più tranquillo ai lavori del mio campo, quando vedeva il tempo propizio per andarvi.

La cosa andò com’io me l’avea immaginata, perchè appena la marea si diresse all’occidente, li vidi tutti raggiugner la loro piroga e dar di remi o di pagaie, come si dice in questi paesi. Ho dimenticato notare che durante un’ora o anche più prima della partenza fecero una delle loro danze, come potei accorgermene dalle loro posture e gesti che mi mostrava il mio cannocchiale. Le mie minute osservazioni mi fecero bensì scorgere che coloro, privi d’ogni vestito, erano ignudi come Dio li avea fatti, ma non giunsi a distinguere il sesso di nessuno di essi.

Appena vedutili imbarcati e partiti, mi posi due moschetti su le spalle, due pistole nella mia cintura ed a fianco il mio spadone privo di fodero, indi con quanta speditezza potei, ne andai su la collina donde gli aveva veduti la prima volta. Giunto colà, (nè vi fui in meno di due ore, perchè, carico d’armi com’era, non poteva affrettare il passo) vidi che tre altre piroghe di selvaggi vi erano state, e che in quel momento solcavano a tutto remo il mare per tornarsene al continente. Fu questa una vista spaventosa per me, principalmente allorchè trasferitomi alla spiaggia, trovai le orrende vestigia dell’inumano fatto cui avevano dato opera prima di partire: il sangue cioè, le ossa e i brani di carne umana rosecchiati e divorati da quegli scellerati nella barbara loro gozzoviglia.

Mi comprese di tanta ira un tale spettacolo che tornai a meditare la distruzione di costoro, qualunque fosse il numero de’ primi che avrei veduti capitar su la spiaggia. Mi parve per altro che tali visite di selvaggi non fossero molto frequenti, perchè stetti circa quindici [p. 224]mesi prima che ne capitassero altri; e dico così, perchè non solamente non vidi nessuno di tale genìa, ma nemmeno verun’orma sul terreno m’indicò che ve nè fosse stato qualcuno in tutto questo intervallo. Certamente nelle stagioni piovose costoro non vanno attorno, o almeno non imprendono viaggi troppo lontani. Tuttavia dopo averli avuti in tanta vicinanza l’ultima volta, me la passai sempre male d’allora in poi, non m’abbandonando più la paura che m’arrivassero d’improvviso alle spalle; donde prendo motivo d’osservare, come un male che si aspetta sia più crudele ancora di un male che si soffre, specialmente quando non avete alcuna ragione che vi liberi dal vostro giusto timore.

Trascorsi per me tutti questi giorni in micidiali pensieri, impiegai la maggior parte delle mie ore, che ben potevano essere dedicate ad uso migliore, nello studiar modi d’investirli e lanciarmi sovra essi la prima volta che sarebbero sbarcati, massimamente se fossero stati divisi, come erano non ha guari; nè pensava affatto che, quand’anche fossi riuscito ad accopparne una parte, supponiamo una decina o una dozzina, mi sarebbe stato necessario nel dì seguente, o dopo una settimana, o dopo un mese, sterminarne un’altra banda, poi un’altra e così all’infinito, di modo che in ultimo de’ conti non sarei stato meno un assassino io di quanto eglino fossero cannibali, e forse sarei stato anche più colpevole di loro.

Io passai dunque tutto questo tempo in una grande ansia e perplessità, aspettandomi da un dì all’altro di cader nelle mani di quella spietata razza; onde se talora m’arrischiava ad andare attorno, nol faceva se non con tutte le cautele immaginabili. Or sì m’avvidi, e non senza averne grande conforto, qual fortuna fosse stata per me l’avermi allevata una greggia di capre domestiche; perchè io non ardiva per nessun conto sparare il mio moschetto, principalmente da quel lato d’isola ove sapeva esser più soliti a sbarcare i selvaggi, e ciò per la paura di metterli in trambusto. Chè non dubitava già che non fuggissero dopo il primo sparo, ma era ben sicuro che in pochi giorni gli avrei avuti di ritorno alla spiaggia forse con dugento o trecento piroghe; e se questo accadeva, sapeva ancora qual sorte dovessi aspettarmi. Pure io passai un anno e tre mesi, come dissi, prima di tornare a vedere selvaggi. Può ben darsi che in tale tempo ne sieno venuti, ma o non si fermarono o non li vidi; pure sol nel mese di maggio, o poco dopo, secondo i miei computi, e nel [p. 225]ventesimo quarto anno del mio soggiorno nell’isola ebbi uno stranissimo scontro con essi, che descriverò a suo luogo.

Grande fu, già lo dissi, l’agitazione della mia mente durante quei quindici o sedici mesi: dormiva inquieto; facea sempre orridi sogni, dai quali spesse volte mi destava d’improvviso, e preso da brividi d’atterrimento; nè più tranquilla era la mia mente durante il giorno. Quante volte io sognava di uccider selvaggi, quante volte anche dormendo ragionava su la giustizia di ucciderli! Ma qui mi è d’uopo fare una digressione.


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