Avventure di Robinson Crusoe/39

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Naufragio d’un vascello

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Naufragio d’un vascello.



Correva il giorno 16 maggio, almeno a quanto additava il mio povero calendario di legno, su cui non tralasciava niun giorno di fare i miei segni; correa, dissi, questo giorno, quando sollevossi un fiero temporale che accompagnato da tuoni e lampi durò tutta quella giornata, cui successe una notte parimente tempestosissima. Stava leggendo la mia Bibbia, nè mi ricordo a qual punto di essa mi sorgessero gravissimi pensieri su la presente mia condizione, quando mi sorprese un fragore di cannone sparato, come non ne dubitai, da gente che stava sul mare. Fu questa veramente una sorpresa di una natura affatto diversa da quante me n’erano occorse fin qui, e tale che diede un corso del tutto nuovo ai miei pensieri.

Saltato su in tutta la possibile fretta, posi in un attimo la mia scala alla parte del monte dond’era solito salire e discendere, e trattala con me, fui su la vetta nel punto che una vampa di luce mi avviso d’un secondo sparo di cannone, il cui strepito in meno di un mezzo minuto secondo fu da me udito. Dalla direzione del rumore compresi tosto venir esso da quella parte di mare, ove fui con la mia piroga trascinato dalla corrente. Pensai subitamente dover questo essere il [p. 226]segnale mandato da qualche vascello pericolante che, veleggiando di conserva con altri legni o vascelli, or situati in distanza da esso, li chiedesse con questo mezzo in suo soccorso. La mia mente fu pronta abbastanza a pensare allora che, se bene io non fossi in istato di portare aiuto a que’ naviganti, poteva riceverne da essi. Raccolte quindi quante legna aveva a tiro, e fattone una grande catasta, piantai un bel fuoco su la montagna. Erano ben secche le legna, onde la vampa splendeva liberamente, e, ancorchè soffiasse gagliardo il vento, la mia catasta continuò ad ardere bene al segno di farmi credere che, se si trovavano uomini nel vascello, ne avrebbero necessariamente veduto il fuoco. Nè dubito che nol vedessero, perchè, appena la vampa incominciò a divenire alta, udii un nuovo sparo di cannone, poi un altro, tutti dalla medesima banda. Curai il mio fuoco tutta la notte fino allo spuntare dell’alba; poi quando fu innoltrato il giorno e ben chiaro l’aere, vidi alcun che in grande distanza galleggiar [p. 227]sul mare a levante dell’isola; ma se fosse un vascello o avanzo di esso, non potei discernere ciò nemmeno col mio cannocchiale, tanto era grande la lontananza, e l’atmosfera nebbiosa, almeno sul mare.

Dopo averlo contemplato più volte in tutta la giornata, m’accorsi finalmente che non si movea di sorta alcuna, donde congetturai tosto che fosse un vascello postosi all’âncora. Ansiosissimo, come potete immaginarvelo, di verificare la cosa, presi meco il mio moschetto e voltomi al mezzogiorno dell’isola, m’affrettai verso la direzione di quegli scogli presso cui tempo prima la corrente m’avea trascinato lontano dalla spiaggia. Salito su la sommità ove esaminai quella parte di mare altra volta, potei, essendo giorno affatto sereno, vedere distintamente e con mio grave cordoglio i frantumi d’un vascello gettato di notte tempo contro a quegli scogli nascosti ne’ quali m’abbattei con la mia piroga; quegli scogli stessi che, rompendo la violenza della corrente e formando una specie di controcorrente o di riflusso, mi camparono dalla più disperata e deplorabile condizione in cui mi sia mai trovato in mia vita.

Così accade talvolta che quanto è occasione di salvezza ad un uomo, sia di perdizione ad un altro; perchè sembra che quei naviganti non sapendo ove si fossero, e gli scogli essendo affatto coperti, sieno stati nella notte portati sovr’essi dalla furia del vento spirante ad est-nord-est (greco-levante). Se avessero veduto l’isola, il che non mi parea da supporsi, avrebbero cercato di ripararsi alla spiaggia mediante la loro scialuppa; ciò nondimeno gli spari di cannone fatti da essi per chieder soccorso, massime dopo aver veduto, siccome io m’immaginai, il mio fuoco, mi facevano pensare or una cosa, or l’altra. Primieramente supposi che, alla vista del segnale dato da me, si fossero gettati veramente nella loro scialuppa e ingegnati di salvarsi alla spiaggia, ma che il flutto troppo grosso ne gli avesse respinti. Poi mi veniva in mente che in quel momento non avessero più la loro scialuppa, il che poteva essere avvenuto in più d’un modo: particolarmente se le ondate battendo sul loro vascello avessero costretti i naviganti, come talvolta avviene, ad alleggerirlo col mettere in pezzi la scialuppa e gettarla in acqua con le proprie mani.

Qualche altra volta m’induceva a credere che avendo essi altri legni o vascelli in compagnia, questi, uditi i segnali di disastro, avessero raccolti e condotti via seco i pericolanti marinai. Poteva anche [p. 228]darsi (io fantasticava fra me stesso) che, postisi in mare con la scialuppa, e trascinati dalla corrente entro cui corsi io tanto rischio in passato, fossero stati trasportati nel grande oceano, ove non potessero più aspettarsi che stenti e sciagure, e quella forse di essere ridotti dalla fame all’orrida condizione di mangiarsi l’un l’altro.

Poichè queste non erano tutt’al più se non congetture, nello stato mio io non aveva a far meglio che contemplare la miseria di quegli infelici e compassionarli, cosa che produceva per altro un buon effetto su me: il porgermi un motivo di rendere vie più e vie più grazie al Signore, che nella desolata mia posizione m’avea si ampiamente provveduto di soccorsi e di conforti; che fra le vite degli uomini di due vascelli naufragati in questa remota parte di mondo avea risparmiata unicamente la mia. Qui ancora ebbi una nuova ragione per osservare come sia cosa rarissima che la provvidenza di Dio nè lasci sprofondare in una condizione di vita sì abbietta, sì miserabile da non vedere in essa una particolarità o vero un’altra, di cui dobbiamo essere grati al Signore; in una condizione si deplorabile da non lasciarci scernere il confronto di condizioni deplorabili anche di più. Tal fu certo quella de’ naviganti di cui si parla ora, e la salvezza de’ quali è sì dubbia, che non so trovare congettura per crederla fuor di una sola (e sarebbe piuttosto un desiderio o una speranza) che fossero stati cioè raccolti da un vascello venuto in lor compagnia; e ciò era da vero una mera possibilità, perchè non m’accorsi del menomo segno che desse apparenza di ciò.

Non ho bastante eloquenza per esprimere quale strana ansia di desideri io sentissi nella mia anima a tale vista, ansia che si disfogava talvolta con queste parole: «Oh! vi fosse stata in quel vascello una o due creature, anzi bastava una sola salva, che avesse trovato un rifugio presso di me! Avrei avuto un compagno, un mio simile che mi avrebbe parlato, col quale potrei conversare!» In tutto il tempo della solitaria mia vita non ho mai sentito un sì fervido, un sì forte desiderio della società de’ miei simili, e un sì profondo cordoglio perchè ne mancava.

Havvi certe molle segrete de’ nostri affetti che, quando son mosse da qualche obbietto presente o, se non presente, fatto tale dalla forza dell’immaginazione, traggono la nostra anima in un sì forte turbamento, la comprendono sì gagliardemente, che l’assenza dell’obbietto stesso ne diviene un male insoffribile: erano tali gli ardenti miei [p. 229]desideri, che mi bastava se almeno un uomo solo si fosse salvato. Credo di aver ripetuto queste parole: Oh ne fosse stato almeno uno! un migliaio di volte; e nel ripeterle, tanto mi sentiva eccitato dal fervore ond’era preso, le mie mani si stringevano tanto l’una nell’altra, le mie dita ne premevano con tanta forza le palme, che se qualche cosa di fragile fosse stato tra esse, involontariamente lo avrebbero stritolato; i miei denti si stringevano, si serravano sì forte che mi era impossibile il separarne la fila superiore dall’inferiore.

Lascio ai naturalisti lo spiegar queste cose e il come e il donde succedano: soltanto io posso descrivere un fatto che rese attonito me ancora quando m’accadde, benchè non sapessi da che procedea. Esso fu indubitatamente l’effetto di ardenti desideri e di gagliarde immaginazioni che, improntatesi nella mia mente, le mostravano qual conforto mi avrebbe arrecato il conversare con uno soltanto dei Cristiani miei simili. Ma ciò non doveva essere: il destino di questo tale, o di me, o d’entrambi non lo volea; perchè fino all’ultimo anno del mio soggiorno nell’isola non seppi mai se qualcuno di que’ naufraghi si fosse salvato o no, e solamente, alcuni giorni dopo, ebbi l’afflizione di vedere il cadavere di un giovanetto annegato, che l’acque [p. 230]portarono su la punta estrema di spiaggia presso cui avvenne il naufragio. Non aveva egli altre vesti fuor d’un saione da marinaio, d’un paio di brache di tela aperte al ginocchio, d’una camicia di color turchino, ma nulla che mi guidasse a congetturare di qual nazione fosse. Non teneva altro ne’ suoi taschini che due ducati ed una pipa, la seconda delle quali cose avea per me un valore dieci volte maggiore della prima.