Avventure di Robinson Crusoe/42

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Fine della mia solitudine

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Daniel Defoe - Avventure di Robinson Crusoe (1719)
Traduzione dall'inglese di Gaetano Barbieri (1842)
Fine della mia solitudine
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Fine della mia solitudine.



Fermato così l’animo, mi posi in agguato il più sovente che fummi possibile, tanto che da vero cominciava ad esserne infinitamente annoiato; perchè era più d’un anno e mezzo ch’io facea questa vita, e che mi trasportava quasi ogni giorno e al lato occidentale dell’isola e a quello tra mezzogiorno e ponente, per vedere se comparivano scialuppe, senza che una ne capitasse. Ciò mi sconfortava assai, e cominciava a disturbarmi grandemente, benchè in questo caso io non potessi dire, come avrei potuto dirlo qualche tempo prima, che tale sconcio rintuzzava l’ardore del mio desiderio; anzi maggiori indugi s’interponeano, più fortemente io ne anelava il conseguimento. In una parola, non fui mai per l’addietro così sollecito di non vedere i selvaggi e di schivare ogni occasione di essere veduto da loro, come io ora desiderava ansiosamente di trovarmi loro addosso. Anzi in mia fantasia credeva essere tanta in me l’abilità necessaria ad addimesticare un selvaggio, anche i due, i tre, se fossi riuscito ad averli, che me li avrei fatti schiavi, gli avrei condotti a far quanto avessi lor comandato e tolto loro ogni potere di arrecarmi mai alcun male. Era lungo tempo da che io mi beava di tale lontana speranza, ma nulla occorreva che l’avvicinasse; tutte le mie macchinazioni, i miei disegni andavano a finire in nulla, perchè per lungo tempo i selvaggi non s’accostarono a me.

Dopo un anno e mezzo che m’era intertenuto in questi divisamenti, andati tutti in fumo per mancanza sempre di un’occasione atta a mandarli ad effetto, fui sorpreso una mattina di buon’ora al vedere non meno di cinque scialuppe tutte insieme, rasente la spiaggia del mio lato d’isola; la loro ciurma che vi stava entro, era già tutta sbarcata e lontana dalla mia vista. Il numero di questi ospiti sconcertava [p. 244]ogni mio computo; perchè vedendo ch’erano tanti, e sapendo esser soliti venire a quattro, a sei, qualche volta anche più in una scialuppa, non poteva fare nessana congettura su questo numero straordinario, e molto meno immaginare il partito cui appigliarmi per assalire venti o trenta uomini in una volta; laonde me ne stetti per qualche tempo quatto quatto entro la mia fortezza assai scoraggiato e perplesso. Pur finalmente mi collocai in tutta quell’attitudine d’assalto cui m’era già disposto, e mi trovava già presto alla battaglia se alcun che fosse avvenuto. Dopo aver aspettato un bel pezzo con l’orecchio attento al menomo strepito che facessero, preso finalmente da impazienza, posai i miei moschetti a piè della mia scala, e andai salendo in due volte, giusta il mio consueto, su la cima del monte, ove ebbi la cautela di tenermi in tal guisa che, la testa non isporgendo mai fuor dei dirupi, coloro non potessero veder me di sorta alcuna. Quivi coll’aiuto del mio cannocchiale mi accorsi che questi miei forestieri in numero non meno di trenta, avevano acceso fuoco e apparecchiato vivande. Come le avessero cucinate, nè che cosa avessero cucinato, nol seppi; so che ballavano tutti attorno a questo [p. 245]fuoco, facendo mille sconce smorfie da barbari pari loro, ch’io sarei da vero impacciato a descrivere.

Mentre guardavali così col mio cannocchiale, vidi due miserabili trascinati fuori delle scialuppe, ore erano stati lasciati, e menati alla spiaggia per essere macellati. Un di questi sgraziati lo vidi cadere in un subito stramazzato, a quanto supposi, da un randello o scure di legno, perchè tale è la loro usanza; poi due o tre altri gli furono addosso per isventrarlo, squartarlo, indi cucinarlo, intanto che l’altra vittima era stata lasciala a sè, finchè i beccai fossero lesti a farle lo stesso servigio. Allora questo sciagurato vedutosi un poco in libertà, perchè non era legato, e per un istinto di natura che la speranza della vita rendea più possente, s’involò ad un tratto da’ suoi carnefici, e datosi a correre con incredibile velocità lungo il lido, s’indirizzò verso la spiaggia ov’era posta la mia abitazione. Ebbi un indicibile spavento, lo confesso, quando lo vidi prendere simil cammino, e soprattutto quando mi parve di vedere che il resto di quella masnada si facesse ad inseguirlo. Certo io doveva aspettarmi che una parte del mio sogno fosse per avverarsi, perchè quell’infelice non potea non ripararsi nel mio bosco; ma da vero non aveva gran che da far conto su l’altra parte del sogno stesso, o sperare che i selvaggi non lo inseguissero fin lì per riprenderlo. Nondimeno tenni il mio posto e cominciai a ripigliare un po’ di coraggio, quando m’avvidi che non più di tre uomini gli correvano dietro; e sempre più mi rinfrancai notando come li superasse oltre ogni dire nella celerità della corsa, e guadagnasse sempre nuovo terreno dinanzi ad essi. «Se la dura così, io diceva fra me, per una mezz’ora, è salvo e se ne ride di tutti.»

Fra essi e il mio castello stava quella specie di baia da me notata più d’una volta nel principio della mia storia, perchè mi giovò allo sbarco del carico portato via dal naufragato vascello; onde io vidi pienamente, che il misero fuggitivo non poteva esimersi o dal traversarla notando, o dall’esservi preso entro. Ma appena giuntovi, senza trovarsi punto impacciato si gettò nell’acqua e in un batter d’occhio toccò l’altra riva, ove si diede nuovamente a correre con la massima velocità e gagliardia. Quando i tre che lo inseguivano furono alla prima sponda della baia, bisogna dire che due soli se la sentissero di tentare il guado, perchè il terzo diede una occhiata ai compagni, poi senza far altro, se ne tornò addietro pian piano; il che fu un gran bene per lui come il fatto appresso dimostrò.

[p. 246]Osservai intanto che i due abili al nuoto ci metteano nel traversar la baia due volte più tempo di quanto ce ne aveva messo il fuggiasco, che a quell’ora era già raccomandato alle proprie gambe assai bene.

Adesso sì che mi tornava caldamente e in guisa invincibile la mia prediletta idea di procacciarmi un servo e forse un compagno o aiutante; adesso sì, diceva a me stesso, che ne è arrivato il tempo; adesso sono l’uomo chiamato dalla Provvidenza a salvare la vita di quella povera creatura. Messa giù tosto con ogni possibile prestezza la mia scala per prendermi i due moschetti che, come ho osservato dianzi, stavano al piede della medesima, e risalitala con uguale rapidità, tornai alla cima del monte, donde calai pigliando una scorciatoia verso la marina, sinchè mi trovassi tra coloro che inseguivano e l’inseguìto. A questo che fuggiva a più non posso, gridai sì forte da farlo voltare addietro; ma in quel primo istante gli faceva forse altrettanta paura io quanta i suoi due persecutori. Nondimeno non mi stetti dal fargli cenno con la mano che tornasse addietro; poi nel tempo stesso a quel di costoro che primo si offerse diedi col calcio del mio moschetto tal botta che restò tramortito. Voleva astenermi dal far fuoco per non essere udito dagli altri, benchè a quella distanza ciò non fosse sì facile; tanto più che la natura della posizione avrebbe impedito ad essi di vedere il fumo, e per conseguenza di far congetture sul luogo donde fosse venuto il frastuono. Poiché ebbi stramazzato quel primo, l’altro si fermò come spaventato, nè io fui tardo a corrergli addosso; ma quando gli fui più vicino, accortomi che era provveduto di arco e di frecce e che s’apparecchiava a scagliarmene una, mi vidi nella necessità di prevenirlo con un saluto del mio moschetto, il che feci e lo stesi morto sul colpo.

Il povero inseguìto arrestò, per dir vero, la sua fuga quando vide atterrati e morti, com’egli credè, tutt’e due i suoi nemici; ma aveva avuta sì mala paura del fuoco e dello strepito del mio moschetto, che rimase piantato lì senza andare nè avanti nè indietro, se bene sembrasse piuttosto inclinato a darsi nuovamente alla fuga. Tornai a fargli animo con la voce e co’ cenni, che facilmente intese, e fece anzi lentamente alcuni passi in avanti, ma poi si fermò di nuovo; poi qualche altro passo avanti, poi una nuova fermata, e potei accorgermi ch’egli tremava come se si vedesse già preso e nell’atto di far la fine de’ suoi due persecutori. Un’altra volta gli dissi a cenni d’avvicinarsi a me, dandogli quanti segnali d’incoraggiamento per me [p. -]


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Egli veniva, s'accostava e s'accostava sempre un po' più, inginocchiandosi ad ogni dieci o dodici passi p.247


[p. 247]si potea, sì che egli veniva, s’accostava e s’accostava sempre un po’ più, inginocchiandosi ad ogni dieci o dodici passi, per manifestarmi la sua gratitudine, perchè lo aveva sottratto alla morte. Finalmente mi fu da presso del tutto, ed allora prosternatosi di bel nuovo, baciò la terra, e presomi un de’ piedi se lo pose sopra la testa, con che s’intendea giurarmi che sarebbe stato mio schiavo per sempre. Alzatolo da terra, lo accarezzai, e gli feci animo meglio che seppi.

Ma non eravamo ancora nè egli nè io fuor dell’impaccio, perchè m’accorsi che il selvaggio da me atterrato, non morto, come pensai, ma soltanto sbalordito dalla violenza della percossa, cominciava a riaversi; la qual cosa feci notare al mio protetto, indicandogli a cenni che quel suo nemico era tuttora vivo. Su di ciò egli mi disse alcune parole, le quali, benchè non intendessi punto, mi furono gratissime, siccome il primo suono di voce umana che, eccetto la mia, avessi udito da ventidue e più anni. Ma non v’era tempo a simili considerazioni; il selvaggio da me stramazzato rinveniva sì bene, che era già seduto sul terreno, e m’avvidi come l’altro selvaggio, ch’io difendeva, tornasse nel primo spavento. Veduto ciò addirizzai l’altro mio moschetto all’uom seduto per rimediare al primo colpo mancato; ma il mio selvaggio, che così or lo chiamerò, mi chiese per segni gli prestassi la sciabola, ch’egli mi vedea pendere senza fodero dalla cintura. Gli condiscesi, nè la ebbe appena, che corse al nemico, e con un colpo gli tronco si netto il capo dal collo che non credo avrebbe fatto nè più presto nè meglio il più abile fra i patentati carnefici; la qual cosa mi parve straordinaria in un uomo ch’io avea ragione di credere non avesse mai vedute in sua vita sciabole, eccetto le loro che sono di legno. Ciò non ostante sembra, come imparai in appresso, che queste spade di legno sieno affilate, fornite di contrappeso e fabbricate con un legno fitto al punto di far saltare e testa e braccia con un sol colpo. Compiuta questa impresa, tornò a me tutto gaudioso del suo trionfo, e portatami la spada con una abbondanza di gesti, che certamente non intesi, me la pose innanzi insieme con la testa del suo nemico.

La cosa di cui egli era stupito e curioso oltre ogni dire, era il modo onde fossi riuscito ad uccidere l’altro Indiano in tanta distanza, onde accennandolo mi fece capire alla meglio il suo desiderio ch’io lo lasciassi andare a verificare presso l’ucciso come stesse la [p. 248]cosa, ed io alla meglio gli feci capire che gliene dava la permissione.

Quando gli fu vicino rimase com’uomo sbalordito guardando il cadavere, voltandolo prima su un fianco, indi sull’altro, contemplando la ferita che la palla aveva fatto, che sembra lo avesse colpito esattamente nel petto, onde non si vide al di fuori gran copia di sangue, perchè diffuso tutto nell’interno. Raccolti l’arco e le frecce dell’ucciso, tornossene addietro. Non credendo io cosa opportuna il rimaner più in quel luogo, gli feci segno di seguitarmi non senza studiarmi di dargli a comprendere, sempre a cenni, come gli altri selvaggi potessero venire dietro a quelli che erano morti.

Entrò tanto nella mia osservazione, che m’indicò la sua idea di seppellire que’ cadaveri nella sabbia, affinchè non fossero veduti dal rimanente della masnada, idea che approvai. Postosi all’opera, in men che io nol dico, avea scavata nella sabbia una buca ampia abbastanza per sotterrare il primo de’ due morti, indi ve lo trasse dentro, datosi ogni cura di ricoprirlo; lo stesso fece con l’altro cadavere, nè credo che tutta questa operazione durasse più d’un quarto d’ora.

Richiamatolo allora, lo condussi, non già alla mia fortezza, ma a dirittura alla mia caverna situata all’altro lato dell’isola, così non lasciai verificare quella parte del mio sogno che gli assegnava per ricovero il mio boschetto. Quivi gli diedi, perchè si cibasse, e pane ed un grappolo d’uva ed acqua da bere, di cui avea grande necessità pel molto correre che avea fatto.

Ristoratolo in tal guisa, gli accennai che andasse a riposarsi, mostrandogli in un luogo della caverna uno strato di paglia di riso con sopra una coperta: letto su cui più d’una volta era giaciuto io medesimo; così quella povera creatura coricatasi cercò di prendere un poco di sonno.

Egli era un bel pezzo di giovinotto, gentile d’aspetto, perfettamente ben complesso, di membratura gagliarda e regolare, non troppo tarchiato, alto e di belle proporzioni, dell’età, ai miei conti, di ventisei anni all’incirca. Avea tutte quelle qualità che fanno una buona fisonomia, non feroce o torva, pur virile sembianza e dotata ad un tempo di tutta la grazia e piacevolezza di una faccia europea, massimamente quando ridea. Lunga e nera erane la capellatura, non crespa a guisa di lana; spaziosa ed alta la fronte; vivacissima e scintillante l’acutezza delle sue pupille. Il colore della sua carnagione non era affatto nero, ma bronzino, non per altro di quel bronzino [p. 249]che è piuttosto un gialliccio brutto e schifoso, e che suol essere proprio de’ nativi del Brasile e della Virginia e d’altri popoli dell’America, ma una specie di lucente color d’oliva carico, che aveva in sè stesso non so qual cosa d’aggradevole che non sarebbe sì facile il descrivere. Rotondo e pienotto il volto; naso piccolo, nè schiacciato siccome quello de’ Negri; bocca ben fatta, delicate labbra, bei denti ben ordinati e bianchi come l’avorio.