Avventure di Robinson Crusoe/43

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Venerdì

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Venerdì.



Poichè egli ebbe sonnecchiato più che dormito per una mezz’ora, abbandonò il suo pagliericcio per venirmi a cercare fuor della caverna; perchè io era andato a mungere le capre che, come sa il leggitore, teneva in un chiuso a poca distanza di lì. Scopertomi appena, mi si fece incontro, tornò a gettarsi per terra dinanzi a me, rinnovando i suoi grotteschi gesti, e facendone d’ogni fatta per assicurarmi in tutti i possibili modi della sua gratitudine. Tra l’altre cose stese la faccia per terra rasente un de’ miei piedi e, come avea fatto prima, si pose l’altro mio piede sopra la testa, studiandosi a darmi tutte le immaginabili dimostrazioni di suggezione, servitù e sommessione, e a farmi capire che avrebbe voluto servirmi per tutta l’intera sua vita. In molte cose io lo intesi, nè trascurai dal canto mio alcun modo perchè comprendesse come fossi contento dell’acquisto che avea fatto in lui.

In poco tempo cominciai a parlare con esso e ad insegnargli a parlare con me, e per prima cosa gli lasciai conoscere che il suo nome sarebbe Venerdì, poichè correndo un venerdì quando gli salvai la vita, volli che il suo nome proprio ne fosse il ricordo. Gl’insegnai pure a dire padrone, gli dichiarai il nome con cui mi chiamava io; [p. 250]lo addestrai a profferire e no, e ad intendere la forza di questi monosillabi. Versatogli una certa quantità di latte entro una scodella di terra, mi feci prima vedere a berne io e v’intinsi del pane; poi data che gli ebbi una focaccia seguì il mio esempio, e così inzuppata se la mangiò tutta additandomi che la trovava una buonissima cosa.

Rimasto con lui tutta quella notte, appena fu giorno, gl’intimai di seguirmi facendogli comprendere che gli avrei dati panni per coprirsi, di che parve allegrarsi grandemente, perchè era ignudo come il Signore lo aveva fatto. Arrivati al luogo ove furono sepolti quei due selvaggi il dì innanzi, fu egli il primo ad indicarmene il sito e a mostrarmi certi segnali da lui fatti per riconoscerlo, prontissimo, secondo i cenni che mi fece, a disotterrare i due sepolti e a mangiarseli. A tale proposta mostratomi in collera non so dir quanto, gli espressi l’orrore destatosi in me col far come se mi si movesse il vomito all’idea sola di ciò, poi con la mano gl’intimai di procedere innanzi; nel che mi obbedì tosto con la massima sommessione. Lo [p. 251]condussi indi su la cima del monte perchè vedesse se i suoi nemici erano andati; qui tratto fuori il mio cannocchiale mi diedi a guardare ancor io, e ravvisai pienamente il luogo ov’erano stati il dì prima i selvaggi, ma non rimaneva più il menomo vestigio di essi o delle loro piroghe, donde appariva pienamente che fossero partiti lasciandosi addietro i due loro compagni, e senza curarsi punto di venirli a cercare.

Ma non contento a questa ragionevole congettura, ed essendomi ora cresciuto il coraggio e per conseguenza la curiosità, presi meco il mio Venerdì, cui posi nelle mani la mia sciabola e agli omeri l’arco e le frecce (nel trattar le quali armi lo trovai in appresso destrissimo), ed in oltre gli feci portare un moschetto per me e due altri ne presi io medesimo; poi ci avviammo al luogo ove quegli sciagurati gozzovigliarono, perchè era mia mente ora il procacciarmi più minuti ragguagli intorno a loro. Arrivato colà, tutto il sangue mi si gelò nelle vene, e il cuore mi si aggruppo all’orrore della vista che si offerse al mio sguardo. Coperto per ogni dove d’ossa umane era quel campo; il terreno imbevuto di sangue; sparso qua e la di grossi pezzi di carne umana, quali arrostiti, quali abbrustoliti, per metà mangiati, per metà masticati: vidi in somma tutti i segnali del fero pasto che coloro aveano fatto quivi dopo una vittoria riportata su i loro nemici: tre teschi, cinque mani, le ossa di tre o quattro gambe e piedi e brani in copia di corpi squartati, intorno a che Venerdì m’informò per cenno, come quattro fossero stati i prigionieri condotti quivi, tre de’ quali mangiati, eccetto lui, e qui accennava sè stesso, che senza di me sarebbe stato il quarto; come fosse avvenuta una grande battaglia tra coloro che poi rimasero vincitori, ed un re vicino di cui parea che Venerdì fosse suddito; come essendo stato fatto grande numero di prigionieri, quelli che se ne impadronirono li conducessero a mano a mano in diversi luoghi per fame banchetto, siccome accadde ai tre più sgraziati dei quattro condotti lì il giorno innanzi.

Ordinai allora a Venerdì che raccogliesse tutti que’ crani, ossami e pezzi di carne, nè facesse un gran mucchio e accendesse un gran fuoco sovr’esso da mantenervisi finchè fossero ridotti in cenere. Mi accôrsi come la gola di Venerdì morisse dietro a que’ pezzi di carne, perchè la natura di cannibale gli rimanea tuttavia. Ma io gli mostrai tanto orrore al solo pensiero di questo atto, ch’egli non si ardì punto [p. 252]di palesare il suo desiderio. Chè io avea trovato modo di fargli intendere, ch’io l’ucciderei se lo vedessi tentare un’azione così fatta.

Dopo ciò tornai alla mia fortezza, ove mi posi a lavorare per lui; e prima di tutto gli diedi un paio di brache tolte fuori dalla cassa del povero cannoniere, che è stata altrove notata fra le suppellettili del vascello naufragato: poco ci volle perchè gli andassero bene. Appresso gli feci (per quanta mi permise la mia abilità, che allora era divenuto un tollerabile sartore) una casacca di pelle di capra, oltre ad un berrettone di pelle di lepre che gli era assai adatto alla testa e sufficientemente elegante. Così per allora si trovò vestito che non c’era male, e pareva insuperbirsi d’essere presso a poco abbigliato come il suo padrone. Egli è vero che su le prime stava assai male entro a’ suoi panni: il portar le brache non gli conferiva gran che, e le maniche della casacca gli davano fastidio alle spalle e alle ascelle; ma coll’allentarle un poco ove si dolea che gli faceano male e coll’uso si assuefece a tutte queste cose assai bene.

Visitata indi la mia stanza da letto, cominciai a pensare ove lo avrei allogato; e per fare tutto il meglio che poteva a suo pro senza mio incomodo, gli formai una picciola capanna nel vano fra le mie due fortificazioni, al di dentro dell’interna, al di fuori dell’esterna.

E poichè quivi era un ingresso alla mia grotta, lavorai un uscio di tavole collocandolo in quell’andito un po’ in dentro; il quale aprivasi dalla parte interna e lo teneva sbarrato tutta la notte, tirandomi anche la mia scala: per tal modo Venerdì non poteva penetrare oltre la cinta del mio primo muro senza far tanto strepito, che non mi avesse svegliato. Questa mia interna circonvallazione aveva ora una perfetta soffitta formata di lunghi pali, da cui tutta la mia tenda era coperta. Andando questa ad appoggiarsi alla spalla del monte era attraversata da rami che teneano luogo di assicelle intrecciate di paglie di riso, forti come le canne palustri. Circa poi a quell’apertura per dove si entrava e donde si usciva mediante la scala a mano, io aveva posto una specie di porta a trabocchetto, affinchè chi avesse tentato aprirla dal di fuori, fosse invece caduto giù facendo grande fracasso: quanta alle armi io le ritirava tutte dalla mia banda durante la notte.

Per altro non tardai ad accorgermi che di tante cautele io non aveva bisogno, perchè uomo al mondo non ebbe un servo più fedele, amoroso e leale di quanta fu per me Venerdì. Disinteressato, docile, [p. 253]incapace di macchinazioni, tutto dedito a me, comportavasi meco come figliuolo con padre; e ardisco dire che in qualunque occasione avrebbe messo la sua vita per salvare la mia, della qual devozione mi diede tante testimonianze, che postomi fuor d’ogni sospetto, non tardai a persuadermi come fosse inutile ogni guarentigia che rispetto a lui io cercassi alla mia sicurezza.

Ciò mi diede spesse volte cagione di fare, non senza grande mia meraviglia, una osservazione: vale a dire, che se bene fosse piaciuto a Dio nella sua provvidenza e nel governo delle opere di sua mano il lasciar tanta parte di sue creature incapaci di far quel buon uso del proprio intelletto cui le prerogative delle anime loro erano acconce, pure avea compartite anche a queste le medesime facoltà, le stesse affezioni, i medesimi sentimenti d’amorevolezza; come pure uguali passioni nel risentirsi delle ingiurie, ugual senso di gratitudine, di sincerità, di fedeltà, tutta in somma quell’attitudine per fare il bene e comprendere il bene ricevuto, delle quali ci aveva fornito; in guisa che quando gli piace offrire anche a questi occasioni di adoperare tali facoltà sono pronti, anzi più pronti di noi nell’applicarle a retto uso. Ciò mi rendea talvolta grandemente malinconico quando mi si dava il caso di pensare al poco buon uso che di questa capacità facciamo noi illuminati dalla grande fiaccola d’ogni sapere, dallo spirito del Signore e dalla conoscenza delle sue parole aggiunta al nostro intelletto; nè sapeva comprendere perchè Dio avesse tenuta celata questa salutare conoscenza a tanti milioni d’uomini, i quali, se devo giudicarlo da quel selvaggio, ne avrebbero tratto miglior frutto che noi non facciamo.

Queste considerazioni, lo confesso, mi portavano talora troppo lontano, perchè il mio discutere su la sovrana Provvidenza, era quasi un accusarne la giustizia distributiva che, nascondendo la luce ad alcuni e rivelandola ad altri, richiedeva gli stessi doveri dai secondi e dai primi; ma presto imponeva silenzio ai miei audaci pensieri concludendo così: «Primieramente non sappiamo qual luce abbia data ai secondi, nè in forza di qual legge vengano condannati; e poichè Dio è necessariamente e per essenza infinitamente santo e giusto, non potrebbe spiegarsi un decreto che gli allontanasse eternamente dalla sua presenza, se non si ammettesse aver essi peccato contro a quella luce che, come dice la Scrittura, doveva essere una legge per essi e a quelle regole per cui le coscienze loro dovevano conoscere [p. 254]il giusto senza la divina rivelazione. In secondo luogo ci vediam ridotti al silenzio, ove pensiamo che essendo tutti noi creta nelle mani dal vasaio, niun vaso ha il diritto di chiedergli: Perchè mi hai formato così?» Ma torniamo al mio nuovo compagno.