Avventure di Robinson Crusoe/56

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Partenza dall’isola

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Partenza dall’isola.



Terminato ch’ebbi di fare i miei dovuti ringraziamenti, e portati che furono nella mia stanza quegli squisiti regali, cominciammo a consigliarci su ciò che convenisse fare dei nostri prigionieri; ed era bene un punto degno di essere ponderato: se ne tornasse cioè il pigliarci costoro con noi, massime due di loro, che il capitano sapeva essere incorreggibili al massimo grado e capacissimi di recidiva.

— «Son tali cialtroni, egli dicea, che benefizio non giova a vincerli. Poi, quand’anche volessi condurli via meco, nol potrei se non tenendoli in ceppi per consegnarli siccome malfattori al tribunale della prima colonia inglese ove ne occorrerebbe approdare.»

Io vedea quanto fosse crucciosa questa idea al capitano, onde gli dissi:

— «Se lo giudicaste opportuno, cercherei io d’indurre costoro a chiedervi come una grazia la permissione di rimanere nell’isola.

— Gliela concederei di tutto cuore, rispose il capitano.

— Bene, manderò a chiamarli e parlerò loro in vostro nome.»

Comandai dunque a Venerdì e ai due ostaggi posti ora in libertà (poichè i loro colleghi aveano mantenuta la loro promessa) di andare alla caverna e, trattine fuori i due prigionieri, condurli legati com’erano alla mia casa di villeggiatura, ove gli avrebbero custoditi finch’io fossi giunto per decidere del loro destino.

Comparvi di fatto dopo qualche tempo, vestito de’ miei nuovi abiti e salutato di bel nuovo col titolo di governatore. Era meco il capitano, e tutti essendo convenuti, mostrai a costoro come fossi pienamente informato della ribalda loro condotta col capitano, del modo ond’erano fuggiti sul vascello rapitogli, e degli altri ladronecci e piraterie cui si stavano apparecchiando, se la Providenza non gli avesse [p. 334]fatti cadere negli stessi loro trabocchelli e in que’ precipizi ch’essi avevano scavati per altri. Narrai loro come per opera mia e sotto la mia direzione il bastimento fosse stato ricuperato.

— «Esso è là all’âncora, continuai, come vedrete fra poco, e vedrete ancora quel vostro nuovo capitano impiccato ad un braccio di pennone in premio della sua scelleraggine. Quanto a voi, mi resta a sapere che cosa possiate addurré in vostra discolpa, affinchè non vi condanni come scorridori côlti sul fatto, e non vi sentenzii con quell’autorità di cui non dubiterete certo ch’io non sia investito.»

Un di coloro rispose a nome degli altri, di non avere ad allegare a comune scampo altro che una cosa: la promessa fatta ad essi dal capitano di aver salve le loro vite, e su tale fondamento imploravano la mia carità.

— «La mia carità! Qual carità vi posso usar io che sto per partire da quest’isola con tutta la mia gente, e mi sono già accordato qui col capitano per essere trasportato in Inghilterra nel suo vascello? Il capitano poi non potrebbe condurvi altro che in ferri per essere processati come ribelli e ladri di un bastimento: ciò, lo capite da voi medesimi, vi condurrebbe diritto alla forca. Da vero non vedo quale speranza di meglio poteste concepire, semprechè non fosse vostra mente l’aspettare il vostro destino in quest’isola. Se desideraste ciò, io, poichè ho avuta la permissione di abbandonarla, propenderei a lasciarvici vivi, se credete di trovar qui un rifugio abbastanza sicuro.»

Mostratisi grati oltre modo a tale proposta, dissero che preferivano il rischio di rimaner quivi alla sicurezza di essere impiccati se erano menati nell’Inghilterra. Mi tenni a questa risposta. Ma il capitano fe’ mostra di opporre obbiezioni, come se non credesse essergli lecito il lasciarli qui; ed io per sostenere la mia parte finsi di corrucciarmi seco.

— «In fine sono miei prigionieri e non vostri. Questo grande favore l’ho già offerto loro; non mi ritratto più, e devo valere io quanto la mia parola. Se voi non ve la sentite di acconsentire a ciò, io intanto li lascio liberi come erano quando li presi. Non vi piace così? Li ripiglierete se vi riuscirà d’agguantarli.»

Mi diedero contrassegni di gratitudine non vi so dir quanti, ed io, perchè i fatti corrispondessero ai detti, comandai che fossero sciolti.

— «Tornate, dissi loro, ai boschi donde veniste; vi lascerò [p. 335]alcune armi da fuoco, qualche poco di munizione ed alcune istruzioni per viver bene in avvenire, se ci trovate meglio il vostro conto.»

Indi m’accinsi agli apparecchi opportuni per entrare a bordo del vascello; ma poichè questi m’avrebbero portata via tutta la notte, pregai il capitano a precedermi colà, e ripigliare intanto tutti i suoi diritti sul bastimento.

— «Domani vi compiacerete di mandare una delle vostre scialuppe. E non vi scordate (gli dissi all’orecchio) di fare impiccare il più presto ad un braccio di pennone il cadavere del capitano ribelle, affinchè costoro lo vedano.»

Partito il capitano, feci in appresso venire nel mio appartamento i miei graziati, ai quali tenni una grave allocuzione opportuna alla loro condizione.

— «Credo, dissi loro tra l’altre cose, che vi siate appigliati al partito più salutare. Vedete quella cosa là? (e accennai il cadavere del capitano ribelle, che già pendea da un braccio di pennone del vascello). Non vi sarebbe toccato niente di meglio.»

Dichiarato che ebbero tutti la ferma intenzione in cui erano di rimanere, promisi loro di farli avvertiti di tutta quanta la storia della mia vita in quest’isola, onde ne avessero una norma per procurarsi un vivere agiato ancor essi. Infatti ne cominciai il racconto dall’istante del naufragio che qui mi avea balzato. Mostrai loro le mie fortificazioni e gl’informai sul modo di fabbricarmi il pane, di seminare il mio grano, di fare la mia vendemmia, in una parola su quanto era ad essi necessario per passarsela comodamente. Raccontai pure la storia dei settanta Spagnuoli di cui dovevano aspettarsi l’arrivo e pe’ quali lasciai loro una lettera, facendomi promettere che sarebbero vissuti in buon accordo con essi. Ove trovai, mi si potrebbe domandare l’inchiostro? Lo ebbi dal capitano che ne avea portato seco dallo scappavia, e si maravigliò molto come non avessi mai trovato modo di fabbricarmene con carbone o altra sostanza poichè era venuto a capo di tante altre cose assai più difficili.

Lasciai loro la mia armeria; vale a dire cinque archibusi, tre moschetti da caccia e tre spade, e circa un barile e mezzo di polvere ch’io m’avea risparmiata, perchè dopo un anno o due ne usai ben poca e non ne sprecai di sorta alcuna.

Descrissi loro il modo ond’io governava la mia greggia e ingrassava e mungeva le mie capre e mi fabbricava burro e cacio; in [p. 336]somma non lasciai che ignorassero la menoma particolarità della mia storia.

Promisi i miei buoni ufizi presso del capitano, affinchè lasciasse loro altri due barili di polvere e alcuni legumi, dalla semina e coltivazione de’ quali avrebbero tratto grande profitto; anzi, per parte mia, li regalai di quel sacco portatomi dal capitano perchè me ne cibassi, consigliandoli, in vece di mangiarli, a commetterli al terreno tanto d’avviarsene una entrata.

Adempiute tutte queste cose, li lasciai nel dì seguente, e venni a bordo del vascello. Ci preparammo a salpare, ma non levammo l’âncora in quella notte. Alla mattina di buon’ora due dei cinque uomini lasciati su l’isola, vennero a nuoto sin sotto l’anca del nostro vascello; e quivi lamentandosi nella più commovente guisa del mal trattamento che loro usavano gli altri tre, supplicavano di essere presi a bordo.

— «Adesso se torniamo addietro ci accoppano. Ricevetene a bordo anche a patto di farci impiccar voi» gridavano quegli sgraziati.

Il capitano respingea la loro preghiera allegando il motivo di non potere far nulla senza di me. Ciò non ostante dopo alcune difficoltà, e dietro la promessa loro di mutar vita, vennero accolti. È vero che non tardarono in appresso a farsi mandare all’argano[1]; ma dopo questa punizione si ammansarono e divennero galantuomini e bonissimi diavoli.

Non devo omettere che prima di spiegare le vele tornai alla spiaggia su lo scappavia, entro cui il capitano mandò agli esuli le cose ch’io aveva ad essi promesse. Anzi egli fece aggiungere a queste largizioni le casse e i panni di loro pertinenza. Io in oltre gl’incoraggiai coll’assicurarli che, se mi fosse possibile mandar qualche vascello a levarli di lì, non gli avrei dimenticati.

Nel prender questo congedo dall’isola, portai meco siccome una specie di reliquia, il mio berrettone di pelle di capra, il mio ombrello ed uno de’ miei pappagalli. Devo aggiugnere che non aveva dimenticato di prender meco le monete tolte dai due bastimenti naufragati, quello cioè che mi portò sotto l’isola e il vascello spagnuolo. Le prime dal lungo non servirsene si erano appannate e divenute [p. 337]
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rugginose tanto, che l’argento non potè essere riconosciuto per argento, se non dopo essere stato lungamente strofinato e maneggiato.

Così abbandonai l’isola ai 19 decembre (come me ne fecero certo i registri del vascello) nell’anno 1686, dopo esservi dimorato ventotto anni, due mesi e diciannove giorni. Da questa seconda cattività fui liberato nel dì anniversario di quello che mi salvò dalla prima, quando fuggii entro uno scappavia dalle mani dei Mori di Salè.

Dopo una lunga navigazione su questo vascello, posi il piede su le rive dell’Inghilterra agli 11 giugno del 1687, donde era stato lontano trentacinque anni.


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Note

  1. Punizione marinaresca che consiste nel mettere il delnquente su l’argano del castello di prua per essere ferzato o battuto col cordino.