Avventure di Robinson Crusoe/61

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Battaglia co’ lupi

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Daniel Defoe - Avventure di Robinson Crusoe (1719)
Traduzione dall'inglese di Gaetano Barbieri (1842)
Battaglia co’ lupi
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Battaglia co’ lupi.



Queste circostanze e l’avvicinarsi della notte non ci lasciavano tempo d’avanzo; altrimente avremmo fatto a modo di Venerdì, il quale voleva si levasse la pelle all’orso che veramente meritava di essere conservata; ma ne conveniva fare circa tre leghe, e il nostro conduttore ci mettea fretta; laonde lasciato l’orso morto dov’era, continuammo il nostro cammino.

La terra era tuttavia coperta di neve, benchè non sì fitta e pericolosa come nelle montagne; ed i lupi, lo sapemmo più tardi, spinti dalla fame, erano calali nella foresta e nella pianura per cercarsi [p. 361]alimento, facendo grande guasto ne’ villaggi, ove sorpresero le case de’ contadini, divorarono i loro armenti e cavalli e qualche creatura umana pur anche. Ci toccava passare da un tristo luogo; perchè il nostro conduttore ne disse che, se pure i lupi erano scesi in quelle campagne, gli avremmo trovati ivi. Era questo luogo una piccola pianura circondata di boschi da tutti i lati, che metteva entro una angusta gola, donde dovevamo passare per uscire della foresta, che ci avrebbe di poi condotti al villaggio ove dovevamo pernottare.

Prima di arrivare al tristo sito indicatoci dovevasi entrare in un bosco, ove ci trovammo mezz’ora prima di sera; poco dopo il tramonto eravamo nella pianura. Niuna cosa notabile ne era occorsa nella prima selva; e la sola cosa che ci accadesse nella piccola pianura si fu il vedere, non più in là d’un quarto di miglio, cinque grandi lupi attraversare la strada correndo con grande prestezza l’un dietro l’altro come ad una preda che avessero già in mira. Essi non badarono a noi, e ben presto non li vedemmo più.

Quindi il nostro conduttore che, noteremo qui per parentesi, era un solennissimo poltrone, nè avvertì di metterci su le difese, perchè, a quanto credea, saremmo stati poco a vederne degli altri. Noi di fatto allestimmo i nostri moschetti; ma il fatto è che non ci occorsero lupi per tutta la traversata del bosco che era lunga circa una mezza lega. Bensì entrati nella pianura, non avemmo penuria di queste inamabili creature; e la prima cosa che ne ferì la vista, fu una dozzina di essi affaccendati a succhiar l’ossa, non diremo a mangiar le carni, chè non ce ne restavano più, d’un povero cavallo che aveano sbranato.

Non credemmo a proposito disturbare il loro banchetto, ne i lupi s’accorsero di noi. Venerdì veramente avrebbe voluto che gli permettessi di far qui prove del suo valore; ma io m’opposi risolutamente: capivo bene che avremmo forse avute più faccende di quanto c’immaginavamo. Nè eravamo ancor giunti a metà della pianura, quando cominciammo ad udire a sinistra del bosco spaventosissimi ululati di lupi, poi un momento appresso ne vedemmo un centinaio, che venivano difilato inverso noi, e come in colonne d’esercito guidate da abili condottieri. Da vero la vedeva mal incamminata, nè sapeva troppo come ricevere questi nemici; pure mi parve che il meglio fosse l’ordinarci tutti in linea serrata; e così facemmo in un subito. Indi, affinchè non passasse troppo tempo tra uno sparo [p. 362]ed un altro, ordinai a quelli della mia comitiva che un solo d’ogni due sparasse il suo archibuso, mentre gli altri che non lo avrebbero sparato si terrebbero pronti ad una seconda scarica, se i lupi continuavano a venire innanzi contro di noi; e che chi lo avea sparato, in vece di pensare a ricaricarlo subito, facesse fuoco con l’una poi con l’altra delle sue pistole. Così, fra una metà e l’altra, avevamo sei continue scariche a nostra disposizione, perchè non v’era in quella brigata chi non fosse provveduto di un moschetto e di due pistole. Pure, allora non abbisognammo di tanto; perchè dopo la prima scarica il nemico fece una piena fermata, tanto lo strepito e il fuoco lo intimorirono. Quattro lupi colpiti nella testa stramazzarono, altri fuggirono feriti e grondanti sangue, come potemmo accorgercene dall’orme che lasciarono su la neve. Ma non tutti fuggirono, onde vidi non esser questa una ritirata compiuta. Ricordatomi allora di avere udito raccontare che i più feroci animali rimanevano spaventati da un gagliardo frastuono di voci umane, dissi ai miei compagni di mettersi a gridare con quanti polmoni aveano. Non trovai fallace la ricetta, perchè dopo ciò i lupi principiarono a ritirarsi e a voltare addietro. Comandai tosto una seconda scarica che, posti al galoppo i fuggitivi, li costrinse a rintanarsi nella foresta.

Ciò ne diede agio a caricare di nuovo le nostre armi, ciò che per non perdete tempo eseguimmo continuando il nostro cammino. Ma appena ciò fatto, mentre ci affrettavamo sempre di più per essere presto fuori d’impaccio, udimmo un tremendo fracasso nella stessa foresta, sempre a manca, veramente in distanza da noi, ma su la via che dovevamo percorrere.

Cominciava ad imbrunire, perchè s’avvicinava la notte a far la nostra condizione più trista, e lo strepito crescea sempre di più, quando ci accorgemmo che derivava tuttavia da ululati di quelle diaboliche creature. In un subito ne vedemmo tre branchi, uno a sinistra, l’altro a destra, il terzo a fronte di noi, sì che potevamo dire d’essere accerchiati dai lupi. Pure, come non si mostravano in quel punto disposti ad assalirci, proseguimmo il cammino con tutta la velocità con che potemmo spingere i nostri cavalli, poca per dir vero, e ridotta al mezzo trotto per quelle perversissime strade. Così arrivammo a vista dell’ingresso di una selva posta su l’estremità della pianura che ci toccava attraversare per giungere alla nostra meta. D’improvviso da un altro vano di bosco udimmo il romore di uno sparo di [p. 363]moschetto, e guardando da quella parte vedemmo correre come il vento e a briglia sciolta un cavallo inseguito da sedici o diciassette lupi. Per dir vero il corridore li precedeva d’una certa distanza, ma

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pareva impossibile che nol raggiugnessero, e di fatto il raggiunsero.

Ma entrati appena nella selva, ci si parò innanzi agli occhi uno spettacolo ben più tremendo. Trovammo gli scheletri d’un altro cavallo e di due uomini divorati da quelle fameliche belve. Uno di quegli infelici doveva essere senza dubbio quello da cui venne lo sparo d’arma da fuoco udito dianzi, perchè un moschetto gli posava in terra da presso: il cranio e la parte superiore del corpo di quel misero erano affatto scarnati.

Compresi d’orrore a tal vista, non sapevamo a qual partito appigliarci; ma le creature che ne giravano attorno in cerca di preda ci fecero ben tosto risolvere, e credo da vero che non erano men di trecento. Fu nostra grande ventura che non propriamente all’ingresso del bosco, ma un poco più in là vi fosse una quantità di legname da lavoro d’alberi atterrati di quella selva, e lasciato ivi per essere trasportato. Condussi per mezzo a questa specie di fortezza [p. 364]il mio piccolo esercito, e postici in linea dietro ad un lungo enorme pancone, che ci serviva come d’un parapetto, dissi a tutti di smontare, e formato un triangolo di cui le nostre persone erano i lati, tenevamo entro la sua area i nostri cavalli.

Ci trovammo ben contenti di aver fatto così; perchè non fuvvi mai impeto più furioso di quello, onde ci assalirono que’ predatori. Con una specie di ruggito saltarono sul pancone che era, come dissi, il nostro parapetto, quasi già sicuri d’aver trovata la loro pastura; e l’avidità dei malandrini parea soprattutto stimolata dalla vista dei cavalli cui facevamo ala. Ordinai tosto alla mia brigata di far fuoco sovr’essi, tenendo la stessa regola di poco dianzi. La mira fu sì ben presa, che alla prima scarica già molti lupi caddero morti; ma qui v’era la necessità del fuoco continuo; perchè que’ diavoli venivano di fronte, e quelli di dietro incalzavano quelli davanti.

Dopo una seconda scarica ne parve che si fermassero alquanto, e sperava che avrebbero battuta la ritirata; ma fu la fermata sol d’un istante, che altri lupi sopravvennero a spingerli innanzi. Facemmo altre due volte fuoco su d’essi con le nostre pistole; e credo che in quattro scariche ne ammazzammo diciassette, e ne storpiammo altrettanti; ma i maladetti tornavano sempre.

Mi rincrescea l’affrettarmi troppo a consumare la mia munizione; onde chiamato il mio servitore, non già Venerdì (affaccendato allora in opera di maggiore momento, perchè con la massima destrezza aveva caricato il proprio moschetto ed il mio mentre stava dando queste disposizioni), chiamai, dissi, l’altro servitore, ordinandogli di spargere sul pancone tanta polvere da formare un’ampia lista che ne tenesse l’intera lunghezza. Tanto egli fece, ed ebbe appena il tempo di ritirarsi di lì, che i lupi tornarono e alcuni di essi saltarono sul pancone. Allora con una pistola carica di sola polvere diedi fuoco a quella striscia. Rimastine abbrustoliti quelli che erano sul pancone, sei o sette di essi caddero; ma i più balzati dalla paura e dal bruciore del fuoco, spiccarono un salto entro la nostra trincea, ove facemmo presto a spacciarli. I lupi di fuori spaventati da tale vampa improvvisa che il buio della notte già sopraggiunto rendea più spaventosa, rincularono un poco. Feci sparar tosto in una volta su loro le pistole che ne rimanevano tuttavia cariche, poi mettemmo di conserto un grand’urlo, dopo il quale voltarono finalmente le code. Femmo tosto una sortita sopra una ventina circa di essi, prostesi sul terreno e [p. -] [p. 365]lottanti con la morte che loro affrettarono le nostre armi da taglio. E da ciò ancora ottenemmo un nuovo vantaggio, perchè gli ululati mossi da questi morenti, e uditi dai loro compagni gli atterrirono con tanta efficacia, che finalmente non vedemmo più altri di quella esecrata genia.

Tra prima e dopo ne avremo uccisi ben sessanta, e ne avremmo ammazzati assai più a luce di giorno. Sgomberato in tal guisa il campo della battaglia, procedemmo innanzi, perchè ci restava ancora da fare un lega circa di cammino. Lungo la strada continuammo ad udire di mezzo ai boschi ululati di lupi, e qualche volta ancora credemmo vederne alcuni, ma poichè la neve ci abbarbagliava la vista, non avremmo potuto asserirlo con certezza. Dopo un’ora a un dipresso di cammino, arrivati al borgo ove dovevamo pernottare, ne trovammo tutti gli abitanti su la difesa. La notte antecedente, a quanto ne risultò, i lupi ed alcuni orsi avendo fatta una scorreria nel villaggio, posero quei terrazzani in tale spavento, che li costrinse a far guardia e di notte e di giorno per salvare le loro gregge ed anche sè stessi.