Avventure di Robinson Crusoe/72

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Sbarco di selvaggi

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Sbarco di selvaggi.



Non era scorsa una settimana da che i tre Inglesi cattivi aveano riavute l’armi e la piena loro libertà, allorquando da vere ingratissime creature tornarono da capo a mostrarsi arroganti ed inquieti. Ma d’improvviso sopravvenne tale incidente che ponendo a repentaglio la salvezza e dei buoni e dei cattivi, obbligò tutti indistintamente a lasciare in disparte i privati risentimenti per pensare soltanto a difendere le proprie vite.

Accadde una notte che il governatore spagnuolo (chiamo così, come sapete, l’uomo ch’ebbe da me salva la vita e che gli altri veramente riguardavano per loro capo e condottiero), accadde dunque che quest’uomo in quella notte si sentiva addosso una certa inquietudine per cui non c’era via che potesse dormire. Stava bene di salute, com’egli mi raccontò, ma i suoi pensieri erano oltremodo agitati. Non sapeva immaginarsi in sua mente altro che uomini affaccendati nell’ammazzarsi gli uni con gli altri; ed era perfettamente desto, nè potea trovar sonno, come vi ho detto. Stette così un bel pezzo, quando finalmente, crescendo sempre in lui l’inquietudine, prese partito di alzarsi. Essendo tanti, giaceano sopra pelli di capra stese sopra que’ pagliericci che erano riusciti a farsi da sè stessi; non sopra letti pensili da marinai, come potei fare io ch’era solo; quella gente perciò non avea per levarsi del letto a far altro che [p. 429]


saltare in piedi, e mettersi, se par se gli aveano levati d’addosso, un saione e le scarpe. Vedete che erano assai lesti per andar dove ne veniva loro il talento. Andò dunque a guardar di fuori il nostro governatore; ma facendo scuro vide ben poco o nulla; oltrechè, gli alberi che aveva piantali erano, come ho notato, cresciuti al segno di impedire ogni vista di là dal bosco. Egli pertanto non vide altro che le stelle del cielo, perchè era sereno, nè udì strepito di sorta alcuna. Tornò quindi a coricarsi, ma era tutt’uno. Non c’era rimedio per lui di dormire o d’acconciarsi a nulla che avesse una somiglianza col sonno. La sua testa era immersa nell’angoscia, e non ne sapeva il perchè. Poichè alzandosi, uscendo, andando, tornando non potè di meno di non far qualche strepito, uno della brigata svegliatosi gli diede il chi v’ha là. Il governatore datosi a conoscere disse a questo le inquietudini che lo premevano.

— «Dite da vero? soggiunse l’altro Spagnuolo. Non son mica [p. 430]cose queste da trasandare, ve lo dico io! Sicuramente cova qualche guaio dintorno a noi ... Aspettate! Dove sono gl’Inglesi?

— Oh a dormire! il governatore rispose. Da quel lato là per questa volta siamo sicuri.»

A quanto sembra gli Spagnuoli avevano preso possesso della stanza principale, tenendo sempre nell’ora del dormire segregati da loro, dopo l’ultimo sconcio avvenuto, i tre Inglesi.

— «Dunque, tornò a ripetere lo Spagnuolo, vedo qualche male per aria, che io credo proprio che ci sia, e parlo per esperienza, fra le nostr’anime imprigionate nel nostro corpo e fra gli spiriti incorporei ed abitanti d’un mondo invisibile certa scambievolezza ed intelligenza; l’inquietudine senza perchè, di cui mi parlate, e certo un amichevole avviso venutone da questi secondi esseri per nostro utile se sappiamo cavarne profitto. Venite, e andiamo a scandagliare attorno. Se non troviamo nulla che giustifichi tal vostra inquietudine, vi conterò poi una storiella che vi convincerà su la verità di quanto ho affermato.»

Uscirono dunque col proposito di recarsi su la sommità del monte ov’era solito d’andar io; ma eglino essendo forti ed in grossa compagnia, non soli come me, non adoperavano le mie cautele di salirci con una scala a mano, poi di tirarmela meco per ascendere sul secondo piano di quell’altura. Indifferentemente e senza altri riguardi se n’andavano per traverso alla foresta, quando rimasero d’improvviso sorpresi al vedere una luce come di fuoco in pochissima distanza da essi e all’udire voci non d’uno o due, ma di una moltitudine d’uomini.

Ogni qual volta io m’accorgeva di selvaggi sbarcati nell’isola, la mia costante cura fu sempre quella di fare in modo non s’accorgessero che il paese fosse abitato. E quando capitò l’occasione che s’avvidero di qualche cosa, ciò derivò sempre da qualche avvenimento si efficace, che chi fuggiva potea ben dar poco conto di quanto aveva veduto. Io faceva ben presto a sottrarmi alla vista di chi non rimanea morto, onde di chi possa essere andato a raccontare d’avermi veduto, non ci è stato altri che quei tre selvaggi salvatisi entro il canotto nell’ultimo nostro scontro, intorno ai quali ebbi, come dissi già, grande paura non tornassero a casa e conducessero molti dei loro compatriotti nell’isola.

Se per la voce fatta precorrere da que’ tre or menzionati i selvaggi [p. 431]fossero questa volta venuti in tanto numero, o se a caso e senza nessuna anticipata cognizione, per cercar campo ad una delle sanguinolenti loro spedizioni, gli Spagnuoli mai non poterono, com’è sembrato, comprendere. Comunque stesse la cosa, certamente la brama degli Spagnuoli avrebbe dovuto esser quella di tenersi nascosti, anche di darsi per non intesi di nulla, ma non mai di far capire ai selvaggi che il luogo era abitato; semprechè non fossero riusciti a piombar loro addosso con tanta gagliardia, che un solo di essi non fosse tornato a casa; il che soltanto sarebbe stato possibile se si fossero collocati fra essi e le loro piroghe. Ma tal prontezza di raziocinio non ebbero; la qual mancanza fu cagione loro di rovina per lungo tempo.

Niuno dubiterà che il governatore e il suo compagno sorpresi a tal vista non fossero tornati incontanente ai compagni per dir loro l’imminente pericolo che sovrastava all’intera brigata, come non dubiterà del subitaneo atterrimento onde furono tutti compresi; ma fu impossibile il persuadere ai medesimi il rimaner chiusi dov’erano, sì che molti di loro corsero fuori per vedere come le cose stessero.

Finchè la notte durò, poterono per alcune ore distinguere sufficientemente questi formidabili ospiti al lume di tre fuochi che costoro avevano accesi in una certa distanza gli uni dagli altri; ma che cosa facessero non lo capirono, come, per vero dire, non sapevano che cosa dovessero fare essi dal proprio lato; perchè primieramente il numero de’ nemici era grande; in secondo luogo non convenivano tutti in uno stesso sito, ma divisi in più drappelli, tenevano diversi punti della spiaggia.

Non fu poca la costernazione degli Spagnuoli a tal vista, tanto più che vedendo quella ciurma trascorrere alla distesa tutta la pianura si aspettavano senza fallo che, o più presto o più tardi, alcun di costoro lor capitasse addosso o a casa, o s’abbattesse in qualche luogo atto a dargli indizio che l’isola era abitata. Stavano ancora in grande inquietudine e paura pel loro armento di capre, la cui distruzione sarebbe stata niente meno d’una sentenza che li condannasse a morire di fame; laonde la prima risoluzione che presero fu quella di spedire, prima che spuntasse il giorno, tre uomini, due spagnuoli, uno inglese, affinchè traessero alla gran valle ov’era al caverna tutto il gregge e anche dentro la caverna stessa se facea d’uopo, o se avessero veduto i selvaggi uniti insieme tutti in un corpo e a qualche distanza dalle loro piroghe.

[p. 432]Erano già deliberati ad assalirli, quando anche fossero stati un centinaio; ma questo intento non potea effettuarsi, perchè alcune bande di costoro stavano disgiunte per ben due miglia dall’altre; anzi, come si venne a scoprire in appresso, appartenevano a due nazioni diverse.

Dopo aver pensato un gran pezzo sul partito da prendersi, dopo aversi stillato il cervello nel meditare la natura del caso, risolvettero finalmente di spedire, finchè duravano le tenebre, il vecchio selvaggio padre di Venerdì, affinchè spiasse e scoprisse quanto potea raccogliere intorno a loro: perchè fossero venuti, che intenzioni avessero e simili cose. Presto il vecchio ad assumere tale incarico, s’avviò pressochè ignudo, come erano quegli altri, a quella volta. [p. 433]Dopo essere stato fuori uno o due ore, tornò riferendo come gli fosse riuscito di non essere scoperto da nessuno degli sbarcati; formar questi due bande, ciascuna spettante ad una di due nazioni in guerra l’una contro all’altra. Esse dopo una grande battaglia avuta insieme su la terra principale conducevano, l’una senza sapere dell’altra, diversi prigionieri fatti durante il combattimento in una stessa isola per divorarseli e starsene allegramente. Ma il caso di essersi abbattute in un medesimo luogo avea tolta loro ogni voglia di ridere; tanto si odiavano a morte che lo spedito esploratore si aspettava, poichè erano sì vicine, vederle a battaglia allo spuntare dell’alba. Niun indizio per altro gli faceva sospettare che sapessero abitata l’isola. Aveva appena terminato il suo racconto, quando allo straordinario strepito alzato dai selvaggi si venne a capire che i due piccoli eserciti aveano già attaccata una sanguinosissima zuffa.

A padre di Venerdì pose in opera quanta rettorica aveva per indurre gli abitanti dell’isola a starsi ben rannicchiati in casa e a non lasciarsi vedere. Da ciò dipendeva a suo dire la salvezza comune di tutti; non c’era bisogno d’altro che di silenzio e di pazienza. «I selvaggi, egli dicea, si scanneranno un pezzo a vicenda, poi i sopravvissuti se la batteranno;» e dicea bene la verità. Ma come farla intendere a quelle teste, massimamente agl’Inglesi, la curiosità dei quali fu tanto contro prudenza, che vollero correre a vedere la battaglia co’ propri occhi. Se vogliamo, usarono in ciò di qualche cautela: cioè non si posero all’aperto, nè in vicinanza della loro abitazione; ma s’internarono ne’ boschi donde potevano contemplare a tutto loro agio la zuffa e non essere veduti: così credevano; ma sembra veramente che i selvaggi li vedessero, come apparirà in appresso.

Furiosa fu la battaglia e (se ho da credere agl’Inglesi, un dei quali narrò dopo quanto diceva d’avere veduto) alcuni di que’ selvaggi erano gente dotata di grande valore, d’indomabile coraggio e di sommo accorgimento nell’arte della guerra. Il combattimento, mi narrarono gl’Inglesi, durò due ore senza che potesse capirsi da qual parte la vittoria inclinasse; ma in termine a queste due ore, la schiera che combattea più vicino all’abitazione de’ nostri, cominciò ad apparire più debole, e dopo un altro poco alcuni di que’ combattenti si diedero alla fuga. Questo avvenimento pose i nostri nella massima costernazione, perchè temettero che qualcuno de’ fuggitivi [p. 434]cercando rifugio nella selva piantata dinanzi alla fortificazione, la scoprisse, senza averne al certo la volontà, ai suoi persecutori, i quali sarebbero per conseguenza venuti egualmente a cercarli quivi. In vista di ciò risolsero di tenersi armati al di dentro dell’ultima circonvallazione; poi, al primo accorgersi di selvaggi venuti nel bosco esterno, di fare una sortita e di ucciderli tutti affinchè, se era possibile, non restasse un di loro per portar le notizie di quanto aveva veduto fuori dell’isola. Divisarono ad un tempo che gli uomini sarebbero uccisi o dalle loro spade o dai calci de’ loro archibugi, affinchè lo strepito degli spari di arma da fuoco non mettesse in trambusto i lontani.

Le cose accaddero come se le aveano immaginate. Tre fuggitivi dell’esercito sbaragliato, dopo avere attraversata quella ch’io chiamava mia darsena, corsero direttamente al luogo indicato, non perchè sapessero menomamente dove andassero, ma come chi cerca di salvare la vita e si rifugge in un bosco. I nostri avevano avuto avviso di ciò dall’esploratore tenuto attorno alla vedetta, il quale a questo avviso ne aggiunse un altro che riuscì a tutti gratissimo; vale a dire che i vincitori o non inseguivano i fuggiaschi o non si erano accorti [p. 435]qual via questi avessero presa. Per la qual cosa il governatore spagnuolo, uomo pieno di sensi d’umanità, non acconsentì che a quei tre fuggitivi si desse la morte. Unicamente, mandati tre de’ suoi dalla parte della sommità della montagna, ordinò loro di circuirli, prenderli alle spalle e farli prigionieri, il che venne eseguito.

Il rimanente de’ vinti salvatosi ne’ loro canotti si commise al mare. I vincitori che o non gl’inseguirono o ben poco, si aggrupparono insieme mettendo due possentissimi ululati che supponemmo un segnale di gioia per la riportata vittoria. Così terminata la battaglia nello stesso giorno, a tre ore a un dipresso dopo il mezzodì, anche i secondi s’imbarcarono ne’ loro canotti. Laonde gli Spagnuoli ebbero libera nuovamente per sè la loro isola; i loro timori si dissiparono; per varî anni appresso non videro più selvaggi.

Appena partiti questi, gli Spagnuoli uscirono di tana per andare ad esaminare il campo di battaglia ove trovarono trentadue morti all’incirca, quali trapassati da lunghe frecce di cui alcune stavano tuttavia infitte ne’ loro corpi, quali, e saranno stati sedici o diciassette, finiti a colpi di sciabole di legno. Sparso vedevasi il campo d’archi e d’un numero maggiore di frecce. Di stravagante forma erano le sciabole, cosacce grandi, mal maneggevoli, e ben si capiva dover essere stati uomini straordinariamente gagliardi coloro che le adoperavano. Molti fra gli sgraziati che quest’armi distrussero non erano più che un miscuglio di brani, e sarebbesi detta una fricassea di cervelli, di braccia e di gambe; tanto appariva evidente l’accanimento e il furore di costoro nel battersi. Un sol uomo non si rinvenne che non fosse morto del tutto, perchè ciascuno di que’ formidabili duellanti o indugiava tanto che il suo nemico fosse del tutto tolto di vita, o trasportava seco i feriti che tuttavia agonizzavano.