Avventure di Robinson Crusoe/73

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Stato della colonia per tre successivi anni

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Daniel Defoe - Avventure di Robinson Crusoe (1719)
Traduzione dall'inglese di Gaetano Barbieri (1842)
Stato della colonia per tre successivi anni
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Stato della colonia per tre successivi anni.



Questa liberazione rese più mansueti per qualche tempo i nostri Inglesi. Gli avea compresi d’orrore tutto quanto aveano veduto, e la prospettiva che tutto ciò presentava atterrivali: soprattutto l’idea di potere un dì o l’altro cader fra gli artigli di tali viventi che non solamente gli avrebbero uccisi come nemici, ma come cosa buona a mangiarsi, ed avrebbero per conseguenza usato con essi nella stessa guisa che usiamo noi con le nostre gregge. Eglino stessi mi confessarono che il pensiere di essere mangiati a modo di castrati o di buoi, ancorchè fosse a credersi che tal disgrazia non interverrebbe loro se non dopo morti, ingombrarono le loro menti d’un siffatto terrore, che per molte settimane non ravvisavano più sè in sè medesimi. Ciò, come dissi, addimesticò i tre brutali Inglesi de’ quali ho parlato più volte, onde per un bel pezzo divennero trattabili, e si prestarono sufficientemente ai comuni bisogni della società, piantarono, seminarono, diedero l’opera loro nel fare i ricolti: in somma si erano fatti quasi nativi della terra nella quale vivevano. Ma passato qualche tempo, tornarono da capo col farne delle loro, il perchè si videro ad un brutto repentaglio.

Furono essi che fecero prigionieri i tre selvaggi fuggitivi da me commemorati poco fa, e poichè questi erano bei pezzi di giovinotti vigorosi, gli adoperarono come servi avvezzandoli a lavorare per essi; e questi tutta l’opera che può da uomini schiavi prestarsi, la prestarono sufficientemente. Ma i loro padroni non si regolarono come feci io col servo mio Venerdì, partendo dal principio di compier l’opera mia di beneficenza dopo avere salvata la vita ad un uomo. Non instillarono loro, nè certo il poteano, veruna massima di morale, molto meno di religione; nessuna di civiltà, niuna cura ebbero di affezionarseli con le buone maniere anche quando v’era il [p. 437]caso di correggerli. Distribuivano ad essi il cibo ogni giorno a proporzione dei lavori, e solo in lavori abbietti gli adoperavano. In ciò la sbagliarono, tanto più che non poterono mai contare d’avere in questi servi uomini amorosi e pronti a battersi per essi come fu per me Venerdì, attaccato sempre alla mia persona quanto mai la carne può essere all’osso.

Tornando adesso agli affari domestici, essendo or tutti diventati buoni amici, perchè la comunanza del pericolo, come notai, gli avea riconciliati, cominciarono a pensar seriamente alle generali condizioni dell’intera colonia. La prima cosa offertasi alla loro considerazione fu questa: se, avendo eglino osservato che gli sbarchi de’ selvaggi accadeano soprattutto su quel lato d’isola e che in maggior distanza e in più spartata situazione vi era terreno ugualmente ed anzi a vista d’occhio più acconcio al modo loro di vivere, se fosse convenuto un traslocamento d’abitazione in altra parte ove fossero meglio assicurate non solo la personale loro salvezza, ma quella ancora degli armenti e delle biade: il che era ugualmente importante.

Ciò non ostante dopo una lunga discussione conclusero di continuare ad abitare dove erano, perchè, non dubitando eglino una volta o l’altra di non udir notizie del loro governatore (era io questo tale), si figuravano ancora che, se avessi mandato qualcuno a cercarli, lo avrei certamente addirizzato laddove stavano adesso; mentre, se le persone da me spedite avessero trovato spianato il luogo, ne avrebbero concluso che fossero stati tutti uccisi, andati in fumo; nella quale supposizione sarebbe anche andato in fumo ogni soccorso che si potesse sperare da quella sgraziata colonia.

Solamente rispetto ai campi da lavoro e ai chiusi degli armenti convennero su le prime di trasportarli affatto nella valle ov’era la mia caverna, situazione adatta a ciò, e che veramente offriva terreno bastante per l’una e l’altra delle due cose. Nondimeno, dopo una seconda riflessione, cambiarono in parte anche questo divisamento col deliberare di mandare unicamente una porzione di greggia nell’indicata valle e di fare in questa una parte soltanto de’ loro piantamenti e semine. Così, dicevano essi, se una porzione fosse stata distrutta, ne sarebbe stata salva un’altra porzione. Ebbero per loro fortuna un altro accorgimento, quello cioè di tener sempre nascosto ai tre selvaggi, fatti recentemente prigionieri, che aveano posta questa nuova [p. 438]piantagione nella valle, e che vi stesse nessuna parte d’armento; nè punto gl’informarono della caverna che si serbavano ad un caso di necessità come un luogo sicuro di rifugio. Anzi in questa trasportarono i due barili di polvere che mandai loro nel venir via di lì.

Quanto all’abitazione dunque risolvettero di non cangiarla. Soltanto, convinti or pienamente che ogni loro salvezza dipendeva affatto dal tenersi ben celati, non contenti alla mia cinta di fortificazione e al bosco onde in appresso l’aveva circondata, cercarono di nascondere questo luogo anche di più. A tal fine come io aveva piantati alberi (o piuttosto pali che col tempo mi divennero alberi) per un bel tratto lungi dall’ingresso della mia abitazione, così eglino fecero affatto bosco dallo spazio ove finivano gli alberi posti da me sino al piccolo porto ove, come ho già narrato, metteva all’àncora la mia flotta, non lasciando vuoto nemmeno quel po’ di terreno non abbandonato mai del tutto dall’alta marea nel suo ritirarsi; laonde non si vedeva all’intorno il menomo indizio di terreno che offrisse la possibilità di uno sbarco. Que’ pali d’altra banda, come ve ne informai sin da prima, facevano presto a metter frasca, ed i coloni aveano studiato di sceglierne dei più alti e grossi di quelli da me posti in opera. Tra la prestezza di quegli alberi nell’ingrandire e la sollecitudine de’ piantatori di metterli ben serrati l’un presso l’altro, non passarono tre o quattro anni che non lasciavano spazio di sorta alcuna alla vista per giungere a traverso di essi, nè poco nè assai, nell’interno della fortezza cui faceano riparo. Se si aggiunga che gli alberi da me piantati prima erano arrivati alla grossezza d’una coscia umana, e che tra questi erano stati messi, ma fitti oltre ogni dire, altri pali più corti che ingrossarono essi pure, si capirà facilmente come ciò formasse una specie di muraglione della spessezza di un quarto di miglio, muraglione che era quasi impossibile il superare per chi non avesse condotto con sè un piccolo esercito per atterrarlo: v’assicuro io che un botolo il più pigmeo della sua razza avrebbe stentato a passarvi per mezzo.

Ma tutto non finiva qui; perchè aveano fatto lo stesso nel rimanente spazio che tenea la destra e la sinistra e tutt’all’intorno e fino al piede della collina sovrastante alla fortezza, non riserbando nemmeno a sè stessi una via per uscire, fuor quella della scala a mano che appoggiavano ad un fianco del monte, poi saliti al primo spianato [p. 439]se ne valevano nuovamente per giungere alla sommità. Ritirala in dentro la scala, nessuno non provveduto d’ali, o senza aiuto di magìa, arrivava sino ad essi. Ciò era stato immaginato ottimamente, nè fu meno del bisogno, come ne fecero l’esperienza più tardi. La qual cosa valse a convincermi sempre più che, come la prudenza umana si fonda su le leggi della Providenza, così ha la Providenza stessa per direttrice de’ propri atti, e se ne ascoltassimo ben attentamente la voce, eviteremmo certamente la massima parte di que’ disastri, a cui per nostra sola negligenza vanno soggette le nostre vite. Ma questo in via di digressione e torniamo alla nostra storia.

Per due anni dopo gli avvenimenti narrati, i miei coloni, vissuti in perfetto accordo fra loro, non ricevettero più visite dai selvaggi. Ebbero però una mattina tal mala paura, che li pose nella massima costernazione; perchè alcuni Spagnuoli andati di buon mattino al lato o piuttosto all’estremità meridionale dell’isola (a quella parte fin dove non aveva mai avuto il coraggio d’innoltrarmi io per timore di essere scoperto), rimasero sorpresi al vedere circa una ventina di canotti indiani che s’avvicinavano alla spiaggia. Fatto buon uso, ve ne accerto io, delle proprie gambe per correre a casa, portarono lo spavento tra i loro compagni che restarono chiusi in casa tutto quel giorno ed il seguente, uscendo soltanto di notte per fare le loro osservazioni. Ma ebbero la buona sorte di essersi ingannati, perchè, qualunque sia stato allora il disegno dei selvaggi, certo non approdarono all’isola, e si volsero a tutt’altra parte.