Avventure di Robinson Crusoe/80

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Abitazione di Guglielmo Atkins

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Daniel Defoe - Avventure di Robinson Crusoe (1719)
Traduzione dall'inglese di Gaetano Barbieri (1842)
Abitazione di Guglielmo Atkins
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Abitazione di Guglielmo Atkins.



Il mio arrivo fu un conforto anche per que’ selvaggi, perchè li fornì di coltelli, forbici, vanghe, zappe, pale e di ogn’altra cosa di simil natura che non aveano certamente. Con l’aiuto di questi stromenti arrivarono finalmente a fabbricarsi le loro capanne, che avrebbero potuto chiamarsi case, tant’erano eleganti, intarsiate o intrecciate intorno alla sommità con manifatture di vimini; lavoro di straordinario ingegno, d’un gusto per dir vero bizzarro, ma che offriva in oltre un ottimo riparo contro al caldo e ad ogni sorta d’insetti. I coloni ne rimasero tanto rapiti che invitarono presso loro i selvaggi stessi, affinchè facessero di simili case per essi. Quella ch’io vidi nell’andare a visitare le due colonie degl’Inglesi, aveva in distanza l’apparenza d’un vasto alveare.

Guglielmo Atkins (indugiò un pezzo per vero dire) divenuto finalmente un buon diavolo, quieto, utile ed industrioso, si avea fabbricata quasi da sè un’abitazione foggiata in tal guisa che non credo se ne sia mai veduta una compagna. In forma di rotonda avea di fuori una circonferenza di centoventi passi, e gli ho misurati io con le mie gambe; le pareti esterne di essa parevano le facce appunto d’un paniere, composte di trentadue assi quadrangolari alte circa sette piedi. Nel bel mezzo di questo ricinto vedevate sorgere un’altra rotonda il cui circuito non oltrepassava i ventidue passi, ma di più salda costruzione, e che avea per base un ottagono e a ciascuno degli otto angoli un forte pilastro. Su la sommità di essa l’architetto avea poste grosse armature connesse insieme con sottili caviglie, da cui partivano otto travi, le quali andavano ad unirsi in una piramide graziosissima, ve ne accerto io, che formava il tetto di questa seconda casa; e tutto ciò era stato fatto senza aiuto di chiodi e, al più al più, con quelli che Atkins s’avea fabbricati alla meglio, valendosi di vecchi ferramenti da me lasciati nell’isola. E, per render giustizia [p. 485]al vero, costui diede prove d’ingegno ben al di là del comune in cose di cui certamente non era obbligato ad intendersi: per esempio, d’un paio di soffietti si fece una fucina; si fabbricò da sè il carbone pel suo lavoro; un rampicone di ferro si trasformò per lui in una discreta incudine. Quante cose arrivò a fare in questa conformità e specialmente uncini, chiavistelli, anelli donde farli passare, arpioni! Ma torniamo a parlare della sua abitazione. Dopo avere piantato questo coperchio della sua tenda interna, pose fra un trave e l’altro della piramide ornamenti di vimini, che afforzò con paglia di riso, ingegnosamente adattata; poi alla sommità di questa le fece ombrella d’un’ampia foglia di certo albero dell’isola; co’ quali ingegni rese la fabbrica asciutta come se fosse stata difesa da tegole, o piatta lavagna. Quanto ai lavori di vimini, veramente egli mi confessò di andarne debitore all’opera dei selvaggi.

La circonferenza esterna formava una specie di galleria attorno alla seconda rotonda, e lunghe travi che partivano dai trentadue angoli della prima, andandosi ad unire alla cima dei pilastri interni ad una distanza di venti piedi all’incirca, lasciavano tra una facciata e l’altra un vano che era come un passeggio della larghezza quasi di venti piedi.

La parete della casa interna era apparata come quelle delle logge: di lavori cioè di vimini, ma d’un genere più dilicato. Essa era divisa in sei stanze terrene, ciascuna delle quali aveva due porte, una che comunicava con l’ingresso principale della casa stessa e stava di rincontro all’andito interno; l’altra mettea nella loggia da cui era circondata la casa medesima, e andava ad imboccare una terza porta, perchè anche la galleria era corrispondentemente ripartita in sei uguali stanze che offrivano non solamente luoghi di ritiro, ma di ripostiglio per gli usi interni della famiglia. Siccome poi questi sei spazi non tenevano tutta quanta la galleria esterna, le altre stanze di essa erano ripartite con tal ordine, che entrando per la porta principale, uno stretto corridoio vi portava a dirittura all’ingresso principale del padiglione; ma da entrambi i lati vi era ancora un tramezzo lavorato esso pure a vimini con una porta a ciascun lato che vi conduceva prima in un vasto stanzone o granaio, largo venti piedi e lungo quasi trenta, indi in un’altra stanza un po’ memo lunga. Per tal modo la galleria esterna avea dieci stanze, sei per recarsi agli appartamenti interni, e servivano di gabinetti o dispense alle stanze [p. 486]interne corrispondenti; e quattro magazzini o guardarobe, chiamateli poi come volete, comunicanti fra loro a due a due, e che metteano da ciascun lato all’andito principale del padiglione interno.

Una tal opera d’architettura a rabeschi di vimini, una casa o tenda composta con tanto garbo, molto meno una fabbrica ideata così, non si è, cred’io, mai più veduta nel mondo. In questo grande alveare abitavano tre famiglie, cioè Guglielmo Alkins e il suo compagno, perchè il terzo era morto; ma ne viveva la vedova con tre creature, e potea dirsi quattro perchè era incinta quando le morì il marito. I due sopravvissuti non si ristavano di metterla a parte d’ogni sostanza, intendo del grano, del latte, dell’uva, in somma di tutti i ricolti della colonia, o delle capre salvatiche che uccidevano alla caccia o di qualche tartaruga côlta lungo la spiaggia; era una comunità che, in fin dei conti, non se la passava male, benchè gli uomini di essa non amassero le fatiche della coltivazione dei campi quanto i due Inglesi dell’altra colonia.

Una sola cosa non posso tacere, ed è che quanto a religione non m’accorsi che ve ne fosse nemmeno l’ombra fra quella gente. Certo spesse volte si faceano sovvenire l’uno all’altro che c’è un Dio, perchè all’usanza degli uomini di mare giuravano nel suo nome; ma niente di più. Nè per essere divenute mogli di cristiani, chiamati almeno così, ne sapeano meglio le povere ignoranti loro mogli selvagge; gli è naturale che, se erano tanto addietro nel conoscer Dio i loro mariti, non potevano entrar con esse in discorsi che lo riguardassero o parlar di nulla che si riferisse a religione.

Il solo miglioramento intellettuale che posso dire avere esse portato dal convivere con questi uomini, è stato quello d’imparare assai intelligibilmente l’inglese, e molti de’ loro ragazzi, circa venti fra tutti, furono ammaestrati a sciogliere la prima volta la lingua con questo idioma: una sintassi un po’ stiracchiata, per vero dire, che già le frasi non le connettevano con infinita leggiadria nemmeno le loro madri. Non v’era alcuno di questi ragazzi che passasse i sette anni al momento del mio arrivo nell’isola, cosa assai credibile, perchè non correa molto più di sette anni da che gl’Inglesi s’accoppiarono con quelle cinque gentildonne selvagge, tutte (notate) feconde, perchè non ve n’era una che, dal più al meno, non avesse figli. Credo che la donna toccata al cuoco fosse incinta del sesto figlio; del resto buone madri di famiglia, quiete, laboriose, modeste e morigerate, [p. 487]proclivi a prestarsi aiuto le une coll’altre, subordinate oltre ogni credere ai loro padroni, che a parlar giusto non si potevano chiamare mariti: mancava ad esse soltanto l’essere istrutte nel cristianesimo e il divenire legittime mogli; entrambi i quali intenti raggiunsero per me, o certo per la visita da me fatta a que’ paesi.