Avventure di Robinson Crusoe/88

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Battesimo; nuove nozze e nuove piantagioni

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Battesimo; nuove nozze e nuove piantagioni
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Battesimo; nuove nozze e nuove piantagioni.



Fu questo un avvenimento straordinario e che fece grande impressione al giovine ecclesiastico e a me; ma particolarmente sul primo, che al sentimento della meraviglia univa un’afflizione inenarrabile per non sapere l’inglese, almeno quanto sarebbe bastato per farsi intendere dalla donna, e difficilmente l’avrebbe capita anche sapendolo, perchè nella sua sintassi ella non legava troppo le frasi. Indi mi si volse con questi detti:

— «Ci sono altre cose da fare con quella donna prima di sposarla con Atkins.»

Io non lo intesi in principio; ma poi mi spiegò che bisognava per prima cosa battezzarla. In ciò convenni tosto, e dissi anzi che disponeva a tal fine immantinente le cose.

— «No, mio signore, egli soggiunse, fermatevi. Benchè io non desideri meglio del vedere battezzata quella povera creatura, non posso starmi dal notare una cosa: ed è che Atkins, suo marito, l’ha bensì condotta per una via prodigiosa a desiderare di vivere nella religione del vero Dio; l’ha anche istruita su la possanza, la giustizia, la misericordia di questo Ente supremo. Ora vorrei sapere da lui, se le ha detto nessuna cosa di Gesù Cristo, salvatore del mondo; della fede che deve aversi in esso, della redenzione operata da lui, dello Spirito Santo, della risurrezione, del giudizio finale, dell’inferno e del paradiso.»

Chiamato a me Atkins di nuovo, gli feci la stessa interrogazione; ma lo sfortunato proruppe in tal pianto, che stette alcuni istanti prima di poter rispondermi quanto udirete ora:

— «Mio signore, le ho detto qualche cosa anche su ciò, ma sono stato fin qui una sì perversa creatura, la coscienza mi rimprovera tanto la mia vita scellerata, che se entrava più addentro nello spiegarle le verità della religione, temeva non si minorasse in lei la fede [p. 540]a queste cose dovuta, temeva di fargliele disprezzare, anzichè credere. Ma sono troppo sicuro della buona disposizione di mia moglie a ben accogliere tutte le suddette dottrine; e se mi fate la carità di parlare con lei, avrete, spero, la soddisfazione d’accorgervi, come quanto ho fatto fin ora per metterla sul buon sentiero non sia andato perduto.»

Perciò feci venire la donna, ponendomi per interprete io tra lei ed il prete, e pregando questo a principiare il discorso. V’assicuro io che una tal predica non si è mai udita da un prete papista in questi ultimi secoli del cristianesimo, nè mi stetti dal dirgli ch’egli avea tutto lo zelo, la scienza, la sincerità d’un cristiano, scevri degli errori d’un cattolico romano, ed era tal ecclesiastico, quali furono i vescovi di Roma prima che la chiesa romana avesse chiamata a sè la sovranità su le coscienze degli uomini.[1] In una parola, condusse quell’ottima donna ad abbracciare la dottrina di Cristo e della redenzione non solamente con la meraviglia e lo stupore dati a vedere, quand’ebbe le prime notizie d’un Dio, ma con emozione e con gioia, e lasciando scorgere una intelligenza eminente al segno di non potersene quasi formare idea, non che descriverla. Domandò di esser battezzata, e lo fu.

Mentre il mio ecclesiastico si accigneva a questa sacra cerimonia, lo pregai ad usare qualche cautela, perchè possibilmente non si capisse appartenere egli alla chiesa romana, e ciò per timore delle sinistre conseguenze che sarebbero derivate dall’introdurre diversità di opinioni nella religione, in cui stavamo per istruire altri uomini.

— «Prima di tutto, mi rispose, qui non ho una chiesa consecrata, nè quanto occorrerebbe per ufiziare co’ riti romani. Fidatevi dunque in me, e condurrò le cose in modo, che se voi non mi sapeste già cattolico romano, non ve ne accorgereste nemmeno adesso.[2]»

Come disse, fece; perchè, pronunziate da sè sol poche parole in latino ch’io non intesi, versò un bacino pieno d’acqua sul capo della donna, indi pronunziò ad alta voce ed in francese le note parole della formola del battesimo. Le impose il nome di Maria, come me ne [p. 541]
pregò il marito, a cui riguardo fui padrino della neofita. Diede indi la benedizione in latino, ma Atkins non s’avvide, se fosse latino o francese, e per allora non ci badò.

Compiuto il battesimo gli unimmo in legittimo matrimonio; poi spedita anche questa faccenda, il mio ecclesiastico con vera unzione di carità, volse questi detti ad Atkins:

— «Ora, figliuolo mio, devo raccomandarvi non solo di perseverare nelle buone disposizioni in cui siete, ma di provare che il vostro convincimento è sincero coll’emendarvi. Sarebbe inutile per voi l’esservi pentito delle colpe, se non le abbandonaste. Voi vedete qual onore vi ha compartito il Signore Iddio col rendervi stromento della conversione di vostra moglie alla fede cristiana; badate di non far torto a questa sua grazia, nel qual caso vedreste la pagana migliore cristiana di voi; la selvaggia convertita, e lo stromento della redenzione gettato via.»

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Dopo mill’altre cose sagge e affettuose dette ad entrambi, li raccomandò alla misericordia di Dio e li benedì nuovamente: chè già non cessai una volta di ripetere ad essi in francese quant’egli avea detto; così furono compiuti entrambi i riti, nè credo di aver passato in mia vita un giorno sì contento e piacevole, come fu questo.

Ma il mio ecclesiastico non voleva che tutto stesse qui; i suoi pensieri si volgevano sempre su la conversione dei trentasette selvaggi, per imprendere la quale sarebbe rimasto di tutto buon grado nell’isola. Io nondimeno lo persuasi di due cose: primieramente che una tale impresa non era possibile a fare per sè stessa; in secondo luogo gli feci vedere, come nel partirmi dall’isola avrei potuto dare tale sesto alle cose, che, anche assente, egli ne sarebbe stato contento; ma di ciò parleremo più tardi.

Condotti così ad un buon punto gli affari dell’isola, io mi disponeva a tornare a bordo del mio legno, quando venne a cercarmi quel giovine ch’io avea raccolto dal bastimento, la cui ciurma moriva di fame, spiegandomi la sua contentezza per aver inteso essere con me un ecclesiastico, il quale io avea adoperato per unire in matrimonio uomini cristiani con donne selvagge.

— «Vengo adesso, proseguì, a proporvi, prima che ve ne andiate di qui, un matrimonio che non dovrebbe dispiacervi fra due Cristiani.»

Credei subito gli fosse venuto in mente di sposare la giovine che era stata cameriera di sua madre, onde principiai col dargli de’ consigli.

— «Figliuolo, gli diceva, non saltate dentro così a piè pari in questo negozio, spinto forse a ciò dalle condizioni della vostra solitudine. Pensate che avete in questo mondo una sostanza piuttosto considerabile e de’ buoni amici, come ho saputo da voi e dalla stessa vostra cameriera. Ma questa cameriera in fine non è altro che una fante, povera in oltre e sproporzionata al caso vostro, anche rispetto agli anni, perchè essa ne ha ventisei o ventisette, e voi siete fra i diciassette e i diciotto. È cosa probabilissima che un dì o l’altro, mediante la mia assistenza, diate un addio a questo deserto, per rivedere nuovamente la patria vostra. Allora c’è da scommettere mille contr’uno che vi trovereste pentito della vostra scelta, e il rammarico che ne avreste farebbe l’infelicità di due creature ad un tempo.»

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Non mi lasciò andare avanti nel dire, e m’interruppe sorridendo e con gentilissimi modi.

— «Signore, scusate, voi sbagliate nelle vostre congetture, e nessuno de’ pensieri che dite, mi passò mai per la testa. Mi consolate per altro spiegandomi con tanto candore la buona intenzione di restituirci entrambi alla nostra patria, e v’assicuro che nulla m’avrebbe suscitata l’idea di fermarmi qui, se la navigazione che imprendete non fosse sì eccedentemente lunga e pericolosa, e non mi rendesse sempre più lontana la probabilità di raggiugnere tutti quanti i miei amici. La sola cosa di cui vi prego e concedermi una piccola proprietà nel paese ove rimango, e uno o due servi, e i pochi attrezzi che le vanno indispensabilmente connessi. Così potrei stabilirmici qual piantatore in espettazione dell’istante, in cui rivediate l’Inghilterra donde mi riscatterete: so bene che giunto colà non vi scorderete di me. Intanto io vi darò alcune lettere pe’ miei amici di Londra, ai quali voglio raccontare tutto il bene che mi avete fatto e in che parte del mondo e in che condizioni ora mi trovi. Quando questa vostra promessa del mio riscatto arrivi ad avverarsi, tutta la piantagione che m’avrete lasciato, tutti i miglioramenti che avrò fatti sovr’essa, a qualunque somma ne ammonti il valore, saranno affatto di vostra proprietà.»

Questo discorso lo trovai fatto con molto garbo, avuto massimamente riguardo alla giovinezza di chi lo teneva, e m’andò più a sangue, perchè n’ebbi una positiva certezza, che il matrimonio di cui parlava non si riferiva ad esso. Lo accertai che, se fossi vissuto tanto di rivedere sano e salvo l’Inghilterra, mi sarei dato grandissimo pensiero di ricapitare le sue lettere e di adoperarmi efficacemente a suo pro; chè certo non avrei dimenticato in quali acque or lo lasciava.

Ciò non ostante durava in me la curiosità di sapere chi fosse lo sposo, curiosità ch’egli tosto appagò, onde rimasi gratamente sorpreso quando gli udii nominare quel mio ometto da tutti i mestieri, perchè a mio giudizio non si poteva immaginare un matrimonio conchiuso più acconciamente. Il carattere del marito l’ho già altrove dipinto; quanto alla fidanzata, essa era una giovane onestissima, modesta, un vero specchio di religione e saviezza, oltre a molta dose di squisito discernimento, ad una sufficiente avvenenza della persona e ad un modo d’esprimersi piacevole ed acconcio, non mai scevro [p. 544]di decenza e di grazia. Non ritrosa a parlare ogni qual volta veniva richiesta, non entrava arrogantemente nelle cose che non le spettavano; solerte, industriosa, utile donna da casa, avrebbe potuto da vero esserlo per tutta l’isola, tanto bene sapea governarsi sott’ogni rispetto.

Con sì lieti augurî pertanto le nozze furono celebrate in quel medesimo giorno. Io che fui, per così esprimermi, il padre della sposa, giacchè la presentai all’altare, stimai convenevole l’assegnarle anche una dote; consistè questa in una bell’area di terreno, perchè essa e il marito suo vi avviassero una piantagione. Anzi tale dotazione e la domanda fattami dal giovine gentiluomo, affinchè gli assegnassi una proprietà nell’isola, mi fe’ nascere il pensiero di ripartire tutta proporzionatamente fra i coloni l’isola stessa, affinchè non nascessero in appresso fra loro contese di luogo.

Affidai la cura di un tale riparto a Guglielmo Atkins, divenuto dopo la sua riforma di vita, vero galantuomo e buon massaio, pio, religioso, e sincero convertito, almeno da quanto mi diede fondamento per dirlo e crederlo tale. Nel far le parti si regolò con tanta equità, e tanto incontrò la soddisfazione di tutti, che domandarono ad una voce di vedere autenticato da un solenne atto sottoscritto di mio pugno il compartimento fatto da Atkins. Prestatomi al lor desiderio feci stendere una scrittura che, firmata da me e contrassegnata dal mio suggello, consegnai poscia ai coloni. Oltre al rimanere stabiliti con essa i confini e lo spazio delle piantagioni, fu condotta in modo, che ciascun colono ne ritraesse per sè e suoi eredi la proprietà del fondo assegnatogli e di quanti miglioramenti vi avrebbe operati per l’avvenire. Mi riserbai la proprietà del rimanente dell’isola ed una certa onoranza annuale su le singole piantagioni, da sborsarsi ad ogni inchiesta o mia o di chi si presentasse a mio nome, con la copia autentica di quello scritto. Tale onoranza per altro non dovea cominciare a decorrere se non di lì ad undici anni.

Quanto al governo e alle leggi a cui si sarebbero sottomessi per l’avvenire, dissi loro, non vederne io migliori di quelle che avrebbero saputo darsi da sè medesimi, secondo i casi; soltanto mi feci promettere che si amerebbero sempre e viverebbero in buon accordo, e in tale scambievole benevolenza qual dee essere fra buoni vicini. Così io m’apparecchiava a congedarmi da loro.

Una cosa soltanto non volli omettere, e fu il farli avvertiti, che [p. -]

Con sì lieti auguri pertanto le nozze furono celebrate in quel medesimo giorno. p.544 [p. 545]essendo allora costituiti in una specie di confederazione fra loro, e per conseguenza cresciuti d’affari, non tornava il lasciare in un cantone spartato dell’isola trentasette Indiani indipendenti, e da vero inoperosi, perchè se si eccettui il procurarsi sostentamento, nel che riuscivano assai difficilmente da sè stessi e senza la carità dei coloni, non avevano del rimanente da far nulla. Consigliai pertanto al governatore spagnuolo di andare a loro in compagnia del padre di Venerdì, e di proporre ad essi il partito di separarsi nell’uno o nell’altro di questi due modi: o formando altrettante piantagioni, o entrando nelle diverse famiglie de’ coloni, presso le quali si avrebbero guadagnato il vitto in qualità di servi, non mai per altro di schiavi; perchè non volli permettere che nessuno di essi fosse ridotto in istato di schiavitù con la forza. La loro libertà entrava negli arcoli della capitolazione, con cui s’arresero, e questo articolo non doveva essere violato giammai.

Costoro accolsero di tutto buon grado tale proposta, in conseguenza assegnammo spazi di terreno a quelli fra loro, che vollero mettere piantagioni, ma furono soli tre o quattro che si attennero a tal partito; i rimanenti entrarono, chi in una famiglia, chi nell’altra dei nostri piantatori. Laonde la mia colonia potè dirsi stabilita nel modo che vengo a spiegare.

Gli Spagnuoli rimasti in possesso della mia prima abitazione, diremo la città capitale, si estendeano con le loro piantagioni sino alla riva del fiumicello, che metteva alla picciola darsena da me le tante volte descritta, non che alla mia casa di villeggiatura, e più in là a proporzione de’ maggiori spazi di terreno che coltivarono, ma tenendosi sempre a levante. Gl’Inglesi vivevano al nord-est (greco) laddove Guglielmo Atkins e i suoi due compagni si stabilirono, e vennero innanzi sino ad ostro e sud-west (libeccio) al di qua degli stabilimenti spagnuoli. A ciascuna piantagione andava accompagnata una grande giunta di terra oziosa, affinchè i piantatori potessero metterla a lavoro, se ne veniva loro il talento o il bisogno, onde non vi fu mai occasione di venire a contrasti per mancanza di spazio. Tutta l’estremità orientale dell’isola rimase disabitata, affinchè, sè alcune masnade di selvaggi fossero sbarcate su la spiaggia per celebrarvi un de’ lor soliti nefandi conviti, potessero andare e venire a loro voglia. Se non inquietavano nessuno dell’isola, nessuno dell’isola li disturbava; nè v’ha dubbio che coloro non sieno anche in [p. 546]appresso scesi su la spiaggia, indi tornati via nuovamente, perchè d’allora in poi non ho più udito che i piantatori abbiano sofferto assalti o disturbi da quella genìa.

Or mi ricordai della promessa che aveva fatta al mio prete cattolico cui mi volsi in questa maniera:

— «Vi dissi che forse avrei avviata l’opera della conversione dei selvaggi in modo da esserne contento voi, se anche venite via dall’isola, come spero, in mia compagnia: siamo a tiro. Or che ho ripartiti, come vedete, tutti i selvaggi tra famiglie cristiane, se ciascun individuo di esse fa la parte sua col selvaggio o coi selvaggi che gli toccano, non dubito che non raggiungiamo l’intento.

— Se ciascuno fa la parte sua! ripetè l’ecclesiastico. Qui sta il punto. Ma come fate ad assicurarvi che questa sua parte ognuno la faccia?

— Li manderemo a chiamare tutti insieme, o vero anche andremo a trovarli uno per uno.

— La seconda idea mi garba meglio» soggiunse il prete.

Ci ripartimmo pertanto questo lavoro; egli parlò agli Spagnuoli, tutti papisti, io agl’Inglesi, tutti protestanti, e ciascuno dal canto nostro non mancò di raccomandare caldamente questa buona impresa, e soprattutto ci facemmo promettere da tutti di non far mai nelle loro esortazioni ai selvaggi veruna distinzione fra i papisti e i protestanti[3], e di limitarsi a dar loro generali nozioni su Dio e Gesù Cristo Salvatore del mondo. A tanto si obbligarono gli Spagnuoli e gl’Inglesi.


Note

  1. Robinson protestante non sarebbe stato, come ognun vede, in carattere, se avesse parlato diversamente.
  2. Non credo a dir vero che con tale condiscendenza il nostro prete francese si fosse fatto un merito nè con la chiesa romana d’allora nè con quella de’ nostri giorni. Ma qui traduco, non discuto casi di coscienza. Poi è naturale che l’autore di questa storia si stampasse un prete romano a suo modo.
  3. Robinson avrà ottenuto ciò facilmente da que’ suoi Inglesi, che erano addietro fin nella fede protestante; ma non è verisimile che il prete cattolico fosse giunto a persuadere questo contegno a Spagnuoli zelantissimi del cattolicismo romano nè d’altronde avrebbe potuto nemmeno provarcisi senza tradire il proprio ministero. Ma il prete cattolico romano di questa storia è meramente creatura della fantasia dell’autore protestante.