Avventure di Robinson Crusoe/90

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Battaglia marittima, morte e sepoltura di Venerdì

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Battaglia marittima, morte e sepoltura di Venerdì
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Battaglia marittima, morte e sepoltura di Venerdì.



Quasi tre giorni appresso d’aver salpato, ci sentimmo rubare il vento[1], mentre una rapida corrente trasportandoci ad est-nord-est (greco levante) verso per quel che ne parve un golfo o baia, ci deviava alquanto dal nostro cammino, ed una volta o due i nostri piloti gridarono: «Terra a levante!» ma se fossero isole o un continente non potevamo assolutamente capirlo, nè pel momento arrivammo a saperlo. Sol nel terzo giorno sul far della sera, essendo bonaccia e placida l’aria vedemmo il mare in prossimità della terra coperto da alcun che di nerissimo. Non avendo noi saputo sin d’allora a qualche tempo spiegare che cosa fosse, la curiosità mosse il nostro primo aiutante ad alzarsi su le sarchie di maestra e, guardato col suo cannocchiale, si diede a gridare che c’era un’armata. Non potendo immaginarmi che cosa egli chiamasse armata, gli feci un poco di brusca cera.

— «Non ve la prendete con me, signore, egli mi disse. Io non posso fare che quella là non sia un’armata, anzi una flotta; e non si tratta meno che di mille canotti. Venite qui e vi convincerete anche voi che lavorano di pagaie a tutt’andare, e si avanzano, senza perder tempo, correndo verso di noi.»

Rimasi da vero un po’ sbalestrato da questa notizia, nè il fu meno di me mio nipote; il capitano, che aveva udite raccontare storie tremende de’ salvaggi di queste parti, nè avendo mai navigato in quel mare, non sapeva a qual partito appigliarsi, onde gridò due o tre volte: «Siam per essere divorati tutti.» Io medesimo, lo confesso, notando che il vento ci mancava e la corrente ne spingeva sempre più innanzi, me la vedeva assai brutta. Ciò non ostante feci coraggio, agli altri ordinando che il bastimento fosse messo all’âncora [p. 558]appena saremmo in vicinanza bastante per conoscere se eravamo in caso di cimentarci con quella gente. E siccome continuava la bonaccia, quelli ci si avvicinavano di tutta corsa. Feci dunque gettar l’àncora e serrare le vele.

— «La sola cosa da temersi da noi per costoro è, dissi, che ci vengano ad appiccare il fuoco al bastimento. Mettete dunque all’acque le vostre scialuppe e legatele forte e strettamente l’una a prora, l’altra a poppa, poi ponetivici dentro in buon numero e ben armati, aspettando ivi la riuscita di questa faccenda.»

Diedi un tal ordine affinchè gli uomini delle scialuppe fossero pronti con lenzuola e secchi d’acqua ad estinguere ogni fuoco che que’ cialtroni si sforzassero di attaccare ai fianchi esterni del vascello.

In tal postura gli aspettammo nè tardarono ad esserci a veggente. Non credo che più orrida vista siasi mai offerta ad occhi di Cristiani, ancorchè il mio primo aiutante avesse preso un forte granchio sul numero de’ canotti, che faceva ascendere a mille. Quando ci furono da presso ne contammo soltanto cento ventisei all’incirca, alcuni carichi di sedici o diciassette uomini; alcuni pochi ne contenevano un numero anche maggiore; i meno formidabili ne avevano sei o sette.

Venutici più vicino, parvero compresi di stupore e sbalorditi ad una vista indubitatamente nuova per essi, nè sapevano alla prima (ne siamo venuti in cognizione più tardi) come stare contro di noi. Pure vennero avanti con grande audacia pensando a quanto giudicammo, d’investire da tutte le bande il bastimento, per il che ordinammo ai nostri uomini delle scialuppe di non lasciarli tanto accostare. Quest’ordine appunto condusse ad uno scontro che avremmo voluto sfuggire; perchè cinque o sei di que’ canotti vennero tanto rasente ad una scialuppa che i nostri marinai fecero ad essi con la mano il segno di ritirarsi. Lo intesero il cenno e in fatti si ritirarono, ma a questa ritirata furono contemporanee cinquanta frecce all’incirca venute dai loro canotti sul nostro bastimento dalle quali rimase gravemente ferito un degli uomini della scialuppa. Nondimeno ordinai che non si facesse fuoco di sorta alcuna sovr’essi; invece trasportammo diversi panconi d’abete nella scialuppa ove il nostro carpentiere alzò un’armatura, specie di parapetto che riparasse chi vi stava entro dai dardi de’ selvaggi se costoro tornavano ancora a scoccarne.

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Circa mezz’ora dopo, si portarono tutti in massa verso la poppa del nostro bastimento, ed in tanta vicinanza che potevamo facilmente distinguerli l’uno dall’altro, benchè non potessimo immaginare qual fosse il fine di quella guerresca loro operazione; onde non durai fatica a capire esser costoro della razza de’ miei antichi amici: di quei selvaggi coi quali m’era già avvezzato a cimentarmi nella mia isola. Indi a poco si allargarono alquanto per venire a mettersi dirimpetto al destro fianco del nostro bastimento, il che eseguirono in pochi minuti. Ci erano venuti sì da presso che potevano udirci parlare. Allora mi raccomandai alla nostra gente di tenersi ben appiattata per paura che ci lanciassero nuove frecce, ordinando intanto ai cannonieri di tenersi lesti.

Questa facilità di udire gli uni gli altri le nostre voci mi suggerì l’idea di mandar Venerdì sul ponte, affinchè parlando loro forte nel suo linguaggio nativo vedesse di sapere che cosa volevano. Così fece e Venerdì mi secondò. Intendessero o non intendessero le parole di Venerdì, questo non seppi; so che appena le ebbero udite, sei di que’ mascalzoni fecero un voltafaccia, ciascun d’essi mostrandogli il suo bel di Roma, nudo come Dio lo avea fatto, quasi gli dicesse nello stile del più infimo facchino della nostra plebe: Baciami questo. Fosse tale l’usanza de’ lor cartelli di disfida, o un mero atto di disprezzo, o un segnale dato agli altri compagni, non ve lo dirò. So che nello stesso momento Venerdì ne gridò che stavano per iscoccare i lor archi, e in mal punto per lui, povero sfortunato! chè volarono sul ponte trecento selvagge frecce, tre delle quali, a mio ineffabile cordoglio, stesero morto quello specchio de’ servitori, unico de’ nostri che fosse in vista a que’ barbari; tre sole lo trapassarono benchè tre altre gli rasentassero la persona; tanto eran quei mascalzoni bersaglieri mal pratici!

Fui preso da tanta ira al vedere questo barbaro fine del mio fedele servo ed amico, che fatti tosto caricare cinque cannoni a mitraglia e quattro a palla, diedi loro tal fiancata di cui non ebbero mai l’idea in loro vita, ve ne do parola. Non erano lontani da noi più di un mezzo tratto di gomona, quando sparammo; i nostri cannonieri presero sì bene la loro mira che tre o quattro canotti furono mandati sott’acqua dal primo colpo, come avemmo ragione di crederlo.

Certo non avrei stimato un’offesa grave l’atto sconcio che fecero in risposta al mio messaggio, perchè non poteva sapere se quanto è la [p. 560]massima delle villanie presso di noi sia tale anche fra essi, nè per ciò mi sarei presa altra soddisfazione fuor quella di fare scaricare su loro quattro o cinque cannoni carichi di sola polvere, il che avrebbe bastato a spaventarli. Ma poichè i bricconi aveano scagliato un nugolo di frecce su noi con tutto il furore di cui erano capaci, e soprattutto steso morto il mio Venerdì ch’io tanto amava ed apprezzava, e che tanto veramente lo meritava, non serbai più misure, nè solamente mi credei giustificato agli occhi di Dio e degli uomini, ma sarei stato contento se avessi potuto mandare a fondo ciascuno di que’ canotti e sapere tutta quella canaglia annegata.

Non so dirvi nè quanti n’abbia fatti morti, nè quanti feriti quella fiancata, ma certo non fu mai veduta tanta moltitudine immersa in tanto spavento e sconquasso. Tredici o quattordici de’ loro canotti furono spaccati e sì malconci che niente più valevano, onde quelli che, standovi entro, ebbero salva la vita, si gettarono a nuoto; tutti gli altri i cui canotti rimasero, divenuti affatto pazzi dalla paura, si diedero alla fuga con ogni prestezza possibile, prendendosi ben poco fastidio per soccorrere que’ loro compagni che non aveano più barca. Suppongo perciò che la maggior parte di questi sia andata distrutta. Un’ora dopo spariti tutti gli altri selvaggi, vedemmo nuotar tuttavia per salvar la vita un di que’ poveri sgraziati, che fu raccolto dai nostri.

Certo la mitraglia de’ nostri cannoni deve avere uccisa o ferita una grande quantità di costoro; ma di lì a poco non sapemmo più che ne fosse avvenuto. Fuggivano sì disperatamente che, dopo tre ore in circa, non vedemmo più di tre o quattro canotti sbandati, nè potemmo sapere mai più qual via avessero presa gli altri: perchè alzatasi in quella stessa sera una favorevole brezza, sciogliemmo l’âncora e veleggiammo alla volta del Brasile.

Veramente avevamo fatto, come dissi, un prigioniere, ma costui era stato preso da tal tetra manìa che non voleva nè parlare, nè mangiare, onde credevamo che avesse deciso di lasciarsi morire di fame. Trovai per altro una via di curarlo; perchè, fattolo prendere e mettere nella scialuppa, gli fu dato a credere per mio ordine che si volea gettarlo nel mare e lasciarlo là dov’era stato trovato se non si risolveva a parlare. Nemmeno per questo ne volle sapere, in guisa che lo gettarono effettivamente nell’acqua. Saltò fuori e postosi a seguirli, perchè si teneva a galla al pari di sughero, li chiamò in [p. 561]sua lingua, benchè niuno, ve lo immaginate, non ne intendesse una parola. Lo tornarono pertanto a raccogliere, e d’allora in poi divenne più trattabile nè vi fu più bisogno di fargli prendere un bagno di mare.

Spiegammo dunque nuovamente le vele, siccome dissi; ma io era il più sconsolato fra i viventi per la perdita del mio Venerdì. Avrei voluto tornare addietro alla mia isola per prendere al mio servigio uno di que’ selvaggi lasciativi; ma ciò non fu possibile, onde continuammo il nostro cammino.

Quanto al prigioniero che avevamo ci volle un gran pezzo prima d’arrivare a fargli intendere veruna cosa; pure coll’andar del tempo i nostri gl’insegnarono un poco d’inglese, e si potè cambiare qualche parola con lui. Allora gli si domandò da che paese venisse, ma ne sapemmo altrettanto. Il suo linguaggio era un certo garbuglio, tutto gutturale perchè parlava in gola d’una maniera sì affogata, sì stramba, che non si capiva quasi mai per il diritto che cosa volesse dire. Era passato in adagio fra noi che quei della sua razza dovevano poter parlare comodamente anche con una sbarra in bocca, perchè non ci accorgevamo che avesse bisogno di denti, di lingua, di labbra o di palato; faceva uscire della sua gola aperta le parole, come vengono fuori le note da un corno da caccia. Qualche tempo dopo per altro, quando lo avemmo perfezionato un pochetto (figuratevi che perfezione) nell’inglese, ci disse che andavano co’ suoi re fareé grandeé battaglia. All’udire che questi re erano in più, gli chiedemmo quanti re fossero. Ne rispose che erano cinque nazioneé, (che a fargli distinguere il singolare dal plurale non ci siamo riusciti), e che andavano tutti uniti contro a due nazioneé. Chiestogli perchè fossero venuti contro di noi, ne rispose:

— «Per fareé gran maraviglia vedereé.» È cosa da notarsi che tutti que’ nativi, come ancora quelli dell’Africa, mettono sempre in fine di parola due e dove ne va una sola, e mettono un accento su l’e aggiunta, come fareé, vedereé. Non gli potemmo mai levare questo vizio, e stentai bene a liberarne il povero Venerdì, benchè finalmente ci riuscissi.

E or che torno a nominare quella buona creatura, sento il bisogno di licenziarmi da lui. Povero onesto Venerdì! Noi gli demmo sepoltura con ogni decenza e solennità che si potè maggiore, ponendolo entro una cassa e gettandolo in mare. Ordinai undici tiri [p. 562] di cannone ad onore della sua memoria. Così terminò la vita del servitore più grato, più fedele, più onesto ed affezionato ch’uomo abbia avuto mai su la terra.

Il vento ci continuò favorevole fino al Brasile, ove prendemmo terra dopo dodici giorni di navigazione, in una latitudine di cinque gradi ad ostro della Linea, perchè approdammo alla terra posta più al nord-est (greco) di tutta quella parte d’America.


Note

  1. Espressione adoperata dagli uomini di mare quando o qualche terra o altri bastimenti tolgono forza alla brezza che favoriva la navigazione.