Avventure di Robinson Crusoe/95

Da Wikisource.
Due viaggi e due ritorni; compera incauta d’un bastimento

../94 ../96 IncludiIntestazione 17 dicembre 2013 100% Romanzi

Due viaggi e due ritorni; compera incauta d’un bastimento
94 96
[p. 596]

Due viaggi e due ritorni; compera incauta d’un bastimento.



Io mi trovava or solo nella più remota parte del mondo; chè ben poteva chiamarla così per esser io nient’altro che circa tremila leghe di mare più lontano dall’Inghilterra che non fui stando nella mia isola. Egli è vero che di qui avrei potuto, attraversando i paesi del Gran Mogol, trasferirmi per terra a Surate e di lì imbarcarmi, tornando sul golfo Persico per Bassora; poi prendendo la via delle carovane per mezzo ai deserti dell’Arabia giungere ad Aleppo e ad Alessandretta, donde postomi nuovamente in mare, sarei approdato in Italia, nè vi sarebbe stata più difficoltà per trasportarmi in Francia, in fine a casa: bagattella di viaggio che comprendeva un buon diametro e più del globo.

Poteva anche prendere un altro temperamento: aspettare l’arrivo di qualche bastimento inglese che da Achin venisse al Bengala per recarsi all’isola di Sumatra, e sopra un d’essi imbarcarmi per l’Inghilterra. Ma essendo io arrivato qui senza veruna relazione con la compagnia delle Indie Orientali, mi sarebbe stato difficile, non munito di una licenza della compagnia stessa, l’aver posto in uno di tali vascelli, o ci sarebbe almeno voluto uno speciale favore o de’ loro capitani o dei fattori degli stabilimenti, e a ciascuno di questi signori io era persona estrania del tutto.

Stando quivi ebbi il cruccio di vedere spiegar le vele al mio bastimento senza di me; sorta di amarezza che pochi uomini della mia [p. 597] sfera, cred’io, avranno provato giammai; se non fu qualche passaggiero imbarcatosi incautamente in un legno di pirati, e piantato sopra una spiaggia per non essersi saputo acconciare alle maniere villane de’ suoi mascalzoni compagni. E, per dir vero, un tal caso era il cugino germano del mio, eccetto la sola differenza, che mio nipote mi lasciò due servi, o piuttosto un compagno ed un servo; il primo uno scritturale del dispensiere del bastimento, ch’egli indusse a rimanere in mia compagnia; l’altro un servitore suo proprio.

Con questi, io mi presi un buon alloggio in casa d’una Inglese che avea per ospiti diversi negozianti, alcuni Francesi, due Italiani, credo ebrei, ed uno mio compatriotta: nè posso dire che me la passassi male. Affinchè poi non mi tacciate di essere stato precipitoso nelle mie risoluzioni, vi racconterò che stetti ivi nove mesi sempre pensando al partito che avrei preso. Io aveva meco merci inglesi d’un [p. 598]considerabil valore, ed una somma buona di danaro; perchè mio nipote (ed ecco l’importante differenza tra il caso mio e quello di un povero galantuomo abbandonato da corsari sopra una costa) mi somministrò mille quadruple, oltre ad una vistosa credenziale pei casi che mi potessero intravvenire, e affinchè non mi trovassi mai a nessuna sorta di strettezza.

Feci subito un traffico vantaggioso di questi miei capitali e, com’io mi era proposto da principio, li convertii in bellissimi diamanti, che erano il genere di ricchezza più accomodato al caso mio, perchè poteva sempre portare i miei averi con me.

Dopo tal lunga dimora e dopo molte proposte fattemi pel ritorno in Inghilterra, nessuna delle quali per altro mi andava a versi, venne una mattina a trovarmi il negoziante inglese mio compagno d’ospizio, col quale io avea stretto più intima conoscenza.

— «Compatriotta, ho da comunicarvi un disegno che come quadra a me, dee, se non m’inganno, quadrare anche a voi, quando lo avrete ponderato ben bene. Noi siamo situati qui, voi per accidente, io per mia scelta, in una parte di mondo sterminatamente lontana dalla nostra patria comune; è per altro questo un paese ove,
[p. -]

[p. 599]per chi s’intenda, come voi ed io, di commercio e d’affari, si possono far danari a bizzeffe. Se volete sposare un migliaio delle vostre lire sterline con un migliaio delle mie, noi noleggiamo benissimo un vascello mercantile: il primo che ci vada a genio; voi ne sarete capitano, io l’amministratore del traffico, e imprenderemo un viaggio di commercio alla China. In fatti che cosa stiamo a far qui? Tutto l’universo è in moto; tutte le cose girano in tondo. Ogni creazione di Dio, i corpi celesti e terrestri, tutto gira, tutto è operoso. Resteremo noi soli con le mani alla cintola. Non v’è nell’universo d’altri infingardi, che gli uomini. Vogliamo noi pure essere in quel novero?»

Mi garbò questa proposta moltissimo pel buon volere da cui la vedeva spinta, e per lo stile ingenuo ed amichevole onde mi venne fatta. Non vi dirò mica che le condizioni della mia vita, libera e sconnessa da ogn’altra relazione sociale, mi rendesse più adatto al traffico, che a qualunque altra sorta di professione, perchè il commercio era cosa posta fuori del mio elemento; ma non era altrettanto cosa fuori del mio elemento l’andare attorno; onde qualunque proposta intesa a farmi vedere qualche parte di mondo, che non avessi veduta giammai, non me la lasciava certo sfuggire.

Corse nondimeno qualche tempo prima di trovare un bastimento che facesse al nostro caso, e quando ancora lo avremmo fermato, non era sì facile il trovare marinai inglesi, almeno quanti faceano di mestieri per regolare il viaggio e comandare ai piloti che lì avremmo potuto mettere insieme. Pure alla lunga arrivammo ad assicurarci un luogotenente, un guardastiva, un cannoniere, tutti e tre inglesi; un carpentiere e tre gabbieri di trinchetto olandesi. Così potemmo far bene l’affar nostro, ancorchè fossero indiani gli altri piloti, di cui dovemmo contentarci.

Sono tanti i viaggiatori da cui fu scritta la storia delle loro corse, che da vero sarebbe assai poco vezzo pel leggitore l’udire da me un lungo racconto su i paesi, ove andammo e su i loro abitanti. Lascio ch’altri si piglino questa briga, e se mai i miei leggitori fossero bramosi di tali notizie, li rimetto a que’ giornali di viaggiatori inglesi, molti de’ quali vedo già pubblicati e di cui vengono promesse nuove pubblicazioni ogni giorno. Basta per me il dirvi, che in questa traversata ci fermammo ad Achin, poi nell’isola di Sumatra; che di là passammo a Siam, ove cambiammo alcune delle nostre mercanzie [p. 600]con oppio ed arrack, la prima delle quali cose era grandemente apprezzata dai Chinesi, che in quel tempo ne mancavano. In fine andammo a Suskan: onde, come vedete, facemmo un bel viaggio, in cui impiegammo più di otto mesi, in capo de’ quali rivedemmo il Bengala, ove mi trovai soddisfattissimo della mia corsa.

Mi accadde notare che i nostri Inglesi si maravigliano perchè gli uffiziali che la compagnia spedisce nelle Indie, e i mercanti che negoziano in questi paesi fanno sì immensa fortuna, e tornano talvolta a casa con sessanta o settantamila sterlini guadagnati in un solo viaggio. Cesserà la sorpresa, o piuttosto si vedrà che non ve n’è alcun motivo, quando si pensi agl’innumerabili porti e piazze di libero commercio che sono colà, e tanto più se si consideri che in que’ porti e piazze, in cui approdano vascelli inglesi, son tante le domande delle produzioni degli altri paesi, che non possono mai mancare occasioni di contrattarle con altre mercanzie o di venderle a danaro contante.

In sostanza il nostro viaggio non poteva essere stato migliore, ed io aveva guadagnato e molto danaro e tale perspicacia sul modo di guadagnarne di più, che, se avessi avuto venti anni di meno, mi sarebbe venuta la tentazione di rimanere in quella contrada, nè mi bisognava altro per fare la mia fortuna. Ma qual seduzione poteva mai essere questa per me che non aspettava più i sessant’anni, che era ricco abbastanza, e andava girando attorno più per appagare la mia irrequieta brama di girare il mondo, che spinto dalla voglia di tesoreggiare?

L’ho chiamata irrequieta brama, ed è proprio il giusto epiteto che le compete. Se era a casa, mi sentiva ansioso di andare per il mondo, se per il mondo, di tornare a casa. Che cosa era per me, come ho detto, il guadagno? Aveva più del mio bisogno; a che affannarmi per fare nuovo danaro? Per ciò il guadagno ottenuto non mi diveniva un gran fomite ad imprendere nuove speculazioni. In fatti io non m’accorgea che questo viaggio mi avesse fruttato alcun che; perchè essendo tornato nello stesso luogo donde partii, mi pareva lo stesso che essere tornato a casa. Il mio occhio, che potea paragonarsi a quello di cui parla Salomone, non era mai sazio di aver veduto; era sempre più sitibondo di trascorrere più vasto orizzonte e di trovar cose nuove. Io mi trovava in una parte di globo, che non aveva veduta giammai, e in quella parte singolarmente di cui [p. 601]mi era stato parlato di più; era deciso di terminar di vedere tutto quanto vi fosse mai da vedere, e di poter dire un giorno d’aver visitato tutto quel mondo che meritava di essere contemplato.

Ma il mio compagno viaggiatore ed io portavamo su ciò opinioni diverse; non dico ciò per lodare la mia, chè la sua in realtà era più giusta e certamente più confacevole al fine della vita di un trafficante, il quale quando si avventura in un viaggio, si propone un unico scopo: far più danaro che può. Questo novello amico si tenea strettamente alla sostanza della cosa; onde sarebbe stato contento di far la vita d’un cavallo da vettura: innanzi, addietro, ma fermarsi sempre agli stessi stallatici, purchè ci avesse trovato, come egli lo chiamava, il suo conto. Io al contrario la pensava più da spensierato ragazzaccio, che non vorrebbe mai vedere la stessa cosa due volte.

Nè ciò soltanto: mi sentiva una singolare ansietà d’avvicinarmi a casa mia, e nondimeno fantasticava le vie le più inacconce, le più stravaganti per ritornarvi. Mentre io stava consigliandomi su ciò con la mia testa, venne a trovarmi il mio amico che pescava sempre nuovi negozi, e mi propose un viaggio alle Molucche per riportare a casa un carico di garofano da provvedersi a Manilla o in quei dintorni; piazze veramente ove trafficavano gli Olandesi, ma isole in gran parte appartenenti agli Spagnuoli. Noi ciò non ostante non andammo sì in là, e ci limitammo ad alcune altre ov’essi non aveano che fare, come Batavia, Ceylan e simili.

Non ci volle molto per disporci a tale viaggio; il maggior tempo perduto dal mio compagno fu nell’indurmi ad accompagnarlo in una traversata che non mi parea grande abbastanza. Ma in fin del conto non se ne presentando allora d’altre alla mia mente, e trovando che il moversi in qualche modo (tanto più che si trattava d’un traffico d’un utile grande, e potea dirsi sicuro) era assai meglio del restar fermi, per me principalmente a cui tale immobilità appariva la condizione più misera della vita, consentii ad unirmi con l’amico. Postici dunque immantinente in viaggio, fummo a Borneo e ad altre isole, di cui non ricordo i nomi. Entro cinque mesi all’incirca eravamo già a casa, ove vendemmo le nostre droghe, consistenti soprattutto in garofano ed in alcune noci moscate ai trafficanti persiani, che se le portarono con loro nel golfo. Ci guadagnammo il cinque per uno: vi lascio dire se incassammo danari. Il qual conto mentre [p. 602]si facea tra l’amico e me, questi mi si voltò con un sorriso d’amichevole ironia, che alludeva all’indolente mio temperamento.

— «Ah! non va bene così? Non è mo meglio far di questi viaggi, che star qui a passeggiare come uomini sfaccendati e perdere il tempo a contemplare la stupidezza e l’ignoranza di questi pagani?

— Dite la verità, amico mio, gli risposi; anzi comincio a convertirmi ai principî del trafficante. Ma, aggiunsi, ho l’onore di dirvi, che non sapete fin dove io possa andare col mio zelo di convertito. Se arrivo una volta a vincere la mia svogliatezza per gli affari, e ad imbarcarmi di buon cuore qual trafficante, vecchio qual mi vedete, vi tiro qua, là, per tutte le parti del mondo sino al segno di straccarvi: perchè se giungo a mettermici dentro con calore, non vi lascio più quieto.»

Ma per non essere prolisso su questa nuova mia vocazione, vi dirò come poco dopo arrivasse al Bengala un bastimento olandese che veniva da Batavia, non di foggia europea, ma di quelli quivi detti costeggiatori, che portava circa duecento tonnellate. I marinai, così costoro davano a credere, aveano sofferte tante malattie, che il capitano si trovò sprovveduto di braccia per commettersi nuovamente al mare, e poichè avea, così appariva, fatto danari abbastanza, o per altre sue ragioni, volea tornare in Europa, fece divulgare la sua intenzione di vendere il bastimento. Venutomi ciò all’orecchio prima che il mio nuovo socio ne fosse informato, venni a trovarlo, dicendogli la cosa e manifestando il pensiero che avrei avuto di comprare quel bastimento.

— «È veramente un po’ troppo grosso, mi rispose. Nondimeno compriamolo.»

Di fatto lo comprammo, e, intesici col capitano, ne sborsammo il prezzo e ne prendemmo possesso. Ciò fatto, deliberammo di tenere con noi gli uomini del bastimento stesso, aggiugnendoli a quelli che già avevamo. Ma in un subito, e appena ebbero ricevuto, non già i loro salari, ma la propria parte del danaro da noi sborsato pel bastimento (questo lo sapemmo più tardi) non si lasciarono più trovare. Dopo averli cercati un bel pezzo, ci fu detto finalmente, che tutti insieme erano partiti per terra alla volta di Agra, città capitale del Gran Mogol, donde divisavano trasferirsi a Surate, e di lì imbarcarsi sul golfo Persico.

Lo credereste? mi augurava d’essere andato con loro, e nulla da [p. 603]lungo tempo m’aveva inquietato tanto, quanto l’aver perduta l’occasione di eseguire un viaggio ch’io mi figurava, fatto in tal compagnia, e sicuro e dilettevolissimo per me, tanto più che s’accordava col mio prediletto disegno di vedere paesi sempre più nuovi e portarmi di più verso casa. Ma pochi dì appresso, ebbi altrettanto motivo di consolarmi quando venni a sapere che schiuma di furfanti mi fossi augurato in mia compagnia. La storia di costoro era questa. Colui che chiamavano capitano, non lo era in sostanza, ma unicamente il cannoniere del bastimento. In un viaggio di traffico vennero assaliti da alcuni Malesi che uccisero il capitano e tre de’ suoi ufiziali. Undici sopravvissuti presero la risoluzione di fuggir via col bastimento stesso e venirlo a vendere al Bengala dopo avere lasciati a tradimento su la spiaggia cinque ufiziali; e così fecero.

Ma in fine, qualunque fosse il modo onde coloro si erano fatti padroni del bastimento, noi lo acquistammo onestamente; così almeno ne parve; benchè, pensandoci meglio, io debba confessare che non guardammo entro alle cose con tutta la dovuta esattezza, perchè non ci venne mai in mente di esaminare i marinai che probabilmente si sarebbero imbrogliati nelle loro risposte e contraddetti gli uni [p. 604]con gli altri; onde il mio compagno o io avremmo avuto qualche motivo di sospettarne. In somma credemmo ciecamente al mostratoci contratto d’acquisto da un Emmanuele Clostershoven, o altro nome che non mi ricordo (già suppongo finto anche questo), e che era il nome con cui facea chiamarsi il venditore del bastimento. Noi non potevamo dargli una mentita, e, non sospettando mai la sostanza di questo imbroglio, concludemmo il contratto.