Avventure di Robinson Crusoe/97

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Vittoria riportata su le cinque scialuppe; arrivo alla baia di Tonchino

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Daniel Defoe - Avventure di Robinson Crusoe (1719)
Traduzione dall'inglese di Gaetano Barbieri (1842)
Vittoria riportata su le cinque scialuppe; arrivo alla baia di Tonchino
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Vittoria riportata su le cinque scialuppe, arrivo alla baia di Tonchino.



Io m’apparecchiava a salire sul bastimento, chè già il mio socio mi gridava tutto festoso dal cassero:

— «Oh! oh! l’abbiamo turata, l’abbiamo turata la falla!

— L’avete turata? gli dissi appena gli fui da presso. Ringraziato Dio! ma fate subito levar l’âncora.

— Levar l’âncora! Che cosa vi salta in mente? Che negozio è questo?

— Lasciam da banda per ora le interrogazioni. Mettete tutte le nostre braccia all’opera e leviamo l’âncora: non c’è un minuto da perdere.»

Immaginatevi se non rimase stupito. Ciò nondimeno, comunicai questa mia improvvisa risoluzione al capitano che fece subito levar l’âncora, onde benchè la marea non fosse anche salita abbastanza, ne aiutò una buona brezza di terra, e spiegammo le vele. Allora, tratto con me il mio socio nella nostra stanza delle deliberazioni, gli contai la faccenda, di cui gli dissero il rimanente i due nuovi marinai, che feci essere lì presenti ancor essi. Il racconto di questi portò tanto tempo, che quando era finito, entrò un piloto tutto scalmanato gridando:

— «Ci danno la caccia!

— La caccia a noi! esclamai. Chi?

— Cinque scialuppe cariche d’uomini.

— Pare che nel racconto di costoro ci sia qualche cosa di vero,» dissi fra me.

Chiamatimi poscia intorno a me tutti i miei marinai, dissi loro quali disegni fossero stati formati a danno del nostro bastimento, e [p. 609]come si volesse prenderci su a modo d’altrettanti scorridori; poi chiesi loro se erano pronti a difendere noi e sè stessi. Tutti furono ad una nel rispondere col migliore animo del mondo che volevano vivere e morire con noi. Interrogai in appresso il capitano su la miglior maniera di condursi nel venire a battaglia con queste scialuppe, chè già era risoluto di difendermi ad ultimo sangue. Mi consigliò per prima cosa tenerle lontane da noi finchè si fosse potuto con buone fiancate di mitraglia, salutarle incessantemente coi nostri moschetti se si accostavano al segno di bordeggiare il bastimento, e ridotti anche al caso di non poterlo allontanare di più, trincerarci al di là delle nostre paratie; perchè probabilmente chi ne inseguiva non avea portati entro le scialuppe gli stromenti adatti ad atterrar le trincee.

Intanto fu ordinate al cannoniere di allestire due pezzi di cannone da trasportare secondo il caso qua e là nell’esterno delle trincee stesse per la difesa de’ ponti, caricandoli di palle da moschetto, di mitraglia e di quanti frantumi di ferro gli capitassero alla mano. Così ben apparecchiati a riceverli, prendevamo sempre più il largo con un vento abbastanza propizio, ma vedevamo ad un tempo in distanza le scialuppe, che erano ampie assai, correre su la nostra dirittura a tutta forza di vele.

Due di quelle barche (co’ nostri cannocchiali le avevamo ravvisate per inglesi), preso il vento su l’altre tanto che una distanza di due leghe le separava da esse, venivano di gran corsa verso di noi con tutta la buona volontà, a quanto parea, di assalirci. Sparammo un cannone carico di sola polvere per intimare loro il fermarsi, e facemmo sventolare ad un tempo la bandiera parlamentaria; ma quelle non si prendendo nessun fastidio di ciò, proseguivano il loro cammino dello stesso tenore; onde, quando ci furono a tiro, ritirammo la bandiera bianca, sostituendole la rossa, poi le salutammo con una fiancata di mitraglia. Ciò non ostante ci vennero sì da presso, che potevamo far udir loro le nostre parole col mezzo di una tromba marina, cui ricorremmo di fatto per avvertirli che, se non tornavano addietro, ci avrebbero avuto poco gusto.

Era tutt’uno. Ci si accostarono sempre di più, mettendo ogni loro studio per arrivarci sotto poppa e tentar l’arrembaggio su l’anca. Veduto allora come la durassero nella risoluzione di farci male, fidati sempre nella forza delle scialuppe che le seguivano, feci [p. 610]mettere in panna il bastimento in modo che vennero appunto ad incontrare la fiancata di cinque de’ nostri cannoni, un de’ quali portò via la poppa della barca più addietro, di cui la ciurma fu necessitata calar le vele e correr tutta su la prora per impedire al legno di andare a fondo. Ma vedendo intanto che la barca più avanti seguitava a correrci in verso, ci allestimmo a fare fuoco contra lei sola.

Mentre questi fatti accadeano, una delle tre barche rimaste addietro, più avanzata nondimeno dell’altre due, si affrettò in soccorso della consorella disalberata, e vedemmo quando ne riceveva la ciurma che non potea più starci entro. Prima di far fuoco su la prima barca che continuava sempre, come dissi, a correrci in verso, la chiamammo un’altra volta a parlamento, offrendole tregua; tanto che si schiarissero i motivi per cui l’aveva contro di noi. Ma non diede veruna risposta, e l’avevamo omai sotto poppa. Allora il nostro cannoniere, che la sapea veramente lunga nel suo mestiere, trasse innanzi i suoi due cannoni da caccia e la salutò con la mitraglia; ma fallitogli il colpo, la ciurma si diede a gridare e ad agitar [p. 611]le berrette in aria di trionfo, e la barca avanti! Non si perdè d’animo il cannoniere e presto a caricar di nuovo i suoi due cannoni, le mandò un secondo saluto che, per dir vero, lasciò intatta la barca, ma dalle lamentose grida degli uomini della ciurma potemmo facilmente accorgerci che non era stata inefficace per loro. Noi, senza badare a ciò, voltammo il fianco del bastimento alla scialuppa, a scaricatile addosso tre altri cannoni, la vedemmo andar quasi affatto in pezzi: soprattutto il timone ed una parte di poppa erano saltati in aria; laonde calata tosto la vela, anche quella ciurma si trovò a mal partito.

Per dare il resto del loro avere a quegli sgraziati, accadde che il cannoniere sparò di nuovo i suoi due cannoni sovr’essi. In qual parte della scialuppa avesse colpito, non avremmo saputo dirlo; ma la vedemmo affondarsi e alcuni de’ suoi uomini cercare di salvarsi nuotando. Fatto subitamente lanciare in acqua il nostro scappavia, che ci tenevamo sempre lì pronto, ordinai ad alcuni de’ nostri di andare a raccogliere entro esso quanti poteano di que’ miseri caduti in acqua, per salvarli dall’annegarsi; poi di tornare con questi prigionieri a bordo del bastimento, ma di far presto, perchè vedevamo il resto delle scialuppe che cominciavano anch’esse a venire avanti. I nostri che entrati nello scappavia eseguirono appuntino un tale comando, raccolsero tre nemici, anzi un d’essi nel punto che stava per annegarsi, onde ci volle un bel pezzo prima d’averlo fatto rinvenire. Appena furono tornati a bordo, demmo con ogni massima speditezza le vele, ed eravamo già in alto mare quando ci accorgemmo che le tre altre scialuppe venute in soccorso della prima aveano stimato bene desistere dal darne la caccia.

Liberato così da un pericolo che, se bene non arrivassi ancora a capirne il vero motivo, pur sembrava più grave assai di quanto me lo avessi immaginato, risolvei cangiar direzione al nostro viaggio, in guisa che nessuno potesse scorgere ove divisassimo andare. Ci tenemmo pertanto alla parte più orientale di mare, posta affatto fuor della via ordinaria de’ bastimenti europei o destinati per la China o per qualunque altra contrada compresa nella scala del commercio d’Europa.

In questo mezzo ci facemmo ad interrogare i due marinari, affinchè ci spiegassero una volta come stesse la faccenda di questa persecuzione, e finalmente il marinaio olandese ci svelò tutto il segreto [p. 612]col dirne primieramente, e questo già lo sapevamo, che il furfante da cui avevamo comprato il bastimento, era nient’altro che un ladro fuggito via con esso. Ci disse il nome (ora non me lo ricordo) del capitano, che ne era il vero padrone, ucciso a tradimento egualmente che tre de’ suoi, nativi della costa di Malacca. L’Olandese che mi raccontava queste particolarità, era stato insieme con altri quattro abbandonato dai ladri del bastimento su la spiaggia di Malacca, ove vagarono disperatamente pei boschi per qualche tempo. Egli singolarmente, l’Olandese, si salvò come per miracolo, perchè vedendo una scialuppa mandata alla spiaggia stessa per provvedere acqua dolce da un vascello olandese destinato per la China, non ardì certo uscir delle selve per accostarsele, per timore di essere veduto dai Malesi, essendo di giorno; ma aspettata la notte, raggiunse a nuoto la scialuppa stessa che era partita poco prima, e ne fu ricevuto. Così scampato, si recò in appresso a Batavia ove capitarono due compagni del ladro venditore del bastimento, disertati da lui in quel suo viaggio ad Agra che per un momento invidiai. Costoro sparsero attorno che il bastimento era stato venduto al Bengala, e fin qui dissero la verità, ma fecero poi questa bella frangia al loro racconto: che era cioè stato venduto ad una masnada di pirati, i quali andavano corseggiando i mari sovr’esso, e a quell’ora avevano già predati un legno inglese e due olandesi carichi di tesori.

Vedete che bagattella d’impostura! Ma ancorchè fosse tale, come considerava ottimamente il mio socio, se fossimo caduti nelle mani di trafficanti inglesi o olandesi, che ne tenevano in sì buon concetto, avremmo avuto un bel volerci difendere con gente risoluta a non darci quartiere. Considerando principalmente che i nostri accusatori sarebbero stati i nostri giudici, non ci era speranza per noi. Non potevamo aspettarci miglior trattamento di una sentenza che l’ira avrebbe dettato, il più indomito rancore eseguita. Il mio socio pertanto si avvisava che tornassimo a dirittura senza toccar porti di sorta alcuna al Bengala, donde eravamo partiti. Colà avremmo potuto dare buon conto delle nostre persone, colà provare dove eravamo quando il bastimento approdò in quel porto, da chi e come lo comprammo, e simili cose; e, ciò che più si dovea valutare, se ci fossimo veduti alla necessità di portare la causa dinanzi al tribunale, questo sarebbe stato composto di nostri legali giudici, che era una sicurezza per noi di non essere impiccati prima e giudicati dopo.

[p. 613]Per qualche tempo fui d’uno stesso parere col mio socio; ma dopo averci pensato un po’ più seriamente gli dissi:

— «Amico caro, non è cosa sana per noi il tornare in questa maniera al Bengala, tanto più che siamo al di qua dello stretto di Malacca. Se si danno la voce gli uni con gli altri siam certi che gli Olandesi a Batavia, e gl’Inglesi da per tutto ci faranno la posta. Se ci pigliassero nell’atto di una corsa che avrebbe apparenza di fuga, ci saremmo condannati da noi medesimi, nè ci vorrebbe migliore prova perchè fossimo spediti senz’altra formalità.»

Consultai anche il marinaio inglese che la pensava nello stesso modo. Il pensiero d’un tale pericolo mise in non poco disturbo il mio socio e il rimanente della compagnia. In fine risolvemmo di procedere verso la costa di Tonchino e di lì alla China, seguendo sempre il nostro primo disegno, le speculazioni di traffico, e intanto trovare una via o l’altra di disfarci di questo malauguroso bastimento, poi tornare addietro con qualche legno di una di quelle contrade, il primo che ne capitasse. Fu questo ravvisato di comune accordo il migliore espediente per la nostra sicurezza. Veleggiammo pertanto alla volta del nord-nord-est (greco tramontana) tenendoci per altro un po’ più a levante e fuor della via solita del commercio.

Nè il tener questa strada andò disgiunto da inconvenienti per noi, perchè in tale distanza dalla spiaggia soffiavano più gagliardamente a nostro danno i monsoni che venivano da levante e da est-nord-est (greco levante); onde indugiammo assai di più il nostro viaggio, oltrechè eravamo assai mal provveduti di viveri per una corsa sì lunga. Il peggio poi si era la paura che i vascelli inglesi e olandesi, le cui scialuppe ci avevano inseguiti e alcuni de’ quali erano destinati pei luoghi ai quali ci avviavamo, vi arrivassero prima di noi, o anche senza di ciò, che qualche altro vascello di lor nazione diretto alla China, informato già da essi del delitto ond’eravamo a torto imputati, venisse a darne vigorosamente la caccia.

Devo confessare che lo sconvolgimento della mia mente fu estremo, e che pensando al pericolo corso nel salvarci dalle scialuppe dei nostri ultimi persecutori, vidi la mia condizione più orrida di tutte quelle in cui mi era trovato nel tempo della mia vita passata; perchè, per gravi cose che mi fossero succedute, non mi era occorso giammai di essere inseguito siccome un ladro. In fatti non ho mai commesso azioni da meritarmi i titoli d’uom disonesto o ingannatore; [p. 614]molto meno quest’ultimo di ladro. Solamente sono stato nemico di me medesimo, o, per parlare adeguatamente, non sono stato di altri, che di me medesimo. Ebbi dunque ragione, se mi credei ridotto al più tristo dei casi che si possono immaginare; perchè, se bene innocentissimo, io non trovava una via per far comparire la mia innocenza, e chi mi dava la caccia, s’intendeva darla ad un delinquente della più detestabile razza.

Intanto ogni mia sollecitudine non poteva essere altra che di fuggire, benchè non sapessi da quale banda, o in qual porto, o piazza potessimo ripararci. Al vedermi così costernato, il mio socio, benchè su le prime avesse fatta una cera più smarrita della mia, principiò a farmi coraggio e, descrivendomi diversi porti della costa a cui eravamo diretti, pensò essere il meglio per noi fermarci a quella di Cochinchina o nella baia di Tonchino, donde ci saremmo poscia trasferiti a Macao, città posseduta una volta dai Portoghesi, e residenza tuttavia di parecchie famiglie europee, frequentata soprattutto dai missionari, che la faceano loro stazione prima di trasferirsi alla China.

Quivi dunque risolvemmo di andare, e dopo una navigazione tediosa, irregolare e fatta più molesta dalla strettezza delle provvigioni, una mattina finalmente di bonissima ora ci trovammo a veggente della costa cercata.