Avventure di Robinson Crusoe/98

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Metodo difensivo del tutto nuovo; arrivo all’isola Formosa

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Daniel Defoe - Avventure di Robinson Crusoe (1719)
Traduzione dall'inglese di Gaetano Barbieri (1842)
Metodo difensivo del tutto nuovo; arrivo all’isola Formosa
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Metodo difensivo del tutto nuovo; arrivo

all’isola Formosa.



Fatti accorti dalle passate disgrazie e dal rischio che ne sarebbe sovrastato se non fossimo stati lesti a fuggire, giudicammo opportuno gettar l’âncora all’ingresso di un piccolo fiume, nondimeno profondo abbastanza all’uopo nostro, per vedere se ne riusciva, o per terra, o mandando a costeggiare il nostro scappavia, scoprire quali bastimenti e di qual nazione fossero in que’ dintorni, cautela alla quale dovemmo da vero la nostra salvezza. Perchè, se bene non avessimo veduto alla prima alcun naviglio europeo ancorato alla baia di Tonchino, nella mattina appresso vi entrarono due vascelli olandesi; ed un terzo, senza bandiera spiegata, ma che ciò non ostante credemmo parimente olandese, diretto su la via della China ci passò parallelo ad una distanza di circa due leghe; poi dopo il mezzogiorno gli succedettero due grossi legni inglesi, che tenevano la medesima via; laonde ci vedevamo in mezzo a nemici da tutte le parti.

La terra quivi era abitata da gente selvaggia e barbara: da una popolazione di ladri per genio e per mestiere; e benchè non avessimo gran bisogno di cercarli e, fuori del caso di qualche provvigione, evitassimo ogni occasione di aver che fare con loro, a grande stento ci salvammo dal riceverne insolenze di varie sorte. Il fiume, piccolo come ho detto, era lontano sol poche leghe dall’ultima estremità settentrionale del paese. Quando il nostro scappavia scoperse costeggiando che legni nemici ne circondavano d’ogni banda, avea tenuto il nord-est (greco) verso la punta di terra che apre la grande baia di Tonchino. Gli abitanti che vi ho dipinti per la gente più inospita di tutta la costa, non aveano di fatto consorzio con nessun’altra di quelle popolazioni, e il lor commercio era unicamente di pesce e derrate del genere più grossolano. Se ebbi motivo di chiamarli [p. 616]barbari al di sopra di tutti i loro vicini, lo vedrete presto, quando vi avrò detta una sola delle loro usanze; ed era che, se un bastimento correa la sfortuna di naufragare innanzi alla loro spiaggia, non contenti d’impadronirsi del legno naufragato, faceano prigionieri o schiavi gli uomini che vi trovavano entro. Di tale loro cortesia non tardammo ad avere un luminoso saggio che ora narrerò.

Vi ho già raccontato come il nostro bastimento avesse presa una falla, come non ci fosse riuscito trovarne la sede, e come ciò non ostante fossimo arrivati fortunatamente a turarla nel punto che stavamo per essere presi dai vascelli olandesi ed inglesi ancorati nella baia di Siam. Non per questo ne parve che il bastimento fosse in tal buon assetto, quale avremmo desiderato; onde divisammo profittare del nostro indispensabile indugio a quella spiaggia per tirarlo a terra, levarne via le cose che erano a bordo, e rimondarne il fondo per giugnere finalmente a scoprire ove la falla o le falle fossero. Alleggeritolo pertanto in tale guisa e trasportati tutti i cannoni e quanto potea muoversi da una banda, ci provammo a condurlo sul lido; ma pensandoci meglio, giudicammo di eseguire la nostra operazione, lasciandolo in acqua, perchè il tratto di spiaggia ove lo avremmo posto a secco non ci sembrava opportuno, e altri più adatti non ne vedevamo.

Gli abitanti che non aveano mai veduto nulla di simile, accorsero alla spiaggia per contemplarci, e poichè il nostro bastimento era inclinato alla riva e nella posizione in cui stanno i vascelli messi alla banda, non accorgendosi de’ nostri uomini che stavano al di là del fianco del bastimento stesso lavorando alla carena sopra armature e su le scialuppe; conchiusero tosto che il legno era naufragato, e avea preso quel collocamento rasente la spiaggia. Bastò questo per costoro. In due o tre ore di tempo vennero a circondarne con dieci o dodici barconi che contenevano quale otto, quale dieci uomini, con l’intenzione, senza dubbio, di entrare a bordo e saccheggiare il vascello; e se v’avessero trovato qualcuno di noi, condurlo schiavo al loro re, o governatore che si chiamasse; perchè intorno a ciò non ne abbiamo mai saputo nulla.

Venuti presso al bastimento e postosi a girargli attorno ne trovarono tutti intenti all’opera che si eseguiva allora alla parte esterna della carena e del fianco di naviglio posto verso il mare, lavandolo, spalmandolo, calafatandolo, compiendo in somma tutte le operazioni [p. 617]consuete e ben note a chiunque s’intende di marineria. Rimasero contemplandoci per qualche tempo, e noi eravamo alquanto sorpresi perchè non potevamo immaginarci qual disegno gli avesse condotti ivi. Ad ogni buon fine volemmo metterci al sicuro. Alcuni di noi entrarono nel bastimento ed altri mandarono giù a quelli delle scialuppe armi e munizioni, affinchè si potessero difendere, se ne fosse venuto il bisogno. Vedemmo poi che non ci era mai stato sì grande, perchè que’ mascalzoni, dopo una consulta fra loro che durò meno d’un quarto d’ora, convennero, sembra, nel sentenziare naufragato il nostro bastimento. Secondo loro, eravamo tutti all’opera per salvarlo, o se non altro, per salvare le nostre vite col soccorso delle scialuppe; anzi al vederci trasportare in esse i moschetti giudicarono che cercassimo mettere in salvo ciò che potevamo delle nostre mercanzie. Dietro queste congetture, ebbero per dato incontrastabile che noi spettavamo ad essi per diritto di buona cattura, e tosto ci vennero in verso, come in linea di battaglia.

I nostri, al veder tanta gente, cominciarono a spaventarsi, chè veramente non eravamo nella più bella posizione, onde si diedero a gridar forte per sapere che cosa dovevano fare. Comandai tosto ai lavoranti delle armature di atterrarle, a quelli delle scialuppe di abbandonarle e di venir tutti a bordo. Intanto que’ pochi che vi erano già s’adoperarono con quanta forza e braccia avevano per raddirizzare il bastimento. Ma nè i lavoranti alle armature nè quelli della scialuppa poterono eseguire gli ordini ricevuti prima che i Cochinchinesi lor fossero addosso; e già due barconi di barbari, investita la scialuppa, si accingevano ad impadronirsi di chi vi stava entro.

Il primo de’ nostri che agguantarono fu un Inglese, pezzo d’uomo nerboruto e gagliardo, il quale avendo un moschetto in mano, con mia grande sorpresa, non se ne servì punto, anzi lo mise giù, ch’io gli diedi del matto in mio cuore; ma non tardai a vedere che sapeva il fatto suo meglio di quanto io glielo avessi potuto insegnare. Abbrancato con quanta forza aveva un de’ suoi pagani aggressori, sel trasse dentro con una forza da leone nella scialuppa, ove tiratolo per le orecchie gli fe’ batter la testa sì spietatamente contro al parapetto della barca che non la sollevò mai più. Intanto un Olandese che gli era da presso, preso su il moschetto, lavorò sì bene col calcio di esso, che stramazzò cinque di que’ barbari mentre si provavano ad [p. 618] entrare nella scialuppa. Ma che valea tutto ciò per resistere a trenta o quaranta uomini che, impavidi perchè ignari del loro pericolo, venivano già all’arrembaggio di una scialuppa difesa da cinque uomini in tutto. Un incidente che ne fece rider non poco, diede ai nostri una compiuta vittoria.

Il nostro carpentiere che si apparecchiava a spalmare il fianco esterno del bastimento e ad incatramare le commessure che avea calafatate per chiudere le falle, aveva dinanzi a sè due caldaie portategli appunto allora nella scialuppa, una piena di pece bollente, l’altra d’olio nudrito di ragia, cera e simili sostanze usate da quelli della sua professione. Nel tempo stesso l’aiutante del carpentiere teneva in mano una grande mestola con cui forniva di tale materia gli operai intesi a questo lavoro. Il secondo che stava alle scotte d’avanti nel momento che due nemici faceano per entrare nella scialuppa, non mancò subito di salutarli, battezzandoli con la mestola ben piena di quella bollente liquida mercanzia, da cui furono sì tremendamente scottati e pelati, spezialmente essendo mezzo ignudi, che entrambi saltarono precipitosamente nell’acqua gridando dal bruciore, e mugghiando come veri buoi.

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— «Bravo! bravo, Giacomo! così il carpentiere, che vide la faccenda, gridò al suo garzone. Dispensane loro anche un poco di questa broda.» Indi fattosi innanzi egli stesso e preso un di quegli spazzatoi, ed intintolo nella caldaia della pece bollente, tra lui e il garzone fecero piovere tal copiosa aspersione di quel liquido infernale su le tre barche, che di quanti uomini vi erano non ve ne fu un solo che non si desse a fuggire guadando arso, scottato, atterrito e mettendo grida e strillamenti, ch’io non credo aver mai udita una musica tale; perchè è cosa notabile che se bene il dolore faccia gridare tutti gli uomini della terra, ciascun popolo, come ha una lingua, ha un grido suo proprio. Non saprei indicare questa musica con un nome migliore e più adeguato al suono ch’essa rendea, che chiamandola un ululato; perchè non ho idee d’altri lamenti, che le si possano paragonare fuor degli ululati appunto de’ lupi, che mi posero in sì brutte strette nella foresta delle frontiere della Linguadoca.

Non mi sono mai compiaciuto maggiormente di una vittoria in mia vita, e ciò non solo perchè fu tanto meno aspettata quanto più era imminente il pericolo, ma perchè fu guadagnata senza spargimento di sangue, se si eccettui quel primo che un de’ miei gagliardi accoppò col solo aiuto delle mani; e di questo ancora ebbi gran dispiacere. Mi sapea male l’uccidere que’ poveri sgraziati selvaggi, ancorchè ciò fosse in mia difesa, perchè capiva che si erano posti in una spedizione da essi creduta giusta, e che non aveano testa per intender meglio le cose. Oltrechè, se bene pensassi cosa giusta l’ucciderli perchè necessaria (nè vi è nulla di necessario in natura, che non sia giusto), pure mi sembrava una assai mala vita l’essere sempre obbligati ad uccidere creature nostre simili, per salvare noi stessi. E da vero anche adesso la penso così: quante moleste sofferenze non preferirei all’espediente di toglier la vita ad un uomo, benchè m’abbia oltraggiato! e credo che chiunque conosca il prezzo della vita di un uomo, converrà, se ben ci pensi, nel mio parere.

Ma per tornare alla mia storia, in tutto questo intervallo, il mio socio ed io con l’opera de’ marinai rimasti a bordo, fummo destri quanto bastò per raddirizzare quasi del tutto il bastimento, e per rimettere tutti i cannoni al loro posto; anzi il cannoniere voleva che ordinassi agli uomini della scialuppa di tirarla in disparte, perchè bramosissimo di mandare una fiancata ai fuggitivi Cochinchinesi.

— «Guardatevene bene! esclamai; abbiamo qui il nostro [p. 620]carpentiere, che può far bene i nostri affari senza l’aiuto de’ vostri cannoni.»

In fatti ordinai fosse messa al fuoco un’altra caldaia di pece, commessione che affidai al cuoco del bastimento; ma non ce ne fu di bisogno; perchè il nemico fu tanto persuaso dal saluto fattogli nel primo assalto, che non ardì tentarne un secondo. Oltrechè, alcuni di questi assalitori tenutisi in lontananza, al vedere la nostra nave raddirizzata e galleggiante avranno, supponemmo, conosciuto lo abbaglio preso, e abbandonata una spedizione che del certo non tornò ad essi come se l’aveano immaginata.

Così usciti di questa lieta battaglia, poichè avevamo due giorni prima portato a bordo alquanto riso, una provvigione sufficiente di pane e di radici e circa sedici porci, stimammo opportuno di non rimanere ivi più a lungo e andarcene ad ogni costo; perchè temevamo non saltasse il dì seguente a quei cialtroni la tentazione di tornare in tanto numero alla loro impresa, da non bastar forse più per tenerli lontani la nostra pece. Poste adunque tutte le nostra cose a bordo la sera medesima, nella seguente mattina eravamo pronti a salpare.

Durante la notte, avevamo gettata l’âncora a qualche distanza dalla spiaggia, onde stemmo meglio col cuore quieto, trovandoci in tal posizione, che se il nemico si fosse presentato, era buona così per combattere come per salpare. Terminate dunque tutte le riparazioni che doveano farsi al bastimento, ed essendoci assicurati che tutte le falle erano turate, facemmo vela. Avremmo veramente voluto andar anche una volta nella baia di Tonchino, perchè non sapevamo null’altro dei due vascelli olandesi che v’erano entrati; ma non osammo, perchè avevamo veduto, pochi momenti prima, altri vascelli che colà, a quanto ne parve, si dirigeano. Prendemmo dunque la via dell’isola Formosa con tanta paura di essere veduti da qualche vascello mercantile inglese o olandese, quanta ne ha nelle acque del Mediterraneo un vascello mercantile inglese o olandese di venire scoperto da un vascello algerino.

Date così le vele, tenemmo il nord-est (greco), come se volessimo andare a Manilla o a qualche altro paese dell’isole Filippine, e ciò per non incontrarci con alcun vascello europeo; poscia dirigemmo le vele a tramontana, sinchè fummo alla latitudine 22°, 30°. Allora andati difilato all’isola Formosa, vi gettammo l’âncora per provvederci ivi di acqua dolce e di fresche vettovaglie: cose tutte [p. 621]somministrateci di buon cuore da quegl’isolani che, cortesissimi e civili nelle loro maniere, usarono con noi la massima onestà e puntualità e ne’ contratti e nelle domande; il che non si trova così facilmente fra altre popolazioni; ed è dovuto agli avanzi di cristianesimo predicato colà da un missionario olandese. Si ha in ciò una prova di quanto ho osservato più volte: che la religione cristiana abbellisce sempre e riforma i costumi de’ popoli fra cui ne sono ascoltati gli insegnamenti, n’abbiano tratto profitto o no per la salute delle loro anime.