Avventure di Robinson Crusoe/Biografia

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Walter Scott

Memorie Biografiche
di
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Memorie Biografiche
di
Daniele De Foe
110
[p. 713]

MEMORIE BIOGRAFICHE

DI

DANIELE DE FOE

TRATTE

DA WALTER SCOTT.[1]





Forse fra tutte le opere o istruttive o dilettevoli non havvene alcuna d’autore inglese, che sia stata più generalmente letta e più universalmente ammirata come la Vita e avventure di Robinson Crusoe. È difficile il definire in che consista il prestigio per cui gl’individui d’ogni classe e d’inclinazioni le più disparate ne rimangono inebbriati; ma egli è certo che la maggiorità dei leggitori di questo libro si ricorderà come sia stato desso un fra i primi libri che ha eccitato l’interesse e l’allettamento di lor giovinezza, e come, anche in età più adulta e nella maturità del loro intelletto, abbiano sentito collegarsi tuttavia con Robinson Crusoe tal sentimento che è proprio ed omogeneo a quel periodo della vita in cui tutto è nuovo, in cui tutte le prospettive si mostrano più incantevoli, tutti gli oggetti più luminosi, ancorchè l’esperienza del passato sembrasse fatta per renderli più foschi e sbiadati.

Quest’opera pubblicata la prima volta nell’aprile del 1719, ricevè sin d’allora, [p. 714]come ognuno può immaginarsi, il più favorevole accoglimento. Ella è una singolarità affatto particolare che l’autore di essa, dopo avere trascorsa tanta parte di sua vita, or fra gli strepiti e i pericoli della politica, or fra le amare realtà della prigionia e delle pene abbia consacrato il pendío de’ suoi amici ad un’opera siccome questa; fenomeno cui possiamo unicamente trovare una spiegazione immaginando che quel cuore affaticato, toltosi dalla società e dalle sue istituzioni venutegli a schifo, cercasse un sollievo nel dipingere la felicità in tale stato di solitudine qual egli lo ha assegnato al suo eroe. Che che ne sia, la società gli dee grandemente per averla arricchita d’un lavoro che d’una guisa tanto piacevole e semplice giustifica i decreti della providenza e fa divenire norma durevole della più utile morale una storia interessante e deliziosa.

Daniele de Foe nacque a Londra nel 1663 da un macellaio della parrocchia di San Gile, conosciuto per Giacomo Foe. Molte discussioni di cui risparmieremo la noia ai nostri leggitori, furono eccitate dalla curiosità di sapere il motivo per cui Daniele aggiunse di proprio arbitrio la particella de al suo cognome. Noi propendiamo a convenire con uno dei critici che portarono le loro indagini su ciò. Questi ne incolpa il rossore sentito di tal sua bassa origine da Daniele, il quale si sarà creduto con quest’aggiunta di prestare un suono che senta meglio di dignità normanna al nome del suo casato. Così egli come la sua famiglia erano dissenzienti; non sembra per altro che i suoi principi fossero tanto rigidi quanto la sua setta gli avrebbe pretesi, perchè nella prefazione alla sua opera More Reformation! (Anche Riforma!) così si duole d’alcuni dissenzienti: «Mi fanno aver detto sul serio che la forca e la galera sarebbero le pene adatte a chi frequenta le conventicole; e si dimenticano che in tal caso avrei avvolto in questo anatema non solo me stesso, ma mio padre e mia moglie e sei innocenti miei figli.»

L’educazione del de Foe fu limitata anzichè no, cosa da deplorarsi tanto più perchè in molti casi ha date prove d’uno straordinario genio compartitogli dalla natura. Mandato da suo padre nell’accademia dissenziente di Newington-Green in età di dodici anni, ne passò quattro circa in quello stabilimento sotto le lezioni del signor Morton; ed in ciò sembra consistere tutta l’istruzione che gli fu data. Tornato a casa, pare che il suo genio non s’acconciando molto ai brani di carne ed ai ferri del mestiere di suo padre, questi gli facesse imprendere una professione diversa; qual fosse non possiamo dirlo con precisione, perchè in ordine a ciò il de Foe fu assai riservato. Quando il Tutchin[2] gli appone a disonore l’essere stato novizio nella bottega d’un calzettaio, egli risponde nel maggio del 1705 che non «fu mai nè calzettaio nè novizio, ma un uomo addetto al commercio[3]

Questa professione per altro, qual che si fosse, non occupò un lungo periodo della sua gioventù, perchè nel 1685, avendo allora ventidue anni, prese l’armi qual partigiano del duca di Monmouth[4]. Nella sconfitta che distrusse questa fazione, [p. 715]Daniele ebbe la fortuna di sfuggire impunito in mezzo alla turba de’ delinquenti di più alto conto. Nondimeno, in età più avanzata e quando una tal confessione ebbe cessato di esser pericolosa, si gloriò d’avere fatto parte di quella impresa nel suo Appeal to Honour and Justice (Appello all’onore e alla giustizia) nella qual opera dà conto della sua condotta ne’ pubblici affari.

Tre anni dopo (nel 1688) Daniele de Foe venne ammesso nel ceto mercantile di Londra. Ciò fu allor quando dopo essersi mostrato in ogni circostanza sì zelante partigiano della rivoluzione, ebbe la gioia d’essere spettatore del rilevante avvenimento che portò lo statolder d’Olanda sul trono degli Stuardi. L’Oldmixon nel secondo volume delle sue opere afferma che in un banchetto dato ai 29 ottobre del 1689, dal lord maggiore al re Guglielmo «Daniele de Foe fece la sua briosa comparsa in isplendida divisa tra i cavalieri comandati da lord Peterborough per accompagnare il re e la regina da Whiteall alle case di Mansion House.» Con tutto il suo cavalierato per altro e a malgrado della sua penna consacratasi con tanta fermezza alla causa del re Guglielmo, il nostro Daniele non arrivò a farsi conoscere da questo monarca di fredda tempera. «Dovea contentarsi (così il suo nemico Tutchin) al suo umile mestiere di calzettaio in Freemans-yard, Gornhill, e veder saggiamente che la corte può far senza trattati politici, mentre i cittadini non possono far senza calzette.»

Intanto con quella trista fortuna che è l’indivisibile compagna degli uomini di genio, ogni qual volta coltivano le facoltà del loro ingegno a scapito di quel senso comune sì necessario per mantenersi con certo credito in mezzo a questo mondo, che è il mondo di tutti i giorni, gli affari del de Foe andavano di male in peggio; perdeva il tempo che avrebbe dovuto impiegare nella sua bottega occupandolo per coltivare il suo spirito nelle amene lettere fra dotti uomini, e arrivò nel 1692 alla necessità di nascondersi ai suoi creditori. Uno di costoro più irritabile degli altri e men riguardoso per le amene lettere portò un’istanza perchè si procedesse contro di Daniele per fallimento. Fortunatamente pel nostro autore fu messa in tacere per le cure di quei medesimi, verso i quali era maggiore il suo debito, onde una transazione venne accettata. Mercè gli sforzi di una solerzia instancabile, non solo adempiè puntualmente i patti di questa transazione: ma, venuti di poi in angustia alcuni di quei creditori che gli avevano usata simile facilità, soddisfece per intero quanto ad essi dovea. Imprese indi una fabbrica di tegole in riva al Tamigi, presso Tilbury, ma con poco felice successo, onde i suoi nemici ebbero a dire: «Che dissimile dagli Egiziani i quali cercavano tegole senza loto impagliato, imitava gli Ebrei nel procurarsele senza pagare i suoi operai.» Congiuntamente alla fabbricazione delle tegole, il nostro autore, stimolato da una mente operosa e dalle imbrogliate sue circostanze, macchinò mille altri divisamenti ch’egli chiamava proposte. Quanti fogli di carta imbrattò di calcoli su la moneta inglese! quante proposte fece e di banchi per ciascuna contea e di casse di risparmio! Vi fa anche una proposta, ma debolmente sostenuta (potete crederlo) per istituire una commissione liquidatrice degli stati dei falliti; un’altra a soccorso dei poveri; la finì per ultimo pubblicando un lungo saggio generale su le proposte.

A que’ giorni all’incirca, nel 1693, gl’incessanti sforzi del de Foe, arrivarono a far sì che la corte si accorgesse un pochettino di lui, perchè fu nominato ragioniere negli ufizi della tassa su i vetri. Ma qui ancora ebbe che fare con la sua disdetta. Nel 1699 fu abolita la tassa, e perdè l’impiego.

Giunse finalmente l’istante in cui il sole del regale favore arrise alle espettazioni [p. 716]del nostro autore. «Sul finire circa del 1699 (è lo stesso de Foe che parla) fu pubblicato un orrido libello in detestabili versi: lo avea scritto un Tutchin (il suo capitale nemico come si è notato), non vi dico altro; era intitolato: I Forestieri. L’autore di un tale libello si scaglia prima su la persona del re, poi su la nazione olandese, e finalmente, dopo avere rinfacciati a sua maestà sì fatti delitti, che il suo peggior nemico non avrebbe potuto immaginarseli senza inorridire, li riassume tutti nell’odiosa parola di forestiere. Questa nefandità di libro fe’ venirmi una tal piena di bile , che il mio bisogno di sfogarlo diede origine ad una mia bagattella, la quale non avrei mai sperato che sortisse un aggradimento sì generale.»

La bagattella, cui qui allude il de Foe, fu il suo Vero gentiluomo inglese, satira in versi opposta all’altra I Forestieri, e scritta in difesa del re Guglielmo e degli Olandesi; lavoro di cui fu senza esempio lo spaccio e proporzionato il compenso che l’autore ne ritrasse. Ammesso in oltre all’onore di un’udienza concessagli dal re, divenne con ardore sempre più crescente il partigiano della corte. In questo componimento la satira era robusta, maschia, potente. Come levava la pelle ai tory inglesi pel loro irragionevole astio contro ai forestieri! astio tanto più irragionevole per non essere i primi nulla meglio di uno screziato miscuglio di tante nazioni diverse chiamate poi in massa Inghilterra. I versi, se vogliamo, sono aspri e stonati, perchè non pare che il de Foe sia mai stato dotato d’orecchio per la melodia nè del verso nè della prosa; pure, benchè manchino di quella larga sonora armonia del Dryden, vi si scorgono spesse e vigorose espressioni e quella felice connessione di pensieri che non potrebbe arrossire di appropriarsela l’autore dell’Assalonne e Achitofel[5], ancorchè la totalità dello stile sia piuttosto foggiata su quello dell’Hall, dell’Oldham e de’ più antichi autori di satire. Son notissimi i quattro primi versi, il cui significato è il seguente: «Laddove Dio destina l’innalzamento d’una casa ov’esser pregato, il diavolo ci fabbrica sempre la sua cappella; e, guardandoci ben bene troverete, che la seconda ha un’affluenza maggiore di divoti[6]

Alla pubblicazione del Vero gentiluomo inglese succedettero due altri componimenti, uno sul potere originario del popolo inglese, l’altro per provare la possibile consistenza contemporanea di un esercito stabile istituito col consenso del parlamento e della libertà inglese. Ma non è nostra mente seguire il de Foe lungo lo stadio delle sue opere politiche, onde contenti ad indicar quelle che si riferirono più da vicino alla posizione e agli affari di lui, passeremo all’epoca della morte del re Guglielmo, che accadde agli 8 di marzo del 1702.

Poichè l’avvenimento della regina Anna[7] al trono divenne una reintegrazione della dinastia degli Stuardi, verso cui le dottrine politiche e la condotta del de Foe ebbero particolari demeriti, il nostro autore fu presto ridotto, come dianzi, a vivere [p. 717]soltanto delle rendite del proprio ingegno; e ciò forse fortunatamente pel mondo! Perchè vi è troppo di verità in quel grido universale contro alla trascuratezza degli autori viventi, contro a quella specie d’infingardaggine, che suole essere la compagna del genio, e che la sola presenza della necessità può scuotere o rendere operosa. Se il re Guglielmo fosse vissuto, probabilmente il mondo non avrebbe gustata la delizia delle Avventure di Robinson Crusoe.

O avesse ravvisata il de Foe nelle opere politiche la merce tipografica di maggiore spaccio, o si sentisse, come Macbeth, «spinto sì innanzi che, non potendo guardar oltre, il tornare addietro gli riuscisse penoso non men del tragitto[8]» (che è quanto non sapremmo decidere) certamente egli s’arrischiò a pubblicare di nuovo una sua opera satirica intitolata: The shortest Way with the Dissenters, (La più spiccia co’ dissenzienti), oltre ad altre opere che si ebbero per veri libelli dalle comuni. Portatasi contro alla prima di queste pubblicazioni un’istanza contr’esso alla camera, questa decretò che:

«Riconosciutosi che La più spiccia co’ dissenzienti è un libro pieno di false e calunniose osservazioni contro al parlamento, libro pubblicato con intenzione di eccitare una sommossa, fosse abbruciato per mano del carnefice della comune in New-Palace-Yard (cortile di Palazzo nuovo).»

Compilatosi allora un tremendo catalogo delle colpe politiche del nostro infelice autore, tutte vennero poste in solenne mostra a fine di perderlo. «Egli era stato, fu detto, il favorito e il panegirista di Guglielmo, avea combattuto pel Monmouth e si era ribellato a Giacomo; sostenute le rivoluzioni e difese le pretensioni del popolo, calunniata , vilipesa , oltraggiata la totalita de’ tory, capi dei comuni; nè contento a tutto ciò, pubblicato di nuovo il più oltraggioso de’ suoi libelli.»

Con tal flagello che gli sovrastava, il de Foe fu costretto cercare uno scampo nel nascondersi, mentre il potea tanto meno, grazie ad una taglia che dava i più caratterizzati segnali della sua persona promulgata dai segretari della camera nel gennaio del 1703, della qual taglia fu questo il tenore.

«San Giacomo, 10 gennaio 1702-3. — Stantechè Daniele de Foe, altrimenti de Foe, è imputato d’avere scritto un libello diffamatorio e sedizioso intitolato: La più spiccia co’ dissenzienti — Costui è un uomo sparuto, di mezzana statura, età quarant’anni in circa, carnagione bruna, capellatura nera, porta parrucca, naso aquilino, mento aguzzo, occhi grigi, un neo assai visibile sulla bocca. — Chiunque scoprirà il detto Daniele de Foe a qualcuno de’ principali segretari di sua maestà, o a qualche giudice di pace della prefata maestà sua, affinchè cada nelle mani della giustizia, conseguirà un compenso di cinquanta sterlini che sua maestà ha ordinato gli sieno sborsati immediatamente dietro la fatta manifestazione.»

Poco dopo fu preso, condannato ad una multa, alla berlina ed alla prigionia, «Così, dice lo stesso de Foe, fui rovinato una seconda volta, perchè in questo affare ho perduti tremila trecento sterlini all’incirca.»

Nella prigione di Newgate, impiegò il suo tempo a correggere per darla alle stampe una raccolta di sue opere che venne pubblicata entro l’anno medesimo. Fra queste ne introdusse una nuova, un’ode alla berlina, con cui sì di recente avea fatto conoscenza contro sua voglia. Perciò il Pope lo mise ad insultante raffronto col suo [p. 718]rivale Tutchin in due versi, il cui significato è il seguente: «Sordo, senza avvilirsi, stava su l’alto del palco scenico il de Foe; intanto il Tutchin infamato da costui rimanea da basso nella platea[9]

Il suo inno o ode alla berlina scritto in versi iambici trasandati ed aspri, come il Vero gentiluomo inglese, e come, per essere giusti, tutta la poesia di Daniele de Foe, ha il vero nerbo della satira energica ed efficace; e noi c’inganneremmo a partito se quattro versi della stessa ode non valsero a ritorcere su i persecutori del de Foe tutta l’infamia della pena cui questi veniva assoggettato. Sono essi, benchè disadorni nello stile, sul fare del prode antico cavaliere Lovelace. Il sentimento n’è questo: «Le mura di pietra non fanno una prigione, nè le sbarre di ferro una gabbia; l’anime rese serene dall’innocenza, hanno tutto ciò per un pacifico eremo[10]

L’ode principia da un’interiezione di saluto al palco del suo castigo, cui dice poscia: «Gli uomini che sono uomini, non possono in te ravvisare una pena, e si ridono di tutto il tuo insulso apparato. Il pubblico disprezzo, questo nuovo vocabolo mal applicato all’ignominia, ove non è delitto, è un nome vuoto; una vana immagine fatta per tenere a bada il genere umano, ma che non atterrisce mai una mente saggia e di costante proposito. La virtù sprezza il dileggio umano, e la calunnia è ornamento dell’innocenza. Fatta più sublime su questo tuo sgabello, quali prospettive non contempla ella ne’ destini dell’avvenire! Oh! quanto le mire imperscrutabili della providenza sono diverse da quelle de’ limitati sensi dell’uomo! Di qui i cittadini errori, de’ quali gli stolti hanno paura, su i quali fondano le loro espettazioni i malvagi»[11].

Ognun vede come qui per uomo che è uomo il de Foe intenda l’uomo innocente, pel quale tutte queste sentenze son vere e sacrosante. Egli poi, il de Foe, dovea credersi o per lo meno mostrar di credersi tale nel corso della sua ode. Ma il rimanente della sua vita ne trae a pensare che veramente fosse di buona fede, oltrechè ne’ miseri [p. 719]tempi delle discordie intestine, non è cosa la più facile il discernere gl’innocenti dai colpevoli, gl’ingannati dai mestatori.

Nè pago a questo sgradevole argomento d’inno, un altro ne intitolò pure alla forca.

Ma l’oggetto principale cui l’autore volse allor la sua mente fu l’istituire un giornale periodico col titolo di Rivista. Cominciatane la pubblicazione ai 19 febbraio 1704, continuarono ad uscirne due numeri in-4. ciascuna settimana fino al marzo del 1705, nel qual tempo cresciuti di mole i numeri, se ne distribuivano tre per settimana (nei giorni di martedì, giovedì e sabbato) pubblicazione che, durata fino al maggio 1713, formò in tutto nove grossi volumi. Daniele de Foe era il solo che ci scrivesse. In quest’opera avete notizie interne e straniere, articoli relativi al commercio ed alla politica; ma, avendo l’autore ben preveduta la poca probabilità di render popolare un giornale ove non sia dilettevole, vi sono trattati diversi altri argomenti; d’amore, per esempio, di matrimonio, di poesia, di lingua e dei gusti o costumanze prevalenti a que’ giorni; questa parte formava un ramo da sè col titolo di Scandal Club[12]. Non parvero a quella mente operosa un bastante incarico questi lavori. Il de Foe era tuttavia confinato a Newgate nel 1701 quando pubblicò la Tempesta o sia una raccolta de’ più notabili casi e fenomeni avvenuti nella tremenda burrasca che nel 26 novembre 1703 disastrò le coste dell’Inghilterra, e portò tanto eccidio e rovina ai bastimenti ed ai marinai del reale navilio. Nè credasi che quest’opera sia una semplice pittura di disgrazie, perchè il de Foe con la sua solita felice vena ne trasse motivo e di religiosi insegnamenti e di considerazioni su le vie imperscrutabili della providenza.

Era vicino il termine dell’anno 1704, allorchè il nostro autore, ridotto ad estrema inopia, come lo dice egli stesso, e privo d’amici nelle carceri di Newgate, avea quasi perduta ogni speranza di liberazione. Accadde allora che sir Roberto Hervey segretario di stato in quel tempo, nè mai conosciuto precedentemente di persona da Daniele de Foe pare spedisse a questo un’ambasciata a voce chiedendogli che cosa potrebbe fare per lui. Il de Foe gli mandò, come niuno può dubitarne, una consentanea risposta, dietro la quale il ministro colse una opportunità per far presente alla regina il misero stato e i non meritati patimenti del prigioniero. Nondimeno Anna non diede sul momento ordini per metterlo in libertà. Unicamente informatasi delle circostanze di sua famiglia, mandò col mezzo del lord Godolphin una considerabile somma alla moglie del de Foe. In appresso poi valendosi dello stesso lord, spedì al nostro autore la somma necessaria a pagar la sua multa e quindi a riacquistare la sua libertà, con che si guadagnò un suddito eternamente affezionato ai suoi interessi. Liberato da Newgate negli ultimi giorni del 1704, si ritirò [p. 720]immediatamente con la sua famiglia a Bury-sant-Edmondo. Pure non gli fu concesso goder quella quiete che vagheggiava da tanto tempo. I librai, i novelli scrittori e certi begl’ingegni disseminavano attorno la voce ch’egli s’era sottratto dalle mani della giustizia compromettendo chi gli aveva fatto sicurtà a questo fine. Sprezzati i rancori di costoro, ripreso il corso di sue letterarie fatiche, i primi frutti di queste furono un Inno alla Vittoria e una Duplice salutazione al duca di Marlborough delle quali due poesie gli furono forniti i soggetti dalle gloriose imprese di questo generale.

Il nostro autore continuò per molti anni la sua Rivista e nuove pubblicazioni di opuscoli politici, nel qual tempo non andò immune da inquietudini, e spesse volte da pericoli, ma la sicurezza derivatagli dall’appartenere al ceto de’ trafficanti di Londra, unita a molta risoluzione d’animo e personale coraggio, lo francheggiò ad affrontare ed abbattere le macchinazioni de’ suoi nemici. Si stenterà a credere al dì d’oggi che, mentre i suoi affari lo tenevano in viaggio nelle parti occidentali dell’Inghilterra, sia stata ordita una trama per portarlo via e mandarlo in qualità di soldato all’esercito; parrà al dì d’oggi impossibile che i giudici di que’ paesi, nel fervore del loro zelo di parte, abbiano presa la determinazione di farlo arrestare qual vagabondo; sembrerà anche men verisimile che sia stato còlto il momento di questa sua assenza da Londra per intavolare contro di lui un processo per debiti finti da chi volea perderlo. Pur tutte queste particolarità son narrate dal de Foe nella sua Rivista, nè abbiamo inteso mai che sieno state contraddette; cosa che certamente sarebbe avvenuta se il de Foe avesse pubblicato un tal genere di falsità.

Verso il 1706 emerse tale occorrenza governativa per cui i talenti del nostro autore furono giudicati in singolar guisa opportuni. Il gabinetto della regina Anna abbisognava di una persona dotata di estese cognizioni su gli affari e il commercio, d’ingegno pronto e di modi insinuanti per recarsi nella Scozia onde promovere il grande divisamento dell’unione de’ due regni. Il lord Godolphin pose l’occhio sul de Foe, nè andò guari che il presentò alla regina dalla quale il nostro Daniele ebbe graziosa accoglienza. In pochi giorni venne spedito ad Edimburgo. La particolare natura delle sue istruzioni non fu mai fatta pubblica, ancorchè fosse riconosciuto colà in un carattere quasi diplomatico. Quanto ai variati ed interessanti particolari del suo incarico, poichè occuperebbero qui uno spazio esteso oltre ai limiti che ci siamo prefissi in questa biografia, rimettiamo i nostri leggitori alla Storia dell’Unione del medesimo de Foe.

Non sembra che il nostro autore trovasse grande favore nella Scozia, ancorchè stando là abbia pubblicato la sua Caledonia, poema scritto ad onore di quella nazione. Egli racconta d’averne scappate delle belle «grazie, dic’egli, alla mia prudenza e alla provvidenza divina.» Nè, per dir vero, e da stupire che, essendo quasi l’intera Scozia contraria affatto all’unione, un personaggio vestito del carattere di Daniele de Foe, mandato per promovere con tutti i mezzi diretti e indiretti questa stessa unione, venisse quivi guardato in cagnesco ed esposto anche al pericolo di essere assassinato. In somma, l’atto dell’unione fu accettato in gennaio del 1707 dal parlamento scozzese, e nel febbraio immediatamente successivo il de Foe era in Londra scrivendo la storia di questo grande trattato che di due nazioni ne faceva una sola. Si crede che i servizi del de Foe sieno stati rimunerati mediante una pensione fattagli dalla regina Anna.

Durante il torbido periodo che venne appresso e fino alla conclusione della guerra [p. 721]ultimata col trattato di Utrecht, il de Foe, fatto più saggio dall’esperienza, visse giorni tranquilli a Newengto pubblicando la sua Rivista, ancorchè nell’adempiere questo incarico non andasse esente da contenziose opposizioni e maldicenze che per altro vigorosamente respinse e ritorse su gli aggressori. Ma nel cangiamento delle cose politiche che privò del potere prima sir Roberto Hervey poi il lord Godolphin, sembra cessasse al de Foe la pensione che ricevea dal tesoro, onde fu costretto come prima a trarsi d’impaccio su la via d’autore generico per guadagnarsi il suo sostentamento. Le politiche agitazioni gli somministravano i suoi argomenti; ma per sua disgrazia i tory e i giacobiti d’allora erano sì fatti uomini che prendeano le cose troppo alla lettera, onde i suoi scherzi furono frantesi ed egli arrestato e condotto nuovamente alla sua antica abitazione, grazie a diversi razzi lanciati per ridere e con un’importanza patentemente ironica, ma che vennero riguardati siccome macchine incendiarie.

Gli opuscoli di cui gli fu fatto un delitto erano due; il titolo dell’uno Che cosa accadrebbe se arrivasse il pretendente? quello dell’altro: Che cosa se la regina morisse? «Nulla può esservi di più chiaro dell’intenzione di questi due titoli:» dicea l’accusato. Fu uno scherzo ideato per far capitare i libri annunziati con essi nelle mani di coloro che furono gabbati dai giacobiti. La sua spiegazione non bastò; fu processato, sentenziato colpevole, condannato ad una multa di ottocento sterlini, mandato nuovamente a Newgate e costretto dismettere la pubblicazione della Rivista. Fu da notarsi allora una singolare particolarità: la stanza assegnatagli nelle carceri di Newgate era la stessa ove la prima idea dello stesso giornale fu concepita nove anni prima.

Dopo essere rimasto pochi mesi prigione, ne uscì libero per un ordine spedito dalla regina nel novembre del 1713.

Ancorchè con questo modo di liberazione l’innocenza delle sue intenzioni, se non potè dirsi stabilita, venisse ammessa, non fu fatto nulla per lui, onde la morte della regina avvenuta poco dopo nel luglio del 1714 lo lasciò privo d’ogni scudo contra gli assalti de’ suoi astuti nemici. «Non appena, egli dice, fu morta la regina e riconosciuto il diritto al trono del nuovo re[13], la rabbia degli uomini si scatenò tanto orridamente contro di me che mi mancano le espressioni per tratteggiarla e, benchè io non abbia dopo quell’epoca fatale, scritto veruna cosa, a molti e molti scritti e stato apposto il mio nome, che soggiace ora all’insulto di risposte fatte a quanto io non ho detto mai.» Fu questo il più tetro periodo della vita del nostro autore. Perduto ogni genere di pensione, qualunque ella fosse, obbligato a non andar avanti nella sua Rivista, quante cose si arrischiasse a pubblicare venivano accolte con sospetto, circondato da ogni banda da cabale, insidie ed oltraggi. Sotto il peso di sì ingiusti patimenti declinò presto la sua salute, pure il vigor dell’animo gli rimaneva tanto [p. 722]che risolvè sostenere in solenne guisa l’innocenza di sua condotta e risarcire la digradata sua fama. A tal fine pubblicò il suo Appello all’onore ed alla giustizia, ove fin nel frontispizio del libro osava chiamare i suoi giudici i suoi peggiori nemici per essere l’opera stessa il veritiero reso conto della sua condotta ne’ pubblici affari. Ivi si contengono il ragguaglio e la difesa del suo contegno politico sin dal principio e la più dolorosa narrazione de’ suoi patimenti; ma nell’accignersi a trattare questo argomento non avea misurate abbastanza le morali sue forze. Quando passava in rassegna il molto che avea fatto, e il come ne fu compensato, quanto avea meritato e la gravezza de’ sofferti cordogli, l’ardente spirito di Daniele de Foe tramortì all’aspetto di tale pittura; un colpo d’apoplessia lo sopraggiunse prima che avesse compiuta l’opera. Venne ciò non ostante pubblicata qual era da’ suoi amici, e sembra che gli utili ricavati dal venderla sieno stati in allora la sola sorgente del suo sostentamento. Qui termina il periodo dello stadio politico del nostro autore.

Ricuperata la salute, ricuperò anche la mente, ma con cangiato registro. Fu questa la volta che il leggere la storia di Selkirk gli suggerì il primo concetto del Robinson Crusoe; donde fu poi che alcuni avvisarono contrastare all’autore del Robinson il merito dell’originalità. Ma realmente si vede come la storia di Selkirk, pubblicata pochi anni prima di quella di Robinson, ne’ Viaggi intorno al mondo di Ruggero Wordon, possa aver somministrato al nostro autore sì poco al di là dell’ignuda idea d’un uomo posto solo in un’isola disabitata, che diviene cosa affatto di niun momento l’aver tolto il primo cenno di una grande orditura d’immaginazione o dal caso di Selkirk, o da tant’altre storie simili di cui abbiamo abbondanza.

Lo spaccio del Robinson fu rapido ed esteso come già lo abbiamo detto, e proporzionati i vantaggi che n’ebbe l’autore. Ebbero un bell’assalire per tutti i versi quest’opera gli antichi avversari del de Foe. Gli scritti de’ quali sono andati da lungo tempo in obblio co’ nomi de’ loro autori; ma Daniele de Foe, che aveva il pubblico dalla sua, li sfidò tutti quanti, onde nello stesso anno pubblicò un secondo volume con un uguale buon successo: tanto con salda barca e gonfie vele precorse il vento[14]. Solleticato dalla speranza di più ampi guadagni, e sembratogli inesausto il tema del Crusoe poco dopo pubblicò la sua opera intitolata: Serie meditazioni durante la vita di Robinson Crusoe e sua visione del mondo angelico; visione e meditazioni che furono ben accolte a que’ giorni, ma che a dì nostri non si cercano più.

Col ritorno dell’amica fortuna, la salute del nostro antico autore si riebbe di più e il vigore della sua mente ringiovenì. Pubblicò nel 1720 la Vita e le piraterie del capitano Singleton, e avendo trovato, almeno sembra, cosa più sicura e in un più proficua il dilettare il pubblico che il riformarlo, continuò, salvo poche variazioni, in tal genere di lavori il rimanente della sua vita.

Le successive sue opere della stessa natura, a ciascuna delle quali va unito un notabile grado di popolarità, benchè niuna d’esse agguagli in fama il Robinson Crusoe, furono il Filosofo muto; la Storia di Duncano Campbell, Notabile vita del colonnello Jack, La bella fortunata, Nuovo viaggio intorno al mondo.

Or ci congederemo dal nostro autore che morì nel 1731 in eta di sessant’otto anni a Londra, a Cripplegate, lasciando in tollerabili circostanze la sua numerosa famiglia.

[p. 723]Che Daniele de Foe fosse un uomo dotato di potente intelletto e vivida immaginazione, apparisce manifestamente dalle sue opere; ch’egli possedesse un temperamento acceso, un coraggio determinato, un instancabile spirito intraprendente, è cosa fatta certa dallo svariato tenor del suo vivere. Che che possa pensarsi di quella temerità e mancanza di previdenza che gli impacciò sì sovente e sparse d’amarezze il corso della sua vita, non sarà mai questa una ragione per torgli la lode che si è meritata per rettitudine, sincerità e fermezza di carattere, tante in lui, anzi maggiori di quante se ne potevano aspettare da un autore di cose politiche che scriveva pel suo pane giornaliero; e si noti che il suo protettore Hervey negli ultimi anni fece diffalta alla parte cui il de Foe si mantenne fedele. Come autore del Robinson Crusoe, la sua fama promette esser durevole quanto la lingua in cui fu scritto.[15]


Fin qui le notizie che su la vita di Daniele de Foe ha raccolte il compianto mio amico; ma crederei commettere un’ingiustizia verso l’autore del Robinson Crusoe se non m’adoprassi, almen brevemente, a dar conto di quella popolarità, per cui, soprattutto nella più eminente delle sue opere, Daniele de Foe non ha avuto scrittore che lo superi.

Qui in primo luogo ne accade osservare come sorprendente fosse la fertilità dell’ingegno del nostro autore. Scrisse per ogni sorta d’occasione e sopra ogni sorta di soggetto, benchè, secondo tutte le apparenze, avesse ben poco tempo onde disporre i soggetti che avea per le mani e per trattare i quali si valea dell’immensa scorta che si era adunata nella sua memoria sia per le letture fin dai primi anni intraprese, sia raccogliendo quanti cenni potè in società senza che un solo di questi cenni, a quanto sembrò, andasse perduto per lui. Un compiuto catalogo delle opere del de Foe, ad onta di tutti gli sforzi del defunto Giorgio Chalmers, non si è mai potuto ottenere finora, e fin di que’ libri che si sa fuor d’ogni dubbio essere stati scritti da lui, una perfetta raccolta non sono finora arrivati a mettere insieme i più solerti bibliomani. So per parte mia il lungo tempo impiegato per procurarmi il poema di questo autore intitolato la Caledonia, senza riuscire a vederne nè manco un esemplare. La precedente memoria biografica non dà conto neppure della metà di tutte le opere del de Foe, in mezzo alle quali, anche alle più scadenti, vi è sempre qualche cosa che le fa ravvisare per lavori d’un uomo straordinario. Non può pertanto dubitarsi ch’egli non fosse dotato di una poderosa memoria donde ritraeva quei materiali che con una non meno copiosa vena d’immaginazione ordinava sopra un telaio tutto suo proprio, ed a cui forniva egli stesso que’ doviziosi rabeschi che ne formano realmente il più prezioso valore. Certamente il de Foe non fa sfoggio in essi di molta cognizione delle classiche dottrine, nè apparisce che gli studi da lui fatti nel seminario di Newington lo abbiano reso molto profondo nella scienza degli antichi idiomi. Il suo linguaggio è mero inglese, semplice spesse volte al punto della trivialità, ma sempre sì lucido ed improntante che la sua stessa trivialità ha virtù, come lo dimostreremo ben tosto, di dare la figura di veri o di probabili ai fatti narrati, ai sentimenti concitati da lui.

Quando non si versarono su la politica i principali studi del de Foe, lo trassero a quel popolare genere narrativo che forma il diletto de’ fanciulli e delle persone di più basso ceto: racconti di viaggiatori che, visitando remotissime contrade, scopersero [p. 724]nuove terre ed estranie nazioni, di pirati e bucanieri[16] che, mercè d’avventure da disperati corse su l’oceano, aquistaron sterminate ricchezze. Il suo soggiorno a Limehouse presso al Tamigi gli avrà fatto far conoscenza con que’ rozzi uomini di mare mezzo armatori, mezzo scorridori, e udire il racconto delle loro spedizioni; quindi col fare e co’ sentimenti de’ medesimi si sarà intimamente addimesticato. Da un passo della sua Rivista, di cui sfortunatamente non mi viene più a mano la citazione, si vede essere egli stato in relazione col Dampierre, uomo di mare, la cui dotta perizia e le nozioni letterarie trovansi ben di rado accoppiate in individui della sua professione, massime in que’ ruvidi figli dell’oceano, i quali, non sapendo che si fosse pace al di là della Linea, erano per gli Spagnuoli dell’America meridionale ciò ch’è il braccio alla lepre, e benchè contraddistinti per la denominazione alquanto più mite di bucanieri, valevano ben poco meglio del propriamente detti pirati. Ma il governo inglese, è cosa ben conosciuta, non si prendea gran pensiere di sterminare tal classe d’avventurieri, finchè limitavano alla Spagna e all’Olanda le loro depredazioni, e rare volte li molestava, se, tornati dalla lor vita di scorridori, si metteano quieti e venivano a godere in patria i lor guadagni di mal acquisto.

Il coraggio di cotesti uomini, i portentosi rischi che affrontarono, quelli cui si sottrassero quasi per miracolo, le romantiche contrade che attraversarono ebbero, sembra, un infinito vezzo pel nostro de Foe, che ha scritti diversi libri su tale argomento, ognun de’ quali, oltre all’essere piacevole, è notabile per la maestria, onde vi si vede tratteggiato il vero carattere del bucaniere. Sono di tal genere il Nuovo viaggio intorno al mondo; Viaggi e piraterie del capitano Singleton, e a questa classe propriamente appartiene l’ultima parte del Robinson Crusoe. Della estesa perizia del de Foe su quanto appartiene in generale alla nautica non potrà dubitare chiunque osservi che non si dà mai il caso in cui applichi fuor di tempo una frase marittima, o mostri ignorar nulla di quanto s’aspetta al carattere del personaggio posto in azione dalla sua penna. Le osservazioni sul commercio, che si frammettono con la massima spontaneità ai ragguagli fatti su i paesi stranieri, son tali quali dovevamo naturalmente aspettarcelo da colui che lunghi studi sovra ogni ramo di traffico fecero abile a scrivere le due opere intitolate: Informazioni sul commercio, il Trafficante inglese; opere da cui si scorge quanto gli fossero famigliari le contrade straniere, le loro produzioni, le costumanze, i sistemi di governo, e quanto in somma rendesse cosa facile o malagevole il negoziare con esse. Donde siamo indotti a concludere che il Pellegrino di Purchas, i Viaggi dell’Hackluyt e l’altre antiche autorità sieno state consultate da lui con non minor solerzia della curiosità con cui si fece ad ascoltare le testimonianze del suo amico Dampierre, del Wafer e d’altri che scorsero i mari australi come armatori, lo fossero per conto proprio, o, come usavasi allora, per commissione.

Il Shyloch fa una distinzione fra ladri di terra e ladri di mare. Ancorchè il nostro autore si sia trovato principalmente in vicinanza co’ secondi, non può dirsi per altro che mancasse affatto di nozioni su le pratiche e le furberie de’ primi. E temiamo bene non voglia attribuirsi alle sue lunghe e ripetute prigionie l’opportunità ch’egli [p. 725]ebbe di addottrinarsi nei segreti de’ ladri e de’ mendicanti, nelle loro arti per ispogliare i galantuomini, per nascondersi, per sottrarsi alla giustizia. Ma comunque egli siasi procacciate tali nozioni su la vita della canaglia, certo egli le possedeva nel più lato senso, e se ne valse con felice applicazione a comporre certi suoi romanzi nello stile detto dagli Spagnuoli gusto picaresco, in cui non fuvvi chi si mostrasse maggior maestro di lui. Questa classe di favolose narrazioni può venir denominata romanzi di mariuoleria, perchè ne sono argomento le avventure de’ ladri, dei rompicolli, de’ vagabondi e de’ giuntatori, non escluse le bagasce e le cortigiane. Il gusto migliorato della presente età ha giustamente proscritta quest’abbietta specie d’opere dilettevoli, le quali in oltre sembrano fatte a posta per produrre infiniti danni fra le inferiori classi della società, siccome quelle che presentano in aspetto comico, o talvolta anche eroico, que’ delitti e vizi, cui già le classi stesse sono anche troppo per natura inclinate. Ciò non pertanto queste stravaganti e invereconde scene descritte dal de Foe possono acconciamente essere paragonate co’ quadri degli zingari del pittore spagnuolo Morillo sì giustamente ammirati, perchè, quanto a verità di concetto e spirito di esecuzione, sono indubitati capolavori, comunque laido e vile sia l’originale donde vengono tolti. A tal maniera di romanzi del de Foe appartengono la Storia del colonnello Jack, che ottenne immensa voga popolare presso l’infime classi; la Moll Flanders, mezzana di prostituzioni e prostitute; Mistris Cristiana Davis detta la Mamma Ross, la Rossana, cortigiana di più alto conto. Su tutti gl’indicati romanzi si scorgono profonde impronte di genio che è poi anche più caratterizzato nell’ultimo. Ma dalla inverecondia delle cose narrate, dai vizi e dalla trivialità degli attori il leggitore prova tal effetto qual lo produrrebbero in un bene educato giovine le seduzioni di lasciva femmina che non arrossisse di provocarlo a scene di libertinaggio; potrebbe divertirlo la cosa, ma si vergognerebbe d’essersene divertito. Così noi, benchè potremmo raccogliere da questi picareschi romanzi una buona dose di diletto, passiamo innanzi, come faremmo scontrandoci in persone, con le quali si potesse d’altronde conversar volentieri, ma i cui modi e caratteri non fossero affatto quelli di chi è avvezzo a vivere nella buona società.

Una terza specie di componimenti ai quali l’operoso robusto genio del nostro autore mostrossi adattissimo, furono i racconti de’ grandi sconquassi delle nazioni, o li producesse la guerra, o la peste, o la tempesta. I racconti di simili flagelli sono tali che, quand’anche fossero sol discretamente eseguiti, fermano l’attenzione: immaginatevi se, con l’impronta di realtà che il de Foe sapea dar sì bene alle cose da lui narrate, non fecero addirizzare i capelli, arricciar la pelle. In cotal guisa furono scritte le Memorie d’un uficiale di cavalleria, che spesse volte vennero lette e citate come l’opera d’un personaggio reale. Nato egli stesso quasi subito dopo la reintegrazione degli Stuardi, il de Foe debbe aver conosciuti molti fra coloro che si trovarono mischiati nelle civili tempeste del 1642-6, epoca cui le Memorie d’un uficiale di cavalleria si riferiscono. Egli debb’esser vissuto fra loro in quel periodo dell’età sua (noi non sappiamo figurarci che avesse un maggior numero d’anni) quando i fanciulli s’attaccano alle ginocchia di coloro che possono ad essi narrare le imprese e i pericoli corsi in lor gioventù. Non è ancora per quegl’imberbi ascoltatori il tempo che le passioni e il desiderio di spingersi innanzi nel corso della vita abbiano prodotto un effetto nelle lor menti; la sola curiosità li fa uditori volonterosi de’ cimenti affrontati da altri su quel teatro, ov’eglino stessi non sono entrati per anco. Certo le Memorie d’un uficiale di cavalleria sono state arricchite di [p. 726]alcuni di tali aneddoti atti ad infiammare l’operosa, possente immaginazione del de Foe e ad accennarle i colori sotto cui il suo soggetto doveva essere presentato.

Il parallelo fra la soldatesca del celebre Tilly e quella dell’illustre Gustavo Adolfo è una pittura condotta con tal minuta verità che sareste tentato a crederla sol possibile per chi ne fosse stato testimonio di vista. Ma il genio del de Foe ne ha fatto vedere in questo e in quel caso com’egli sappia compiutamente padroneggiare i caratteri che imprende a descrivere.

Ecco in qual modo la cavalleria del Tilly viene dipinta:

«Io che avea veduto l’esercito del Tilly e i suoi vecchi soldati, avvezzi e agguerriti a tutte le stagioni, sì disciplinati ed esatti in tutte le loro mosse, di un coraggio le tante volte sperimentato, non poteva contemplare l’esercito sassone senza una tal quale specie d’angoscia nata dal pensare con chi questo dovea cimentarsi. Ruvidi e burberi i soldati del Tilly, portavano l’impronta del più ardimentoso coraggio nelle lor facce solcate da cicatrici e ferite; le loro armadure mostravano le ammaccature fatte dalle palle di archibugio e la ruggine dei tempestosi verni. Notai i loro panni sempre brutti di fango e l’armi loro sempre monde e lucenti. Avvezzi ad accampare all’aperto, dormivano al gelo e alla pioggia; i cavalli gagliardi e ardimentosi al pari de’ cavalieri, ben istrutti ne’ loro esercizi, i soldati sapevano sì esattamente quanto avevano a fare che l’ordine generale bastava per ciascun d’essi; ogni soldato comune era atto a comandare, le loro voltate, marce, contromarce, generali fazioni di guerra, venivano adempiute con tal buon ordine e prestezza che le distinte parole del comando divenivano quasi inutili per essi; imbaldanziti dalle vittorie sapevano appena che cosa fosse il dare addietro.»

Ecco ora qual felice antitesi la discipline di Gustavo Adolfo presenta a quella del suo nemico.

«Allorchè vidi i soldati svedesi, l’esatta loro disciplina e il buon ordine, la modestia e affabilità dei loro uficiali, il regolato vivere della soldatesca, credei quasi che quel campo fosse una bene amministrata città; l’infima fra le contadine con le sue merci che portava al mercato, passava ivi con altrettanta sicurezza quanta ne avrebbe avuta per le contrade di Vienna. Ivi non vedevate reggimenti di baldracche, come vi accadeva nell’altro campo; ivi non una donna che il proposto della milizia non avesse riconosciuta per moglie d’un soldato; e tali donne eran necessarie per lavare la biancheria, tenere conto dei panni dei militari, allestire il loro vitto.

I soldati erano ben vestiti, ma non con isfarzo, forniti d’eccellenti armi e solleciti oltre ogni dire di tenerle pulite, e benchè non mi sembrassero così terribili come quelli del Tilly al vederli la prima volta, pure la comparsa che fecero allora ai miei occhi, unita a quanto ne aveva udito narrare precedentemente, mi condusse nella persuasione che sarebbero stati invincibili; la disciplina, l’ordine delle lor marce, de’ loro accampamenti ed esercizi erano eccellenti, e tali che non poteano vedersi in altri eserciti fuor quello del re di Svezia, perchè l’abilità, il retto discernimento, la vigilanza di quel monarca aveva portato un vistoso miglioramento nei regolamenti militari che allora erano in uso.»

Allor quando scoppiò nell’Inghilterra la grande ribellione, in cui il supposto autore di quelle memorie si trovò compromesso, e per conseguenza ne parla, questo breve tratto vi dà un quadro delle miserande calamità congiunte con una guerra intestina, quadro più compiuto che non ve lo presenterebbe un intero volume di considerazioni su l’argomento medesimo.

[p. 727]«Io era allora, per una grazia speciale del re, chiamato ai consigli di guerra essendo assente ed infermo mio padre, e cominciai fin da quel tempo a meditare quali fossero i reali fondamenti di questa guerra e a prevedere, quel che è più, il fatal esito ch’essa poteva sortire. Ho detto cominciai, perchè non posso dire d’aver mai prima di questo momento avuta un’opinione su ciò, benchè fossi stato abbastanza avvezzo a vedere e spargimenti di sangue ed esterminio di popolazioni e saccheggio di città e devastazione di campagne; ma sentiva depresso il mio spirito da una insolita tristezza segreta, una tristezza che non vi so esprimere, al riflettere che questi atti si commettevano nel mio nativo paese. Mi doleva all’anima, anche nella sconfitta de’ nostri nemici, il vederne la strage, e in mezzo alla stessa battaglia l’udire un uomo domandar quartiere in inglese mi moveva a tal compassione come se uno dei nostri fosse in quella medesima circostanza; e quando udiva un soldato gridare: Oh Dio! son ferito, guardava dietro di me per vedere chi della nostra banda fosse soggiaciuto. Qui mi vedeva sempre esposto a tagliare il collo di qualche mio amico e da vero anche di qualche mio parente. Alcuni de’ miei antichi camerati e fratelli d’armi nelle guerre della Germania, erano alcuni con noi, altri contra, secondo che il caso li portava ad avere, o no, opinioni religiose comuni con noi. Quanto a me, devo confessare che non aveva gran religione in allora; pur pensava che, se la religione fosse stata praticata da entrambi i lati, avrebbe finito col renderci tutti amici.

La Storia della gran peste di Londra spetta a tal classe di componimento che tiene il mezzo tra il romanzo e la storia. Certamente il de Foe impinguò la sua opera di quante tradizioni potè leggere su quel flagello e di quante potè raccogliere da chi ne fu spettatore. Il soggetto è orrido al punto di generare fastidio; pure se Daniele de Foe non fosse stato l’autore del Robinson, sarebbe bastato ad assicurargli l’immortalità il genio che dispiegò così nella Gran Peste, come nelle Memorie dell’uficiale di cavalleria. Quest’orrido flagello che nel linguaggio della scrittura può essere denominato la Pestilenza che cammina colle tenebre, la distruzione che miete in pieno meriggio, fu veramente un soggetto adatto ad un pennello così verace siccome quello del de Foe. La sordida verità delle pitture è spinta al segno di farne abbrividire.

È cosa da stupire come al de Foe così tenero di soggetti d’un carattere popolare sia sfuggito il grande incendio di Londra, argomento sì degno di esercitare la pittoresca sua immaginazione. Nondimeno possiamo appena dolercene perchè, oltre ai versi del Dryden nell’Annus mirabilis, due racconti lasciatine da due contemporanei, Evetyn e Pepys hanno tratteggiata quella calamità in tutto il formidabile suo splendore.

La grande tempesta che nel 20 novembre del 1703 passò, giusta la frase dell’Addisson, su la pallida Bretagna, fu còlta dal de Foe come un soggetto opportuno alle prove del suo poter descrittivo. Ma l’opera da lui pubblicata sotto questo titolo, si compone in gran parte di lettere venutegli dalla campagna e meschini idilli, perchè il de Foe fu solamente poeta in prosa; or simile mercanzia, buona unicamente a far su libri come Dio vuole, non dà al genio dell’autore quel risalto che dai precedenti suoi lavori gli è derivato.

Una quarta specie di componimenti per cui questo autore proteiforme mostrò una forte predilezione, furono quelli cui prestavano argomento la teurgia, la magia, le apparizioni di spiriti, la demonologia e ogni genere di scienze occulte. Il de Foe si [p. 728]ferma con tanta tenerezza su tali soggetti che ne lascia poco a dubitare se non abbia creduto egli stesso qualche cosa di somigliante ad una immediata comunicazione tra gli abitanti del nostro mondo e quelli dell’altro che abiteremo per l’avvenire. Egli è soprattutto innamorato de’ segreti presentimenti, di certe impressioni misteriose, e presagi della buona fortuna e della disgrazia che abbiano bensì origine nella nostra mente, ma che tuttavia le vengano impressi da qualche cagione esterna, indipendente dal corso naturale delle nostre riflessioni. Forse gli atti stessi della sua vita si fondavano su queste supposte inspirazioni, perchè il seguente passo ha troppe coincidenze con la sua storia, ancorchè non pretendiamo giudicare se lo metta in bocca d’altri, o se voglia far capire sul serio che parla di sè medesimo; quanto a me, propenderei alla seconda di tali opinioni.

«Conosco uno il quale, essendosi fatta una regola di obbedir sempre a tal sorta di cenni taciti, mi dichiarò che, ogni qual volta si attenne a questa guida, non gli accadde mai di andar giù di strada. Si trovava egli nel singolare caso di essere caduto in disgrazia del governo e condotto ad un tempo dinanzi al tribunale regio, ove era stato portato il voto de’ giurati che, dichiarandolo in istato d’accusa, non gli avrebbe nemmeno lasciata libera la persona se non avesse trovati amici che si facessero mallevadori per lui. Correvano allora tempi assai ardui per la setta politica che da questo tapino si professava; onde sempre meno avea coraggio di affrontar la sentenza col comparire ad una chiamata del tribunale, e si teneva celato mettendo insieme il danaro che ci sarebbe voluto per non compromettere le sue sicurtà e compensarle d’ogni danno di borsa che avessero sofferto per cagion sua. Figuratevi se non si trovava in angustia! Vie d’uscir del regno non ne vedea; e ciò ancora lo avrebbe costretto ad abbandonare la famiglia, i figli e gli affari che aveva in Londra: sarebbe stato peggio per lui; non sapeva in somma che cappello mettersi. Tutti i suoi amici lo consigliavano a non darsi nelle mani della legge che, se bene la colpa imputatagli non fosse capitale, quanto male potea farsi ad un uomo glielo farebbero. Era ridotto a queste estremità, quando una mattina nello svegliarsi, ora in cui tutta la prospettiva delle sue sventure gli si tornava a presentare alla memoria, sentì scosse gagliardamente le fibre del suo cervello come da una voce che gli dicesse: Scrivete loro una lettera; questa sensazione fu in lui sì distinta che la dovè necessariamente, come ha confessato in appresso, credere venuta da una voce esterna; ma fin qui ammetteva la possibilità di non averla realmente udita.

Ciò non ostante, questa voce gli ripeteva le stesse parole a tutte l’ore del giorno, sinchè finalmente, passeggiando pensieroso e mesto per la sua stanza ove si teneva celato, la medesima voce tornò ad incalzarlo sì che rispose: A chi scrivere? e udì di rimbalzo la stessa voce che gli disse tosto: Scrivete ai giudici. E questo suono continuò ad inseguirlo per parecchi giorni, tanto che per finirla trasse a mano e penna e carta ed inchiostro, e si assise ad un tavolino. Qui poi non sapeva una parola di quello che avesse a scrivere; ma dabitur in hac hora, le parole non gli mancarono. La sua mente si sentì ad un tratto inspirata, e le parole gli correvano alla penna da sè, in tal modo che se ne compiaceva egli stesso e divenne pieno di speranze d’un buon successo.

La lettera riuscì sì robusta negli argomenti, sì patetica nella sua eloquenza, sì commovente e persuasiva che, appena il giudice l’ebbe letta, mandò a dirgli stesse pur di buon animo; si sarebbe fatto di tutto per mitigare la sua calamità, nè si sarebbe cessato dall’opera finchè il processo non fosse stato messo in tacere, ed egli, il [p. 729]ricorrente, restituito alla libertà ed in seno di sua famiglia.» (Visione del mondo angelico di Robinson Crusoe).

Comunque la pensasse in realtà su questi mistici soggetti il de Foe, non v’ha dubbio che la sua fantasia fu vaga oltre ogni dire di stanziarsi sovr’essi; e, o fosse per gusto proprio, o giudicasse tal genere di lavori meglio fatto per conciliarsi un maggior numero di leggitori, una gran parte delle sue opere popolari si aggira su visitazioni soprannaturali. Così egli scrisse un saggio su la storia e la realtà delle apparizioni; o sia un ragguaglio di quello che sono e di quello che non sono; del donde vengano e del donde non vengano, del come si distinguano le apparizioni de’ buoni spiriti da quelle dei cattivi e del come dobbiamo comportarci rispetto ad esse. Questo Saggio su le apparizioni fu pubblicato in appresso come se ne fosse autore uno del cognome Morton. Nella stessa maniera; supponendone autore un Giovanni Beaumont scudiere, il de Foe scrisse: Un trattato su gli spiriti, le apparizioni, la negromanzia ed altre pratiche magiche, oltre ad un ragguaglio su i geni ed altri spiriti famigliari. In entrambe le predette opere i ragionamenti del de Foe (se pure è lecito chiamarli ragionamenti) apparterrebbero al sistema platonico del dottore Enrico More, ma non sono coerenti nè con questi nè con sè stessi. Ad ogni modo, gli esempi, o in altri termini le storie di magie e spettri onde ci ha presentati l’autore sono ben narrati o, per parlare più giusto, bene architettati, e sempre con quell’aria di verace buona fede che niuno seppe mai sostenere costantemente com’egli fece. A tal classe di opere vuol essere aggiunta la Vita di Duncano maliardo e dicitore della buona ventura: un mariuolo che si dava per sordo e muto, e pretendea di far conoscere l’avvenire ai suoi neofiti. La rinomanza di costui fu sì grande a que’ tempi che il de Foe pensò gli avrebbe fruttato maggiore spaccio il titolo del libro che il libro stesso, cui ne aggiunse indi un altro intitolato la Spia del maliardo; perchè costretto dalle sue circostanze a pescar fuori quegli argomenti che fossero nel momento più popolari, il de Foe li prescegliea del genere di quelli che aveano meglio conseguito il più generale aggradimento. Così non solamente scrisse una seconda parte del Robinson Crosue[17] inferiore di gran lunga alla prima di questo inimitabile romanzo, ma mise un terzo banco-nota fondato su la popolarità che le precedenti due parti gli avevano acquistata, un’opera di genere mistico della quale Robinson parimente era l’eroe; opera che da vero sembrò il non plus ultra dello schiccherar libri: Serie riflessioni annesse alla vita di Robinson Crusoe con aggiunte la sua visione del mondo angelico. La totalità dell’opera è una unione di considerazioni sopra soggetti morali triti abbastanza, e benchè la vita solitaria di Robinson v’entri per qualche cosa, e vi si dia un’occhiata a traguardo alla sua memorabile isola, contiene del resto ben poche osservazioni che non fosse buono a farle un bottegaio di Charing-Cross. Così la più doviziosa sorgente di genio rimase esausta, e il più copioso fiume di invenzione inaridito e ridotto al suo fondigliuolo.

Oltre a queste tre specie di favole, in ciascuna delle quali Daniele de Foe apparve sempre un autore di fecondissima vena, la sua instancabile penna si volse ancora a soggetti filosofici, descrittivi, morali, ed a quanto concerneva l’economia della vita, la statistica e la storia. Scrisse i Viaggi nella Bretagna settentrionale e meridionale, ed una Storia della Chiesa di Scozia dalla ristorazione alla rivoluzione; [p. 730]il cui pregio, a dir vero, non fu l’esattezza. Anzi nessun’opera storica del de Foe vale gran che se si eccettui forse la Storia dell’Unione che per altro non è nulla più d’un arido giornale delle cose avvenute nel parlamento della Scozia in quella memorabile epoca. E sì, avrebbe avuto in ciò i materiali di un’interessante novella se volea farla; ma scrivendo sotto la protezione del ministro Harley, impose freni al proprio genio, fors’anche per evitare il rischio di dar motivi di disgusto all’irritabile nazione scozzese. Fra i suoi numerosi opuscoli politici il più interessante è forse la Storia de’ memoriali[18] che, scritta con grande forza di sarcasmo, pone in un aspetto comico e giocoso questo modo di comunicazioni tra il popolo ed il potere supremo. Tutti sono obbligati a ricordarsi la storia di Riccardo Cromwell che, abbandonando il palazzo di Whitehall, suo poc’anzi, si raccomandò s’avesse cura di una grande cassa entro la quale si contenevano, egli dice, le vite e le sostanze dell’Inghilterra, cioè memoriali in cui venivano offerte a sostegno del secondo protettore le vite e le sostanze di coloro che or lo vedeano tolto con la massima indifferenza dalla sede del governo.

Ma i soggetti politici trattati dal de Foe non sono lo scopo delle nostre considerazioni, nè lo potrebbero generalmente essere. Questo autore universale, la cui mente immaginava la penna eseguiva, ha scritto tante opere ed opuscoli di tal genere che sarebbe una spaventosa fatica il raccoglierne i titoli. Laonde nella sola sua qualità d’autore di romanzi e novelle ci prefiggiamo portare sovr’esso le nostre indagini.

E quindi volendo avventurare alcune poche considerazioni principalmente sul Robinson Crusoe, ne giova prima di tutto l’esaminare qual sia il particolare prestigio onde non solamente questo capolavoro, ma tutti i componimenti del de Foe di tal genere ne rapiscono al segno d’inspirare un’assoluta renitenza ad abbandonare il libro appena ne abbiamo incominciata la lettura, ed un vezzo non solito generalmente a sentirsi nello scorrere opere d’argomento favoloso: il vezzo di ponderare ogni sentenza e frase di ciascuna pagina anzichè contentarsi a cogliere quella sola parte del racconto che può bastare ad intenderne la conclusione.

Non può essere la bellezza dello stile ciò che costringa in tal guisa l’attenzione del leggitore; perchè lo stile del nostro autore, quantunque spesse volte poderoso, è piuttosto fatto tale dall’interesse inerente ad una data posizione che dall’arte dello scrittore. La lingua, generalmente parlando, è alla buona e trasandata, umile e rasente terra, quasi sempre quella dell’infime classi della società. Nè tampoco il prestigio può dipendere dal carattere degl’incidenti; perchè se bene questi nel Robinson Crusoe abbiano molta vaghezza, nella Storia della Peste son ributtanti e poco men che tali in que’ racconti le cui scene seguono fra la gente più abbietta. Pure noi, simili al Pistol del Shakspeare quando mangia il suo lardo, continuiamo brontolando, ma leggendo il volume sinchè sia finito, mentre sonnecchiamo sopra molti soggetti assai più eleganti trattati da scrittori che padroneggiano la lingua di gran lunga di più. Nè può dirsi nemmeno che l’artificiosa condotta della storia ne inspiri tutto questo interesse. Il de Foe, a quanto sembra, ha scritto con troppa rapidità per portare il menomo studio su ciò; gl’incidenti vi si trovano ammucchiati insieme [p. 731]come mattoni scaricati da un carro, ed hanno quasi altrettanta connessione gli uni con gli altri; sono scene che si tengono dietro, e nulla più, ma senza veruna scambievole dipendenza. Non sono, siccome quelle d’un dramma regolare, connesse fra loro per un regolare principio, una continuazione, una conclusione; somigliano piuttosto ad intagli uniti insieme nella cassetta d’un rivendugliolo che non hanno fra sè maggior relazione dell’esser tutti chiusi in un medesimo ripostiglio, nè altra vicendevole obbligazione fuor quella del legaccio che li tiene uniti.

A qual cagione dunque dobbiamo attribuire quel generale vezzo che va unito ai romanzi del de Foe? Crediamo poter rispondere che si debbe attribuir soprattutto ad una maestria, nè agguagliata nè emulata sinora, la cui mercè il nostro autore dà un’apparenza di realtà alle cose che viene narrando. Nel de Foe fino i difetti dello stile, fin la trivialità del linguaggio, fin la ruvidezza nell’espressione de’ concetti, indizio di quanto chiamasi crassa Minerva, appariscono intesi a conciliargli fede, ed a far credere tanto più ch’egli dica la verità quanto minore supponiamo in lui l’abilita di palliarla o di alterarla. Questo principio è quasi semplice al segno che parrebbe non abbisognasse di schiarimento; pure include in sè stesso un’apparenza di paradosso, come ne parrebbe uno che la storia[19] a proporzione dell’essere meglio narrata acquistasse una meno intensa attenzione; ma cerchiamone le prove nella vita comune. Se incontriamo per la strada un amico che ne racconti un fatto di non ordinario interesse, un di que’ fatti che non accadono tutti i giorni, la nostra opinione sul crederlo o non crederlo è dominata grandemente dal carattere del narratore: s’egli è bello spirito e vago di mettere nel punto più prominente la parte comica della sua storia, ci ricordiamo ch’egli è d’umore allegro, e con questo principio diamo qualche grano di tara alla sua leggenda[20]. Supponiamo ora che il narratore sia d’un carattere sentimentale ed entusiastico, zeppo d’idee romanzesche, e proveduto a dovizia di frasi per esprimerle; voi ascoltate la sua storia con quella specie di sospetto che vi fa dire tra voi e voi: È troppo ben presentata per esser creduta; può darsi che nella totalità ci sia qualche cosa di reale, ma coperto dai ricami che ci ha fatti questo mio galantuomo. Ma se il fatto medesimo vien raccontato da un uomo di dozzinale discernimento e pratico sufficientemente delle cose del mondo, le stesse minuzie di cui carica la sua storia, inserendoci dentro cose che non [p. 732]ci hanno che far nulla fuor dell’essere state contemporanee al fatto narrato, queste superfluità appunto sembrano guarentire la verità di quanto egli afferma; ed in allora se si frammettono alla sua esposizione o scoppi di riso, o manifestazioni d’interna emozione, questi divengono altrettanti mallevadori ausiliari della sua buona fede; perchè appunto gli accessi di giocondità o di sensibilità son fuori del suo fare ordinario. Venuta dalla bocca di un tal uomo, credete una cosa che, narrata in tutt’altra guisa, avreste avuta per una frottola; così il Benedetto di certa commedia è persuaso che la Beatrice lo ami perchè glielo ha detto un uomo dalla barba bianca.

Nella testimonianza portata da un tale individuo sopra un soggetto generalmente interessante per tutti scorgiamo d’ordinario qualche punto che accerta la presenza di lui al fatto accaduto, ed alcune espressioni sol proprie di chi abbia vedute o udite le cose delle quali parla. Coloro che hanno l’abitudine d’intervenire alle sessioni giudiziarie criminali, durante l’interrogatorio de’ testimoni, odono frequentemente non solo da uomini e donne di giudizio, ma da gente bislacca e da spensierati ragazzi alcune particolarità impressionanti del genere della seguente. Un orrido assassinio era stato commesso a danno d’un tale che lo stesso assassino avea, sotto colore d’amicizia, invitato in sua casa. L’uccisore e la vittima si trovavano soli in una stanza, quando il primo, compiuto il delitto, si affrettò a cangiarsi di panni ed a fuggire di casa prima di essere colto sul fatto. Una fanciulla di dodici o tredici anni depose che stava giocando nell’estrema parte di quell’abitazione, quando udì l’accusato correre precipitosamente giù dalle scale ed inciampare su la soglia; e che anzi rimase spaventata dallo strepito udito. Le fu domandato se si ricordasse che altre volte le avessero fatto paura uomini nel correre giù dalle scale. Ella rispose di no, ma che nemmeno le era mai accaduto di udire uno strepito di quella fatta.

Un poeta, dotato anche della più fervida fantasia, avrebbe difficilmente osato attribuire un effetto così improntante alla disperata precipitosa fuga di un delinquente che cerca sottrarsi alle mani della giustizia; e avremmo forse dubitato della possibilità di questo effetto noi stessi se lo avessimo letto in una novella. Quanta forza di credibilità non acquista narrato dalla fanciulla stessa che ne rimase atterrita!

Egli è ben vero, nè può dubitarsene, che un autore prescegliendo questo singolare stile di narrazione, lo fa in tal qual modo a proprio rischio. Nello spogliarsi degli artifizi della narrazione, abbandona ancora la grazia della lingua; onde gli accadrà comparire talvolta prolisso, tal altra confuso ed oscuro, ancorchè la sua narrazione non manchi qua e là di splendore; nel che la sua storia potrà somigliare ad alcuni vecchi borghi cattolici del continente, ove, in tempo di notte, le strade, generalmente parlando, sono buie, eccetto alcuni punti privilegiati ove si mantengono lampade accese innanzi a qualche santuario; mentre la narrazione regolarmente ordinata può paragonarsi ad un borgo d’un villaggio inglese che nella stessa ora mostra lo stesso grado di luce da per tutto senza eccezione di luogo, se non facesse per raro caso questa eccezione o l’abitazione del giusdicente o la finestra dello speziale che presentassero un lume più caratterizzato. E certamente questa maniera di stile sarebbe l’ultima da adottarsi per uno scrittore mediocre, perchè, se bene sia possibile che la mediocrità d’un lavoro rimanga celata a più d’un occhio sotto i colori d’un bello scrivere, questa comparisce in tutta la nativa sua scipidezza se vuol vestire i panni della semplicità. Oltrechè, questo genere particolare di stile domanda che l’autore possegga il segreto del re Fadlallah: quello di trasmigrare da un corpo in un altro, impadronendosi di tutte quelle qualità che rinviene nell’anima del corpo [p. 733]vestito di recente e mantenendo, ciò non ostante, tutto l’antico tatto e discernimento del corpo antico per regolarle.

Riesce talvolta in ciò quell’autore il quale trasformandosi evidentemente in un personaggio immaginario, adotta nello scrivere que’ sentimenti e falsi giudizi che in questo suo finto personaggio ha supposti. Che cosa sarebbe la storia del vicario di Vakefield se non fosse raccontata dal più umano ed in un dal più degno fra quanti pedagoghi portarono sottana ecclesiastica, dal vicario medesimo? Che sarebbero i più interessanti e simpatici ed in uno più comici tratti del Castello Rockrent, se narrati da chi fosse stato men riguardoso alla dignità gentilizia di quell’immortale Thady, che mentre nella dinastia che si proponea celebrare non trovava un solo individuo perfettamente giusto, era poi nel più desolante degl’imbarazzi se capitava in quelli della cui perfetta perversità non potea dubitare egli stesso? Anche il Proposto di villaggio del signor Galt, e più ancora gli Annali della Parrocchia, scritti da questo reverendo, potrebbero essere citati fra le opere speltanti a tal classe. Lo stesso Wordsworth, in uno de’ suoi più attraenti poemi, ha assunto il personaggio d’un uomo di mare venuto a ritirarsi stabilmente in campagna.

Tutti questi nondimeno sono caratteri di mascherate; mentre crediamo che nei racconti del de Foe, il carattere della maschera sia il naturale carattere dell’uomo postosi in maschera. Il nobile Ufiziale di cavalleria, per esempio, parla ad un dipresso la stessa sorta di linguaggio che è tenuto da Robinson Crusoe, e poco più di questo dà a vedersi pratico della società; la differenza sta in ciò che l’ufiziale di cavalleria ha modelli di granatieri dintorno a sè, Robinson di marinai. Dubito molto se il de Foe avesse potuto cangiare il suo stile famigliare, il suo ripetersi, le sue perifrasi con altre maniere o più triviali o più eleganti. Teniamo quasi per fermo che il suo scrivere fu connesso con la naturale sua indole e con l’andamento ordinario de’ suoi pensieri e delle sue espressioni, e che, come scrittore, non fu tanto felice vestendo caratteri accattati quanto lo fu dando carriera al suo proprio.

Un tal punto merita d’essere chiarito più da vicino, il che ne trae a far particolare menzione d’un breve opuscolo del de Foe, intitolato: «La vera storia dell’apparizione di una mistriss Veal fattasi vedere un giorno dopo la sua morte ad una mistriss Bargrave, abitante a Canterbury, nel giorno 8 settembre del 1705, la quale apparizione raccomanda la lettura dell’opera del Drelincourt intitolata: Scudo del Cristiano contro alle paure della morte.» Questo opuscolo è degno d’essere menzionato così per la singolarità della sua origine e per la poca o niuna nozione che se ne ha oggidì a malgrado della sua grande popolarità, come soprattutto perchè è un saggio de’ più segnalati dell’arte posseduta dall’autore nell’accreditare le più improbabili leggende con la sua maniera speciosa e seria di raccontarle.

Un intraprendente libraio si era arrischiato pubblicare con le stampe un gran numero di esemplari di un’opera del reverendo Carlo Drelincourt, ministro della chiesa calvinista a Parigi, trasportata in idioma inglese dal signor d’Assigny col titolo: Scudo del Cristiano contro alle paure della morte con parecchie regole per prepararsi a morir bene. Comunque certa sia la morte, non è questa fatalmente una prospettiva che renda grandemente ansioso il pubblico di contemplarla, onde il libro del Drelincourt, non cercato da chicchessia, rimaneva un capitale morto nella bottega dell’editore. In quest’angustia, il povero tipografo si volse al de Foe per vedere se avesse modo di dare un di que’ passaporti che si conoscano sì bene nel mondo letterario d’allora, come si conoscono sì bene in quello d’oggidì, onde riscuotere la sua [p. 734]giacente mercanzia da quel letargo cui sembrava averla condannata la non curanza del pubblico.

L’ardito genio del de Foe immaginò un congegno che, per la sicurezza dell’inventore nelle proprie forze, sfidava persino la valentia di quel Puff, personaggio della commedia il Critico. Perchè a chi altro fuor di lui sarebbe saltato in mente di suscitare uno spettro per farsi mallevadore della risurrezione di un cadavere d’opera teologica? Voi avete qui, nello stile di un’informazione di fatto, di quel che chiamasi processo verbale, un tal racconto che dice nella più patente guisa quanto potea compromettersi di sè medesimo chi lo ideò. L’estensione è fatta «da un gentiluomo, giudice di pace a Maidstone, contea di Kent: un intelligentissimo personaggio!» Di più «essa è attestata da una circospetta, giudiziosa gentildonna che soggiorna a poche porte di distanza dalla casa ove abita mistriss Bargrave, quella che ha avuta la visione.» Essa è parente del giudice, il quale sa che questa sua corrispondente ha troppo discernimento per non lasciarsi sopraffare da una fandonia; dal canto suo la parente assicura in precisi termini il giudice «che quanto a quella sua informazione, è nè più nè meno la pura reale verità, il riassunto di quanto ha udito ella medesima di prima mano, dalla bocca stessa di mistriss Bargrave, donna a lei notissima, che non aveva alcun interesse o motivo per raccontar questa istoria, molto meno poi per fabbricarsela e dire una bugia, cosa che sarebbe in aperta contraddizione coll’intero corso della vita della narratrice originale, ben nota per saviezza e pietà.» Il più pertinace scetticismo non saprebbe come resistere a questo triplice concorso di testimonianze, architettato con tanto giudizio: il giudice che certifica il discernimento della circospetta intelligente gentildonna sua parente, la parente che si fa mallevadrice della veracità di mistriss Bargrave. E qui ammira, gentil leggitore, l’aurea semplicità di que’ giorni. Se la visita di mistriss Veal alla sua amica avveniva al dì d’oggi, i nostri editori di stampe periodiche si sarebbero passata voce; sette o otto dei docili loro agenti si portavano di volo a Kington, a Canterbury, e Douvres, al Kamtschatka, se occorreva; ponevano in mille imbarazzi il giudice, non la finivano più di esaminare mistriss Bargrave, la mettevano a confronto con la circospetta intelligente gentildonna parente del giudice, disotterravano mistriss Veal, facevano il diavolo per arrivare al fondo di questa istoria. Ma ai nostri giorni si dubita e s’indaga; i nostri buoni maggiori faceano le meraviglie e credevano[21].

Prima che la storia incominci, la intelligente gentildonna (non il giudice di pace che tiene questa relazione da lei, sua parente) si dà qualche pensiere per le obbiezioni che contra la veracità di tale storia promossero gli amici del fratello di mistriss Veal, i quali vedono in questo racconto una macchia portata su l’intera famiglia Veal, e fanno di tutto per metterlo in derisione e screditarlo. Veramente, si confessa ivi con ammirabile imparzialità, il signor Veal ha sentimenti troppo nobili per supporre che mistriss Bargrave si sia inventata lei questa storia: la maldicenza in persona non potrebbe concepire un tale sospetto, benchè non sia mancato un bugiardo, notissimo [p. 735]in paese, che si desse attorno per farlo nascere; ma sul fine di questa informazione si vede come rimanesse solennemente scornato costui. Non v’è stata una sola persona di credito cui sia venuto in mente di fare un torto di simil natura a mistriss Bargrave, e lo stesso signor Veal, più interessato di tutti nella cosa, ha unicamente supposto che mistriss Bargrave ridotta quasi a perdere la ragione dai cattivi trattamenti di un brutale marito, in un momento di delirio, abbia creduto vedere ciò che dice d’aver veduto. Ognuno scorge quant’arti si celi in queste premesse medesime. L’avere acclamato il miracolo, come noto e creduto generalmente da tutti, senza eccezione di sorta alcuna, non avrebbe contentati gli scettici tanto quanto l’avere premesso che fu impugnato e l’aver lanciato a proposito un cenno su i caratteri di coloro che lo impugnarono o su l’interesse che ebbero nel non volerlo vero. Veniamo ora al fatto.

Mistriss Bargrave e mistriss Veal, intrinsiche amiche sin dall’infanzia, si erano giurate serbarsi l’una all’altra tali fino alla morte. Nondimeno, allorchè il fratello di mistriss Veal fu fatto collettore delle tasse a Douwres, vi fu una tal qual cessazione di questa amicizia «senza per altro, dice la narratrice, alcuna positive doglianza nè per una parte nè per l’altra.» Mistriss Bargrave partita da Canterbury era venuta a stabilirsi in una casa di villaggio sua propria, e stava seduta pensando alle domestiche sue ristrettezze, quando, allo scoccar delle dodici del mattino, la sorprese l’inaspettata visita di mistriss Veal. La visitatrice in abito da cavalcare dicea d’accingersi ad un viaggio lontano; la qual cosa ne darebbe a credere che gli spiriti (perchè il fatto provò in appresso che questa mistriss Veal era soltanto l’anima di lei) abbiano a far molto cammino prima d’arrivare al luogo della loro destinazione, e che quelli almeno delle donne abbiano una pragmatica di vestito indicato per simile traslocazione. Mistriss Bargrave fece per baciare la sua visitatrice che corrispose, ma in modo che le labbra dell’una non toccarono quelle dell’altra; ciò che ne rammenta la visita che fu fatta alla sua innamorata dallo spettro di certo amante cui si riferiscono queste parole di una graziosa ballata scozzese. «Potrei entrare io nella stanza del tuo riposo? Non sono un abitatore della terra. Io baciare le tue rosee labbra? Non sarebbero lunghi i tuoi giorni[22].» Incominciarono allora quel cicaleccio che è solito fra donne di mezza età e della loro condizione. I discorsi di mistriss Veal ricordarono le antiche loro conversazioni e le letture fatte in compagnia. Probabilmente l’esperienza avutane di fresco indusse mistriss Veal a parlare su la morte e su i libri che avevano trattato questo argomento; e qui pronunziò ex cathedra, cose di tutta competenza del personaggio d’un trapassato, che «il libro del Drelincourt su la morte era il migliore fra quanti ne erano stati scritti su lo stesso soggetto.» Ella commemorò ancora l’opera di un dottore Sherlock, due libri olandesi voltati in inglese, e molt’altri «ma il Drelincourt ha su la morte e su la vita avvenire nozioni più chiare di tutti coloro che tirarono a mano sì fatto argomento.» Allora domandò il libro (ei fa veramente meraviglia che non citasse nè l’edizione nè i tipi), e si diede a comentarlo con eloquenza ed effusione di cuore. Fu pur memorato con approvazione di questo spettro dilettante di critica un libro ascetico del dottor Kenrick, [p. 736]il qual libro, non v’ha dubbio, stava prendendo la polve negli scaffali di qualche tipografo protetto dalla visione visitatrice. Si parlò pare d’un poema su l’Amicizia d’un signor Norris: dubito per altro che, se ci facessimo a cercare questo poema, quantunque l’abbia onorato delle sue lodi uno spettro, perderemmo tempo e fatica, come accadde al Corelli[23] quando si lambiccava il cervello per tornarsi a memoria il motivo d’una sonata che gli aveva insegnata in sogno il demonio. Subito dopo, supponiamo per un resto d’antiche abitudini, lo spettro domandò una tazza di tè; ma (bisogna dire che s’accorgesse tosto d’esser saltato fuor di carattere) ritrattò la sua domanda ricordandosi che il signor Bargrave avea la gentile usanza di fracassare quante chicchere avesse vedute presso sua moglie. Infatti l’atto di tale bibita sarebbe stata cosa stravagante e ridicola niente meno che se, nel Don Giovanni, la statua del commendatore, non contenta di avere accettato l’invito a cena del dissoluto, avesse masticato e digerito con le sue mascelle e il suo stomaco marmorei una fetta di manzo alla graticola. Il dialogo divenne indi d’una meno seria natura, e tale che facea capire come, anche dopo il trapasso dalla vita alla morte, rimanga alcun che di vivo nella cura ch’hanno delle forme e dell’abbigliamento le donne. La donna spettro chiese a mistriss Bargrave, se non la trovasse assai smunta in faccia; come potete credere, mistriss Bargrave le fe’ invece un complimento su la sua ottima ciera. Mistriss Bargrave andava lodando la gonnella dello spettro; e mistriss Veal, come quasi in contrassegno dell’antica famigliarità perfettamente ristabilita, le confidò che in quella gonnella si era fatto uno sconcio, e che fu rattoppato. La informò pure d’un altro segreto: le disse d’una pensione annua di dieci sterlini fattale da un signor Bretton. In tale occasione, la pregò scrivere al signor Veal suo fratello (dal quale fuggì di soppiatto) a chi dovea dare certi orecchini da corrotto che la sorella si era lasciati addietro partendo; nel gabinetto degli orecchini doveva esservi una borsa di monete d’oro. Mostrò qualche desiderio di vedere la figlia di mistriss Bargrave, che andò subito a cercarla in una stanza contigua; ma, quando questa buona donna tornò addietro, la visitatrice non si trovava più lì. Uscita di quella casa, era andata su la strada rimpetto al mercato delle bestie, che si teneva in quel villaggio ogni sabbato; e notate che correva appunto un sabbato in quella giornata. La visitatrice si scusò allegando una premura di vedere la sua cugina Watson (questa fu veramente una bugiuola uficiosa per parte dello spettro), e, serbato sempre il suo carattere di mortalità, voltò ad una cantonata, nè fu più veduta.

Poi arrivò la notizia che mistriss Veal era morta il dì innanzi prima del mezzogiorno. «Ma, esclama mistriss Bargrave, son ben certa io che sabbato restò con me circa due ore.» Qui giunge il capitano Watson, e giura che mistriss Veal era già morta venerdì. Si viene all’esame di tutte le minute particolarità, nè fu di poco peso lo sconcio della gonnella di seta. Mistriss Watson fu costretta dire: «È proprio mistriss Veal la persona con cui avete parlato, mistriss Bargrave; perchè lo sconcio della gonnella non lo sapevamo altri fuor di mistriss Veal e di me che le diedi una mano a risarcirla, ed è affatto affatto la gonnella che voi avete descritta.» Qui entra in campo il racconto de’ vani sforzi tentati per iscreditare il prodigio. Ma lo stesso fratello, il signor Veal ha dovuto confessare d’aver trovata la borsa delle monete d’oro con la sola differenza che non era propriamente nel gabinetto ma altrove; qui poi [p. 737]abbiamo tutti i cicalecci dei io dico, io penso, quella lì dice e simili, soliti in sì fatti quistionabili casi a nascere, soprattutto in un villaggio.

Tolta fuori, come l’abbiamo fatto noi, dalle sue cuciture questa leggenda, può del certo apparir troppo ridicola perchè ci si sia nemmeno badato. Ma leggetela, come l’ha posta insieme il de Foe, e converrete che, se la cosa avesse potuto esser vera, sarebbe stata divulgata, nè più nè meno, nel modo ond’egli l’ha resa pubblica. L’avere attemperato il mirabile di una visita soprannaturale al linguaggio delle classi medie o volgari le dà un’aria di verisimiglianza in mezzo alla sua stessa impossibilità. La conversazione tra la sorella d’un collettore delle tasse ed una cucitrice non doveva esser quella tra Bruto e il suo mal genio; e le circostanze della gonnella sconciata, delle chicchere rotte e questi soliti argomenti di dialogo fra le persone di basso ceto, ognun penserebbe che sarebbero l’ultime a presentarsi alla mente dell’inventor d’una favola per farle entrare in una supposta conversazione tra una morta e una viva. In somma, nell’informazione fabbricata dal de Foe tutto è specificato con tal nitidezza che, se il fatto non fosse impossibile o almeno sterminatamente improbabile, questa leggenda non potrebbe non avere per appoggio il massimo dell’evidenza.

L’effetto ne fu maraviglioso oltre ogni dire. L’opera del Drelincourt su la Morte, autenticata da un individuo che potea parlare per esperienza, ebbe uno spaccio superiore ad ogni immaginazione. Gli esemplari di tale opera si erano dianzi ammassati nella bottega dell’editore come mucchi di palle da cannone in un campo. Allora attraversarono la città per tutti i versi, come lanciate dalle bocche dell’artiglieria, e il motivo per cui fu suscitata dalla tomba mistriss Veal raggiunse compiutamente il suo intento.

Un tale accorgimento di cercar nello scrivere tutta la possibile esattezza del vero ha quasi in ciascun caso una virtù tutta sua propria. Così ammiriamo le pitture di alcuni artisti fiamminghi, nelle quali, benchè i soggetti dipinti sieno triviali, schifosi e fin tali che non vorremmo certo nè studiarli nè vederli da vicino in natura, pure la maestria con cui ne vengono presentati dal pittore compartisce ad essi, quando sono imitati su la tela, un vezzo di cui non solo manca, ma è l’assoluta antitesi l’originale. D’altra parte poi, se questa attitudine a rendere la perfetta, specificata, ignuda verità viene applicata ad oggetti che ansiosamente desideriamo vedere nella propria loro forma e sotto i propri loro colori, proviamo un doppio genere di diletto: quello che deriva dalla maestria dell’artista e l’altro prodotto dalla nostra simpatia al soggetto rappresentato. Lo stile di probabilità onde il de Foe vestì i suoi racconti fu forse mal impiegato, o piuttosto mandato a male in alcuni dei dipinti che s’avvisò presentare; ne arriverà mai a raccomandarne i soggetti della Moll Flanders e del Colonnello Jack; mentre la stessa maestria su la deliziosa storia di Robinson Crusoe ha tal luce d’inimitabile verità che non avremmo giammai creduto possibile il vederla congiunta con una posizione simile a quella da lui assegnata al suo eroe. Tutti gl’impalcamenti e macchine soliti a mettersi in opera dai compositori di storie finte si vedono accuratamente respinti dal de Foe. I primi incidenti della sua novella che, nelle solite opere d’invenzione, vengono per lo più messi innanzi come caviglie cui s’attacchi in appresso la fine, sono appena toccati in principio, poi lasciati andare sì che li perdiamo affatto di vista. Non udiamo per esempio dir più una parola di quel fratello primogenito di Robinson che dalla prima pagina della sua storia sappiamo essere entrato colonnello nel reggimento dragoni Lockard e che, in tutt’altro romanzo, avremmo [p. 738]certo veduto comparir su la scena prima della conclusione.[24] Tutto ad mi tratto, e per sempre, si sottrae dai nostri sguardi quel tanto simpatico Xury, e tutte le primitive avventare del nostro viaggiatore si dileguano dinanzi a noi per non esser più richiamate alla nostra memoria del successivo tratto di storia. Il padre di Robinson, quel buon vecchio negoziante di Hull, tutti gli altri personaggi che ebbero parte operosa nel dramma in principio, spariscono dal palco scenico e non se ne ha più notizia. Non è questo sicuramente lo stile degli ordinari romanzi, i cui autori, per quanto sia lussureggiante la loro invenzione, non si accommiatano volentieri dalle creature della propria fantasia se non ne hanno prima ricavato qualche servigio sopra la scena; per altro nella vita comune accade ben di rado che i conoscenti avuti negli anni primi della giovinezza abbiano una parte operante nei nostri casi dell’età più adulta.

Il nostro amico Robinson in appresso, e dopo diverse travagliose vicende della sua vagabonda, irrequieta vita, vien tratto finalmente nella deserta sua isola ove, solo essere umano che l’abitasse, divenne un esempio di quanto possono fare le forze di un individuo della nostra schiatta abbandonato a sè stesso. Qui l’autore ha con maravigliosa esattezza fatto fare e pensare al suo personaggio tutto ciò che necessariamente dovea pensare e fare un uomo posto nella medesima condizione.

Il patetico non è generalmente il forte del de Foe; non era di una tempera eccessivamente sensibile la sua mente. Se arriva qualche punto di tal genere, arriva non chiamato; lo creano le circostanze, non ne va in traccia l’autore. Ne è un esempio l’eccesso di quell’ansia sì naturale nell’uomo, quella cioè che gli fa anelare la compagnia de’ suoi simili; questa piena della sua impazienza si manifesta quando è a bordo del bastimento spagnuolo arrenato. Le esclamazioni che ripete cadendo in una specie di agonia: «Oh! ci fosse almeno un uomo di salvo! ho non ce ne fosse altro che uno!» appartengono al più alto grado del patetico. Sono pure commoventi le dolorose considerazioni cui s’abbandona quando, nel suo arrischiato tentativo di fare per acqua il giro della intera isola, si vede in pericolo di rimanere sommerso.

Nello stesso modo possiamo notare che il genio del de Foe non si avvicinò di molto al grande o al terribile. Le battaglie che è sì tenero di descrivere vengono raccontate con l’indifferenza di un vecchio bucaniere e forse nello stesso modo onde le udì narrate dai loro attori. Anche le sue creazioni fantastiche sono generalmente come que’ folletti di comune razza che non portano seco gran che di soprannaturale terrore; pur l’impronta del piede ignudo su la sabbia e l’atterrimento che a Robinson ne derivò, non mancano di lasciare una profonda impressione nell’animo del leggitore.

La posizione in cui è supposto il suo eroe, e favorevolissima a quel fare che ravvisiamo nel de Foe: la premura di tener dietro a tutte le minuzie. Era naturale che Robinson Crusoe, così collocato, sentisse l’impressione di ogni varietà anche minima degli avvenimenti della giornata; nè il de Foe era di tale indole che desse volentieri passata alle cose senza prenderne nota. Allorchè, dopo aver parlato di due scarpe gettate dalle onde sopra la spiaggia, aggiunge che erano scompagnate, noi sentiamo quanto questa particolarità dovesse essere importante per quel povero solitario.

L’aiuto che può avere ritratto il de Foe dalla storia del Selkirk, si ridurrebbe, ove ciò fosse, a ben poca cosa. Ma non è nemmen certo ch’egli abbia tolto il primo originale impulso del suo lavoro da questo romito dell’isola Juau Fernandez; perchè la [p. 739]pratica di abbandonare su la spiaggia di un deserto i marinai sediziosi e di turbolento carattere, era sì generate fra i bucanieri che inventarono per questo castigo una denominazione particolare: marooning a man, cioè trattare un uomo come uno schiavo marone, perchè il castigo di questi schiavi, se non se ne potea trarre miglior partito, era tal genere di esilio e confino. Forse il de Foe ha tratte dai viaggi di Woodes Rogers la particolarità delle due capanne, l’addimesticamento delle capre, il vestirsi delle loro pelli; fors’anche le rape di Alessandro Selkirk gli avranno suggeriti i grani d’orzo di Robinson Crusoe. Pure questi stessi incidenti sono condotti, impinguati, resi sì interessanti dalle aggiunte, che la nuda loro esistenza, così facile a rinvenirsi per ogni dove, non può far pregiudizio al diritto d’originalità dell’autore del Crusoe. Nella totalità infatti, l’ingegno di Robinson è posto a sì moltiplicati ed ardui esperimenti, i suoi conforti sono aumentati di tanto, la sua solitudine sì diversificata, l’indole dei suoi pensieri e delle sue occupazioni esposte con tal copia e nitidezza, che l’intera sua storia abbraccia una serie d’investigazioni su l’umana natura ben al di là di quante potea farne nascere il caso del Selkirk il quale, mancando dei soccorsi e stromenti forniti dai legni naufragati a Robinson, ricade in una specie di stato selvaggio, che poteva dar ben poco campo al dispiegarsi dell’immaginazione. Bensì può notarsi che il de Foe avrà conosciuto della storia del Selkirk tanto quanto dovea bastargli a sapere come le tempestose passioni di quest’uomo fossero state frenate e domate dai lungo periodo della sua solitudine, il che fece che dall’essere un marinaio accattabrighe e dissoluto, dall’essere una specie di Guglielmo Atkins, fosse divenuto, e n’avea ben donde, un uomo assennato, temperante e religioso. Le vie per cui i sentimenti morali e religiosi di Robinson Crusoe si destarono e furono messi ad atto, presentano tratti interessantissimi di quest’opera.

Di mezzo a questi cenni posti senza un determinato ordine può apparire come in tutti i suoi romanzi il de Foe abbia fatto grande sfarzo di narrate cose che dipendeano da fortunati incidenti ed eventualità, a spiegare i quali trovandosi per solito un po’ imbarazzato, per solito ancora ricorreva al definirli decreti della providenza. Ciò si accoppia con la fede delle spirituali comunicazioni fatte per via d’interni presentimenti, fede da cui, come vedemmo, lì nostro de Foe si lasciava trasportare volentieri anzichè no. E veramente strani e maravigliosi incidenti occorrono di frequente nella natura umana; e, quando gli ascoltiamo raccontare, c’interessiamo ad essi non solo per la naturale tendenza delle nostra menti allo straordinario ed al maraviglioso, ma anche per la disposizione insita in noi di aver per vere quelle circostanze che, appunto per la poca loro probabilità, sembrano difficili ad inventarsi. Vuol anche osservarsi come in questi incidenti sia posto quel genere di buona fortuna che ognuno si augurerebbe, perchè venuta senza fatica e nel momento in cui se n’avea più di bisogno; e per conseguenza una tal qual fonte di piacere l’udirsene rammentare la possibilità anche in un favoloso racconto.

La continuazione della storia di Robinson Crusoe, poichè ha acquistato un compagno nel suo servo Venerdì, è men filosofica di quella parte intesa a chiamare le nostra menti verso gli sforzi che può tentare un derelitto solitario per procacciarsi quanti conforti sono sperabili nella malinconica sua posizione e verso tutte le naturali osservazioni che gli vengono suggerite dal progresso del suo intelletto fatto più ingegnoso dalla sventura. Non di meno il carattere di Venerdì è estremamente piacevole, e tutta la successiva storia e quella del bastimento la cui ciurma si ribellò producono alto interesse. Qui, per dir vero, le memorie di Robinson Crosue avrebbero [p. 740]dovuto finire. Quanto vien dopo, benchè vi si contengano tratti che svelano il genio dell’autore, non è, come opera, d’un carattere più elevato delle Memorie del capitano Singleton o degli altri viaggi immaginati dal de Foe.

Difficilmente si troverà un’opera tanto popolare quanto il Robinson Crusoe. La leggono con avidità i giovinetti; nè credo esservi una metà di essi tanto vuota d’immaginazione che non siasi fabbricata in sua testa una solitaria isola, non fosse altro che un cantuccio del collegio, per farla ivi da Robinson Crusoe. Per molti questo romanzo ha deciso del loro avvenire facendoli vogliosi di dedicarsi alla navigazione. Que’ giovani ingegni sono men colpiti dalle asprezze della posizione in cui si trova l’anacoreta navigatore, che non si sentano animati dai prodigiosi sforzi da esso fatti per superarle; e Robinson Crusoe porta la stessa impressione su gli spiriti fervidi e coraggiosi della giovinezza che il Libro de’ Martiri opererebbe su la mente d’un giovine divoto, o il Calendario delle Carceri di Newgate sopra un accolito di Bridewell; e l’una e l’altra specie di studenti sono assai meno atterriti dalle tremende conclusioni d’entrambi i libri, che animati da una certa simpatia pei santi o per gli scorridori, secondo che gli uni o gli altri sono i personaggi principali del libro letto. Nè una seconda lettura del Robinson Crusoe fatta in età più adulta diminuirà 1e prime impressioni della giovinezza. Le combinazioni di tale storia sono tali che ciascuno la può applicare a sè stesso; ed essendo essa possibile di sua propria natura, la squisita arte del narratore l’ha resa altrettanto probabile quanto interessante. Ha in oltre il merito di quella specie di elaborate pitture che, guardate e tornate a guardare, offrono sempre nuovo diletto.

Nè l’ammirazione tributata a quest’opera rimase confinata nella sola Inghilterra, se bene Robinson Crusoe col suo grezzo ma retto discernimento, co’ suoi medesimi pregiudizi, con la sua indomita risoluzione di non lasciarsi opprimere dalle avversità che sembravano maggiori d’ogni sforzo per superarle, presenti, più che altra cosa, in sè stesso un non cattivo modello del vero gentiluomo inglese. Il furore d’imitare un’opera tanto popolare parve s’aumentasse al grado della frenesia; e per uno stravolgimento d’intelletto men solito a tal razza di servum pecus, gl’imitatori non si studiarono già di applicare il far dello stile narrativo di Daniele de Foe a qualche caso o posizione di diversa natura, ma tutti afferrarono e posero in caricature il navigatore naufragato e la deserta sua isola. Si è fatto il calcolo che in quarant’anni dopo la pubblicazione dell’opera originale, non sono saltati fuori meno di quarant’uno Robinson bastardi, oltre a quindici altre imitazioni con titolo diverso. Tanta è la voga in cui crebbe tale romanzo che persino (e questa non sarà forse agli occhi di qualcheduno una grande raccomandazione) l’antisociale filosofo Rousseau non permette al suo Emilio altri libri fuori del Robinson Crusoe. In una parola, e altrettanto improbabile che quest’opera perda la sua celebrità, quant’è inverisimile che un’altra della stessa natura l’agguagli nell’eccellenza.


fine dei cenni biografici.



Note

  1. Tutta questa vita è tradotta dall’opera di Walter Scott intitolata: Biographical memoir of eminent novelists (Memorie biografiche di eminenti novellieri, Vita di Daniele de Foe). Questa prima parte però sino alla pagina 723, ove essa termina, e che viene contrassegnata con una linea, non è propriamente dello Scott, il quale nella seconda parte, effettivamente sua e non contraddistinta egualmente, dichiara esserne autore il suo chiaro amico defunto, Giovanni Ballantyne.
  2. L’editore dell’Osservatore, nemico implacabile del de Foe così in politica come in letteratura. (Nota di Walter Scott)
  3. Salvocondotto che diede forte alla propria coscienza per questa apparente bugia, perchè prestare opera a far calze non è farle. (Nota di Walter Scott.)
  4. Giacomo di Monmouth, figlio naturale di {{w|Carlo II d'Inghilterra|Carlo II), illustre guerriero, che mortogli il padre, portò l’armi contro il fratello di questo, Giacomo II, succedutogli nel regno, e che preso, fu decapitato in Londra ai 25 luglio 1685.
  5. Una fra le più encomiate tragedie dello stesso Dryden.
  6. Wherever God erects a huose of prayer;
    The devil always builds a chapel there;
    And’t will be found, upon examination,
    The later has the largest congregation.
  7. Anna di Danimarca, figlia primogenita di Giacomo II, e per conseguenza Stuarda, era sorella di Maria II, moglie del re Guglielmo, di cui qui si parla, morta di vaiuolo nel 1694. Alla morte di Guglielmo fu chiamata quest’Anna al trono dell’Inghilterra.
  8. Stept in so far, that should I wade no more,
    Returning were as tedious as go o’ er.
  9. Earless on high stood unabash’d de Foe.
    Aud Tutckin in Flagrant from the scenes below.

  10. Stone walls do not a prison make,
              Nor iron bars a cage;
         Mind innocent atid quiet take
              That for a hermitage.

  11. Men, that are men, can in thee feel no pain,
         And all thy insignificance disdain.
         Contempt, that false new word for shame,
         Is without crime an empty name;
         A shadow to amuse mankind.
    But never frights the wise or well-fix’d mind;
         Virtue despises human scorn,
         And scandals innocence adorn.
         Exalted on thy stool of state,
    What prospect do I see of future fate!
         How the inscrutables of providence
         Differ from our contracted sense!
         Hereby the errors of the town,
         That fools look out, and knaves look on!

  12. A tradurre propriamente questo titolo alla lettera vorrebbe forte dire Scotto di maldicenza, perchè scandal fra i suoi significati ha pur quello di maldicenza, e club tanto vuol dire una società quanto la quota che ciascun individuo di essa contribuisce per tenerla avviata secondo i fini della società stessa. Fra noi pure si chiama Cronaca scandalosa ogni sunto verbale o scritto delle voci raccolte dalla maldicenza dei diversi luoghi d’unione. Io credo per altro che lo Scandal Club del giornale istituito dal de Foe, sia quanto chiamasi parte critica de’ moderni nostri giornali, la qual parte critica, se vogliamo, è a volta a volta; e letterariamente parlando, scandalosa un pochino più del bisogno e oltre i limiti dell’urbanità.
  13. Giorgio di Brunswick, elettore di Hannover, figlio di un pronipote di Giacomo I. Lo portò al trono la fazione dei whig. Certo non sembra che le intenzioni della regina Anna fossero per questo successore, e si contavano quarantacinque principi che armavano titoli ereditari più forti de’ suoi alla corona. Per ciò il suo avvenimento al trono non fu scevro di guerre civili per l’Inghilterra. Ad ogni modo la politica di questo sovrano, e la prosperità che il suo governo portò su gl’Inglesi dissiparono le turbolenze e convalidarono il trono nella sua famiglia tuttavia regnante nella Gran Bretagna.
  14. With steady bark and flowing sail
    He ran before the wind.
  15. E potrebbe aggiungersi senza timore di errare. Quanto le lingue in cui fu tradotto.
  16. Poco diversi dai filibustieri, ed in genere da tutti i pirati. Le scorrerie de’ bucanieri erano fatte quasi unicamente su i mari dell’America spagnuola, e Walter Scott ne dice ben tosto il motivo per cui questi venivano riguardati come un po’ meno ignobili degli altri pirati.
  17. Tutto ciò che è detto nella presente versione si riferisce alle avventure di Robinson, poichè fu partito la prima volta della sua isola.
  18. Adresses. Qui memoriale come in inglese address e in francese adresse equivalgono a quelle comunicazioni che i parlamenti e le corporazioni di uno stato fanno al sovrano, sieno poi domande, rimostranze, suppliche, offerte, o vero anche atti di congratulazione.
  19. Quanto alla storia propriamente tale, sarebbe appunto un paradosso, anzi una falsa asserzione. Il vero, il saggio lettore di una storia la legge con l’occhio del critico; è un giudice che ascolta l’informazione, e la confronta con gli allegati per assicurarsi se è vera, non vuole dunque, o non desidera, oltre a questa fatica anche l’incomodo di ascoltare un mal ordinato e mal elaborato racconto. Ma nella lettura di un romanzo, sappiamo di leggere una cosa non vera; che nondimeno per amore del nostro diletto siam disposti a credere tale durante la nostra lettura. Per non essere dunque defraudati del nostro scopo che cosa ne abbisogna? Prima di tutto la verisimiglianza che in questo caso tien luogo di ogni allegato, e questa verisimiglianza ingagliardisce se il narratore possiede quelle qualità che, senza il bisogno d’istituire processi, rendono più credibile nella vita comune la cosa da lui narrata, come ottimamente osserva qui il signor Walter Scott.
  20. Non è che anche in tal caso non ci divertiamo, ma ci ha divertito più il narratore, che la leggenda; ciò potrebbe forse dirsi de’ romanzi del Voltaire e del Diderot.
  21. Fortuna ai nostri giorni per l’ottimo eccellente nostro Lorenzo Sonzogno che la luna è un po’ più giù di mano del Kamtschatka! La scoperta degli abitatori di quel pianeta, simile allo Spettro di mistriss Veal, così nell’ingegno dell’orditura come nella verità della cosa narrata, gli rimanea capital morto nel suo fondaco, più irremissibilmente dello Scudo del Cristiano contro alle paure della morte del reverendo Drelincourt.
  22. Vhy should come within thy bower?
         I am no earthly man.
    And should kiss thy rosy lips?
         Thy days would not be long!

  23. Arcangelo Corelli di Fusignano celebre maestro di musica Italiana morto a Bologna nel 1713.
  24. Vedi la nota posta alla pagina 711, ultima della Vita e avventure di Robinson Crusoe.