Compendio storico di quindici Zecche italiane

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Giovanni Mulazzani

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Compendio storico di quindici Zecche italiane Intestazione 26 febbraio 2012 75% Numismatica

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Compendio storico di quindici Zecche italiane
1889

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[p. 333]

COMPENDIO STORICO


DI


QUINDICI ZECCHE ITALIANE [1]




I.

MILANO


Tredici sono le patrie zecche certissime, che contribuiscono a formare il nostro Medagliere, e due le verosimili; nell’ordine progressivo, con cui le loro produzioni ci si faranno davanti, io mi accingo a darne conto. [p. 334]I. Milano. Al secolo IV dell’era cristiana si vorrebbe dagli eruditi far rimontare l’antichità della nostra zecca, per alcune sigle md, ovvero mdps, che si riscontrano nelle monete di diversi Imperatori, che hanno soggiornato a Milano in quella età; le quali sigle furono interpretate per Mediolanum la prima e l’altra Mediolani pecunia signata.[2] Io non posso correr dietro alla cieca ad una tale opinione. La zecca di Milano di quel tempo dirò probabile, ma non certa. Verosimile si rende per quelle ovvie ragioni che ognuno può comprendere da sé facilmente, che la città nostra, diventata sede d’Augusti, venisse fornita d’officina monetaria, o che lo fosse, allorché da Costantino per la nuova forma di governo che diede all’Impero, fu costituita Metropoli di mezza Italia; ovvero quando più tardi, successa la divisione dell’Impero Romano, qui da noi fissò Valentiniano I la sua residenza. Ma le pretese sigle non valgono ad assicurarlo. Dopo il solenne disinganno toccato ai monetografi sul celebre conob, impresso in tante monete di questo periodo, in cui versiamo, del Basso Impero, la qual parola fu lungamente interpretata per il marchio della zecca di Costantinopoli (constantinopoli obsignata), e che si scoprì in appresso su monete stampate in Aquileja, chi mai potrebbe, in buona critica, avventurarsi a dar spiegazioni di cotali segni dubbiosi ed oscuri, se da testimonianze isteriche non sono rischiarati? E questo sussidio ci manca; per nulla o ben poco contar dovendosi il notissimo epigramma d’Ausonio e le sue poetiche esagerazioni in lode di Milano, fra le quali sembra [p. 335]aver posto ricca officina di monete, che decorasse Milano, nel secolo IV in cui viveva.

L’incertezza dell’epoca romana prosegue coi Goti; nessuna moneta si è trovata che indichi essere stata coniata in Milano; il privilegio di documentare in metallo la loro dominazione in Italia, essendo di Ravenna, di Roma e di Pavia. Pure, che la Zecca nostra abbia il vanto di essere millenaria e più, certissima cosa è per una moneta d’oro di Desiderio, re dei Longobardi, divulgata da Le Blanc; la qual moneta tiene nel suo rovescio le parole Flavia Mediolano. Il Conte Verri l’ebbe in sua podestà[3] e si conserva tuttora in sua casa[4]. Ai Longobardi successi i Franchi, nell’impero d’Italia, la nostra zecca prese tal vigore che si può dire non abbia cessato mai più; per non tener conto del breve tempo, dal 1162 al 1177, in cui Milano restò deserta per la crudeltà di Federico Barbarossa. Da Carlomagno ai giorni nostri, si contano le impressioni di ima infinita serie d’imperatori e d’altri grandi monarchi o di principi minori o di repubbliche, che però tengono distinto luogo nella storia italiana, da far meravigliare ogni cultore della scienza nostra. Tanto è ciò vero, che si può avanzare la proposizione, che la zecca di Milano non cede nell’Europa cristiana[5] [p. 336]contando dalla decadenza del Romano Impero, per li monumenti metallici incontrastabili di cui fa mostra continua per lo sterminato giro di tredici secoli, non cede, dico, che all’unica Roma, la quale novera l’impronto del gran Teodorico, e va altera di tanti imperatori coronati nelle sue mura e dei Papi che dettero leggi ad innumerevoli popoli sparsi sul globo.

L’attività maggiore, che l’officina nostra abbia avuto, si può stabilire sotto il Regno d’Italia; in 6 anni, dal 1807 al 1812, fu posta in circolazione la grandiosa somma di 117 milioni di lire italiane, in oro, argento e rame; e questo lo sappiamo dal resoconto stampato dal ministro delle finanze Prina, del 1812 predetto[6]. Lunga ed erronea opinione ha sussistito presso di noi, alla metà del secolo scorso, sui tesori dell’America, che avessero arricchito la Lombardia nel corso del 1600, in cui fummo dominati dalla Spagna. In un mio opuscolo stampato, nonché alla sua competente rubrica, io l’ho combattuta, dimostrato avendo coi registri della nostra zecca di quel tempo, che tutta la monetazione spagnuola, dal 1556 al 1711, non ammonta che a 264 milioni di lire italiane. E ciò non bastando ho tessuto in brevi note la storia economica gloriosissima d’Italia del medio-evo, e quella in particolare d’Insubria nostra, a persuadere delle ricchezze infinite di cui fummo padroni dal XII al XV secolo e che all’opposto vennero meno nei due secoli dopo. Più della spagnuola, floridissima è da credersi sia stata la zecca di Milano nell’era viscontea alla metà in ispecie del 1300[7]. Però l’onor suo massimo fu sul declinare [p. 337]del 1400, regnando gli Sforza, che fecero monete abbondanti, per non dir le più buone e le più belle insieme che si possono desiderare. La buona fama della zecca milanese, non è da tacersi, era già cominciata alla metà del 1200 in tempo di repubblica. All’eccidio di Milano, marcato di sopra del 1162, si trovò chiusa, siccome vacillante era stata per l’interdetto, che proveremo non essere stato eseguito, di Federico Barbarossa del 1155[8], in cui erano insorte le nostre prime contese con quell’imperatore. Risuscitò, per non venir più meno, col trattato di Reggio del 1185, stipulato dalla libera città di Milano con quel monarca che a noi rinunziò le regalìe tutte dell’Impero.

Al di là di quest’epoca, oscurissimi tempi accadendo, impossibili sarebbero le ricerche ad esplorare i gradi di attività, che la nostra zecca abbia potuto avere. Ben tenui, per molte ragioni, si possono credere; e per la barbarie che invaso aveva si noi che tutta Europa, e per la scarsità incomparabilmente grande, di più d’oggidì, dei metalli preziosi, e dell’argento principalmente; e per la rarità che si ha di quei nummi, e per l’uso, che si sa d’allora, di contrattare a marca d’argento, vale a dire, a metallo puro non coniato. Parecchi stampi ci mancano inoltre di quei secoli, e sono dei primi Arrighi, del secondo Lotario imperatore e del secondo e terzo Corrado per non dir forse del primo[9]; onde potrebbe dedursi che inoperosa essa sia stata in alcuni di quegli intervalli tanto da noi distanti.

A dare nonostante un’idea in complesso di quella [p. 338]monetazione remota, presso di noi coniata, risalirò al primo punto, e brevemente farò sapere, che di certo non abbiamo che l’ultimo re dei Longobardi, già avvertito da principio, benché molti siano i tipi antecedenti, ma de’ quali s’ignora la terra natale, e che potrebbero esser nostri in parte; che di tutti i Carolingi possiamo mostrare la serie e sostenerla; finalmente che gl’imperatori e re d’Italia del secolo IX, X e XI, concorrono, due o tre appena eccettuati, ad ornare i nostri cospicui Cimeli.

Di tanti conî pertanto, di cui l’officina nostra va superba, sia ora prezzo dell’opera di rilevarne le generali proprietà che li distinguono, estendendo le indagini oltre i limiti della raccolta.

Alla qualità dei metalli che hanno servito per la loro composizione, sembrandomi di volgere tosto l’attenzione come ad oggetto che si presenta da prima all’occhio, esordirò dal più nobile, nominando l'oro longobardico, di cui, benché rarissimo, se si tolga il re Cuniperto, avvi dovizia all’Ambrosiana[10].

A somiglianza dell’oro romano, è puro, onde conformarsi al soldo d’oro imperatorio di quella età, e alle sue divisioni in semisse ed in triente; la monetazione longobardica non potendo essere stata diversa dalla romana, siccome ha provato recentemente il Cav. Giulio di San Quintino[11]. Per 500 anni, fino alla prima metà inoltrata del 1200, l’oro scomparve [p. 339]dall’officina milanese, come da qualunque altra italiana, finché Federico II colle sue Augustali di Brindisi mischiate di rame, e poco dopo le libere città di Firenze, di Genova, di Venezia ed altre, fra le quali noi pure, non lo riprodussero, con più senno, immacolato nei loro famosi fiorini e ducati che fecero perciò meritamente il giro del mondo, essendo stati rinvenuti sparsi in Asia dai Portoghesi. Seguitarono per due secoli il nobile esempio tutti li principi d’Italia, che si erano elevati sulle rovine della libertà, finché non vennero gli stranieri a contaminarlo coi loro scudi d’oro semplici e doppi. Dopo Francesco I, Re di Francia, che introdusse l’abuso, i monarchi spagnuoli non fabbricarono che monete scadenti per quasi 1/10 di lega. Ricomparvero ai tempi di Maria Teresa e di Giuseppe II i prelibati fiorini e ducati de’ bassi tempi col nome di zecchini che acquistato avevano nel 1600, allorché l’oro puro si trovò di nuovo improvvidamente, cred’io, proscritto dal sistema decimale dei giorni nostri, derivatoci dalla Francia; nel qual sistema noto è, che a 0,900 di puro metallo, impastate sono indistintamente le nobili e le nobilissime monete.

Argento: Assai avendone parlato indietro, sarò breve in questo luogo. Dei Goti, rimarcai di sopra, che non abbiamo conio alcuno; privi siamo pure dei longobardici, dei quali esistono alcuni esemplari di fabbrica moderna, anzi di non molti anni fa, essendo di quelli che accreditarono gl’imperiti e gli impostori da me benissimo conosciuti. Con Carlomagno ebbe la nostra Zecca, si può dire, la sua vera e splendida vita, per li copiosi denari di ottimo argento, fabbricati da quell’Augusto e dai successori di sua casa per due secoli. Durante le contrastate dominazioni, che accaddero all’estinzione dei Carolingi, [p. 340]d’Imperatori e re d’Italia, declinò a poco a poco la bontà della moneta, infino a che con la conquista alemannica del primo Ottone cadde sì basso da non essere più che di metà argento: e così si mantenne per tre secoli sino a Federico I ed a suo figlio Enrico VI. Ma rassodata la repubblica, fra gli slanci della libertà e gl’imperiosi bisogni del commercio, a cui si diedero le città italiane, nacque dappertutto il miglioramento della moneta; e noi possiamo mostrare, dalla metà del 1200, gli ambrosini di puro argento o quasi, che si ragguagliavano di fatti a marca, col qual nome tutti sanno che nel medio evo s’intendeva metallo puro. Nel lungo periodo visconteo e sforzesco, perturbazioni molte e gravi ebbero luogo per le violenze e gl’inganni, massime di quei nostri primi principi, di cui alcuni a metà rame e metà argento ridussero, nel principio del 1400, i loro nummi migliori. Finalmente nel 1474, il governo del secondo Duca Sforza, ricondusse bravamente la moneta ai sani prinoipii economici, che trionfato avevano nell’era repubblicana. Si distinsero i due re francesi nel mantenerla illesa, dopo di che l’ottimo argento non manca più. L’ispano gareggia coi precedenti i più raffinati, e l’austriaco del secolo passato e del corrente, non che l’italico, è ottimo, sapendosi a 0,900.

Monete erose con parola gallica chiamate in oggi comunemente di biglione composte più di rame che d’argento, sconosciute ai Romani della buona epoca, e per quanto pare, ai Greci, prevalsero nel medio evo. Inventori ne furono poi detti i fiorentini al tempo che mercanteggiavano in Francia, ed ebbero mano nelle zecche di quel regno; ma vi hanno documenti che fossero colà in voga fino dal tempo di Carlomagno. Quattrini, quarta parte del denaro, in corso presso [p. 341]di noi negli anni 803 e 853, che non potevano non essere di bassa composizione, furono indicati indietro (Capo XVIII); e monetine di fatta consimile parve all’autorevole Le Blanc, di avere scorto in antichi medaglieri francesi. Il nostro biglione, che miriamo nei musei, è dei cinque Arrighi (non ben sapendosi per altro a quali assegnarlo), e dell’imperatore Corrado, dal 1004 al 1106; le loro monete migliori non salgono che a 1/3 d’intrinseco; e bisogna giungere a Federico I per toccare argento a 0,530. Farò cenno dei terzoli il cui nome sembra significhi, che fossero composti di 1/3 d’argento; coniati vennero dalla città nostra, mentre era venuta ad aperta rottura con quell’augusto per le necessità della guerra e dei due assedi sostenuti. Ingoiati nella voragine del tempo sono stati questi ultimi, sebbene gloriosi monumenti del nostro coraggio e valore, mancando essi in qualunque collezione. Passerò quindi alli denari repubblicani dei primi anni del 1200 adulterati e alla metà del secolo poscia legalmente costrutti, in proporzioni del soldo in allora comparso d’ottimo argento; per discendere ai viscontei, buoni da principio, ed arbitrarli quanto mai sotto gli ultimi tre principi di quella casa. Non tacerò, per debito del vero, l’abuso che fece la passaggiera repubblica di 30 mesi, della metà del 1400; scusando per altro quei nostri progenitori per le dure necessità in cui si trovarono involti. Attesterò le lodi del governo sforzesco del 1474, per aver condannato generosamente le massime del dispotismo e dell’ignoranza; compiangendo gli ultimi duchi di quella nostra dinastia che, per le calamità terribili a cui soggiacquero, e che furono comuni a tutta Italia sul principio del 1500, forzati si trovarono a scindere la bella armonia del loro sistema monetario, di cui tutte le parti aliquote, [p. 342]anche le più tenui, corrispondevano in origine fra di loro esattamente. Ma lecito mi sarà di alzar la voce contro il potentissimo imperatore Carlo V, ed i ricchissimi suoi successori re di Spagna; che tutti, o quasi tutti, imbrattarono la loro monetazione di numeroso biglione, di cui svelata sarà la frode, che per entro vi si nasconde, ai competenti loro posti, colle analisi abbondanti da me istituite. Al lungo disordine diede fine l’imperatrice Maria Teresa ajutata dai lumi di quei preclari economisti, fioriti al suo tempo fra di noi, e che chiamò nei suoi consigli: Pompeo Neri, Rinaldo Carli, Pietro Verri, Cesare Beccaria. Essa diede fuori nel 1778 una monetazione tale che, sotto il rapporto speciale che ora trattiamo, resiste a ogni censura. Non fa bisogno di rivangare il torto del ministro delle finanze italiane, Prina, colle parpajole da 10 centesimi, memorate già, per lasciare in pace quell’ombra troppo a ragione sdegnata contro di noi. Noteremo in fine il biglione austriaco del 1822, perchè composto ad equa lance e coniato in giuste proporzioni.

Rame: Solamente dopo il 1602 s’incontrano nei musei di Milano e così di tutta Italia, monete di ignobile metallo. Inventori ne furono gli Spagnuoli, sicché, sia per questa ragione, e sia per ciò che dovrò ripigliarne alla rubrica dei monarchi di quella nazione, io qui trascorrerò di volo, limitandomi ad accennare che questa brutta invenzione, per l’abuso che sene fece quando ebbe principio, ora volgono due secoli, colle trilline e venne estesa ai miei giorni ai soldi ed ai mezzi ha fruttato e frutta tuttavia il 50 per cento di guadagno alla maggior parte dei governi d’Europa.

Questione di non piccolo momento, non per anche svolta da nessun monetografo economista, sarebbe [p. 343]l’investigare in qual modo sia stato provveduto al bisogno del minuto commercio popolare, durante il lungo periodo de’ bassi tempi, senza rame, di cui non se ne ha traccia veruna, tanto più sul riflesso della scarsità in allora dell’argento e quindi dell’incomparabile suo maggior valore. Altri lo vedranno, non potendo io qui estendermi in lunghe dissertazioni.

La nostra istoria seguiteremo coll’entrare nel merito dell’arte; riepilogando in parte ciò che fu già osservato dei secoli, sui quali si distende la raccolta e aggiungendo le notizie su di quelli, oltre i quali essa non si trasporta.

Abbandonati gli incerti nummi romani del secolo IV e principio del V, dei quali basterà il dire che manifestano la decadenza decisa dell’arte, ed abbandonati pure li pochi conii dei re Longobardi in oro innominati, di Pavia probabilissimamente, che non ci appartengono, e che si hanno da Ariberto I del 653; converrà portarsi a Desiderio del 757, per dire che essa mostra la barbarie che aveva preso piede in Italia. I successivi danari d’argento di Carlomagno fanno testimonianza degli sforzi magnanimi di quell’augusto per far risorgere li buoni studii, sforzi che vani furono resi dall’ignavia dei successori di sua casa, ond’è che scadenti quanto mai, sono gli ultimi conii carolingici di Carlo il Calvo (875), di Carlomanne (877), di Carlo il Grosso (881). Fra gli altri difetti nominerò il più grave: inintelligibile, od a stento raccozzabile n’è la scrittura, con sommo discapito, di non poche monete sicuramente di quei monarchi per lo stile di questi tempi, capitatemi alle mani, che vanno perdute, l’iscrizione essendo l’anima e la vita loro.

Quattro secoli ancora più tenebrosi, in cui ogni [p. 344]umano sapere, ogni arte, e l’antica nostra civiltà si trovarono spenti, successero alla dominazione de’ Carolingi.

In un fascio per la rozzezza loro comune, sono da porsi tutti i parti dell’officina nostra, dal I° Berengario re (888) alla metà del 1300. Appartengono a questa barbara classificazione i conii degli imperatori e re d’Italia italiani, borgognoni, provenzali, e dopo la conquista alemannica, quelli degli Ottoni, dei cinque Arrighi, di Corrado il Salico, di Federico I e di suo figlio, Enrico VI. I nostri soldi repubblicani similmente della metà del 1200, e principio del 1300, non che massime li primi viscontei del 1330 e 1339, sebbene mostrino una finezza e lucidezza insieme d’intaglio che piace, ed anzi sorprende, ritraggono tosto l’occhio alla vista di quei loro inanimati e storpi sant’Ambrogi, e di altri deformi nostri SS. Patroni, sospesi in aria contro natura.

Ma finalmente trascorsa la metà del secolo XIV, il buon gusto che rinato era in Italia, per opera di quei genii immortali di Dante, Petrarca, Boccaccio e Giotto, comparisce negli stampi dei due fratelli Bernabò e Galeazzo Visconti, signori di Milano nel 1354. Lo testimoniano i loro grossi fabbricati a Milano, e molto più in Pavia, dei quali abbiamo già rilevato i pregi al Capo VIII, a cui mi appello ad evitare le ripetizioni; bastando dire che sono incisioni tali da far meravigliare a vederle, per l’età in cui comparvero, superando esse le produzioni coeve delle arti loro sorelle, della pittura e scultura. Cosi pure, a sfuggire la noia dei racconti già fatti, passerò sopra il rimanente evo visconteo e sui primordi sforzeschi, nei quali si mantennero bensì le migliorie del 1300, ma il genio non progredì gran fatto, quando nominar non si voglia il ritratto, che perduto o quasi nei secoli bassi, fu introdotto di nuovo nel 1402 dal [p. 345]primo Duca di Milano, Giovanni Galeazzo Visconti, e continuato dal primo Sforza, fiorito fra il 1450 e 1466, con incremento della iconologia e dell’arte. Ma, inclinando alla fine il secolo XV, la zecca di Milano offri all’Italia e al mondo, per la prima nei suoi testoni il modello della bellezza e perfezione monetaria. Notato abbiamo di sopra la raffinatezza a cui fu portato l’argento nei pezzi maggiori e la giusta corrispondenza nei minori, in tutto quel sistema monetario creato nel 1474; ora le mie parole volgansi a celebrarne quegli altri pregi di cui ci occupiamo in questo punto. Ma come potrei io degnamente farlo, dovendo muovere il mio discorso da te, o gran Leonardo, genio superiore a qualunque elogio, e che fosti il fondatore, in questi tempi, nella città nostra, di una scuola famosa, da cui uscirono artefici esimii in ogni ramo delle arti del disegno? Meglio de’ miei insufficienti concetti parlano quei meravigliosi volti in metallo, spiranti vita, di tre duchi Sforza: Galeazzo Maria, Giovanni Galeazzo, Lodovico Maria; e di due duchesse, Bona di Savoia e Beatrice d’Este. Il castigato loro disegno, quel forte rilievo, quella purità di contorni, quell’espressione talora robusta, sul far mantegnesco, nelle teste maschili adulte, quando soave e graziosa, raffaellesca quasi, nelle femminine e puerili, mostrano il sommo dell’arte; e non sono state difatti superate dappoi.

Per condizione anzi fatale dell’umana natura, che sembra esaurirsi collo scorrer degli anni, delle opere d’ingegno, come fanno le piante, in vecchiaia, dei loro frutti o fiori; trapassando dagli ammirabili parti sforzeschi alle fatture dell’era spagnuola, il decadimento tosto si appalesa, e seguita per tre secoli, fino al sistema monetario di Maria Teresa del 1777. In quell’anno e nei tre successivi essa ci diede nel soldo di rame una sua testina, emula [p. 346]delle greche e romane produzioni immortali, ed ogni altro tipo, per sufficiente rilievo e nitidezza d’incisione così bello, che si può sostenere essere la monetazione Teresiana e di Giuseppe II, che continuare la fece, la migliore dopo la sforzesca, nel rapporto, che trattiamo, della nostra raccolta, a fronte della napoleonica del 1807 ed austriaca, molto più, del 1822; entrambe difettose per leziosi e scorretti disegni.


II.


COMO.


Il conte Carli credette alla possibilità di questa zecca dal I Federico, perchè secondo Benedetto Giovio, quell’imperatore concesse ai comaschi, che parteggiarono, benché non sempre, per esso nella guerra contro Milano, il governo dei Consoli prima della pace di Costanza[12]. Ma ben diverso io osserverò essere l’un privilegio dall’altro, onde dedurne la conseguenza che si vorrebbe. Alla pace di Costanza tutte le città d’Italia formarono i loro municipi, ma non per questo ebbero il gius della moneta, se non in forza di speciale privilegio dello stesso Federico o de’ suoi successori; e la nostra zecca, riaperta nel 1185 per il trattato di Reggio, e la bolognese del 1191, e le zecche istituite nel 1200 di Modena e di Reggio, con diplomi di Enrico VI e di [p. 347]Federico II ne fanno testimonianza[13]. Appena poi è a dir di Bellati, cui parve senza proferir ragione, di ascrivere al primo Federico una monetina, che l’altro scrittore aveva prodotta, dichiarando di non sapere a quale dei due Federici appartenga. Io non l’ho veduta da nessuna parte, né ho potuto perciò esaminare li caratteri di cui è vestita per giudicare, se sia del XII, quanto mai ancora, secolo rozzo, in cui fiori il primo, o del XIII che diede fama al secondo, e che di qualche poco lo ha sorpassato; quell’aquiletta però mi sembra troppo bella, e mi desta sospetto. Quindi io passerò oltre per dire quel che ne sento.

Zecca in Como, da molto tempo, era probabile che fosse esistita col primo Federico, non per le opinioni addotte, ma perchè nell’archivio di quella città trovasi un diploma, o memoria a parlar preciso, pubblicata dallo storico Rovelli, fiorito fra il 1790 e 1800[14], in cui quell’augusto comanda sia stampata colà moneta col suo nome. Ma, poiché la carta manca di data, pendere poteva ognora il giudizio fra li due monarchi ai quali quella popolazione fu egualmente devota. Or quest’incertezza é tolta da una monetina inedita, da me posseduta, che dimostrerò a competente luogo non poter essere che del primo.

Ma se la zecca natale delle amene sponde del Lario, non si poteva dire prima d’ora assicurata ai giorni del primo Federico, certissima appariva ad ogni provetto nummofilo col secondo, per le monete in argento pubblicate da Muratori (sebbene con qualche titubanza), per le prove che ne darò, allorquando saranno da me prodotte, consistenti nell’effigie e nel buon [p. 348]argento che le distingue; proprietà monetarie che si riscontrano nella prima metà avanzata del 1200, e non per l’avanti. A quelle monete una ne aggiungerò inedita di basso biglione, portante seco quella tal sorta di scrittura, che contrassegna gli anni in cui siamo.

Al secolo pure XIII, ma inoltrato dopo la metà, quando successa la morte di Federico e vacando l’impero, le città d’Italia si emanciparono, omettendone il nome nei nuovi impronti che fecero; od anche al principio del secolo XIV, in tempo però sempre di libertà, vale a dire, fino alla calata di Enrico VII, (1311) assegno, senza esitare, il nummo argenteo della grandezza e del valore di un paolo romano, corrispondente a centesimi 53 e sette decimi italiani, accennato da Bellati, senza nome di principe, coll’immagine di S. Abondio Patrono di Como: S. Abundius, e Croce nel rovescio circondata dalla barbara, o se non altro male appropriata parola, Cumanus, invece di Comensis. Con sicurezza egualmente pongo successa la comparsa in Italia del citato monarca, per un bellissimo grosso inedito, da me veduto in mano di un gentiluomo inglese venuto alcuni anni fa a visitare il mio museo, il qual grosso composto di buon argento, sul gusto dei nostri grandi ambrosini coevi, porta il nome di Enrico re, e S. Abondio in cattedra nell’altro campo. Ventiquattresima parte di un tal grosso io conservo in una elegante monetina erosa ornata d’aquiletta e del nome di quel monarca diventato imperatore (1312). Con lode proseguì Como in quella età, al pari delle altre città d’Italia, la battitura dei nummi, testimoniandolo un grosso a 0,920, d’interessante tipo, che non abbisogna di molto commento, coniato in onore di Lodovico il Bavaro imperatore, da Franchino Rusca, signore di quella città nel 1327, [p. 349]che ai lati del Santo vi pose le proprie iniziali. Il periodo per altro della sua maggiore attività fu dal 1334 al 1339, regnando in Como Azone Visconti: numerosissimo biglione vi fu battuto ed anche ottimo argento, dopo il qual principe restò chiusa né fu più adoperata, ch’io sappia, da verun altro Visconte. Un secolo dopo, nella decadenza dell’impero della Vipera, quando i Rusca occuparono per poco lo stato avito, diede un ultimo segno di vita; una monetina rarissima in prova io produrrò a suo tempo, di Lotterie Rusca del 1412.

Fuori di quel cenno imperfetto, che fu detto di sopra, nessun’altra parola fece di questa zecca lo storico recente Rovelli. Quantunque zelantissimo della sua terra natale, è a dolersi che non abbia conosciuto il pregio dei monumenti metallici che servono di valido appoggio alla storia, e che nel medio evo di tante città d’Italia accrescono la fama o lo splendore. Non pubblicò in conseguenza moneta alcuna di Como, mentre così agevole gli sarebbe stato di poter fare, per la ricca messe, che si sa, eravi a’ suoi di nel museo splendidissimo del patrizio Cigalini, ora disperso[15].

[p. 350]

III.


CREMONA.


Celebre negli annali di Milano è questa Zecca, per l’interdetto di Federico I del 1155, col quale trasferì nei Cremonesi l’antichissimo privilegio di cui dianzi ci aveva privati. Primo il Sigonio era stato a farne parola, quando il Campi nella sua storia di Cremona ne pubblicò il diploma, che il Muratori riprodusse alla nostra rubrica monetaria.

In qual anno siasi posto mano a fruire del beneficio ricevuto, è ignoto[16] nessuno scrittore vi è che abbia dato la storia di quella Zecca. Però un documento scoperto dal Conte Carli, ci fa sicuri che dal 11 83 l’officina cremonese trovavasi aperta; poiché, per un concordato fatto in quell’anno fra Brescia e Cremona, questa città si obbligò di mandare uno zecchiere all’altra, per insegnare a fare moneta, e moneta che fosse eguale[17]. Ed a questi primi tempi è da assegnarsi, io penso, anche per lo stile proprio della fine del secolo XII, la monetina erosa di forma scodellata fino adesso inedita, che va del pari con altra bresciana di quella età, pubblicata da Muratori e da me possedute entrambe. [p. 351]Proseguì uno stampo tale, benché variato nel suo aspetto, da scodellato in piano, nel secolo dopo, testificandolo le due stellette appostevi in segno di un concordato di sette città d’Italia, fra cui Cremona, avvenuto nel 1254, per battere moneta uniforme.

Ma inoltrando il secolo predetto, gareggiò bravamente Cremona, abbandonate le grettezze del concordato, colle altre libere città d’Italia nell’arringo monetario, aperto ovunque dalla sapienza di quei nostri progenitori per li magnifici grossi a superlativa bontà di 0,964, che fabbricò, cred’io, da prima coll’impronto del suo datore, e proseguì per il restante evo repubblicano a dar fuori, parte col nome dell’imperatore Federico, e parte con indipendenti marche municipali ad esempio delle sue sorelle[18]. Ma, caduta sul principio del 1300 in podestà, come tante città finitime, dei Visconti, lo splendore della Zecca fu ecclissato. Il solo Azone, dei principi di quella casa, è certo che l’abbia tenuta aperta fra il 1330 e il 1339, ma con poco onore, non avendovi fatto lavorare che tre conii d’ignobile biglione, cioè denari duodecima parte del soldo[19], ad impasto però legittimo di 0,160, corrispondente, vale a dire, in argento, a motivo del loro peso, ad esatto quoto dei grossi che si stampavano a Milano. Dubbio però mi resta che sia stata adoperata per un istante negli ultimi anni di quel secolo, per ragione d’una mia monetina erosa inedita, che in lettere decisamente contraffatte porta in mezzo il nome di Giovanni Galeazzo: I. G. coronato, e l’intitolazione [p. 352]intorno; Dvx Mli. ac Cremone D. Una tale paleografia sembra togliere la supposizione che sia di Giovanni Galeazzo Sforza, vissuto fra il 1476 e 1494, dopo che le lettere romane avevano ripreso nel 1474, nella numismatica nostra patria, il posto sulle gotiche così dette, a meno che, trattandosi di recentissima innovazione, addebitare non se ne volesse l’ignoranza provinciale.

Per breve tempo risorse la Zecca di Cremona, allorché Gabrino Fondulo s’impadronì di quella città, coll’uccisione proditoria di un Cavalcabò, che nella decadenza dell’impero della Vipera, avvenuta alla morte del terzo Galeazzo Visconti, n’era stato gridato Signore: due diversi impronti ne sortirono col nome di quel masnadiere[20].

Rimasta nuovamente oziosa, nei molti anni del governo di Filippo Maria, è incerto se sia stata riaperta da Francesco Sforza, quando nel 1447 padroneggiava prima di salire il trono d’Insubria, Cremona e Pavia, la prima per dote avuta da Bianca Visconti, figlia di quell’ultimo principe della nostra prima dinastia, l’altra per sommessione. Due distinti conii io conservo, inediti, in oro e biglione, portanti iscrizione medesima di Comes Franciscvs, Comes Papie ac Cremonae Dominvs, ed un terzo fu pubblicato da Bellini[21]. Il nome trovandovisi sopra di città dotate egualmente del privilegio di Zecca, né alcun segno municipale essendovi di un paese che dell’altro, ognun vede che il giudizio pende dov’è che abbiano avuto i natali, e penderà finché gli eruditi di ambedue le città con [p. 353]pergamene patrie non tolgano l’oscurità inerente a corpi consimili di natura, se lecito è il dirlo, anfibia. Le probabilità sono frattanto per la regal sede antica dei re Goti e Longobardi, a motivo del mio fiorino, che domanda officina assai bene provveduta e addestrata, quindi vetusta; e perchè inoltre certi siamo, per due stampi ornati di busto del Patrono S. Siro, scoperti dal nominato celebre monetografo di Ferrara[22], che in Pavia si lavorò moneta, per comando del Conte Francesco Sforza, decorata col suo nome.

A questa dubbiosa categoria appartengono pure altre monete in oro, argento e biglione del detto principe, fatto nostro duca nel 1450; nonché del suo successore Galeazzo Maria, divulgate da Muratori[23] e da Bellati[24]; ed una di simil fatta, inedita, io posseggo da vedersi al competente posto.

Un estremo segno di vita, indubitato ed onorevole, diede la Zecca di Cremona sotto l’ultimo duca Sforza, in tempo che, perduta Milano, toltagli dagli imperiali nel 1526, erasi ricoverato in quella città, per un nummo che vi fu battuto coll’effigie del Patrono S. Omobono e coll’anno 1527 scolpitovi sopra[25].

Il più bel pezzo è questo che si ha dell’officina di cui trattiamo, e non è da stupirne, come che sorto nell’età avventurata delle arti. Li precedenti, che abbiamo enumerati, o si risentono della rozzezza del secolo XII e XIII, o di vero pregio d’incisione mancano, se s’intende di quelli che al XV si devono ascrivere. [p. 354]Ma non meno importante che nei rapporti del bello, si è quest’ultima moneta per il marchio, che porta con sé dell’anno, proprietà singolare della numismatica moderna sopra l’antica.

Si aspetterà forse qualcuno ch’io qui abbia qualche poco a trattenere il mio lettore sulla denominazione e sul valore delle monete cremonesi. Ma il mio istituto, farò riflettere, non consente ch’io mi trasporti nelle ricerche economiche oltre i domestici lari, indagando i sistemi che furono altrove in vigore, a meno che non lo richiegga l’interpretazione di una moneta da noi fabbricata. Salterò perciò il periodo repubblicano, che precedette l’aggregazione di quel paese al nostro, e raggiungerò il punto in cui Cremona, diventò parte dello stato visconteo, volgendo l’anno 1334. In poche righe me ne sbrigherò, col dire che li nummi, che vi furono coniati da quei primi nostri signori, come dalla seconda dinastia, e così pure dal Fondulo, sono di quella specie, detta imperiale, che si coniava a Milano e che già conosciamo a lungo. I loro impasti e le loro gravità eguali ai nostri lo attestano, e lo persuadono la ragione e la storia, chiaro essendo che la moneta della metropoli e dei conquistatori doveva trionfare nelle provincie.

Perciò poi che la moneta imperiale ha dovuto farvisi dominante entro la prima metà del secolo XIV, se non esistette forse, come io credo, nel regime repubblicano; ognuno comprende che il conteggiar pure a terzoli vi si dovette render famigliare, quando mai non avesse prevalso in avanti per ragione dei mezzi denari, simile alla monetina nominata prima; li quali mezzi denari, oltre che sono nel mio scrigno, si mirano eziandio nei musei bene forniti. Anzi, questa foggia di contrattare volgare vi si radicò tanto, che ne scaturì la lira cremonese [p. 355]ideale e di conto, metà della milanese, ossia della vera lira imperiale durata fino al sistema monetario del 1777.

In queste scarse colonne mi trovo obbligato di restringere le notizie riguardanti Cremona. Altri di quella città aumentar le potranno[26], se spinti da patrio amore a frugare si accingeranno per entro all’antico copioso Archivio Municipale, che assicurar posso, vi si conserva, per aver io avuto l’onore di governare per due anni (1800-1801) la provincia di Cremona a nome della Repubblica Cisalpina.




IV.

BOLOGNA.


Per quarta zecca si presenta nel nostro Medagliere la città meritamente chiamata nel medio evo la madre degli studii, Bologna, di cui facemmo parola, trattando di tre monete in diverso metallo, dette bolognini[27]. A quel posto fu dato conto della sua origine dal sesto Enrico, che dal 1191 comparti il privilegio pubblicato da Muratori; e spiegazione altresì vi abbiamo data della prima sua monetina erosa, il danaro 1/12 del soldo, immediatamente fabbricato [p. 356]dopo la facoltà ricevuta; poi del grosso, ossia soldo in argento del secolo susseguente (1236); nonché del pezzo in oro comparso nel 1380[28], equivalente al fiorino. Ora, per capire com’è che quest’officina entra ad arricchire la suppellettile nostra, d’uopo è dar di piglio alla storia e toccar brevemente i tempi diversi che si distendono tratto tratto dal secolo XIV all’età nostra, in cui il popolo bolognese fece parte con Milano di un solo corpo politico. La prima volta accadde quest’avvenimento nel 1360, tra noi imperando l’arcivescovo Giovanni Visconti, che quella città ebbe da Giacomo e Giovanni Pepoli, che il sommo impero vi esercitavano, ereditato dal valente Taddeo loro padre. Rotta la signoria viscontea alla morte, si può dire, di quell’inclito principe nel 1354, un anno avendo durato in seggio Matteo Visconti, cui era toccata nella divisione dello stato coi due suoi fratelli Bernabò e Galeazzo; il famoso Conte di Virtù, che aspirava al dominio d’Italia, se ne impadronì nel 1402; ma dopo la di lui morte, caduto l’edificio politico elevato e non rassodato da quel conquistatore, non potè conservarla il duca Giovanni Maria suo figlio. Salito poscia al trono il fratello Filippo Maria e restaurato l’impero della Vipera, fece nel 1443 occupare fraudolentemente Bologna dal suo generale Francesco Piccinino, in danno d’Eugenio IV, ostentando commissioni, che non aveva, dai Padri del Concilio di Costanza. D’allora in poi trascorsero 354 anni, passati quasi tutti sotto la dominazione dei Papi, quando per le strepitose gesta militari e politiche di Napoleone, quella floridissima città e ricca provincia ritornò ad essere membro di uno stato insubrico [p. 357]subrico sotto denominazione di Repubblica Cisalpina nel 1797, di Repubblica Italiana nel 1802, e di Regno d’Italia dal 1805 al 1814.

Premesse queste necessarie notizie, facciamoci ad enumerare le monete che uscirono dall’Officina felsinea negli intervalli accennati. Per certo può tenersi, che ognuno dei principi nostri antichi che hanno regnato in Bologna, ne ha coniate, ma di un solo siamo sicuri, dell’Arcivescovo Giovanni, poiché il suo nome vi si rinviene sopra. Le monete incerte, prive cioè d’indicazione del loro autore, però viscontee senza fallo, sono tre, pubblicate da Bellini[29], cui è da aggiungersi il fiorino datoci dal Litta[30]. Tengono tutte la biscia nel loro vertice o nel campo, e di queste ci occuperemo ai luoghi dove opiniamo potersi allogare.

Non è poi bisogno di rammentare le napoleoniche, fuori dell’oro, lavorate in abbondanza per sette anni dal 1808 al 1813, mentre tutto il mondo le conosce per trovarsi esse ancora in commercio, e per essere contrassegnate dalla sigla B, propria della città, incisa sotto il ritratto.

Null’altro ho potuto avanzare sulla zecca di Bologna per la parte antica a noi spettante, pieno di rincrescimento, che il celebre Zanetti, il quale lusingato ci aveva di darne la storia, privati ci abbia di una tale sua produzione, che in più larghi campi mi avrebbe dato adito di spaziare.

[p. 358]

V.

GENOVA.


Non è molto che il cavaliere Gandolfi pubblicò quattro libri su la moneta antica di Genova, sottilmente elaborati, in cui prese a trattare tre punti singolari, sostenendo l’esistenza di quella Zecca avanti il noto privilegio del re dei Romani, Corrado, del 1139; vendicando ai Genovesi l’invenzione del fiorino d’oro sopra i Fiorentini, e sforzandosi di chiarire l’intricata ed oscura serie dei Dogi che si leggono nelle monete dei secoli XIV e XV. Ad altri lascierò di giudicare se la meta sia stata toccata dall’autore, ed in ogni caso, se vi fosse prezzo dell’opera a coglier palme di falsa municipale gloriola o per disutili cronologie interessanti, più che la storia, le famiglie private di quella città.

In quanto a me, legge essendomi imposta d’internarmi nelle zecche oltre la metropolitana nostra, solamente dopo che diventarono nazionali per l’ingrandimento di mano in mano avvenuto dello Stato, mi trasporterò senza indugiare al 1353, in cui l’arcivescovo Giovanni Visconti, che da noi stringeva con egual forza la spada e il pastorale, ne fu acclamato principe per la fama delle sue virtù e della sua potenza, onde far riparo all’afflitta fortuna di quella repubblica per le rotte navali toccate dai Veneziani in quel tempo. Verosimile cosa è, che durante il suo governo, benché solo di due anni, la Zecca di una città, in eminente grado [p. 359]commerciante, non sia stata oziosa; ed un fiorino si credette di fatti da Muratori potergli appartenere, ma ciò non è sicuro; né comprovato si è altro pari nummo parimente da me raccolto, che potrebbe essere tanto suo proprio che dei tre fratelli Matteo, Bernabò e Galeazzo Visconti, che gli succedettero per alcuni mesi.

Quelle monete di Genova, che indubitatamente si frammischiano colle milanesi, principiano dal nostro duca Filippo Maria, che s’impadronì di quella città nel 1421. Col suo nome se ne hanno in tutte tre le sorta ordinarie di quella età; l’iscrizione così suona: Fi. M. Dvx Med. ac Ianve D.; l’insegna viscontea posta sul vertice le palesa a prima giunta per nostre, le piccole in biglione, eccettuate, che ne sono mancanti. Al cavaliere Litta siamo debitori, se contemplar le possiamo di un sol colpo ottimamente incise dal vero, mentre prima era d’uopo pescarle, sfigurate qua e là, in più scrittori, o rintracciarle nei musei per esser certi di conoscerle tutte.

Così operato egli avesse a riguardo di tutte quello dei duchi Sforza, che si distendono da Francesco I, che si rese padrone di Genova nel 1464, ai tre suoi successori Galeazzo Maria, Giovanni Galeazzo e Lodovico Maria, che se ne tennero la signoria fino al 1499; e tanto più ciò era desiderabile, perchè al merito principalmente isterico aggiungono le sforzesche[31] sopra le viscontee monete, il pregio dell’arte portato al sommo grado.

[p. 360]Dall’anno predetto 1499 in poi, le monete di Genova più non ci appartengono, passata essendo in dominio francese[32].

Importanti sono tutte le sue monete, a noi riferibili, nell’aspetto storico, nulle e noiose a vedersi sotto l’artistico, per essere tutte di un rozzo antico tipo, coperte, cioè, da croce e da un simbolo non ancora spiegato.


[p. 477]


VI.


PAVIA.


Anche questa Zecca aspetta, assieme a tante altre italiane, di essere illustrata [33]; e ben lo merita per essere una delle più cospicue per la sua antichità, che ascende ai re goti, per la copia de’ suoi monumenti, oltre i gotici, dei longobardici, imperatori e regi, da Carlomagno al secondo Federico, e forse al settimo Arrigo, per la celebrità che ottennero le sue monete, a segno che corsero da un’estremità all’altra della Penisola. Muratori ne diede un lungo catalogo, a cui molte altre gli eruditi ne aggiunsero, [p. 478]e copulare se ne potrebbero ancora, ed il conte Carli comprovò la rinomanza di cui godettero nel medio evo.

Io non sono da tanto per addossarmene l’impresa non possedendo che ben pochi di quei nummi antichi; né agio avendo di consultare sul luogo i documenti necessarii all’uopo. Sono quindi costretto benché in altro tempo ne abbia avuto il prurito[34] di traversare inosservati nove secoli, dal VI al XIV (in ciò seguendo d’altronde il mio proposito) e di portarmi all’epoca in cui la Zecca di Pavia, scaduta dalla dignità imperatoria, diede fuori, con guadagno dell’onore nazionale, nummi improntati del nome dei Signori di casa Visconti. Questo avvenimento verificossi nel governo del secondo Galeazzo, fra il 1354 e 1378; poiché, sebbene la città fosse stata conquistata da Matteo I fino dal 1315, né questo principe né gli altri suoi discendenti che gli succedettero, usarono della facoltà sovrana di battere moneta. Il famoso Conte di Virtù, figlio di Galeazzo II predetto, la tenne inoperosa, in errore essendo caduto il conte Carli che nominò una moneta il pegione[35], siccome fabbricata in quella Zecca [p. 479]avvegnacchè trovasi frammischiata ad altre nei capitoli di un appalto nel 1402[36]; e che per la morte di quel principe, caduta in quell’anno, non potè sicuramente effettuarsi. In debole grado fu riaperta da Filippo Maria, tanto come conte principesco di Pavia nel 1402 suddetto, che come duca di Milano, dal 1412 al 1447; per la qual cosa rare sono le monete di tal fatta, pubblicate però tutte dal Litta[37].

A questo punto mi si concederà di notare di volo, che la Zecca di Pavia diede segno momentaneo di vita all’estinzione della dinastia viscontea nel predetto anno 1447, in cui si disciolse il ducato di Milano, ed ogni città alzò bandiera sua propria, con una monetina erosa inedita, (danaro, 1/12 di soldo) coperta di puri emblemi municipali indipendenti: (Bustino di S.Siro: S. SIRVS. — Crocetta: COMVNITAS PAPIE); da me veduta nel Museo Taverna[38]. Menzione ne ho voluto fare, per riputarla isterica di molto, in quanto insegna, che l’antica affezione e l’ossequio all’impero erano venuti meno nell’animo di quella popolazione.

Fin qui non altro che argento e biglione era stato coniato dalla sua origine, che dicemmo gotica. Ma dopo che Francesco I Sforza, aspirando al trono [p. 480]d’Insubria, innalzato in Milano dalla virtù dei Visconti, si rese padrone di Pavia e di altre città e terre circonvicine colle arti politiche piucchè militari, nelle quali tutte valentissimo era, la Zecca fu nobilitata col lavoro dell’oro, mostrandolo, cred’io, un rarissimo fiorino, unico anzi nella città nostra, da me posseduto: COMES FRANCISCVS COMES PAPIE AC CREMONE DNVS[39]; nonché altri fiorini ducali dal 1450 in poi, coiriscrizione DVX MEDIOLANI PAPIE, ETC. Argento puro e biglione, sappiamo, per l’industria di Bellini, che vi fu stampato, sebbene in assai poca quantità, vivente quel principe, nella doppia qualificazione di cui si trovò decorato.

Col duca Francesco I Sforza, mancato di vita nel 1466, si chiude la storia di quell’officina tanto famosa un tempo, non riscontrandosi più nei nostri musei monete aventi sopra indubbi segni municipali della città bagnata dal Ticino. Ne conta, come ho sentito dire da alcuni, che la Signoria di Pavia sia nominata in più monete di Galeazzo Maria Sforza e de’ suoi successori; poiché la testina mitrata e nimbata di S. Ambrogio, incisa nel loro vertice, simbolo antico della nostra Zecca, fa testimonianza che uscirono dalla zecca di Milano.

In merito d’arte l’officina pavese tiene il vanto di aver preceduto nel risorgimento ogni altra città d’Italia, per quella meravigliosa figura del celeste Patrono, impressa nel 1364, o là intorno, in un grosso del secondo Galeazzo Visconti. Con questo breve cenno parmi di poter sorpassare i tempi anteriori, che si [p. 481]risentono della barbarie, che produsse l’invasione dei popoli settentrionali in tutta Europa; né parmi altresì di aver bisogno di soffermarmi sull’epoca brillante di Carlomagno, che intrapreso aveva a dirozzarla, non essendo stato che un lampo fuggitivo scomparso alla sua morte.

Per ultima parte che resta, scenderemo alle ricerche economiche. Tuttoché fuori del mio istituto, io qui mi sento stimolato di versare, alquanto in generale, sopra la denominazione ed il valore dei nummi pavesi antichi, oltre i tempi sforzeschi e viscontei; e ciò farò non tanto per il desiderio, che n’ebbi un giorno, manifestato di sopra, quanto per la speme, in cui sono, di recare cosa grata agli studiosi e utile alla scienza.

Dall’anno 1315 segnato già, in cui la metropoli fastosa del regno d’Italia passò a far parte dello Stato di Milano, e sicuramente dopo il 1354, quando il secondo Galeazzo aprì quella Zecca con impronti suoi propri, dubbio non può esservi che corresse moneta imperiale di valore eguale a quella della metropoli. Di questa verità ampie prove troveremo alle rubriche viscontee e del primo Sforza nella uniformità del loro peso e bontà, benché differenti sieno i tipi per i segni municipali propri in allora di ogni zecca italiana. Ed un economista, senza ispezione di monete, se ’ne persuaderebbe tosto dal prezzo di soldi 32, per li quali era ugualmente nelle due città tassato il fiorino d’oro. Che moneta pure col nome d’imperiale sia stata vigente immediatamente dal tempo di Federico I, quando rivendicar volendo in Italia le così dette regalie, ossiano i diritti di sovranità, fra cui il gius della moneta, ne comandò la battitura in testa propria e per suo utile nel 1163 in un villaggio poco lungi dalla città nostra [p. 482]stra in allora deserta, chi mai lo potrà mettere in forse, sapendosi dalla storia, che sudditi fedeli e devoti costantemente gli si serbarono i Pavesi; che validamente lo aiutarono nella guerra contro Milano, e che la città loro fece quell’imperatore per sua sede, dopo l’eccidio della nostra? Alcuni scarsi documenti lo additano, e per tutti può bastare il concordato del 1254, nominato già, fra sette città lombarde, in cui Pavia trovasi registrata, di coniar uniforme moneta imperiale; denominazione a ragione adottata dal privilegio originario imperiale, comune a tutte.

Dal secolo XIII retrocedendo al V, in cui la Zecca di Pavia ebbe principio coi re goti, che scacciati da Ravenna, passarono a stabilirvi la loro residenza, bisogna distinguere due epoche: la Carolingica del 773, che si amalgama, finita quella dinastia, colla imperatoria e regia d’Italia e di Lamagna fino a Federico I; la gotica e la longobardica da riguardarsi per una sola. Non è bisogno di ridire, dopo tutto quanto indietro fu trattato di proposito, che di lire soldi e danari di fino argento, o quasi, si compose il sistema monetario di Carlomagno, né d’ingolfarsi nelle vicissitudini cui soggiacquero quei valori. Bensì mancare non posso di far rimarcare, meglio che non feci da principio, un periodo luminoso dell’officina pavese che si distende nel secolo IX, in cui le due monete corsero assieme a quelle di Lucca, d’impasto eguale, ricercatissime, ed anche contraffatte per tutta Italia.

Innumerevoli carte di quel tempo ce lo insegnano; e troppo lungo sarebbe di qui trascrivere i tanti brani, rimandando i curiosi a Muratori, a Carli e ad altri padri della scienza nostra. Dei Goti e Longobardi infine dovendo esporre alcun che, farò noto, rispetto ai primi, che non abbiamo di essi, trapiantata [p. 483]ch’ebbero la sede in Pavia, che una sola moneta di rame del re Baduila, che crederei appartener possa alla classe dei sesterzi antichi. Sono indotto in questa opinione dai molti danari e quinari d’argento stampati prima in Ravenna; dai quali resta chiarito, che il tipo romano era stato mantenuto da quei conquistatori, che la corona d’Italia tenevano, come in feudo dagli imperatori di Bisanzio (a nome dei quali il gran Teodorico assaltato aveva e vinto Odoacre), e le di cui immagini infatti li successori suoi vi posero sopra. Saggiamente pure i Longobardi, non per vincoli politici, a cui non furono astretti giammai, avendo avuto anzi tributari, invece di superiori, i Greci-Romani, ma per ragioni economiche, rispettarono la memoria di Roma; dimostrandolo i loro semissi e tremissi d’oro, simili in questo agli indipendenti re goti di Spagna e merovingi delle Gallie. Vedi Le Blanc ed il pregevole recente lavoro del Cav. di San Quintino. Ma già tutti sanno che il grande cangiamento non fu operato dai barbari che rovesciarono l’Impero Romano, sibbene da Carlomagno.




VII.


PIACENZA.


Abbenchè questa nobilissima città, antica colonia romana ed illustre Comune del medio evo, sia stata lungamente soggetta ai Visconti e dopo agli Sforza, e fosse decorata di propria zecca avanti la loro dominazione, [p. 484]pure una sola moneta se ne conosce, attinente alla prima dinastia e nessuna dell’altra. Il secondo Galeazzo Visconti, che ne fu signore nel 1355, si è quel principe che ci fornisce un pezzo rarissimo in argento, custodito in Brera, da dove l’estrasse il cav. Litta per renderlo di pubblica ragione. Se non che lo attribuì esso al primo Galeazzo, che consegui il dominio di Piacenza nel 1313 per il primo di sua casa, del quale abbaglio saranno date ampie prove a competente posto[40].

Chi fosse del resto desideroso di penetrare nella storia di quest’officina, consulti il Locati ed il Poggiali; leggerà nell’uno, in lingua volgare, il diploma del re Corrado II del 1140, che conferma la facoltà di monetare, concessa già dagli imperatori Enrico IV e V[41].

Nel secondo poi dei detti scrittori[42], due tavole bastantemente bene incise gli offriranno in bell’ordine tutte le monete battute nel corso de’ bassi tempi, sino al risorgimento totale delle scienze, delle lettere e delle arti. Le più antiche hanno principio dal re Corrado suddetto, nessun impronto scoperto essendosi [p. 485]dei due monarchi antecedenti; e sono grossi e danari dei secoli XII e XIII; avvertendo, a proposito dei grossi, che il Locati li dà coniati nel 1218 (pag. 119), cosicché Piacenza avrebbe per la prima città d’Italia il vanto di aver dato principio a sì famose monete dei bassi tempi. Manca la viscontea che dissi, ma del principio del 1400 due rarissime vi sono, che saranno illustrate a suo tempo, siccome immedesimate colle viscontee, a mio giudizio. Infine succedono quelle dei Papi Leone X, Adriano VI, Clemente VII, che tennero Piacenza e anche la vicina Parma, come presto vedremo, a chiudere la serie degli oggetti, che più particolarmente si confanno ai nostri studî.




Appunti annessi


alla Zecca di Piacenza.


Il famoso concordato tenutosi in Bergamo fra li deputati delle città di Pavia, Piacenza, Padova, Cremona, Brescia e Bergamo, stabilì per articolo I: quod moneta grossa fiat quae valeat quilibet denarius grossus IV imperiales; (Poggiali, vol. V, pag. 256. Piacenza 1758).

Menzione del 1328 vi è in Poggiali istesso (Vol. V, pag. 190), di alcune nuove monetine battute, cioè, mezzanos et grossos, valentes sex denarios.

Poggiali si era impegnato a trattare, ex professo, delle monete coniate nei secoli di mezzo in Piacenza o che vi ebbero corso (Vol. V, pag. 256), ma non tenne parola.

[p. 486] Lo stesso, (Vol. IV, pag. 171 e, seg.) sotto l’anno 1140, riporta, un estratto del diploma pubblicato dal Locati, dal Muratori e da altri, del re Corrado ai Piacentini, in cui confermò ad essi la facoltà di batter moneta loro: ab antecessoribus nostris Henrico IV et Henrico l’imperatoribus collatam, concessarti et confirmatam. Sembra però che, se non dopo l’anno 1140 predetto, quella città non abbia veramente usato del privilegio che teneva; le monete più antiche, che si conoscono, hanno il nome del re Corrado II, Conradi regis secundi. Anzi per ragione dei caratteri deformati, che vi sono sopra, sono da stimarsi coniate dopo qualche tempo dalla pace di Costanza nel secolo XIII. Il cronista di Piacenza, Antonio Musso, dando contezza di questo diploma, che impropriamente chiama privilegium faciendi monetam dice: eodem anno moneta fuit incepta fieri (Vol. 16, 20. Rerum Italicar.); ma è scrittore favoloso ed oscuro.




VIII.


VERONA.


Abbiamo veduto li magnanimi nostri primi Visconti affaticarsi coll’armi e col consiglio, per il corso del secolo XIV, a creare uno stato potente in Italia, che valso avrebbe a farla risorgere all’onore di Nazione. Le cinque Zecche di Como, Cremona, Bologna, Genova e Pavia, poc’anzi noverate, abbastanza lo mettono in chiara luce. Proseguendo nell’aperto [p. 487]cammino, se ne incontrano di questi tempi altre tre, contemporaneamente aggiunte alla metropolitana nostra, e sono: Verona, Padova e Siena, città che mostrano il dominio visconteo dilatato dalle radici dell’Alpi al cuore dell’antica Etruria, e dall’uno all’altro mare, di cui natura fe’ dono.

Cominciando dalla prima nominata, nella Raccolta dell’Argelati e dello Zanetti[43] se ne ha la storia dal suo nascere, fino a che durò, scritta dal Zagata e dal marchese Dionisi, corredata quest’ultima da giudiziose note di Zanetti. A questi scrittori si deve aggiungere il conte Carli, che ne trattò di volo in più riprese. Scorrendo le loro opere, si raccoglie per mera congettura, tratta dall’analogia del sistema politico dei Longobardi eguale ai Franchi, che zecca in Verona sia esistita nel dominio dei predetti Longobardi, mentr’era governata dai duchi, siccome si sa da Le Blanc esservi state zecche assai numerose in Francia a quel tempo coi Merovingi, e Carolingi dopo, nelle città capitali di provincia dove risiedevano i duchi e governatori. Maggiore è la probabilità che si affaccia coi Franchi, dacché Pipino, figlio di Carlomagno, fu spedito dal padre a farvi residenza. Per questa ragione, che dove è il principe stabilmente dimorante, ivi è la zecca, non si può dubitare che il primo Berengario re e poscia imperatore, che vi soggiornò tanto tempo e vi mori, non abbia coniato moneta; e già un documento del 921, vivente esso Berengario, accenna ad un Domenico, Monetario della città di Verona[44]. Tipi per altro col nome di monarchi del secolo VI al X, forniti di [p. 488]marchio veronese, non sono passati alla posterità[45]. Cogli Ottoni, e senza tema col primo, per un documento del 969, in cui si parla di danari buoni spendibili nella città di Verona, si comincia a noverarne i coni positivi, che poi si reggono continuamente cogli Enrici; e fa allora che celebri diventarono le monete veronesi per il gran corso che ottennero nelle città italiane. Durante la libertà che ci fruttò la pace di Costanza, se ne sostenne la buona fama, avendo gareggiato a fronte degli altri municipi, con squisiti grossi ad ampliare e perfezionare il sistema monetario. Operosa pure tennero la Zecca gli Scaligeri dei secoli XIII e XIV, ed il nostro Conte di Virtù, fra il 1387, in cui conquistò Verona, ed il 1402 in cui morì. Per un secolo intiero, dal 1405 al 1505, chiusa rimase nel primo dominio dei Veneziani, che con una politica infausta all’Italia squarciarono, nella prima metà del 1400, il vasto e potente Ducato di Milano; allorché venne riaperta, con stupende incisioni, ornate di ritratto, dall’imperatore Massimiliano I, che s’impossessò della città nel 1506 per li patti della famosa Lega di Cambrai. Nuovamente infine si trovò chiusa e per sempre nel 1516, quando la Repubblica veneta ricuperò le provincie di terra ferma.

Non altro esigendo il mio istituto, che di toccare del Conte di Virtù, accennerò le monete che se ne hanno[46]. D’oro siamo mancanti, ma diverse se ne [p. 489]contano in argento ed in alto e basso biglione; cinque furono pubblicate dal cav. Litta, sotto i numeri 57, 58, 59, 60 e 61, nel fascicolo dei Visconti; ed una io vi aggiungerò inedita, in mia podestà, nella rassegna che farò a suo tempo, sì di queste che di ogni altra altrove fabbricata e portante il suo nome.




IX.


SIENA.


In campo or viene altra zecca di quelle città italiane, che al pari di Genova toste venduta, hanno battuto moneta avanti la pace di Costanza, senza privilegio imperiale per generoso sentimento d’indipendenza; però con questo notabile divario, che quella, di cui andiamo a discorrere, fece uso aperto di emblemi suoi propri, per norma delle genti, non falsando turpemente gli alieni, siccome operò l’altra, imitante il conio di Pavia, corrente in allora e celebrato per tutta Italia.

In Muratori sono a riscontrarsi i documenti per li quali è dimostrato che Siena era in possesso della prerogativa sovrana, di cui ci occupiamo, nell’anno 1170.

I tipi che se ne hanno sono di diverse foggie; i più (e sono gli antichi), tengono l’iniziale S e croce nelle due facciate; altri N • D ed un Angelo; ed uno ve n’ha, singolare, reiteratamente prodotto da Bellini, che mostra la famosa Lupa lattante di Roma. Le [p. 490]iscrizioni suonano ognora le stesse ed onorevoli ognora, senza marcino, vale a dire, d’imperante oltramontano: SENA VETVS CIVITAS VIRGINIS, nel davanti ed ALPHA ET OMEGA, PRINCIPIVM ET FINIS, di dietro.

Fino a che tempo abbia durato l’officina senese, la storia è solo quella che ce lo può indicare; nessuno di proposito ne scrisse finora[47]. Argelati ne tacque; Carli e Zanetti ne dissero di volo e poco. Sicuramente esistente nella prima metà del XII secolo, ha continuato per altri quattro, al XVI, fino a che quella città piegar dovette il capo nel 1659, al giogo mediceo, dopo di aver difeso valorosamente la sua libertà contro la potenza formidabile di Carlo V.

Ad onore di quei forti repubblicani, è da sapersi che, quando furono costretti a darsi per vinti agli imperiali nel 1555, popolo ed ottimati, sdegnando di sottomettersi, si ritirarono sul monte Alcino, presidiato da soldati francesi, e vi si sostennero per ben quattro anni con gloria; creati magistrati proprii, e battuta moneta, con iscrizione d’immortalità degna: RESPVB. SEN. IN MONTE ILYCINO, marcata degli anni 1555 al 1559, al di sotto della romulea Lupa lattante.

Officio mio sia in adesso di dar conto di quel tanto che ci appartiene di cotali monumenti della grandezza italiana; locchè fare non potrei, senza toccare il punto più luminoso della storia viscontea, in cui sta seduto maestosamente il terzo Galeazzo.

E dirò di questo principe di gran mente e di [p. 491]gran cuore, che aspirando a cingere la sua fronte del serto d’Italia; debellati prima gli Scaligeri e i Carraresi, assoggettata poscia Bologna e parte dello stato della Chiesa fino ad Assisi; poste le sue insegne a sventolar nell’uno e nell’altro mare, con Pisa e Padova in sua balia, mirando ad impadronirsi della Toscana, la signoria ricercò ed ottenne di Siena nel 1391, che tenne fino alla sua morte nel 1402. In questo intervallo di tempo oro ed argento fu battuto all’antica forma, che descrissi repubblicana, con l’unica varietà di una biscietta nel vertice diritto, dov’è l’iniziale della città, per denotare con tale insegna il Sire che la dominava. Ignorati erano dai nostri scrittori questi tipi, quando il conte Litta li pubblicò nel 1828; conosciutissimi per altro si trovarono in Milano, provveduto essendone ogni Museo.

Caduto al cadere del famoso Conte di Virtù l’impero della vipera, e ritornata Siena alla pristina libertà, ha fine questo stampo singolare e raro.




X.


PARMA.



Dobbiamo al valore del maggior capitano del secolo XV, Francesco Sforza, se la Zecca di questa città aggiunge ornamento alla raccolta nostra.

Il Padre Affò ne scrisse degnamente una storia compita, dalla sua origine ai giorni nostri, pubblicata da Zanetti. Potrà ognuno ivi accertarsi, giacché tutte le sue parole da documenti o da severe e giuste [p. 492]argomentazioni non trovansi mai scompagnate, che la Zecca di Parma posto in disparte l’apocrifo diploma di Corrado il Salico imperatore, 1207, a cui credo si possa copulare il nummo muratoriano di quel monarca, la Zecca di Parma, dissi, era già aperta nel 1207, regnando il re di Germania Filippo di Svevia, probabilmente per sua concessione, essendovi il suo stampo. Alla foggia delle altre città italiane continuò per tutto il secolo XIII e parte del XIV, con grossi e danari onorevolissimi, improntati del nome di Ottone IV e Federico II, e in seguito, di puri caratteri repubblicani. Caduta Parma stabilmente nel 1346 sotto il dominio dei Visconti, dopo di essere stata soggetta ora a papi, ora ad imperatori e monarchi tedeschi ed ora agli Scaligeri, la sua zecca rimase per un intiero secolo chiusa, finché, estinta quella nostra dinastia, diede fuggitivo segno di vita per due monetine erose, ch’io conservo, una delle quali inedita, autorizzate a richiesta del municipio, dal gran Capitano che nominai da principio, e di cui portano difatti il nome: e queste sono le sole che si contano della casa Sforza colà sorta, quantunque essa ne abbia tenuto la Signoria per quattro generazioni di duchi. Mancanti similmente siamo dei coni dei due re di Francia, che conquistarono al principio del 1500 il Ducato di Milano, di cui erano membri Parma e la vicina Piacenza. Ma in questo torno moltissime ve n’ha di pontificie, attinenti a Leone X, Adriano VI, Clemente VII; in cui mi fermo per non oltrepassare l’età di mezzo, che de’ nostri studi è precipuo scopo.

Poche osservazioni mi chiama a fare il mio assunto, intorno l’arte e i sistemi monetari, che furono vigenti sulle sponde del Taro, nel periodo che ci spetta. Sul primo conto dirò, che gli stampi dei [p. 493]Papi corrispondono alla fama del secolo di Leone X che li vide nascere; che le due nostre minuzie della metà del 1400 non valgono la pena d’essere nominate; e che ognun può immaginare le rozze fatturo del 1200, fra le quali una ve n’ha, rimarcabilissima, detta il nummo vittoriato, con ritratto di Federico II, di cui non può darsi, ne vi è, cred’io, in tutta la numismatica italiana del medio evo, cosa più deforme.

Riguardo al secondo punto è da sapersi, che la lira imperiale, creata da Federico Barbarossa nel 1163, e fatta nostra propria nel 1185[48], trovavasi in corso al principio del secolo XIII in Parma; allorché, apertasi la zecca colla battitura dei danari del re Filippo, nacque la lira parmigiana della forza di solo 1/3, che corse, come da noi la terzola, frammischiata all’altra. Sotto i Visconti e gli Sforza la moneta legale fu l’imperiale di Milano, siccome manifesto è che doveva succedere. Lo provano le carte tratte dagli archivi dal benemerito Affò, e lo dimostra l’eguale tassazione del fiorirlo d’oro nelle due città[49].

[p. 494]

XI.


ASTI.


Questo ricco e potente Comune dell’età di mezzo ottenne il diritto di monetare da quel medesimo re Corrado II, che l’aveva già conferito ai Genovesi; il diploma fu pubblicato dall’Ughelli e riprodotto dal Carli, ed è dell’anno 1140.

Muratori ci diede una monetina erosa, sicuramente un danaro del secolo XII o XIII; poi vengono i grossi di buon argento, dei quali vi è notizia negli antichi statuti di Verona fatti dagli Scaligeri nel 1329[50], ed in San Quintino, che ne fa testimonianza nella sua dotta dissertazione sulle monete battute in Piemonte dai conti di Provenza nel secolo XIV[51]; oltredichè ogni ben composto museo italiano n’è fornito.

Pendente il dominio dei Visconti, cominciato l’anno 1346, non si hanno, come fu veduto di Parma, monete di sorta. A pascere l’occhio di monete patrie od almeno coperte di emblemi di pertinenza nostra, conviene portarsi alla metà del secolo XIV, quando i reali di Francia, già padroni d’Asti dal 1387, per doto di Valentina Visconti impalmata a Luigi duca di Turenna e conte di Valois, la posero in lavoro,, facendone uscire copiose monete d’oro, argento e biglione.

In Le Blanc stanno i coni di Carlo duca d’Orleans, figlio della predetta duchessa Valentina e di Lodovico, [p. 495]tanto come duca titolare di Milano, che principe nostro di fatto, montato che fu al soglio francese ed operata ebbe la conquista, nei 1499, della patria nostra. Ma sì di queste produzioni, come di quelle dell’altro re Francesco I, ne sarà trattato a lungo a suo posto[52].

Con la cacciata dei Francesi dall’Italia, avvenuta per la battaglia di Pavia e la prigionia del re Francesco suddetto nel 1524, ebbe fine, si potrebbe dire, la zecca d’Asti. Poiché, quantunque l’imperatore Carlo, diventato padrone d’Asti e di tutto il Ducato di Milano, per la pace di Cambrai del 1529, vi abbia battuto moneta e singolarmente un bellissimo testone (pubblicato da Bellini)[53] col ritratto e coll’impresa sua favorita, che vedremo più volte, di due colonne in acqua; pure la città fu ceduta poco dopo da quell’augusto ai duchi di Savoja, con che restò definitivamente privata dell’onore antico.

XII.


MANTOVA.


Si disputa fra uomini eruditissimi dell’origine di questa zecca; inclinando alcuni a farla ascendere al secolo X, con il terzo Ottone imperatore (996), ed [p. 496]anche al IX, col secondo Berengario re d’Italia (950); altri restringendola all’epoca della pace di Costanza (1183); su di che è a vedersi Muratori, Carli, la dissertazione di Leopoldo Camillo Volta in Zanetti[54], e lo stesso Zanetti nelle note che vi appose.

Ma più o meno antica che sia, illustre sicuramente fra le italiche, avvegnacchè ricca di monumenti variati e bellissimi, ella è per le prove che diede fuori nella lunga dominazione dei principi Gonzaga dal 1328 al 1708; emulato avendo, sotto il marchese Francesco Maria (1486), li contemporanei nostri testoni famosi. Onorevoli grossi emessi aveva di puro argento nel corso del 1200, ad imitazione delle città, fra le quali è situata.

Spossessato che fu il ramo Gonzaga, regnante in Mantova, da Carlo VI imperatore nel predetto anno 1708, per avere nella guerra della successione seguitato le parti francesi; e per il trattato di Radstadt del 1714, Mantova passata decisamente a far parte degli Stati di casa d’Austria, inoperosa restò quella zecca, fino a che dallo stesso imperatore fu riaperta nel 1732, con pessimo consiglio, per farne sortire ignobili monete, continuate poscia per il restante secolo dai suoi discendenti, meno il grande Giuseppe II, ed anzi peggiorate, come sarà dimostrato colle analisi a suo tempo, quando le riprodurremo.

Per le vicende politiche del 1796 la zecca di Mantova si trovò definitivamente chiusa; le monete ossidionali che ne abbiamo, si del predetto anno 1796, come le recenti del 1848, non appartenendo propriamente alla vera storia di una zecca.

[p. 497]Voglio far però sapere che l’imperatrice Maria Teresa, allorché dava opera al nuovo suo sistema monetario, ebbe il pensiero di conservare quell’officina e di farla lavorare sull’istesso piede della nostra. Una prova in stagno lo indica, da me posseduta, di una lira, per tipo e grandezza eguale alla nostra, colla differenza dell’arme, che rappresenta le aquile dei Gonzaga invece dei colubri viscontei; e dell’iscrizione, che omette la Signoria nostra e accenna l’altra MANTVAE DVX, coll’anno 1779, e col valore infondo: 3 lire, s’intende locali, corrispondenti ad una milanese. Saggiamente venne abbandonato un tale progetto per salvare in domini contigui, e con popoli di medesima razza, governati da magistrati e leggi comuni, la bella uniformità di un solo sistema monetario e l’incalcolabile vantaggio d’un solo conteggio[55].




XIII.

VENEZIA.


Uno Stato mirabile di tredici secoli di durata, che ha vinto la Sparta degli 800 anni e l’Impero Romano di 1200, ben doveva trovare naturalmente, mentre vigeva, scrittori che ne celebrassero lodi smodate, e che si siano affaticati di decorarlo, nella sua povera origine ed infanzia, di eminenti prerogative [p. 498]sovrane, che non potè sicuramente avere. Fra queste, piacque ad essi di annoverare la Zecca, di cui l’antichità altri fecero rimontare ai Goti, altri al primo o secondo Berengario e ad Ugo e Lotario, appoggiandosi su carte di enigmatico significato, o valendosi d’iscrizioni lapidarie per lunga età posteriori e di testimonianze di storici non coevi. Ma nessun danaro antichissimo, che esista di quei tempi, evvi genuino; e danari invece che si hanno coll’impronto VENECIAS (e si conoscevano fino d’allora che la questione cominciò ad essere ventilata, del secondo e terzo imperatore Carolingico, susseguiti dagli Enrici e dai Corradi), depongono contro tali pretensioni; le quali erano già state in genere abbattute o rese grandemente dubbiose, fino dal principio del secolo XVII, dall’autore del libro famoso: Squittinio della Libertà Veneta.

In questi ultimi anni il cavaliere di San Quintino, facendosi forte di un’ordinanza di Carlomagno dell’805 e 808, datata da Thionville, in cui prescrisse che la moneta in nessun altro luogo fosse battuta che nel suo Palazzo o Corte; ordinanza rinnovata da Carlo il Calvo, suo nipote, in Pistes nel 854, impugna ed atterra la Zecca di Venezia ed ogn’altra d’Italia; opinando per una sola fabbrica in Francia delle monete dei monarchi predetti, sorpassata avendo la difficoltà grave delle imperatorie tedesche, le quali chiaro è, che traggono la genealogia dalle prime[56].

Ma dato ancora che obbligatori siano stati i capitolari di Carlomagno per li suoi successori, locchè non è certo, e per riguardo a Lotario non so come [p. 499]sostener si potesse, se Corte o Palazzo si voleva a batter moneta, chi mai può mettere in forse, che Corti e Palazzi non siano stati per ogni dove, in Italia, dai re Goti passati ai Longobardi, e da questi nei conquistatori franchi[57]?

Contemporaneamente a questo scritto singolare di un uomo però di grande ingegno e dottrina, usci fuori la guida di Venezia[58], tenera sì fattamente delle glorie avite a sogno di snaturarle, per volerle di troppo ingrandire; usci fuori, dico, a voler far credere che Venezia abbia battuto quelle monete a profitto del suo commercio colla terra ferma contigua, vale a dire, falsandole, come vedemmo dai Genovesi oprar col conio imperatorio di Pavia: ma per l’onor di Venezia è a dirsi, che di sì turpe operazione non furono avanzate che gratuite supposizioni[59].

Certa in conseguenza, a parer mio, è la veneta zecca dal IX al XII secolo, per li monumenti lampanti suoi propri, ma come zecca imperiale o regia annessa al Regno d’Italia. Quando poi la dignità di nazionale abbia acquistato, lo mostrano i nummi di questo istesso secolo XII, che se ne hanno, col marchio della città e del Doge unitamente; e lo induce a far pensare la scaduta autorità degli imperatori [p. 500]d’Alemagna fra le guerre del sacerdozio e dell’impero . Se vero è, com’è verissimo, che in allora s’istituirono i Municipi, che ài crearono i consoli preposti al loro governo, che si formò e nacque la libertà d’Italia; non è meraviglia che i Veneziani, federati nelle loro forti lagune, fatti ricchi e potenti dal commercio del mondo allora conosciuto, abbiano alzato lo stendardo dell’indipendenza, coniando per la prima volta nummi in propria testa e col nome dei loro Dogi: Sebastiano Ziani (1172), Orio Malipiero (1179), Enrico Dandolo (1192)[60], per tal modo anticipando la determinazione, che per non dissimili cagioni, presero le repubbliche italiane, come vedremo nella seconda metà del secolo dopo, alla morte del secondo Federico.

Non sarebbe delle mie forze né del mio intendimento di proseguire nella storia della zecca veneziana, diventata nazionale o trasformata in austriaca nel 1798; in cui la repubblica veneta, stata conquistata dalle armi francesi, fu ceduta con quasi tutte le Provincie che la componevano, all’imperatore Francesco II col trattato di Campoformio del 1797, dettato da Napoleone Bonaparte, in allora semplice generale comandante l’esercito francese in Italia.

Bensì dopo sette secoli di abbandono, ripigliar ne debbo il discorso, per registrare altro avvenimento straordinario e clamoroso della mia età, la perdita di Venezia fatta dall’Austria nella guerra del 1805 contro Napoleone, diventato imperatore dei Francesi e re d’Italia; e l’aggregazione che ne successo al Regno nostro ordinata da quel monarca; per le [p. 501]quali cose patrie, qui per la tredicesima ed ultima si affaccia con meraviglia l’officina monetaria, che fu già in dominio della superba città, regina un giorno dell’Adriatico mare e Jonio. Conî ne abbiamo senza interruzione dal 1807 al 1813, in argento o rame, eguali a quelli che si stampavano a Milano e a Bologna, meno l'oro, riservato alla metropoli. Però è da sapersi che nel nobilissimo metallo non si cessò colà di lavorare giammai; avvegnacchè zecchini dell’antica rozza fattura, per milioni e milioni si fabbricarono continuamente per il commercio del Levante, com’era già accaduto nella prima occupazione austriaca.

Caduto nel 1814 l’impero napoleonico, invaso e disciolto il Regno d’Italia, la Lombardia e la Venezia ritornate sotto il giogo dell’Austria, col trattato di Parigi 11 maggio di detto anno, la zecca veneziana prosegui operosa negli antichi zecchini, frammischiandoli di pochi talleri e lire di convenzione vale a dire, della norma tedesca: finché giunse il 1822 a mettere in pura mostra, tanto a Venezia che a Milano, un imperfetto sistema monetario in tutti tre i metalli, morto appena nato, e che, non avendo servito al vero e nobile suo scopo della circolazione, servire potrà, rifugiato com’è fra le anticaglie dei nostri musei, ad esercitarvi sopra la critica di dotte penne per il ben pubblico futuro.




  [p. 502]

XIV.


BRESCIA.


A cagione di una sola monetina di Bernabò Visconti, che vedremo a suo posto, mi trovo in necessità di toccare di questa zecca in via dubitativa.

Contiene un tal pezzo nel campo, parmi rovescio, chiuso entro scudo di forma gotica, le lettere D • B •, che Muratori, nel pubblicar che lo fece, non ardi dì proferire significar potessero: Signore di Brescia: Certe ergo non ausim heic interpretari: Dominus Brixiae.

Con pace di quel grand’uomo, io veramente non troverei si grande ostacolo a supporre che questa moneta abbia potuto essere stata coniata in Brescia e che ne porti l’intitolazione[61]. Fu Bernabò in vita sua Signore di quella città, toccatagli fino dalla prima divisione del 1354 con Matteo e Galeazzo suoi fratelli; e Brescia aveva la sua propria zecca da Federico I, continuata nell’evo repubblicano, e che diede segno anche dopo di Bernabò quando venne dominata, nei primi anni del 1400, da Pandolfo Malatesta; per diversi nummi che possediamo, e [p. 503]che lo stesso Muratori, e molto più Bellini, fecero conoscere. La mia proposizione ha però bisogno di essere avvalorata, locchè aspettar si può da qualche erudito di quel paese, che regalar volesse la repubblica letteraria di una storia di quella Zecca, scritta di proposito e ordinatamente, non avendo l’abate Doneda fatto che delibar, la materia.

Per difetto di questa desiderata scrittura siamo all’oscuro del diploma di concessione, che di certo non può essere stato che del primo Federico, qualche anno prima della pace di Costanza, o immediatamente dopo. Ignoriamo parimenti il tempo preciso in cui siasi dato mano ad approfittare del conseguito privilegio; ma per il documento di cui fu fatto cenno trattando della zecca di Cremona, si può fissare all’anno 1183, od all’anno dopo, l’apertura dell’officina monetaria bresciana. Il Doneda ha dimostrato che moneta patria si nominava già in una sentenza arbitrale del 1184, data in quella città[62], per tacer di due cronache di quei tempi che ne parlano[63].


XV.


PADOVA.


Incerta è la fondazione di questa Zecca, volendola taluni far derivare da Arrigo II imperatore, nel 1046; su di che è a vedersi Muratori, che ristampò con dubbiezza [p. 504]il diploma pubblicato dallo storico Orsato, concesso al vescovo Bernardo, ed il Brunacci che sentì diversamente[64]. Comunque sia la cosa, certi solamente siamo, che alla metà del 1200 la zecca di Padova era aperta, testificandolo grossi di prelibato argento coll’iscrizione: PADVA REGIA CIVITAS, pubblicati da Muratori e da me posseduti ed analizzati. Di questa sorta di monete, fabbricate nelle libere città d’Italia in quell’era di generale riordinamento monetario, ne fu discorso indietro. Sopraffatta quella repubblica dai Carraresi, quella zecca prosegui a lavorare col nome e coli’ insegna dei loro principi; finchè cessò di esistere per l’acerbo fato che colpi quella stirpe, estinta sotto la mannaja degli ambiziosi e crudeli oligarchi veneziani nel 1407[65].

Venti anni prima di questa tragedia, vale a dire nel 1387, Padova era caduta in podestà del nostro Galeazzo III Visconti, che la conservò fino alla morte, nel 1402. Ora, dell’intervallo di questa dominazione abbiamo una preziosa, rarissima moneta col predicato: D. MLI PADVE, di forma perfettamente consimile ad altra battuta qui da noi, colle sole parole: D. MEDIOLANI.

Sul dubbio quindi che possa aver sortito i natali nell’una piuttosto che nell’altra città, ragioni essendovi tanto pro che contro, debito mio era di far parola della zecca posta in riva al Brenta, come fu della precedente bagnata dal Mella.

Per figurar milanese la monetina in discorso, si appresenta la conformità del tipo, invero calcolabil cosa, poiché ogni zecca italiana di quei tempi aveva [p. 505]uno stile e dei contrassegni suoi propri; per crederla padovana concorrono più indizi: l’esistenza della zecca, la politica viscontea, di cui fu gran maestro il famoso Conte di Virtù, intesa a lusingare da principio i popoli conquistati, colle antiche reminiscenze salvate, e gli esempi già veduti, in particolare dpi principe di cui stiamo parlando, a riguardo delle zecche di Verona e di Siena, Gli eruditi, frugando nei polverosi archivi, potranno chiarire questo punto oscuro della numismatica loro patria[66].

Note

  1. (1) Quest’Articolo forma il Capitolo XXII del Discorso Preliminare del Conte Mulazzani alla sua Illustrazione delle Monete milanesi, e porta il titolo: Compendio storico delle zecche patrie della Collezione. Trattando questo Capitolo non solo della zecca di Milano e del suo Ducato, ma anche di altre zecche italiane, che nel suo medagliere facevano contorno alle milanesi e che con queste hanno più o meno rapporti, non abbiamo potuto conservare il titolo proposto agli altri scritti di questo autore, che abbiamo pubblicato: Studii economici sulle monete di Milano, e abbiamo adottato, come più opportuno, il seguente: Compendio storico di quindici zecche italiane.
    L’Articolo porta la data del 1852. È quindi naturale che, dopo ben 37 anni, altri studii ed altre scoperte abbiano in qualche parte modificato le opinioni d’allora, come andremo mano mano indicando. Tuttavia, sia per la parte economica che per la parte storica, lo scritto del Conte Mulazzani presenta ancora grande interesse, e può riuscire utile e gradito agli studiosi della numismatica patria. (F. ed E. G.)
  2. Muratori. Antiq. Ital. V. 2, Diss. 27, pag. 189. — Verri. Storia di Milano, pag. 25.
  3. Verri. Storia di Milano. Pag 39. — Una esistente nel Museo di Brera è falsa.
  4. La celebre collezione Verri è ora posseduta dal Conte Lorenzo Sormani Andreani, il quale l’ha in questi ultimi anni notevolmente aumentata, ed è la più bella e ricca serie privata di monete milanesi. Di questo prezioso tremisse di Desiderio col flavia mediolano ne venne lo scorso anno alla luce un altro esemplare, che ora si trova nella Collezione Gnecchi.

    (F. ed E. G.)

  5. Ho detto nell’Europa cristiana, per non comprendere la Zecca di Costantinopoli, nata, si può asserire nel 330 coll’inaugurazione di quella città successa in detto anno, ma che passò nel 1453 in dominio dei Turchi.
  6. Durante poi la dominazione austriaca dello scorso secolo, in soli 27 anni furono coniati più di 400 milioni.
  7. Vedi l'opuscolo citato, pag. 7.
  8. Moneta imperiale e regia dell’evo repubblicano, pag. 6, ecc.
  9. Per le Monete milanesi di Lotario II e di Corrado il Salico, venute recentemente alla luce, vedasi: Gnecchi, Monete di Milano, (F. ed E. G.),
  10. La Collezione numismatica, che esisteva presso la Biblioteca Ambrosiana e che por la massima parte era costituita dalla Raccolta del Conte Luigi Castiglioni, fu nel 18S5 incorporata colla collezione del Museo Artistico municipale, la quale è oggi la più ricca e la più bolla Collezione di Monete milanesi che esista.

    (F. ed E. G.)

  11. Sulla moneta dei Longobardi in Italia; lezione detta il 27 aprile 1831 nella B. Accademia Pontacìana di Napoli.
  12. Vol. I, pag. 198.
  13. Muratori in Argelati. Vol I, pag. 59, 72, 79.
  14. Vol. II, pag. 359.
  15. Dall’epoca in cui scriveva il nostro autore, vennero alla luce molto pubblicazioni, che trattano di questa zecca, e che no illustrano monete inedite. Ne scrissero fra gli altri: Girolamo Amati, Solone Ambrosoli, Camillo Brambilla, Domenico Promis, Pietro Rovelli e Alberto Rusconi. Quest’ultimo illustrò la serie delle Monete dei Rusca nella sua opera: Memorie storiche del Casato Rusca o Rusconi, (Bologna, 1874-77; in fol.)

    (F. od E. G.)

  16. Il Padre Tonini, in un suo importante lavoro sulla Zecca Cremonese pubblicato nel I Volume (1868) del Periodico di numismatica e sfragistica dello Strozzi, fissa la data certa dell’apertura di quella Zecca all’anno 1155. Rimandiamo i nostri lettori a quell’interessante studio, il quale comprende tutto il periodo della zecca Cremonese e completa il cenno dato dal Conte Mulazzani, pubblicando buon numero di monete allora sconosciuto, e dandone anche i disegni.

    (F. ed E. G.).

  17. Vol. 2, pag. 273-4.
  18. Muratori, fig. 1, 2, 3, 6, — Ala Ponzoni — Giovanni Gonfalonieri, tav. in fine, 2, 8, 4.
  19. Litta, Famiglie celebri italiane fasc. dei Visconti, fig. 13, 14, 15. Rubrica di Azone Visconti, fase. 3, pag. 2.
  20. Il P. Tonini (op. citata) dà il disegno di cinque monete di Grabrino Fondalo, oltre quella che porta il titolo di Marchese di Castelleone. Un’altra fu pubblicata nel 1882 da Vincenzo Promis.

    (F. ed E. G.)

  21. Dissert. 1767, pag. 106, fig. 2.
  22. Ivi fig. 3, 4.
  23. Figura 16 del supplemento.
  24. Figura 21, 22, 24, 25.
  25. Questo tipo esiste in oro e in argento. (F. ed E. G.)
  26. Oltre gli scrittori anteriori al Mulazzani e ai già citati P. Tonini e V. Promis, trattarono di questa zecca, il Robolotti, lo Schweitzer, il Muoni, il Lopez, il Koehne, ecc. Vedi Gnecchi. Saggio di Bibliografia numismatica delle zecche italiane, ecc. (F. ed E. G.)
  27. Capo XX.
  28. Sigonio, De Episc Bononiens.
  29. Dissert. 1755, fig. 1 Dis. 1767-11, 19.
  30. Fasc V. dei Visconti, tavole delle monete, fig. 22, 25 o 26.
  31. Numerose pubblicazioni uscirono in questi ultimi anni ad illustrare le monete battute a Genova da principi milanesi. (Vedi Saggio di Bibliografia cit.) La più importante sotto questo rapporto è la seguente: Dell’origine della Zecca di Genova e di alcune sue monete, dell’illustre D. Promis. (Torino 1871 in4, con 5 tav.) (P. ed E. G.)
  32. Per le monete battute a Genova dai due sovrani francesi, Lodovico XII e Francesco I, vedi la bell’opera dell’Hoffmann: Les monnaies royales de France, etc. (Paris 1878, in-4).

    (F. ed E. G.)

  33. Questa Zecca ebbe nel 1888 la sua splendida illustrazione nell’opera del Cav. Camillo Brambilla dal titolo: Monete di Pavia raccolte e ordinatamente dichiarate (Pavia, 1883, in-4° con dodici tavole). Chi intende occuparsi di questa zecca troverà in quella bell’opera tutto quanto vi si riferisce, e l’illustrazione di tutte le monete pavesi venute alla luce dall’epoca in cui scriveva il Conte Mulazzani.

    (F. ed E. G.).

  34. Sono 18 anni dacché, avendo avuto l’onore di fare la conoscenza col signor Marchese Luigi Malaspina di Pavia, chiarissimo letterato, fai richiesto della mia opinione sa di una moneta antica di quella Zecca da esso posseduta, appartenente ad un Arrigo, al che mi prestai, scrivendo una Memoria, Pago essendone rimasto, anche per il giudizio che gliene diede il Conte C. O. Castiglioni, mi pregò di aiutarlo a fare una collezione di monete patrie, che aggiungere voleva al generoso legato dol suo palazzo, ricco di monumenti antichi longobardici e della copiosa galleria di quadri e singolarmente di stampe, alla sua città natale. Io ne avevo contratto Timpegno, e mi oro inoltre esibito di corredarle d’illustrazioni analoghe, locchò infino mi avrebbe condotto a scriverne la storia, allorché nelP anno dopo fu colpito dalla morte.

    (Nota dell’A.)

  35. Volume I.
  36. Argelati, Vol. III, pag. 59.
  37. Nel 1887 il citato Cav. Brambilla pubblicava un Fiorino d’oro di Filippo Maria Visconti con comes papie, recentemente scoperto (Vedi Saggio di Bibliografia citato). (F. ed E. G.)
  38. Vedi Brambilla (op. cit.), Tav. II di suppl. N. 6. L’autore cita appunto questa moneta, comò esistente nel Museo Civico di Milano, del quale entrò a far parte la collezione Taverna. Troviamo solo una differenza nelle leggende dei diritto citato dai due autori. Mentre il Mulazzani vi lesse semplicemente: s. sirvs, il Brambilla, nel disegno rappresentato, dà la leggenda s. sirvs, papie, che corrisponde perfettamente a quella della moneta esistente nel detto Museo.

    (F. ed E. G.)

  39. Un’altra varietà dì questo fiorino d oro è pubblicata dal Brambilla; una terza esiste nella nostra collezione, e la pubblicheremo tra breve.

    (F. ed E. G.).

  40. Il Conte Bernardo Pallastrelli in un suo interessante articolo, pubblicato nel 1874 sul Periodico di numismatica e sfragistica di Firenze (Volume VI, pag. 230-259), ragiona a lungo di questa moneta, mettendo a confronto l’opinione di due scrittori, il Litta e il Mulazzani, il primo dei quali attribuisce questa moneta a Galeazzo I, mentre l’altro l’attribuisce a Galeazzo II. Dopo molti e forti argomenti d’ordine storico, economico e paleografico, l’autore accoglie l’opinione del Litta e dà la moneta a Galeazzo I, attribuizione che ora è generalmente accettata. Gli studiosi, che si interessano a questa quistione, faranno bene a leggere questo importante studio del Pallastrelli; tanto più che l’autore, essendo stato amico del Conte Mulazzani, potò avere in mano quella parte de’ suoi scritti, dove si tratta della moneta di Piacenza, e ne pubblica un lungo brano.

    (F. ed E. G.)

  41. Cronaca di Piacenza, pag. 380.
  42. Memorie storiche di Piacenza, vol. IV, pag. 172.
  43. Vol. II, pag. 45 e seg. Vol. IV, pag. 203, ecc.
  44. Zanetti, Raccolta, ecc. Vol. IV, pag. 292.
  45. Si conoscono oggi monete di Verona col nome di Berengario II. — Vedi Gariel: Les monnaies royales de France sous la race carolingienne. Strasbourg, 1883-85; in-4° con tav.

    (F. ed E. G.)

  46. Per queste monete di Gian Galeazzo, vedi il bell’articolo del Longpérier: Monnaies de Jean Galeaz comte de Vertu en Champagne, inserito nella Revue numismatique française dell’anno 1859.

    (F. ed E. G.)

  47. Le Monete della Repubblica Senese, comprese quelle coniate a Montalcino, furono magistralmente illustrate dall’esimio Domenico Promis nella sua Opera: Monete della Repubblica di Siena, Torino, 1868: in 4° (con 8 tavole). Qualche altra moneta inedita comparve di poi in varii periodici ed opuscoli (Vedi Saggio citato).

    (F. ed E. G.)

  48. Capo XXI.
  49. Dall'epoca in cui scriveva il nostro Autore, molto nuove monete di Parma vennero alla luce e furono illustrato da valenti numismatici. Ne citeremo una sola, por noi importante, come quella che ha relazione coll'assunto del nostro Autore, essendo moneta battuta da un Visconti Signore di Milano e di Parma.
    Intendiamo parlare della moneta parmense di Bernabò Visconti, pubblicata la prima volta dal Pallastrelli nel 1856, e poi inserita (1864) nel I Volume della Rivista numismatica italiana dell'Olivieri. Per tal modo la serio delle monete battute da principi milanesi a Parma, anziché da Francesco I Sforza, comincerebbe da Barnabò Visconti. Per altre monete importanti di Parma, pubblicate nell’ultimo triennio, rimandiamo i nostri lettori alle opere citate nel nostro Saggio di bibliografia e specialmente agli interessanti studi corredati di tavole e pubblicati da Michele Lopez nei Volumi I, II e III del Periodico di numismatica e sfragistica dello Strozzi, e portanti il titolo: Aggiunte alla zecca e moneta parmigiana.

    (F. ed E. G.)

  50. Zanetti. Vol. IV, pag. 361.
  51. Pag. 12. Torino, Stamp. Ghiringbollo, 1837.
  52. Per le monete battute da Carlo d’Orleans, da Lodovico XII e da Francesco I ad Asti, vedi la bell’opera di D. Promis: Monete della Zecca d’Asti. Torino, 1853, in-4°, con tav. Quello dei due sovrani furono più tardi ripubblicate da H. Hoffmann nella sua opera: Les monnaies royales de France, etc. Paris, 1878, in-4°, con tav.

    (F. ed E. G.)

  53. Dissert. 1774, pag. 12, fig. 4.
  54. Vol. III, pag. 229.
  55. Per quanto riguarda le monete battute a Mantova dall'imp. Carlo VI e dalla figlia Maria Teresa, si veda la bella pubblicazione di Attilio Portioli: La Zecca di Mantova. Parte sesta: La Zecca austriaca Mantova, 1879, in-8° fig.

    (F. ed E. G.)

  56. Osservazioni critiche intorno all’origine ed antichità della moneta veneziana, Torino, dalla stamperia Reale, 1847, a pag. 12.
  57. Osservazioni critiche, ecc. pag. 12.
  58. Venezia e le sue lagune, 1847. Cenni storici intorno la moneta veneziana di A . . . Z. . . pag. 6-8.
  59. La quistione dell’origine della Zecca veneziana fa in tempi più recenti diffusamente trattata dai nostri numismatici, quali il Vincenzo Promis, il Padovan, il Papadopoli, ecc., i quali pubblicarono numerosi documenti, e modificarono sensibilmente a questo proposito le opinioni di trentanni fa.
    Ora poi, ci auguriamo che venga presto alla luce la tanto sospirata Illustrazione della veneta zecca del Conte Nicolò Papadopoli, la quale certo riassumerà tutto quanto si conosco ora sulla detta quistione e ne pronunzierà un autorevole parere.

    (F. ed E. G.)

  60. V. Bellini, Dissert 1755; pag. 98, fig. I. San Quintino citato figura 9, 10, 11 della tavola II.
  61. La moneta, a cui accenna qui il nostro Autore, è precisamente il Sesino di Bernabò da noi pubblicato nel nostro libro Le Monete di Milano (pag. 43, num. 17). Dall’epoca, in cui scriveva il Conte Mulazzani, a nessun autore è mai passata per la mente una simile ipotesi. Le iniziali D. B, che si scorgono sulla maggior parte delle moneto di Barnabò, compreso il pegione o tessera in argento (Gnecchi, N. 11; tav. VII, n. II, la quale non porta che emblemi milanesi), furono sempre interpretato por DOMINVS BERNABOS. Barnabò fu infatti padrone di Brescia; ma ci pare che, volendo dare sullo monete una testimonianza di quella sua signoria, egli l’avrebbe fatto in modo più chiaro e distinto, come fece, per esempio, sulla sua moneta di Parma.

    (F. ed E. G.)

  62. Zanetti, Raccolta, ecc. Vol. IV, pag. 410-412.
  63. Ivi e nota 274.
  64. Argelati, Raccolta, Vol. I, pag. 223.
  65. Muratori, Annali d’Italia.
  66. Fino a prova in contrariò, noi riteniamo che le trilline di Gian Galeazzo, le quali portano associato al nome di Milano quello di Padova o di Verona, siano state coniate nella zecca di Milano, tanto il loro tipo e la loro fabbricazione sono identiche a quelle che portano il solo nome di Milano. Avveniva spesso in queir epoca che, o por maggior sorveglianza e garanzia nella battitura o per la maggiore comodità di aver gli artefici e gli istrumenti, si coniassero nelle metropoli o nei centri di residenza del principe, le monete destinate a testimoniare una nuova e minor signoria.

    Osservando le monete coniate in Milano, da Gian Galeazzo sino alla fino degli Sforza, noi troviamo che la maggior parte di esse portano, unito al nome di Milano, quello di Pavia, o di Genova o di Cremona, ecc. Quelle realmente battute nelle città secondarie del Ducato hanno naturalmente il tipo delle rispettive zecche e di solito qualche emblema della città, di cui portano il nome.

    (F. ed E. G.)