Copernico - Poemetto Astronomico

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Giulio Ferrari

1766 C Indice:Copernico - Poemetto Astronomico.djvu Copernico - Poemetto Astronomico Intestazione 3 dicembre 2013 75% Da definire

[p. i]

COPERNICO

POEMETTO ASTRONOMICO.











IN LUGANO 1766.



[p. iii]

COrifea sacra dell’eteree Ninfe,
Musiche Ninfe, che nell’aria stanno
Dolce Sirena dell’Olimpo Urania,
Che abbandonato il verde Pindo, sei
5Musa beata de gli armonici Astri,
E dalle labbra coralline, e sante
Piovi soave melodia divina
Al suono eterno di rotanti sfere,
Alto lodando la Natura e Dio,

[p. iv]

10Che in numero e misura il Mondo han fatto:
Prendimi, o Dea, sul tuo fiammante cocchio;
Traggimi tu rapidamente teco
Dentro i Pianeti, e la bella Aurora
Rapì sul roseo mattutino carro
15Dalle spiagge Trojane il bel Titone,
E nel talamo suo portollo in Cielo.
A visitar dell’Etra i Cerchj ardenti
Me già non move una superba voglia
Di guidare i Cavalli ignei del Sole,
20Come tentò Fetonte incauto un giorno,
Onde poscia rimase in Cielo, e in Terra
Dell’incendio fatale infausto segno;
E sua morte, converse in pioppe, ancora
Dalla scorza gocciando ambra funebre,
25Piangono in riva al Po le sue Sorelle.
Io bramo di volar Dedalo novo
Sovra le nubi, e sovra i venti, solo
Per veder da vicin la forma, e il volto
De i Cieli, e de i Pianeti, e de le Stelle,
30Onde poscia scacciar da gli Uomin lunge
Il vil timore dei celesti influssi,
Che gli animi ignoranti agita, e turba,

[p. v]

Se improvisa Meteora avampa, e fuma;
Siccome Pellegrino in mezzo al bosco
35Del Montello, o d’Ardenna entro la selva
Trema, se al luccicar di nuova Luna,
D’una rovere antica, e d’un cipresso
Ombra vede, che a lui par Larva, o Spettro.
Primi furo i Caldei, che nelle vaste
40Pianure immense dell’Assiria terra,
Dove l’occhio stendea libero il volo
Al remoto Orizonte intorno intorno,
Senza l’intoppo di montagne, e colli
Specular de i Pianeti il corso e il lume.
45Allor dal Cielo dell’Eufrate in riva
Scese l’Astronomia con ali d’oro,
Coronata di Stelle in gonna azzurra;
Mosso dal cui splendor per farle omaggio,
Siccome a Dea, cui la Natura è ligia,
50Corse l’Egitto, e Babilonia corse;
E gli alti Abitator del freddo Caucaso
Indagatori dei lucenti Globi
Non sentiron per Lei la bruma e il gelo
Delle Scitiche nevi, e riscaldati
55Da’ suoi raggi divini all’aer notturno
Contemplaron le fiamme in Ciel volanti.

[p. vi]

O saggia in vero, e perspicace Gente,
Della Mesopotamia eterno onore,
Degna, che altare ed essa, e bel Trofèo
60Innalzasser di sfere, e di quadranti,
Astrolabj, compassi, e telescopj
I ventur Matematici divini,
Perch’ella ai chiari Astronomi primiera
Aprì del Cielo le stellanti porte,
65S’era contenta con acuto sguardo
De i Pianeti notar le curve vie,
E sù l’asse nativo, e intorno al Sole
Ad un tempo medesmo il doppio moto;
E tutto misurar il Ciclo ardente,
70Onde poscia saper Stagioni, e tempi
Di seminar, e di raccor le biade,
Sacrando a Bacco, a Cerere, a Pomona
Di pampini corone, e frutti, e spiche,
Cibo, e sostegno delle vite umane.
75Ma non paghi di tai modesti studj
Gli Astrologi Caldei superbi, e vani
Gli Arcani voller penetrar dei Cieli;
E insegnaron, che gli Astri avean valore
Raggiando di mandar fatali influssi
80De gli Uomini nascenti ai corpi, e all’alme;

[p. vii]

E di queste chimere ingombri, e guasti,
Da fanatico Demone spirati
Oroscopi tessean bugiardi, e pazzi,
Che altrui togliean la libertà e l’arbitrio,
85E i più degni Animai, che Dio distinse
Della Ragione col divin sugello
Fean di tiran Destin vassalli, e schiavi.
Questa Mania, che l’India, e l’Oriente
Infettò prima, dall’Oronte venne,
90Da Canòpo, e dal Nilo a Italia, e al Tebro
D’Africa, e d’Asia fra le vinte spoglie,
E co i barbari Rè tratti in catene,
E con il lusso, e con i Dei stranieri;
E orgogliosa sdegnando il Circo, e il Clivo
95Di Tarquinio, u’ giuntar solea la Plebe,
Osò portarne il prigioniero piede
Di Tiberio, e d’Ottone entro la Reggia,
Nulla arrossando, che mendace e falsa
Apparve innanzi, e in Roma andò scornata
100Quando a Cesare, a Crasso, ed a Pompeo
Profetizò belle avventure in lieta
Vecchiezza, e illustre gloriosa morte;
L’un de’ quai, spento il Figlio, e trucidate
Sue Legioni, fu tra Parti ucciso;

[p. viii]

105E all’altro Tolomeo vile, ed ingrato
Tagliar fè in mare l’onorata testa;
E Giulio, Giulio nella Curia stessa
Dittatore, e Sovran in mezzo ai suoi
Senatori spirò l’Anima grande,
110Nanzi alla Statua di Pompeo, traffitto
Dai congiurati, e dal pugnal di Bruto,
Dicendo: ancora tu, Bruto mio figlio?
Da ciò dovea vedersi aperta, e chiara
La vanità delle natali stelle,
115Che piovan sovra i parti i varj influssi,
Dal Cielo a saettar presa la mira
Or con propizj, or con maligni raggi
Gli alvi materni, e le vaggenti culle,
E la bugìa de gli indovini Assirj.
120Ma non sò già per qual Fortuna, o Fato,
O toleranza de i superni Numi,
Gli Uomin sebbene d’intelletto, e mente
Da i Dei provisti, e di ragione armati,
Furon sempre ingannati, e dai più furbi,
125E dai più forti, qual stolido Gregge
Tonsi, munti, e scuojati; ed infelice
Vittima ognor saran dell’Impostura;
La qual con lingua sapiente, e santa,

[p. ix]

Ma con Alma dolosa, e menzognera,
130Le favole più grosse al Mondo insegna,
Della sciocchezza altrui fra se ridendo,
E usurpato Imper sfacciata, e tronfa.
Dopo i Fabbricator dell’Efemeridi,
Nocchier, Piloti, e Marinar di Tiro
135L’Ocean solcando su le prime navi,
L’Ocean sì grande, che col Ciel confina,
Osservarono in mar dall’alte poppe
E le nascenti, e le cadenti Stelle,
E qual seren portasse, e qual procella.
140Conobbero le fosche Jadi piovose,
Il crudele Orione, ed il Capretto,
Che gonfia l’onde e i flutti, allor che sorge,
E al tramontare il tempestoso Arturo.
E non essendo ancor l’indica pietra
145Scoperta, e l’uso del magnetico Ago,
Reggean per l’acque lor triremi, e fuste,
La Tramontana rimirando, e il Polo.
O valorosi Condottier di navi,
Precursori, Forrieri, e Antesignani
150Di Tifi, del Vespucci, e del Colombo,
Dello Zeno, del Polo, e del Cabota
Veneti Numi dell’Adriaco mare,

[p. x]

Del Pigaffetta Vicentino Ulisse,
Che per ignoti mar col Megaglianes
155Osò spiegar le vele, e dopo lunghi
Perigliosi viaggi alfin con pochi
Compagni entrò, dei venti e flutti avanzo,
Nel sospirato porto, in mezzo all’onde
Lasciati, ed insepolti in strane arene
160I Soldati, e i Nocchier del Pino illustre,
Dell’Angiojello Berico Argonauta,
Che intrepido di Persia i golfi, e i scogli
Affrontò fu’ guerrier vagante abete;
Voi meritate, che Nettuno, e Teti
165Faccianvi serto di conchiglie, e d’alga,
E i Troiani festanti innanzi a voi
Suonin l’argentee buccine ritorte,
Cantando le Nereidi il vostro nome,
E a piene man spargendo perle, ed ambra:
170Ma troppo foste voi ciechi Idolatri
Delle celesti Costellazioni,
A l’ancora sarpare, a scior le vele
Dalle Stelle aspettando il fausto tempo,
Siccome di troncar dal lido il canape
175Diè in Aulide Calcante a’ Greci il punto,
E sì v’occupò il sen formidolosa

[p. xi]

Religione de i Siderei corpi,
Che adoraste tremanti, e ginocchioni
Quella luce di calma apportatrice
180Che dopo il furiar della Marea
Suole apparir su le bagnate antenne,
Come foss’ella Castore, e Polluce,
Tutelari del mar dei nocchier speme,
Che dai Poeti fur conversi in Stelle.
185I divini Poeti, i sacri Vati
D’alloro trionfal ricinti il capo,
E folgorando di celesti idee,
E da Febo spirati, e dalle sante
Vergini Dee, che in Elicona han tempio,
190Con gli Astronomi fer concordia e lega.
Scorti da fantasia focosa e viva
Essi gli Astri mirando erranti, e i fissi,
E i lor moti costanti, e il suo splendore
Vario brillante nell’aerea piaggia,
195E i differenti siti, e il non conforme
Volto, e valore, e il numero distinto
Di quelle fiamme in molte fogge accese,
Al suon di loro cetre, e di lor trombe
Dieron vita alle Stelle, ed ai Pianeti,
200Ed animaron le celesti Sfere.

[p. xii]

Con armonìa divina allegri i Cieli
Accompagnaron de’ Poeti il canto,
Mentre saliano con festiva marcia
Numi, Eroi, Ninfe, e Dee per aver loco
205Nelle lampane d’oro in l’etra accese.
Tosto si vider nella Zona bella,
Cui fan dodeci segni adorna, e chiara,
Li due di Leda scintillar Gemelli
Famosi in Grecia per cavalli, e giostre.
210Ivi Chiron si vide il buon Centauro
Il gran maestro del guerriero Achille
Per l’aria galoppar con l’arco teso.
Si vide Acquario con larga urna d’oro
Versar di pioggia gran torrenti, e fiumi,
215E innondar di Giunone i molli campi:
E la vergine Astrèa bella e pudica
Lassù fu vista accor nella sue casa
Di Cinto il bello, e luminoso Dio,
Che mentre ardendo dolcemente, tutta
220La cingea con le sue lucide braccia,
Ella si fea più colorata in volto
Già a se presaga dei vicin diletto;
Così questo pomposo obliquo Cerchio,
Che di dodeci gemme altier s’abbella

[p. xiii]

225Fra i Tropici, divenne illustre albergo
D’Uomin non pur, ma d’Animali ancora.
Colà il Nemeo Leon con ignea giuba
Fiammeggiava; colà quel bianco Toro
Lussurioso rapitor d’Europa;
230E di Frisso il Monton, qual portò in mare
Elle, che diede all’Ellesponto il nome;
E i Pesci abbandonando i fiumi, e i laghi
Guizzarono del Ciel nell’acque azzurre,
Che Dio sospese già nel Firmamento
235Ne i giorni antichi, in cui saggio divise
L’acque dall’acque allor ch’Ei fece il Mondo.
Cotesti Semidei, coteste Belve,
Che a certo tempo, e in certo loco il Sole
Visita, e avviva col fecondo raggio
240Furno creduti oprar mirandi effetti
Nella materia del terrestre Globo.
Nè il sol Zodiaco fu abitato e colto
Da’ chiari Cittadin colà traslati;
Ma dentro i muri d’Opalo, e Zaffiro,
245Che vallano l’eccelsa ottava Sfera,
Condussero i Poeti alzati a volo
Nobil Colonia di micanti Spirti.
Ercole, Perseo, Cassiopeja Andromeda,

[p. xiv]

Cefeo, Boote, e l’Anima di Cesare
250Novella Stella a’ suoi Quiriti apparsa,
E d’Adriano dolce foco il bello
Muliebre Antinoo si schierar ne i campi
Del Firmamento, i cui quartier descrisse
Arato volti all’Aquilone, e all’Austro.
255Di questi Lumi, che passeggian gravi
Col Mobil primo d’Orto inver l’Occaso,
Come sacri guardando i lor confini,
E in cent’anni avanzando appena un passo,
Primo cantò i viaggi, e la natura
260Un Vate d’Ascra con selvaggia avena,
Nè vergognossi d’abbassar lo stile
Fra le Ninfe de’ prati, e boschi, ed orti,
E fra Satiri, e Fauni, e fra Silvani,
Ei che potè cantar con lingua santa
265De i Dei la Schiatta, e i Talami beati.
Dopo Lui fè suonar la sua Sampogna
Nunzia del corso, e del poter de i Cieli
Al buon Cultor delle Latine glebe
Quel Mantovan, che poi cangiolla in Tromba,
270Armonica così, che Dido, Enea
Van chiari al paro di Calipso, e Ulisse.
E alfin con Tosco dilicato labbro

[p. xv]

Intinto d’Arno nelle limpid’acque
Boscareccia animò dolce Sambuca
275Un Luigi Alamani; e il Re de’ Galli
Ascoltò con diletto il bel concerto;
E i Giardinieri di Versaglies lieti
D’educar l’erbe, e i fiori appreser l’arte
Dall’italico Vate, il qual mostrava
280L’ore opportune, e le stagioni amiche
Ai vaghi semi di Priapo, e Flora,
Secondo che salìan su l’Orizonte
Alcune Stelle, altre cadean nel mare.
Con tali fantasie grate e gioconde
285Favoleggiando persuadero al Volgo
I Poeti le strane alte avventure
Di tante metamorfosi di stelle,
Attribuendo ad esse influsso, e forza
Sul fral de i corpi, e fu lo Spirto eterno.
290Anzi per gloria loro, e perchè in Cielo
Fosservi ancor le insegne di Parnaso,
D’Orfèo locaron la sonora Lira
Fra gli Astri, e il sacro aligero Cavallo,
Che aperse in Elicona il santo Fonte,
295Del cui liquore io pur bagnato or canto
Il Regno delle Stelle, e dei Pianeti,

[p. xvi]

La cui tiranna violenza, e impero
Ne’ Secoli ignoranti, e tenebrosi
Spaventava la plebe, e i falsi Saggi.
300Tanta licenza, che a Poeti è data
Di finger d’inventar fole, e romanzi,
Qual però i miglior Vati in uso han posta
Sempre mescendo l’utile col dolce,
Raffrenarla dovean con lor dottrine
305I severi Filosofi, purgando
L’alta caligin delle menti umane.
Ma i Filosofi stessi, i magni, i sommi
Di Sapienza Banditor divini,
Dell’eterna Materia Auspici, e Autori,
310Con aerei Sistemi, e sottil troppo
Confirmaron l’erronea opinione
De gl’Idioti, che i Pianeti, e gli Astri,
Come gl’Imperator dell’Oriente,
Un crudel Dispotismo esercitando
315Abbian lo scettro in man della Natura,
E sia lor volontà fatal destino;
Malgrado quella libertà, che diede
L’Onnipotente all’Animal più caro,
Di cui per un mister profondo e oscuro,
320Per un decreto non inteso mai,

[p. xvii]

Ma sempre venerando e rispettato,
Noi sian progenie illustre, ed infelice,
A cui cava da gli occhj amaro pianto
La rimembranza di un vietato Pomo,
325Ch’Eva incauta gustò nel Paradiso,
D’un Pomo, aimè! d’un Pomo, oh Dio! d’un Pomo
Fatal cagion delle miserie nostre.
I Filosofi attenti esploratori
Delle celesti luminose Rote,
330Considerando di quell’auree faci
I regolari, ed ordinati corsi,
E l’alternar di lor partenza, e arrivo
Con calcoli sicuri ognor predetto,
Dalle Catedre audaci alto intuonaro,
335Ch’aveano gli Astri vita, anima, e senso,
Anzi ch’erano Numi, e Dei veraci.
Socrate, Plato, Eraclide, Zenone,
Xenocrate, Crisippo, e Zenofonte,
Aristotile, ed altri antichi Saggi
340Celebrarono l’alma Apoteosi
Delle Stelle, che allor più chiara luce
Roteando, e danzando entro i lor Vortici,
Mandaron liete de i divini onori.
Allor fidati da sì gran Maestri

[p. xviii]

345Gli Uomini in folla, e la più debil Sesso
Con caldi voti in su le labbra ansanti,
Con l’incensiero in man profanamente
Idolatraro i Luminar dell’Etra.
Nessun argine più, nessuna diga
350Ritenne i flutti impetuosi, e l’onde
Di Supestizion vana, e chimerica,
Ma ch’avea Sacerdoti, e culto, e tempio
Nelle Scuole più illustri, e rinomate.
Si credea, si volea, che quanto in Terra
355La Natura produce, e in aria, e in acqua,
Certo principio avesse, e certo fine,
E vicende, e fortune atre, o serene,
Come piaceva a inesorabil Stella.
Esser però dovean più cauti, e accorti
360Questi Seminator di Sapienza
Nello spacciar con sovraciglio grave
Della Filosofia li sacri Oracoli.
E forse ben le lor parole han dentro
Succo vital, che la corteccia copre,
365E ambrosio mele in aurei favi chiuso,
Che ai Genj grandi sol di gustar lice,
A pochi Genj illustri, e a Dio diletti,
Ch’osan levarsi come Aquile a volo,

[p. xix]

E varcando le nubi, e i nembi, e i turbini
370Senza temer fulmini, lampi, e tuoni,
Le pupille fermar franchi nel sole,
L’intelletto allumando a quella luce,
E bramando abbrucciarsi i vanni, e l’ale,
Anzi che viver come cieche Talpe,
375E stolidi Giumenti, ed insensati.
Dunque perchè con misurati giri
Carolano nell’aer le Stelle, e stanno
Dentro l’Orbite sue, dentro i confini,
Che il Dio Termino in Cielo a lor prescrisse,
380Dunque avranno perciò spirto, che informa
La lor ignea sostanza, e faran Dei?
Se questo è ver, che non alziamo un’Ara
A quella Furia, a quella peste ria,
Che Febbre ha nome, e or tutta gelo, or foco
385Squallida, smorta, pallida, e tremante
De gl’Infermi ricorre ai letti intorno,
Che n’aspettan gli assalti ai dì precisi?
Questa è colei, ch’or volgon quattro Lune
Mi persegue ostinata, e il sonno invola
390A gli occhj miei, mentre a me vien notturna
Nelle piume affannose, e irrequiete.
Ma caccierolla un dì con l’altre Arpìe

[p. xx]

Dentro l’Inferno a tormentar le negre
395Alme dannare, liberando il Mondo
Dal tristo morbo; e il suon della mia Tuba
Ammireran le per me salve Genti,
Quanto d’Astolfo l’incantato Corno.
Che non drizziam ricco, e divoto Altare
400Di bronzo al Flusso dell’Adriaco Mare,
Che pieno intumidito all’ore sue,
Come gli annunzj la ritorta tromba
Di Triton di gonfiarsi il tempo, e il segno,
A mirar s’alza la marmorea Piazza
405Dell’augusta Vinegia, e i gran Palazzi,
E le superbe colonnate Logge,
E di Marco si prostra al Tempio d’oro?
Perchè un Delubro non sacriamo a Venti,
Che dalla Tracia, e dall’Iberia ogn’anno
410Senza fallir d’aria sì lunghi tratti
Portano a volo a noi la neve, e i fiori?
Perchè perchè l’Indo, l’Eufrate, e il Nilo
Non hanno incensi, Fiumi all’Uomo amici,
Che la Mesopotamia, e il sacro Egitto
415Fanno a note Stagion fecondi e verdi?
Che se creder vogliam gli Astri, i Pianeti
Veglianti Dei sovra ogn’affar terreno,

[p. xxi]

Oh grand’ozio, ch’è in Cielo, oh gran vaghezza,
C’han di spiar nostri secreti questi
420Notturni Numi, c’han di rai diadema,
E accesi candelabri in man portando
Van circuendo i talami de i Sposi
Per infonder al tempo i loro influssi,
Ed aspettando senza batter ciglia
425Il momento dolcissimo e beato,
Che l’uman seme in calda argentea pioggia
Sparge di Vener ne i bei campi Amore.
O chimere bizzarre, o idee grottesche,
Di cui certo nel Ciel ridono i Dei
430S’odono il canto mio, libero e sciolto
Da i pregiudicj de i servili Ingegni.
Le Stelle, oibò, le luminose Stelle
Faran l’ufficio d’Ostetrici, e Balie,
E dondolando le infantili cune,
435Se non le mamme, e il bocciuol rosso, e il latte
Porgeran lor canterelando, almeno
Gli nutriranno di fatal rugiada?
E noi dovremo a cannocchial librato
Starne a mirar con astronomic’occhio,
440E di Giobbe aspettar con pazienza
Buona congiunzion d’Astri, e di Stelle

[p. xxii]

Perchè la Prole in fausto tempo nasca,
O almen sia generata in fausto punto,
Quando Cupido ne riscalda il sangue,
445Quando si gonfian le lascive vene,
Quando Ciprigna ne titilla i nervi,
E Priapo ne invita ai suoi diletti!
O Astrologhi impostori, itene altrove
A predicar vostre novelle pazze
450Ai mozzi Eunuchi del serraglio Turco,
E di Cibele ai ben castrati Preti:
Che se queste zizanie, e queste ortiche
Corrompitrici dei piacer più dolci
Seminerete nell’Italia nostra,
455Avrà il Tebro, avrà il Pò le sue Baccanti;
E d’Adige, di Brenta, e Bacchiglione
Vi sbraneran le furibonde Donne,
Che ai talami non han lunarj appesi,
Nè calendari, nè almanachi, ed abachi,
460Nè di Ticone, e Tolomeo le sfere,
Ma fu i bianchi origlieri, e in mezzo ai lini
Per man tessuti di Minerva, e Aracne,
E su le coltri di ricamo, e d’ostro
Spiranti odore di melissa, e rose,
465Tengon Boccaccio, Aminta, ed Ariosto,

[p. xxiii]

L’Arte d’amar del Sulmonese, e il Riccio
Rapito d’Anglia, e la Pulcella d’Orleans,
E i dialoghi eleganti di Sigèa,
E il Gallico Portier della Certosa;
470Nè su i lor letti voglion altri influssi,
Che delle Grazie i giochi, i fali, i fiori,
E d’Imeneo la viva e amica Face,
E di Venere e Amore i dardi e il foco.
Ma tempo è omai, bella divina Urania,
475Che sul tuo Cocchio di carbonchj adorno
M’innalzi Tu a veder gl’Astri, e i Pianeti,
Sì ch’io distingua li costumi, e il volto
Di questi del Ciel Magi e Incantatori,
E i lor prodigj, e le influenze ignote.
480Sebben, che giova di stancar le tue
Aquile a volo per le vie dell’Etra?
Senza che Tu col tuo beato peplo
Mi copra, e salvi dall’ardor de gli Astri;
Senza che Tu queste mie labbra asperga
485D’ambrosia sacra, sicchè l’aer celeste
Non mi soffòghi, e il respirar mi vieti;
Tu, Dea, Tu puoi con l’immortal tua voce
Palesarmi de gli Astri ancor quì in terra
L’essenza, e il balenar de i lor bei raggi.

[p. xxiv]

490O, se a Te piace più rapir mio Spirto
In vision’ estatica, e mostrarmi
Nel sopor di quiete alma e tranquilla
I bei Pianeti, e le gemmate stelle,
Deh fa, che nel tuo sen dolce ondeggiante
495Io m’addormenti, e co i tuoi lunghi e neri
Capei lucenti mi fa un vel su gli occhj,
E con la bianca man fresca e rosata
Da me tien lunge li profani sogni,
Mentr’io del Cielo la sciza imparo.
500Io sul tuo dilicato, e casto petto
Supin giacendo, se le sacre stelle
Non vedrò, che Giovanni in Patmos vide,
Che simbolo eran delle Chiese d’Asia
Efeso, e Smirna, e Pergamo, e Tiarite,
505E Sardi, e Filadelfia, e Laodicèa,
Altre stelle vedrò, che allumò Dio
Nel Cielo a rischiarar la notte, e il giorno;
Altre stelle vedrò, che la tua fronte
Scintillan più di Venere, e di Giove,
510Con negra insieme, ed albeggiante luce;
E le reliquie bandirò dal Mondo
Dell’ignoranza, che i Pianeti adora;
Qual malgrado Democrito, Epicuro,

[p. xxv]

Che fan regalo ai Dei d’un alta pace
515Ne gl’intermondj lor lucidi, e grassi,
E che non moveriano un ciglio, un dito,
Se la Natura rovinasse, e il Mondo,
Con panico timor questa ignoranza,
Con proterve radici ancor germoglia,
520Se Meteora, o Cometa in Ciel fiammeggia.
Urania, Urania, che i miei voti ascolti,
Io già conosco, e il Nume tuo ringrazio;
L’aura spirar del tuo favor già sento,
Che intorno a me batte soave l’ali,
525E ventillando mi lusinga il sonno.
S’alza un vapor dalle cimerie Valli,
Che i spirti, e gli occhj miei placido grava;
La dolce melodia de i cigni tuoi
Mi concilia il riposo, e molce, e incanta,
530E nel fiorito tuo grembo odoroso,
Che fraganza di cedro, e nardo esala,
Con fortunata immagine di morte
Il capo inchino, e le palpebre io chiudo.
Già più in Terra non son: dal Bacchiglione
535Salgo leggiero più che fiamma al Cielo.
Olimpici Poeti, Erculeo stadio,
Palladian Teatro, io v’abbandono;

[p. xxvi]

Colli di Berga pampinosi Addio:
Mio bel Retron, bel Campo Marzio vale.
540Alma Madre del Dio, che in Betlem nacque,
D’un Regal Vate prezioso sangue,
Ond’esser devi di Parnaso amica,
Quando a me dirimpetto hai tempio augusto,
Le poetiche mie Torri nascenti,
545Nella cui cima la sua tromba d’oro
Calliope suona, e il volator Cavallo
Con l’unghia zampillar fa un nuovo fonte,
Che del gran Prusso i trofei canta e l’armi,
Queste torri Febee, queste Ascrèe logge,
550Che suoneranno ancor d’Inni a Te sacri,
Al tuo Nume, o gran Diva, io raccomando.
In mezzo a un mar di foco, a un mar di luce,
Che avvampa e raggia Pellegrino io giungo.
Qui un Uom m’appare con divin sembiante,
555Con ghirlanda di stelle intorno al crine,
Che cinto gli omer di sidereo pallio
Aurea sfera celeste in man sostiene.
L’Aquila del Tonante innanzi a Lui
Tien l’Astrolabio col falcato artiglio,
560Ed ha nel rostro un Cannocchial Britanno.
Molti Spirti, che han vista acuta, e manti

[p. xxvii]

Azzuri aurati, e di cristal molato
Matematici arnesi, a Lui d’intorno
Stan riverenti, e seguon l’orme illustri.
565Questi incontro mi vien con fronte amica;
O Vicentin, dicendo, Alunno, e cura
D’Urania bella, che quassù ti manda
Perch’io del Ciel t’insegni, e de le stelle
Il moto, il corso, e i non intesi effetti,
570Farò quanto a Lei piace: a questa Dea
Debb’io la gloria del mio nome, debbo
Questo Regno di luce, u’ immortal vivo.
Copernico son io, che il bel sistema
Rinnovai di Pitagora, e di Plato;
575E questo loco, ove Noi siamo, è il Sole.
Quì d’un Vortice è il centro, intorno a cui
Con focosi Cavai girano ognora
I Pianeti, ed a me fu data in sorte
Questa immobile sfera e luminosa,
580Perchè co i studj miei stabile e ferma
Provai ch’ell’era, e quì beato or godo,
Mirando intorno a me volocemente
Gl’Astri rotar con faci, e razzi ardenti;
Come di Bacco in le notturne Feste
585Su le rive d’Eurota e dell’Asopo

[p. xxviii]

I Tebani correan con fiamme in mano.
Gli Astronomi più insigni e gloriosi
Meco si stanno, Tolomeo, Ticone,
Cassini, che volò per tutto il Cielo,
590Borrelli, che a poggiar con l’occhio in alto
Una specula fè de i sicul Monti,
E il Fontenelle, che indiscreto tanto
Le opportune a gli amori ore notturne
Vegliar facea la Dama sua nel Parco
595A conversar co i taciti Pianeti,
Lontani troppo Cavalieri erranti,
E quel Re Castiglian, che dar consiglio
A Dio volea nel regolare i Cieli,
E il Mauritano Atlante, ed il Manfrèdi,
600Che sul felsineo Reno alla veletta
Sedea sublime, e l’inclito Poleni,
Che dalla Brenta, e da gli Euganei Colli
Vide, e parlò alle stelle a faccia a faccia.
Or tu con l’occhio, e col pensier mi segui,
605E intendi ben, che questi Globi aurati
Spirti non sono, o Genj, o Dei volanti
Disponitori di fatali influssi,
Ma densi corpi, a’ quai suo lume il Sole,
Il Sol di vital foco eterno fonte

[p. xxix]

610Dona, e il rifletton’Essi, e si fan chiari
Dell’altrui luce, e ne fan cambio insieme.
Vedi quel rosso Auriga a noi vicino,
Che segna intorno al Sol circolo angusto,
E quasi rade sua circonferenza,
615Come gli Atleti d’Elide la meta?
Mercurio Egli è, che al raggio suo rifulge,
E n’arde più, che torrida ignea Zona.
Di metal liquefatto ivi son Fiumi,
Ferve l’arena, e l’aria fuma, e bolle.
620Pur’ ha quel Mondo abitatori anch’Esso,
E confaccenti al Clima e corpi ed alme;
Che Natura non manca altrui d’aita,
Ed è varia infinita in suoi progetti.
Ivi larga ogni dì salubre pioggia
625Cade, e appare ogni dì l’Iride bella
Sul dipint’Arco, e i venti, e le rugiade
Rinfrescan l’Etra, e di Vulcano i Fabri
Lavoran sempre le saette, e i tuoni;
Che di solfi, e di nitri il loco abbonda.
630Fra le tempeste, e i turbini sonanti
Cantano allegri, e intreccian danze e balli:
Non temono il Diluvio, e nulla sanno
Dell’Arca, e di Noè: vivono breve

[p. xxx]

La vita in region così focosa,
635E muojon lieti, e ai successor dan loco:
Non son come fra Noi gli Uomini, e i Bruti
Generati di Femina, e di Maschio,
Di semi, e d’ova; il copioso umore,
E il calor grande ivi fermenta, e move
640I vitali principj, e dalla Terra
Nascono ognor nuovi animali, e sempre
Ringiovinisce la Natura eterna.
Colà però non v’hà di Maja il Figlio
Quell’astro a governar col Caduceo,
645Come gli Etnici han detto, e che ad Apollo
Rubbò in Tessaglia la faretra, e i buoi,
E che per guadagnar qualch’aurea borsa
Era amoroso Ambasciator di Giove.
Finsero ciò perch’abbian nell’Olimpo
650Un Protettore i Ruffiani, e i Ladri:
Mertano i primi nel suo tempio asilo
Di Cupido corrier pietosi e fidi;
Ma li secondi son avare Arpìe,
Nè il Cielo assiste alle rapine, ai furti.
655Quel bel Piropo, che più in là fiammeggia,
E con tremoli rai, qual specchio luce,
E’ la Stella Ciprigna; in otto mesi

[p. xxxi]

Ella circonda con leggiadri passi
Il Febeo Regno; altissime montagne
660Di porfido, e smeraldo, e d’alabastro
Con scabre balze, e dirupate cime,
E di stagno, e d’argento ampie miniere,
E fiumi, e laghi, c’hanno d’oro il fondo,
E ricchi mari di conchiglie, e d’ambra,
665Torri, aguglie, piramidi obelischi
Di rubini, e diamanti intarsiati
Riverberano il Sol, che lustra, e brilla.
L’aria v’è salutifera e serena,
L’acque odorose esalan grati effluvj
670Di garoffano, e salvia, e rosmarino;
Verdeggian d’ogni parte Orti, e Giardini
Con frutti, e fiori, che non ebbe Alcinoo,
Nè le Ninfe d’Esperia in guardia, e il Drago;
Labirinti di mortine, e ginestra,
675Boschetti, e selve con arbusti, e piante,
C’han rugiadose le fragranti scorze
Di balsamo, d’incenso, e cassia, e mirra,
E gomme, che non stilla Arabia, ed India,
E viali di rose, aranzi, e cedri
680Rendon quel suol delizioso e molle.
La gente è fortunata, e in se disposta

[p. xxxii]

A passar l'ore fra diletti, e gioje:
Non parlan come noi, la lor favella
E' una continua melodìa temprata
685In musicali consonanze, e note.
Aman Teatri, aman conviti, e giochi;
Son bruni bruni, anzi pur negri negri
Gli abitator dell'acidalia Stella;
Così li tinge, e li colora il Sole,
690Che infocati fra lor vibra i suoi dardi;
Nè son perciò men dilicati e belli,
Come veggiam tal'or fra noi le brune
Superar di beltà le bianche Donne,
E acquistare in amor più bei Trionfi.
695Lussuria sta fra lor come Regina,
E con Amor l'Impero suo divide:
Si cibano Color di manna, e droghe,
Beon d'amomo e cannella acque stillate;
E senza ufficio di Canali immondi
700Le reliquie sottil del nutrimento
Traspiran con sudor facile e grato,
Serbando i membri lor puliti, e tersi.
La nettarea sostanza, e ambrosio succo
Irrita ad essi le midolla, e l'ossa
705Di libidine calda, e senza tregua

[p. xxxiii]

Al venereo piacer dolce anelando
Lottano insieme vigorosi ignudi
Nelle vie, nelle piazze, e nei delubri.
Son vergogna, e rossore ignote voci,
710Come nel Paradiso un di terrestre,
E di Saturno nel governo santo.
Vanno scoperti, e senza bende, e veli,
E sol talvolta a quelle parti, dove
Sta della vita, e dei diletti il fonte,
715Fann’ombra d’un bel nastro, o d’un bel fiore,
Per modestia non già, ma sol par vezzo.
Par che Natura per umor bizarro
Istrumenti, ed ordigni abbia lor dato
A saziarsi ne i lascivi sfoghi:
720Son tutti Ermafroditi, han doppio il sesso,
Quai si fingono i Dei, fanno a vicenda
Le incombenze di Moglie, e di Marito
Nella Venere alterna istrutti, e dotti;
Nè invecchian mai, nè mai son lassi; e quando
725In essi langue la metà maschile,
La femminea riman non sazia, o stanca;
E qual Tiresia, giudicar pon tutti,
Che il piacer delle Donne avanza quello
Dell’Uom, sebbene stan ritrose e schive,

[p. xxxiv]

Dissimulando il bezzicar secreto.
I concubiti san’ dell’Aretino,
E di Tiberio le incitanti Spintrie,
E di stucchi, e color pruriginosi
710Le Medicèe Medaglie instigatrici
Dell’inguine ducal del gran Gastone.
Han prostitute Accademie fondato,
Ove presiede d’Ellesponto il Nume
Rosso nel volto, e con il Fallo in resta.
715Di quel Dio petulante innanzi all’ara
Gl’Iniziati ne i mister pudendi
Portano riverenti al collo appesa
Come amuleto la virile insegna:
E ognor cercando di Natura i fonti
720Con fisici a lor grati esperimenti,
Di fatuo foco scintillando ardendo
Elettrizano insiem cilindri, e conni.
Celebran Giostre disoneste, e Ludi
Con armi oscene, e con lascivi colpi
725Dentro impudici Anfiteatri, e sopra
I palchi scandalosi; applaude, esulta
La turba Spettatrice, e libertina,
E al vincitor della palestra sozza
Canta intorno, e carolla, e l’incorona

[p. xxxv]

730Con foglie di satirion falace.
Non fur laide così, ne immonde tanto
L’Orgie di Bacco, e le Florali Feste,
E i turpi riti della Dea Cottito.
In ogni canto del Paese ameno
735Su publiche colonne è scolto, e scritto
Contro la castità bando mortale,
Che proclamati gli Araldi al suon di mille
Trombe quando il dì spunta, e quando vola
Con ali tenebrose in Ciel la Notte.
740Fuggiam, fuggiam questa nefanda Sodoma,
Questa Gomorra scelerata infame,
Pria che foco del Ciel la incenerisca,
E i suoi Popol di sal divengan statue.
Intatti non andrian gli Angeli stessi
745Peregrinando in quelle strade impure.
A noi badi saper, che in quella chiara
Margarita non vive, e signoreggia
Venere bella, gli amorosi incendj
Eccitando crudel ne i petti umani;
750Nè il suo Figlio vi sta con la faretra
Con l’arco teso Saggittario, i cui
Strali dan piaga, e medicina al core.
Vogliam lo sguardo a vagheggiar la Luna,

[p. xxxvi]

Che fedel, diligente, agile Ancella
755Segue la Terra in gonna argentea, e bianca,
E con un Cinto a bei color vergato.
La iaimaginazion de i Visionarj
Distingue in Essa il naso, il labbro, e gli occhj,
Le mammelle, il bilico, e la clitoride:
760Ma quelle macchie son valloni, e mari.
Oh ch’io stupisco, che costor, che tutto
Con lincea vista, e con cent’occhj d’Argo
Della Suora d’Apol veggono il corpo,
Non dican, che qual’or si tinge in rosso
765Ecclissando, ciò avvien perch’Ella purga
Con un mestruo profluvio il divo sangue.
Non disser questo, ma credetter bene,
Che quando l’ombra della Terra offusca
Il disco della Luna; allora i Maghi,
770E li Stregoni di Tessaglia, e Ponto
Con potenti parole, ed erbe sacre,
E con acque d’Averno, e fussumigj
Tentin trarla dal Cielo, e dal suo cocchio;
Onde per dissipar l’iniquo Incanto
775Percuotevano insieme i bronzi e i rami,
Quai Coribanti a salvar Giove in Creta.
Durissima sostanza, ed aer sottile

[p. xxxvii]

Compongon quel Pianeta, e rari e lievi
Genera effluvj, e non mai nubi, o turbi,
780Ma sol tenui vapori, alme rugiade,
Bastanti a nutricar biade, arbor, viti.
lvi son pure d’Animali mille
Specie diverse; che Natura sempre
D’organizzare, d’animar s’ingegna
785La Materia, e qual può farla perfetta.
Durano i dì, duran colà le notti
Quindeci volte più, che al nostro Mondo;
E il mattutino, e il vespertin Crepuscolo
Non hanno in sorte, o se pur l’hanno, è un lume
790Stranier dell’Atmosfera alta del Sole,
Che dardeggia i suoi rai curvi indiretti
Prima, che giunga all’Orizonte, e quando
Già rinfresca i Cavai nell’onde Ibere.
Non sò per qual rubesta indole fredda
795Fan quelle Genti pie di pudicizia,
E di virginità promesse, e voti,
Voti però, che non osservan mai.
Gli Uomini han sempre il celibato in bocca,
Parlan di castità le Donne ognora;
800Ma son gravide sempre, e ad ogni, mese
Come Colombe danno in luce i parti.

[p. xxxviii]

Cosi Diana immacolata e pura
Si decantava, e pur dal Ciel la notte
Scendea ignuda, e nel sen d’Endimione
805Godea gioje d’amor dolci, e secrete.
Ma dicerìe son quelle, e non fu mai
In quel Globo Diana, o sia Lucina,
Nè veneranda Dea l’ostriche, e i granci,
Le Lavandaje, ed il bucato ha in cura,
810Or per la man Copernico mi prende,
E qual Nocchier, che l’Ocean solcando
Discopre il Lido, acclama, Terra Terra,
Tal’Ei Terra mi grida, ecco la Terra,
Quel ch’io rimiro, e cerno a te col dito,
815E’ desso, è desso il patrio tuo Pianeta,
Il Pianeta, ov’io pur pria di te nacqui.
Oh quanti dì con Archimede spesi,
Oh quante a meditar vegliate notti
Quella Terra mi costa! e poi ch’alfine
820Il suo moto compresi, e ne fui certo,
Oh qual periglio alla mia stanca vita
Sovrastava, ed a’ miei sì lunghi Studj.
Io ben previdi la mercede ingrata,
Che preperava alle fatiche mie
825La barbara ignoranza, e già sentia

[p. xxxix]

Sul mio capo scoppiar fulmini sacri;
Onde lo stesso dì, che a me fu porto
Mio ver Sistema, cui diè il torchio vita,
Baciai le carte a me dilette, e poi
830Per fuggire il furor di Roma irata
Morte pregai, che mi chiudesse gli occhj;
E Urania bella mi portò quà in Cielo.
Galilèo venne poi, Galilèo mio
Seguace illustre, e a lui toccò la sorte,
835E il duro fato, c’hio scampai morendo.
Nimico egli ebbe il Quirinale, e Urbano;
Fu in carcer chiuso di catene oppresso,
Autor, che meritava in Campidoglio
Il Trionfo, e l’allor dato a gli Eroi.
840Ma già passate son sì rie Venture,
E dolce cosa è rammentarle adesso:
Noi siam beati; e tu ben vedi come
La Terra ha un moto sul suo perno, e come
Rapidamente intorno al Sol s’aggira.
845E certo riderai mirando come
Nel suo girar seco strascina, e porta
Le scranne magistrali, e i Precettori
Ostinati a insegnar la Terra è ferma
Nel tempo stesso, che con essa vanno

[p. xl]

850A precipizio ruzzolando intorno,
ComeIssione su la Stigia ruota,
E come ne’ Ginnasi, e Biblioteche
Gir sossopra vediam velocemente
Le Figure dipinte in sfera, o in Mappa,
855Che insolente Scolar giocando volta.
Alfin la bella Verità risplende,
E nostri nomi, e nostre carte sono
Delizia, e onore de i miglior Licèi;
E quanto splenderan coteste Stelle
860S’udrà l’Italia, la Germania, e il Mondo
Copernico suonar, e Galileo.
Deh! dove mi trasporta il vivo zelo
Di sapienza, e la memoria amara
D’un oltraggio, che ancor mi torna in mente!
865Addio Patria, addio Terra, io ti perdono:
Segui eterno il tuo corso, e il Sol t’indori,
E gli Astronomi tuoi sien più felici
Di me, quando diran la Terra gira,
Giran tutti i Pianeti, e fermo è il Sole:
870Nessun dei Mondi a te vicin t’accusi,
E rimproveri a te sinistri influssi.
L’umana Razza, che là in Terra vive
E’ una Razza di gente imperiosa,

[p. xli]

Che vuol regnar, e tutto aver soggetto,
875Sia legittimo scettro, o sia tirannide.
Di quel Dominio superbiti, e fieri
Gli Uomini, c’han su gli Animali bruti,
E su i Volanti, e su i Nuotanti, e sopra
I Rettili, e gl’Insetti, e sovra quanto
880D’erbe, di fior, di frutti il Suol produce,
E il monte, e il mare di metalli, e gemme,
Pretendon anco, che le Sfere, e i Cieli
Servano ad essi, e dian tributo e omaggio:
Perciò fan, che la Terra il centro sia
885Dell’universo, e ch’ivi gli Uomin fermi
Stian quai Monarchi, e Re nel trono assisi;
E che ogni giorno intorno a loro gli Astri
Volin con moto incomprensibil ratto,
E inchinin verso lor la luce, e i raggi,
890Come nelle rassegne innanzi ai Duci
E Generali le guerriere Squadre
Abbassan nel passar bandiere, ed aste.
Anzi si vantan, che i Pianeti a gara
Mandano ad essi le influenze in segno
895Di servitude, e vassallaggio umile,
E che solo a tal fin splendono in Cielo.
Ma se ciò fosse ver, Mosè che tanto

[p. xlii]

De gli Uomini esaltò l’origin diva
Dentro la Bibbia sua miracolosa,
900Tacciuto non avria queste Dogane
Di cerimonia, e providi vapori,
Che pagano ai mortali i Cieli, e gl’Astri.
Ei ci descrisse con rotonda bocca
In quell’antica sacrosanta Istoria
905Dio qual Vasajo a fabbricare intento
Di fango, e creta il primitivo Adamo;
E perchè fosse suo Ritratto, e Immago,
Spirto di vita gli soffiava in volto.
Ci fe saper, che a Lui nel sonno immerso
910Una costa levò del petto, e d’essa
Eva formò Progenitrice nostra,
Che fosse a lui dolce compagna, e sposa.
Ci raccontò, che quai suddite, e Ancelle
Al suo diletto, e favorito Adamo
915Le Belve tutte pose innanzi, ch’Egli
Le accolse allegro, e le chiamò per nome.
Ma delle stelle sol ci disse, ch’era
Loro ufficio allumar la notte, e il giorno,
Ed e esser segni di Stagioni, e d’anni;
920E nulla disse de i celesti influssi,
Dell’incredibil ruinoso rombo,

[p. xliii]

Onde alla Terra piombatn gli Astri intorno.
Solo la Verga sua, che apriva i mari,
E, quai montagne, sospendeva l’onde,
925E fea stillar dal Ciel pioggia di manna,
E da i macigni fuor scaturir l'acque,
Sol quella Verga onnipotente, e santa
D’Orto in Occaso, e dall’Occaso all’Orto
Spinger potea mille fiate, e mille
930Veloci più delle fulminee palle
Che sbucan fuor de i bellicosi bronzi,
E che i turbini, e i Venti, e le saette,
Gli Astri, e i Pianeti a circuir la Terra.
Ma lo stesso Mosè non tentò questa
935Erculea impresa, e gli bastò sol tanto
far volar le Pernici entro il Deserto,
A disfamar le sue Tribù digiune,
E ronzando mandar per l’aria i nembi
Delle Locuste a castigar l’Egitto.
940Fu gran Legislator, fu gran Profeta
Moise, ma non Astronomo, e Geometra,
O almen chiusa serbò la sua scienza;
E se diss’Ei, la Terra sta in eterno,
Non già intese negar, che sovra l’asse
945Ella si volga, e intorno al Sol s’affretti;

[p. xliv]

Ma ben significò, che in preda a morte
Gli Uomini vanno, e che riman la Terra:
E quel suo Successor, quel bravo invitto
Giosué, quando pregò, fermati o Sole,
950Dovea invece pregar, fermati o Terra.
Ma Dio clemente, Dio pietoso e buono
Vede la mente, e il cor di chi l’invoca,
E non s’offende d’inesperta lingua:
Quindi Ei protetto dal favor del Cielo
955Allontanò da se l’ombre notturne
Finchè de gli Amorrei fe strage, e scempio,
E glorioso di Vittoria opima
Alzò sul campo a Dio Trofei divini.
Or veggo folgorar Marte focoso,
960Che sul capo un cimier porta di fiamme.
Il Pianeta è guerriero, e la sua Gente
E’ nimica di pace, e bellicosa.
Produce il Clima Rodomonti, Orlandi,
Gradassi, Arganti, ed Ercoli, e Sansoni.
965Son le Femine Amazoni, e son forti
Nel campo armate, quanto altrove ignude
Sovra i piumacci, e tra il velluto, e l’ostro.
Aman duelli, scaramucce, zuffe,
Veston di ferro, e non di seta, e bisso;

[p. xlv]

970Sprezzan musiche, e bagni, e danze, e amori,
E lor delizie son le stragi, e il sangue,
E i carri Trionfali, e le catene,
Che traggon dietro i Prigionieri, e i Vinti.
Obes fra loro saria un Nume, un Dio,
975E i scritti suoi foran Vangeli, l’Oracoli,
Mentre s’avvera tra quel Popol fiero
Lo stato di battaglia, e di tumulto.
E’ finzion, che il Dio de’ Traci, e Sciti
Su spumante Caval soffiante foco
980In quel Cielo si stia con l’asta in mano,
E con l’elmo crestato, e con lo scudo,
Che sparge intorno sanguinosa luce;
E che disponga gli animi alle pugne,
Che nascon sotto i rai della sua stella.
985Non Satelliti, e non Palanfrenieri
Ha quest’Astro; e notturni, e scintillanti
Fosfori sono i suoi Scudieri, e i Paggi,
Che rischiarando le tenebre, e l’ombre
Portano intorno a lui fiaccole, e torchi,
990E accendon ciocche, lampade, e lumiere
Per tutti i monti, e le colline tutte,
Che son pregne, nudrite, ed inzuppate
Della luce del Sol sparito, e spento.

[p. xlvi]

Da quattro luminosi aurei Sergenti
995Accompagnato in signoril sembiante
E' Giove là benigno Astro cortese.
Quei ch’hanno in sorte d’abitar sua sfera
Avidi sono di dominio, e impero,
Di corone, di scettri, e regal verghe,
1000Di giurisdizion, titoli, e feudi.
A truppa, a branco van Principi, e Duchi,
Baroni, e Cavalier, Marchesi, e Conti.
Gli Alberi delle lor Famiglie illustri
Giungono al Ciel, tanto son alti, e antichi.
1005Vantano Semidei, vantano Eroi,
De i Numi stessi son Cognati, e amici.
Colui, fra lor, c’ha una capanna, un Gregge,
Non si chiama Pastor con nome abbietto,
Si dice Re di capre, e Re di pecore,
1010Tanto son gonfi, son superbi, e vani
La Politica, e la Ragion di stato
Son le scienze, e i studj lor più cari
Son teste da governo e Gabinetto,
Che danno in luce ognor novelle idée
1015Di Repubbliche strane, e immaginarie,
Che non sognò lo Stagirita, e Plato.
Son per lo più Macchiavelisti, e quando

[p. xlvii]

L’occasione vien, mancan di fede,
Rompono i patti, usano l’armi, e lice,
1020Pur che si regni, violar le Leggi:
Han però la giustizia, e il dritto in bocca,
Quanto l’avean Solon, Minosse, e Numa.
E' fallacia, è rumor vano e plebèo,
Che contra il Padre guerreggisse Giove,
1025E che gli abbia usurpato il Regno, e il Cielo.
E’ favola, che Giove in quel Pianeta,
Abbia l’eccelso trono, e ch’ivi sieda
Con l’Aquila, che ad esso il fulmin porta,
E con la Capra, che gli diede il latte;
1030E che dal Cielo, ch’ei modera, e regge,
Spanda virtù, che gli Uomini sublima
Della Turba volgar lunge dal fango
Al Regal manto, ed al diadema, e al soglio.
Ad incendj, a diluvj è ognor soggetto
1035Quel mondo, e l’acque in tanta copia vanno
Ad innondar valli, campagne, e monti,
Che se non fosser animal Anfibj
Quei Popol, periria tra i flutti immersa
La loro schiatta, e la memoria, e il nome.
1040E se per don di Dio qualche famiglia
Dalla Tempesta universal campasse,

[p. xlviii]

Se alcun Deucalion, se alcuna Pirra
immune andasse dalla gran procella,
I posteri sarìan confusi e incerti
1045A divinar qual mai ventura, o Fato
Portato avesse alle Montagne in vetta
Delle Balene, e delle Foche i teschi,
E i spini, e l’ossa di Delfini e d’Orche
E quasi avesser le Giudaiche Croniche
1050Lette, emulando quel celeste Libro,
Come han fatto i Pagani al Mondo nostro
Ed il Vate ingegnoso esul di Ponto,
Il qual cantò le trasmutate Forme,
E i suoi quindici libri ornò di molte
1055Avventure involate ai Scrittor sacri,
Del Giovial Pianeta i Sacerdoti
Sempre inclinati a sciorinar prodigj,
Forse racconterian portenti antichi
Di cattarate spalancate, e pioggia
1060Cento giorni caduta, e cento notti,
E che alfin comparì la piè di vento
Iride di Giunone Ambasciatrice
Con Diploma di pace in Ciel segnato,
E fariano volar Corvi, e Colombe
1065Con ramuscei di verde uliva al rostro

[p. xlix]

Annunziando del Diluvio il fine:
E volendo mostrar come in sì enorme
Piena di mari, di torrenti, e fiumi,
D’Uomini, e Bruti si salvò la Razza,
1070Cicalerian, che le Balene dentro
La sterminata bocca, e le caverne
Del ventre immenso gl’ingojaron vivi;
E ch’ivi dimorar lunga stagione
Crapulando, dormendo, esercitando
1075De gl’Imenei le cerimonie usate,
Fin che cessando il fiotto, e la burrasca
Uscir dalla prigion molle arenosa
Come a Giona successe, e al prode Orlando,
Quando salvò nell’isola d S’Ebuda
1080Dall’Orca ingorda sul marino lido
La bella Olimpia esposta ignuda, e sola.
Ma in quel Paese l’impostura è vana,
E il Fenomeno a tutti è chiaro e noto;
Ora il mar copre il continente, ed ora
1085Dal continente si ritira il mare,
E tra l’acque egualmente, ed all’asciutto
Spirano quelle Genti aura vitale,
Nè il polmon si risente, o langue il fiato.
Co i Dei del mare, e con l’equoree Ninfe

[p. l]

1090Mischiano il seme, e i maritali letti,
Gli umidi baci, e i lor lubrici amplessi;
E una razza ne vien, c’ha volto umano,
Come Triton, come Sirena, ed hanno
D’uomini ancora mani, e piedi, e al nuoto
1095Squamme disposte con guizzante coda.
O Talete, o Mailliet, se m’ascoltate,
Se tra voi de’ miei carmi arriva il suono,
Della Filosofia sacrati Alunni,
Gioite, e fate alla mia Cetra onore,
1100Ch’alto canta i pensier vostri divini,
Ch’ebbe origin dall’acque il Mondo intero;
E che gli Uomini son figli dell’acque.
Ma di quest’acque suor me invita, e chiama
Copernico, e mi dice; or guarda il cerchio
1105Di Saturno lucente e brillantato
D’anello in forma con giojelli mille,
E cinque risplendenti aurei fanali,
Ch’ardon d’aureo papiro intorno a lui.
Grande, vasto è il Pianeta, e ben trent’anni
1110Ei consuma a finir la sua carriera:
All’ampio globo spazioso ei nutre
Convenienti Cittadin Giganti
Con cento braccia, e cento gambe, e cento

[p. li]

Virili membri a popolar bastanti
1115Non già un Pianeta sol, ma cento sfere
Son torpidi però, freddi, e gelati
Questi gran Mostri di Natura, e solo
Una fiata in tutto l’anno irrita
Venere in essi suo prorito dolce.
1120Che alfin sia giunto l’aspettato tempo
De gl’innesti amorosi a lor dan segno
Pifferi, e Corni, e festeggianti fochi,
Che spargono per l’aer pioggia di raggi.
Allor le Gigantesse, ed i Giganti
1125Urtano insieme i smisurati corpi
Lussurianti strabocchevolmente
Con furia di tempesta, e di tremuto,
E alle gran scosse treman valli, e monti.
Come ai sospir d’Encelado, e Tiseo,
1130Crolla in Sicilia Mongibello, ed Ischia.
Dura tre giorni intieri il lor diletto,
Come due notti quel di Giove, quando
Languì sul petto della bella Alcmena.
Da i focosi anelanti abbracciamenti
1135Si distaccano mesti; e son poi sempre
Melancolici, e tristi infin che riede
Lor lunghi a terminar Sabbati, e magre

[p. lii]

Quaresime, e digiun di viva carne
1115Il propagante Anniversario, e Tridu
Dedicato ai mister matrimoniali
Del Dio Subigo, e della Dea Partunda
Della Dea Prema, e dello Dio Tututo
Le lor battaglie son spietate, e crude,
1120Nè s’armano di spade, aste, e saette,
Ma si scagliano contra e rupi, e scogli
Che fracassan col peso i combattenti,
Come gli Angeli fer nella Giornata
Memorabile orrenda, e sanguinosa,
1125Allor che Capitan della celeste
Oste Michele invitto, e folgorante,
E del Dio de gli Eserciti portando
Il Tuono seco, e il fulmine fatale
Il fellone Saran scacciò dal Cielo
1130Con le Miriadi de i rubelli Spirti;
Onde l’Anglo Milton cantò il Trionfo
Col divin Estro di Mosè, e Davide.
Non risiede Saturno in quella Chiostra
Torbido, pigro, perfido, e maligno
1135Ippocondria in altrui nutrendo, e bile;
Nè con nefanda, e scelerata fame,
Per gelosia frenetica di Regno

[p. liii]

Appena nati si divora i Figli,
Che pallida, piangente, e disperata
1140Porge la Moglie a lui con man tremante
Nè con barbara falce, ed inumana,
Più fier d’un Mietitor, che taglia spiche,
L’albero della vita ei tronca altrui,
E i grani seminal dalle radici,
1145Provedendo d’Eunuchi al suo Seraglio,
E di musici Cori al suo Teatro.
Son queste fantasie, favole, e sogni,
Onde i gravi Filosofi, e i Poeti
Vivaci con un vel di bei colori
1150Adombrarono al Volgo alti Misterj
Sterili già non sono, ed infecondi
Gli allori di Parnaso, e tra lor frondi
Sempre odorose, e verdeggianti sempre
Spuntano frutti di sapor divino.
1155Felice l’Uom, che di quell’almo cibo
Si nutre, ond’ei divien saggio e beato.
Fin or t’ho mostro, che i Pianeti tutti
Son Terre opache, ed abitati Mondi
Ed or ti dico, che il medesmo Sole
1160In mezzo a tante fiamme, a tanti raggi
Di Viventi uno Sciame accoglie, e serba.

[p. liv]

Come dentro de i corpi abitan l’Alme
Immuni, e illese dal calor vitale,
Anzi da quello invigorite, e deste;
1165Così nel Sol d’ardente ignea natura
Nascono creature, e cingon vesti
D’incombustibil tiglio e d’amianto
E come esser potria d’Uomini privo,
D’Uomini quanto vuoi da noi diversi,
1170Fra tante Sfere, che n’abbondan tutte,
Il Sol, che della vita è fonte, e Padre,
E riscalda, e sviluppa i germi tutti?
Ma l’ora ch’io ti lasci è omai vicina,
E pria, che tu ti parta appien ti svelo
1175Il mio concetto su i celesti influssi.
E se cosa sin or ti dissi, in Terra
Da me non scritta, o se dirolla appresso,
Sappi, che l’Alme del suo fral disciolte
Veggon più chiara la Natura, e Dio,
1180Nè la nebbia mortal le offusca, e accieca
Ne temou più, che l’ignoranza insana,
E l’emulazion dell’altre Sette
Machini contra lor calunnie, e frodi.
Dunque io sprezzo, e derido, e volgo in gioco
1185Quella fatai necessità de gli Astri

[p. lv]

Che gli Uomini nascenti a un tempo, a un punto
Guida, e strascina, e divien lor destino.
Danno, ed abborro il Fanatismo pazzo,
E la credenza immaginaria e vile,
1190Ch’abbian sino le piante, e l’erbe, e i sassi
Le proprie stelle Antagoniste, e amiche.
Ma credo ben, che i corpi tutti, e tutte
Le celesti sostanze, e le terrene
Abbian fra lor legami ignoti eterni,
1195E reciproci effetti oprino insieme,
Le di cui meraviglie han fatto in vano
Meditar i Filosofi inventando
Dottrine illustri, ma lontane troppo
Dal Mecanismo onnipotente ignoto
1200Della gran Mente, che governa il Mondo.
Io rispetto color, che all’età prische,
Attribuiron molta forza, e molto
Ai Pianeti valor; nè pensar posso,
Che pellegrini Genj, e Spirti eletti
1205Ne i penetrali di Natura ammessi,
Abbian mai sempre delirato, e al tutto
L’esperienze lor sien nulle e vane.
Ma non creder perciò, che sul mio collo
D’autorità tiranna io soffra il giogo,

[p. lvi]

1210Nè che fu l’Are dei Maestri antichi
Io ciecamente abbrucci incenso, ed offra
Olocausti servili: il Ciel mi diede
Libero Genio, e franco ingegno, e solo
Della Ragione il sacro Nume adoro.
1215Odimi dunque, e non temer d’inganno.
Minerva è meco, Dio mi parla, e spira.
Quando il Fabro immortal dell’Universo
Vide alfin giunti quei fecondi giorni,
Ch’ei destinato avea ne’suoi Decreti
1220A formar con divin’numeri il Mondo,
Allor dal Nulla, anzi da se, dal suo
Infinito saper, poter supremo
Ei creò gli Elementi, e chiamò in vita
Di mille Enti venturi i primi semi.
1225Volaron d’ogni parte innanzi a Lui
Gli Atomi ubbidienti al divin cenno,
Pronti a vestir le varie forme, pronti
A cangiarle, ma ognor da morte esenti,
Indivisi, invisibili, incorrotti,
1230Come piace a Colui, che può nel Nulla
Tornar le cose, ch’ei formò dal Nulla.
A quei minimi corpi infuse Dio
Un moto pieno di ragione, e senso,

[p. lvii]

Ma di senso, e ragione ad essi occulta.
1235Si sparser tosto per lo spazio immenso
Questi Architetti dell’Eterno, insigni
Artisi, ed Operaj del novel Mondo;
E a tenore di lor sortite forme
Dritte, oblique, ritonde, acute, e liscie
1240Accoppiandosi insiem formaron l’Acqua,
L’Aria, la Terra, il Foco, e gli Astri, e il Sole:
E al Vortice simili, ove noi siamo,
Nel Vuoto sterminato, e in la celeste
Materia raggirantisi, e nuotanti
1245Composero infiniti altri Gironi,
Il di cui centro son le fisse Stelle,
C’hanno intorno altre Lune, altri Pianeti,
Com’anco i nostri, popolati, e vivi.
Godeva Dio vedendo il bel lavoro,
1250Spuntar erbe, olir fiori, Uomini, e Bruti
Nascer, dar luce i Luminar maggiori,
E benediva gli Elementi, e gli Atomi.
Terminata l’augusta alta Fattura
Non fruiron però d’ozio, e quiete,
1255Qual d’Epicur gl’inerti Dei poltroni,
Che avean, mi credo, la podagra, e l’ernia,
I Corpusculi primi, anzi seguiro

[p. lviii]

Lor movimenti con perpetuo flusso.
L’Acqua in Aria si muta, e l’Aer nel Foco,
1260E retrogrado il Foco Aria diviene,
E l’Aria in Acqua, e l’Acqua in Terra è volta.
Il Sole Estate, Autunno, e Primavera,
E Inverno tempra, e i raggi suoi comparte
Ai globi tutti del suo Turbo, e mentre
1265Passan di Sfera in Sfera attraggon essi
L’altrui virtù, donan la propria, e i cerchj
Planetarj que’ rai rendon riflessi
Fra loro come specchj opposti a specchj,
E di vapori, e di sottili effluvj
1270Dann’esca alla fornace aurea del Sole
Nè sol dentro da’ suoi confini, e sbarre
Ogni Vortice ha in se vicende, e moti,
E Fenomeni nuovi, e nuove Fasi,
Ma gravitando, ed attraendo un l’altro
1275Hanno i Vortici intier comercio insieme;
E le Comete pellegrine ardite
Urtan gli altrui rampari, e fiammeggianti
Per le Provincie altrui vagando vanno
Di visitar bramose i lontan Mondi,
1280Non portando ai Tiranni infausti augurj.
Questo consenso universale, questa

[p. lix]

Mutua cognazion della Natura,
Che sforza tutte le create cose
Ad agire, a patir con Fato alterno,
1285E con catene a gli occhj nostri occulte
Insiem connette gl’infiniti Mondi,
Generar può potenti, e grandi influssi,
Che son cagion di mille effetti ignoti.
Quindi strane Stagioni abbiamo, e quindi
1290Morbi novelli, e sconosciuti, e quindi
Han pensieri, e temperie i corpi, e l’alme,
Quindi more ogni cosa, e torna in vita,
E nulla manca, e nulla riede al nulla.
Son questi general fisici influssi,
1295Che la Filosofia conosce, e approva:
Gli altri, che autenticò la Stolidezza
De gl’Insensati, ed il timor vigliacco
Delle Comete, dell’Ecclissi, e delle
Stelle, che venerò l’Idolatria,
1300E il politico zel religioso
De i Pontefici, e de i Legislatori,
Dal sacrario divin delle scienze,
Stermina questi, e maledice, e intima
Loro un eterno esilio; e lunge, grida,
1305Lunge dal nostro Ciel profani influssi.

[p. lx]

Tu riedi in Terra omai; colà predici,
Che apparirà novella Stella in Cielo,
E splenderà su la Germania, come
L’ Astro, che invitò già ne i sacri giorni
1310A Nazarette d’Oriente i Magi.
Quel di pace era Nunzio al Mondo intero,
E chiudeva di Giano il fier delubro;
Questa sarà Stella guerriera: quello
Comparve allor, che nacque il Dio, che tutti
1315Oscurò gli altri Dei con la sua luce;
Questa allor splenderà, che tolga al Monda
Morte l’Eroe maggior, ch’ebbe la Terra.
Ma che ti tardo? L’Eroe Prusso è questo,
Di Pomeria, e di Slesia il guerrier Nume:
1320Gli Atomi più brillanti, e luminosi
Già preparano a Lui sua chiara stella.
Ei delle spoglie bellicose adorno
D’Austria, di Francia, e di Moscovia, e altero
D’alti Trionfi salirà nel Cielo:
1325Colà del regal sangue avrà con Lui
Li Semidei sì gloriosi, e intorno
I Duci, i Capitani, e i suoi Soldati
D’immortal lauro coronati, e cinti
D’elmi, di scudi, e di corazze ardenti:

[p. lxi]

1330La sua Germania il chiamerà nei Voti;
E quando il sacro Impero andrà in battaglia
Contro la Luna, che il fier Turco innalza
Su le barbare sue temute Insegne,
Ei scenderà dal Cielo, e fulminante
1335A gli Eserciti innanzi, e in mezzo all’Aquile
Combatterà vittorioso ognora:
Suonerà Federico il Campo tutto,
Canteran Federico i Vincitori
Di timballi, e di trombe al romor lieto,
1340E dei bronzi di Marte al tuon sestante.
In Prussia giace il busto mio sepolto,
E avvolto in sacri arredi; e al Prusso Eroe
Questo verace Vaticinio io deggio:
Perchè non vivo ancor che anch’io godrei
1345L’almo favore, ed il divin congresso
Del gran Monarca in compagnia d’Argeans,
E d’Algarotti, e di Mapertui,
E con Volter, che d’Aganippe i Cigni
Or fa cantar sul Ginevrino Lago;
1350Con Russò, che pietroso asil clemente
Ha ritrovato in Neuchatel col suo
Profugo Emilio dall’Olanda, e Francia,
E da Ginevra stessa, ove agitati

[p. lxii]

Per gli altri mar da torbidi Uracani
1355Hanno i Libri, e gli Autor franchiggia, e Porto;
E con quel, cui le belle Arti e Scienze
Fidar per sempre lor divin secreti
Formèi dotto, e con altre Anime rare,
Che il Portico d’Atene hanno in Berlino
1360Ed in Postdamo d’Epicuro gli Orti.
Qui Copernico tace, e m’abbandona
Il sonno, e il sogno, e con Te sola io resto
Bella divina Urania, e non m’incresco
Perder del Sol la vista, e dei Pianeti,
1365Pur che de gli occhj tuoi chiari, e celesti
Io vegga sempre il fortunato raggio,
E le pupille tue negre amorose
Sieno il Vortice mio, sieno la Sfera,
In cui devo aggirarmi e vivo, morto
1370Nel Paradiso de'tuoi dolci influssi.
Ivi più sante, e più sublimi cose
Di Dio, di Te quest’astronomic’Arpa,
Ch’or ti consacro, suonerà per sempre,
Mentre esultando a me le Sfere intorno
1375Con eccheggiante tintinnio perenne
Ripeteranno allegre, Urania, Urania;
E gli Angioli plaudendo a coro a coro

[p. lxiii]

Già il tuo bel Nome appreso, e al tuo bel volto
Ardendo anch’essi, e in le tue brune luci
1380Fermando il guardo ebbro di gioja, e l’ali,
Quai Lodolette, che nei piani aperti
Campi di Roma stan de i Cacciatori,
Pendendo in aer su l’adeguate penne,
Ai raggianti Specchietti intente, e immote;
1385Gli Angioli innamorati a nembi a nembi
Gettando fiori, con Osanna ed Inni,
Urania loderan Figlia del Cielo,
A Dio Diletta, e Favorita Urania.