Dalla Terra alla Luna/Capitolo XIX

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Capitolo XIX

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Jules Verne - Dalla Terra alla Luna (1865)
Traduzione dal francese di C., G. Pizzigoni (1872)
Capitolo XIX
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UN MEETING.

L’indomani l’astro del giorno si alzò molto tardi per l’impazienza pubblica. Lo si trovò pigro per un sole che doveva illuminare simil festa. Barbicane, temendo le domande indiscrete intorno a Michele Ardan, avrebbe voluto ridurre i suoi uditori ad un piccolo numero di addetti, a’ suoi colleghi, per esempio. Ma tanto valeva tentare di opporre una diga al Niagara. Egli dovette quindi rinunziare a’ suoi piani, e lasciare che il nuovo amico si arrischiasse in una conferenza pubblica. La nuova sala della Borsa di Tampa-Town, malgrado le sue dimensioni colossali, fu ritenuta insufficiente per la cerimonia, perchè l’ideata riunione assumeva le proporzioni di un vero meeting.

Il luogo scelto fu una vasta pianura situata al di fuori della città, e in poche ore si pervenne a ripararla dai raggi del sole; le navi del porto, ricche di vele, d’attrezzi, d’alberi di ricambio, di pennoni, [p. 161] fornirono gli accessorii indispensabili per la costruzione di un’immensa tenda.

In breve un vastissimo cielo di tela si distese sulla prateria calcinata e la riparà dai calori del giorno. Quivi trecentomila persone trovarono posto, e per più di tre ore sfidarono una temperatura soffocante, aspettando l’arrivo del Francese. Di questa calca di spettatori, un primo terzo poteva vedere ed udire, un secondo terzo vedeva male e non udiva, quanto all’ultimo, non vedeva nulla e non udiva meglio. Ciò non ostante non fu il meno sollecito a stemperarsi in applausi.

Alle tre, Michele Ardan fece la sua comparsa, accompagnato dai principali membri del Gun-Club. Egli dava il braccio destro al presidente Barbicane, ed il sinistro a J. T. Maston, più raggiante del sole in pieno meriggio.

Ardan salì sur un palco, dall’alto del quale i suoi sguardi estendevansi sopra un oceano di cappelli a cilindro. Non pareva niente affatto impacciato, non porgeva con affettazione; sembrava fosse in casa sua, allegro, famigliare, amabile. Agli evviva che lo accolsero, rispose con un saluto grazioso; poi colla mano, reclamando il silenzio, prese la parola in inglese, e si espresse molto correttamente in questi termini:

« Signori, diss’egli, sebbene faccia caldissimo, io sto per abusare del vostro tempo per darvi alcune spiegazioni su certi progetti che a quanto pare vi stanno a cuore. Io non sono nè un oratore nè un dotto, nè contava di parlare in pubblico; ma l’amico Barbicane mi ha detto che vi farebbe [p. 162]piacere, ed allore ho annuito. Dunque, ascoltatemi colle vostre seicentomila orecchie, e vogliate scusare gli errori dell’autore ».

Questo esordio, fatto così alla libera, piacque assai agli astanti, che espressero la loro soddisfazione con un immenso mormorio di approvazione.

« Signori, diss’egli, nessun segno d’approvazione o di riprovazione qui è proibito. Ci siamo intesi e comincio. E innanzi tutto, non dimenticatelo, voi avete da fare con un ignorante; ma la sua ignoranza si spinge tant’oltre, ch’egli perfino ignora le difficoltà. Gli è dunque sembrato fosse cosa semplice, naturale, facile, il pigliar posto in un proiettile e partire per la Luna. Tal viaggio tosto o tardi doveva farsi, e quanto al modo di locomozione adottato, esso segue semplicemente la legge del progresso. L’uomo ha cominciato col viaggiare a quattro zampe, poi un bel giorno, su due piedi, poi in carretta, poi in cocchio, poi in biroccio, poi in diligenza, poi in istrada ferrata; ebbene! il proiettile è la carrozza dell’avvenire, e, a dirla, i pianeti non sono che proiettili, semplici palle da cannone lanciate dalla mano del Creatore. Ma ritorniamo al nostro veicolo. Taluno tra voi, signori, ha potuto credere che la velocità impressa a quello è eccessiva; non è vero; tutti gli astri sono superiori in rapidità, e la Terra stessa, nel suo movimento di traslazione intorno al sole, corre con tripla veemenza. Eccovi alcuni esempi. Soltanto io chiedo licenza di esprimermi in leghe, perchè le misure americane non mi sono molto famigliari, e temerei d’imbrogliarmi ne’ calcoli ». [p. 163]La domanda parve semplicissima e non trovò opposizione.

L’oratore ripigliò il suo discorso.

« Ecco, signori, la velocità dei diversi pianeti. Io sono costretto di confessare che, a malgrado la mia ignoranza, conosco esattamente questo piccolo particolare astronomico; ma prima di due minuti voi sarete dotti al pari di me. Sappiate dunque che Nettuno fa cinquemila leghe all’ora, Urano settemila, Saturno ottomila e ottocentoquarantotto, Giove undicimila e seicentosettantacinque, Marte ventiduemila e undici, la Terra ventisettemila e cinquecento, Venere trentaduemila e centonovanta, Mercurio cinquantaduemila e cinquecentoventi, certe comete un milione e quattrocento mila leghe nel loro perielio! Quanto a noi, veri buontemponi, gente che ha pochissima fretta, la nostra velocità non oltrepasserà novemila e novecento leghe, ed andrà sempre scemando! Domando a voi se c’è da andare in estasi, e se non è evidente che tutto ciò verrà superato un bel giorno da velocità maggiori, i cui agenti meccanici saranno probabilmente la luce o l’elettricità? »

Parve che nessuno ponesse in dubbio l’affermazione di Michele Ardan.

« Miei cari uditori, ei riprese, se vuolsi prestar fede a certe menti ristrette, — è il qualificativo che solo calza, — l’umanità sarebbe rinchiusa in un cerchio di Popilius che non potrebbe varcare, e condannata a vegetare sopra questo globo senza potersi mai slanciare negli spazî planetari! Niente affatto! Si andarà dalla Luna, si andrà [p. 164]dai pianeti, si andrà dalle stelle, come si va oggi da Liverpool a New-York, facilmente, rapidamente, sicuramente, e l’oceano atmosferico sarà ben presto attraversato come gli oceani della Luna! La distanza non è che una parola relativa, e finirà ad essere ridotta a zero. »

L’adunanza, quantunque molto disposta in favore dell’eroe francese, stette un po’ confusa all’udire quest’audace teoria. Michele Ardan mostrò di comprenderlo.

« Voi non mi sembrate convinti, miei bravi ospiti, riprese con amabile sorriso. Ragioniamola un poco. Sapete quanto tempo occorre ad un convoglio exprès per giungere alla Luna? Trecento giorni. Non di più. Un tragitto di ottantaseimila e quattrocentodieci leghe, ma che sono mai? Nemmanco nove volte il giro della Terra, e non c’è marinaio nè viaggiatore un po’ lesto che non abbia fatto più cammino durante la vita. Pensate dunque che io non istarò per via più di ottantasette ore! Ah! voi dite che la Luna è lontana dalla Terra, e che bisogna pensarci due volte prima di tentare il viaggio. Ma che direste dunque, se si trattasse di andare da Nettuno, che gravita a mille e centoquarantasette milioni di leghe dal Sole. Ecco un viaggio che pochi potrebbero fare, se costasse soltanto cinque soldi al chilometro. Lo stesso barone di Rothschild, col suo miliardo, non avrebbe da pagare il posto, e per la mancanza di centoquarantasette milioni dovrebbe rinunziarvi. »

Parve che tal modo d’argomentare andasse molto [p. 165]a sangue all’adunanza; d’altra parte Michele Ardan, compreso del suo argomento, vi si infervorava a maraviglia; sentivasi avidamente ascoltato, e però riprese con ammirabile semplicità:

« Dunque, amici miei, questa distanza da Nettuno al Sole non è nulla ancora se la si confronta a quella delle stelle; infatti, per valutare la lontananza degli astri, bisogna entrare in una enumerazione abbagliante, in cui il numero minimo ha nove cifre, e prendere il miliardo per unità. Vi chiedo scusa se mi dilungo sopra l’argomento, ma è di un interesse palpitante. Ascoltate e giudicate. Alfa del Centauro è a ottomila miliardi di leghe, Wega a cinquantamila miliardi, Sirio a cinquantamila miliardi, Arcturo a cinquantaduemila miliardi, la Polare a centodiciassettemila miliardi, la Capra a centosettantamila miliardi, le altre stelle a mille, a milioni e miliardi di leghe. E si verrebbe a parlare della distanza che separa i pianeti dal Sole!

E si sosterrebbe che questa distanza esiste! Errore! falsità! aberrazione dei sensi! Sapete come la penso io riguardo al mondo che comincia all’astro radioso e finisce a Nettuno? Volete conoscere la mia teoria? È semplicissima. Per me il mondo solare è un corpo solido, omogeneo; i pianeti che lo compongono si accalcano, si toccano, aderiscono, e lo spazio fra essi esistente altro non è che lo spazio che separa le molecole del metallo più compatto, argento o ferro, oro o platino! Ho dunque il diritto d’affermare, e ripeto con una convinzione che persuaderà tutti [p. 166]voi: «La distanza è una vana parola, la distanza non esiste!

— Ben detto! Bravo! Evviva! esclamò all’unisono l’adunanza elettrizzata dal gesto, dall’accento dell’oratore, dall’arditezza dei suoi concepimenti.

— No! esclamò J. T. Maston più energicamente degli altri, la distanza non esiste!

E trasportato dalla violenza dei suoi moti, dallo slancio del corpo che durò a fatica a padroneggiare, poco mancò ch’egli non cadesse al suolo dall’alto della tribuna improvvisata. Ma giunse a ritrovare l’equilibrio, ed evitò una caduta che gli avrebbe brutalmente provato non essere la distanza una vana parola. Poi il discorso del seducente oratore riprese il suo corso.

«Amici disse Michele Ardan, io ritengo la questione ormai risolta. Se non vi ho convinti tutti, gli è che sono stato timido nelle mie dimostrazioni, e vuolsi accusare l’insufficienza dei miei studi teoretici. Checchè ne sia, ve lo ripeto, la distanza dalla Terra al suo satellite è realmente poco importante ed indegna di occupare una mente seria. Io credo perciò di non andar troppo oltre dicendo che tra poco si stabiliranno dei treni di proiettili, nei quali si farà comodamente il viaggio dalla Terra alla Luna. Non vi sarà da temere nè urto, nè scossa, nè sviamento e si raggiungerà la meta rapidamente, senza fatica, in linea retta, a volo d’ape, per parlare il linguaggio dei vostri cacciatori. Fra vent’anni la metà della terra avrà visitata la Luna!»

«Viva! Viva Michele Ardan!» esclamarono gli astanti, compresi i meno convinti. [p. 167]— Evviva Barbicane! soggiunse modestamente l’oratore.

Questo atto di riconoscenza verso il promotore dell’impresa fu accolto da unanimi applausi.

« Ora, amici miei, riprese Michele Ardan, se avete qualche domanda da farmi, metterete al certo in impaccio un pover uomo par mio; tuttavia procurerò di rispondervi. »

Fin qui il presidente del Gun-Club aveva motivo di essere soddisfatto della piega presa dalla discussione. Essa appoggiavasi a quelle teorie speculative nelle quali Michele Ardan, trasportato dalla sua viva immaginazione, mostravasi brillantissimo. Bisognava dunque impedirgli di deviar verso le quistioni pratiche, dalle quali se la sarebbe cavata meno bene al certo. Barbicane si affrettò di pigliare la parola, e domandò al suo nuovo amico, se riteneva che la Luna o i pianeti fossero abitati.

« Quello che tu mi poni innanzi è un grande problema, mio degno presidente, rispose l’oratore sorridendo; però se non m’inganno, uomini di grande intelligenza, Plutarco, Swedenburg, Bernardino di Saint-Pierre e molti altri si sono pronunciati per l’affermativa. Se pigliassi le cose dal punto di vista della filosofia naturale, sarei incline a pensare a loro modo: direi fra me che nulla d’inutile v’è a questo mondo, e rispondendo alla domanda con un’altra domanda, caro Barbicane, affermerei che se i mondi sono abitabili, o sono abitati, o lo sono stati, o lo saranno.

— Benissimo, esclamarono le prime file degli spettatori, la cui opinione aveva forza di legge per le ultime. [p. 168]— Non si può rispondere con maggior logica e giustezza, disse il presidente del Gun-Club. La vera quistione è questa: I mondi sono abitabili? — Dal canto mio, lo credo.

— Ed io ne son certo, rispose Michele Ardan.

— Eppure, replicò uno degli astanti, sonvi argomenti contro l’abitabilità dei mondi. Sarebbe necessario che nella maggior parte i principî della vita fossero modificati. Così, per non parlare che dei pianeti, si abbrucia in alcuni e si gela in altri, secondo che sono più o meno lontani dal Sole.

— Mi duole, rispose Michele Ardan, di non conoscere personalmente il mio onorevole contradditore, giacchè mi proverei a rispondergli. La sua obbiezione è di qualche peso, ma io credo si possa combatterla con buon esito, così come tutte quelle di cui è stato argomento l’abitabilità dei mondi. Se fossi un fisico, gli direi che se v’ha meno calorico messo in moto ne’ pianeti vicini al Sole, e di più, all’incontro, nei pianeti lontani, questo semplice fenomeno basta per equilibrare il calore e rendere la temperatura di questi mondi sopportabile per esseri conformati come noi. Se fossi naturalista, gli direi, dopo molt’altri illustri dotti, che la natura fornisce sulla Terra esempi d’animali che vivono in condizioni ben diverse d’abitabilità; che i pesci respirano in un mezzo mortale agli altri animali; che gli anfibî hanno una doppia esistenza piuttosto difficile da spiegarsi; che certi abitanti dei mari si mantengono negli strati di una grande profondità e vi sopportano senza esserne schiacciati [p. 169]pressioni di cinquanta o sessanta atmosfere; che diversi insetti aquatici, i quali non sentono la temperatura, s’incontrano ad un tempo nelle fonti d’acqua bollente e nelle pianure diacciate dell’Oceano polare; infine, che bisogna riconoscere nella natura una diversità, ne’ suoi mezzi d’azione, spesso incomprensibile, ma non meno reale, e che va fino all’onnipotenza. Se fossi chimico, gli direi che gli aeroliti, questi corpi per certo formati al di fuori del mondo terrestre, hanno rivelato all’analisi tracce indiscutibili di carbonio, che questa sostanza deve l’origine sua a corpi organici, che secondo le esperienze di Reichenbach ha dovuto essere necessariamente animalizzata. Per ultimo, se fossi teologo, gli direi che la Redenzione divina sembra, al dire di San Paolo sia applicata non solo alla Terra, ma a tutti i mondi celesti. Ma io non sono nè teologo, nè chimico, nè naturalista, nè fisico.

« E però, nella mia perfetta ignoranza delle grandi leggi che regolano l’universo, mi limito a rispondere: - Non so se i mondi sono abitati, e siccome non lo so, vado a vedere. »

L’avversario delle teorie di Michele Ardan si arrischiò a mettere in campo altri argomenti? È impossibile il dirlo, giacchè le grida frenetiche della folla avrebbero impedito di farsi strada a qualsiasi opinione. Allorquando si fu ristabilito il silenzio anche ne’ gruppi più lontani, il trionfante oratore si accontentò di aggiungere le seguenti considerazioni:

« Al certo comprenderete, miei bravi Yankee, [p. 170]che io sfioro soltanto la grande quistione; qui non vengo per far un corso pubblico e sostenere una tesi sopra questo vasto tema. V’ha tutta un’altra serie d’argomenti in favore dell’abitabilità dei mondi. Io la lascio in disparte. Permettetemi d’insistere sopra un punto solo: a coloro che sostengono non essere abitati i pianeti, bisogna rispondere: - Voi potete aver ragione; si è dimostrato essere la Terra il migliore dei mondi possibili; ma vero non è che, checchè ne abbia detto Voltaire. Essa non ha che un satellite, mentre Giove, Urano, Saturno, Nettuno ne hanno diversi al loro servizio, vantaggio da non trascurarsi. Ma ciò che rende soprattutto il nostro globo poco gradevole, è l’inclinazione dell’asse sopra la sua orbita. D’onde l’ineguaglianza dei giorni e delle notti; d’onde la fastidiosa diversità delle stagioni. Sulla nostra disgraziata sferoide fa sempre troppo caldo o troppo freddo; vi si gela in inverno, vi si brucia in estate; è il pianeta delle infreddature, delle corizze e delle flussioni di petto, mentre alla superficie di Giove, per esempio, ove l’asse è pochissimo inclinato [1], gli abitanti potrebbero godere temperature invariabili; c’è la zona della primavera, la zona degli estati, la zona degli autunni e la zona degl’inverni perpetui; ogni abitante di Giove può scegliere il clima che gli piace, e mettersi per tutta la vita al sicuro de’ cambiamenti di temperatura. Voi converrete senza fatica di questa superiorità di Giove sulla terra, senza parlare [p. 171]de’ suoi anni, che durano dodici de’ nostri ciascuno. Inoltre è per me evidente che sotto questi auspicî, e in tali condizioni maravigliose d’esistenza, gli abitanti di questo mondo fortunato sono esseri superiori; che i dotti vi sono più dotti, che gli artisti vi sono più artisti, che i cattivi vi sono meno cattivi e che i buoni vi sono migliori. Ahimè! che cosa manca alla nostra sferoide per avere siffatta perfezione? Poca cosa! Un asse di rotazione inclinato sul piano dell’orbita.

— Ebbene, esclamò una voce impetuosa, uniamo i nostri sforzi, inventiamo macchine, raddrizziamo l’asse della Terra!

Una salva d’applausi scoppiò a questa proposta, il cui autore non era e non poteva essere altri che J. T. Maston. È probabile che il focoso segretario fosse stato spinto da’ suoi istinti d’ingegnere ad arrischiare sì ardita proposizione. Ma, bisogna dirlo, — giacchè è la verità, — molti l’appoggiarono colle loro grida, e senza dubbio, se avessero avuto il piano d’appoggio reclamato da Archimede, gli Americani avrebbero costruito una leva capace di sollevare il mondo e di raddrizzarne l’asse. Ma il punto d’appoggio era precisamente ciò che mancava a’ quei temerari meccanici.

Pure, quest’idea «eminentemente pratica» ebbe un successo maraviglioso; la discussione fu sospesa per un buon quarto d’ora, e per molto tempo si parlò negli Stati Uniti d’America della proposta formulata così energicamente dal segretario perpetuo del Gun-Club.

[p. 257]'From the Earth to the Moon' by Henri de Montaut 31.jpg

.... si farà comodamente il viaggio dalla Terra alla Luna.

(Pag. 166).

Note

  1. L’inclincazione dell’asse di Giove sull’orbita non è che di 3°, 5’.