Dichiarazione
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« Catania, maggio 1890. Dichiarazione. Per risparmiare a tante benigne persone il fastidio di venire, in certe occorrenze o ricorrenze più o meno solenni, a cercarmi, devo una volta per tutte dichiarare che io non sono aggregato a nessuna società segreta o palese e non faccio parte di nessun sodalizio, non intervengo a comizi nè ad accademie politiche o letterarie. Io mi permetto , come ogni uomo che pensa, l'innocuo lusso d'avere delle opinioni, ma diversamente da molti altri le professo e le difendo, per conto mio, a modo mio, coi mezzi e con le armi, qualunque siano, che la natura m'ha date, e sempre nel campo dell'arte letteraria, che per me non è mestiere, nè passatempo. Se queste mie opinioni s'incontrano qualche volta e per puro caso con le opinioni del prossimo, me ne rallegro tanto; se no, salute.
A me non importa far proseliti; penso e scrivo, o ai pensieri o agli scritti m'ingegno conformare la vita : ecco tutto. Chi da un fortuito incontro di opinioni argomentasse in me tale abnegazione da prestarmi gentilmente, come fanno i cantanti, a totale beneficio delle sue idee orfane e degli ospizi marini, in cui altri cura la rachitide dei suoi marmocchi apostolici, s'ingannerebbe.
Se ho dato qualche volta il mio nome a qualche pubblica manifestazione civile, cedendo ad uffici ed istanze di amici troppo teneri di me, esperienza vecchia e motivi novelli m'impongono avvisare i promotori e architettori e organizzatori delle sopra lodate manifestazioni, che la parte quantunque onoraria e non so quanto onorifica, da loro troppo generosamente assegnatami, ora m'è venuta a noia invincibilmente: e che da oggi innanzi non permetterò a nessuno di valersi del mio nome in nessuna occorrenza.
Il mio nome oscuro in tutto, oscurissimo in politica, non è buono a chiamar gente; nè io in ogni modo sarei disposto a far da trombettiere. Chi lo crede, è in errore; e chi si ostinasse a crederlo dopo questa dichiarazione, mi seccherebbe.
Il buon vino per altro non ha bisogno di frasca; e far da frasca al vin guasto, andiamo via, è un ufficio troppo modesto che io lascio volentieri a chi spetta. M. Rapisardi ».