Don Chisciotte della Mancia/Capitolo XIV

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La disperata canzone dell'infelice pastore, ed altri inattesi avvenimenti
CANZONE DI CRISOSTOMO

« Poichè brami, o crudele, che vada di bocca in bocca e d'uno in altro paese l'eccesso del tuo acerbo rigore,
« Farò che lo stesso inferno comunichi al tristo mio petto un suon di dolore, che muti l'accento solito della mia voce.
« E pari al desiderio che ho di far conoscere il mio dolore e l'opere tue, sarà l'accento della mia voce spaventevole, alla quale per maggior tormento seguiteranno anche i brani delle mie viscere.
« Ascolta, pertanto, e presta attento orecchio al suono, non già armonioso, ma aspro, che dal fondo del tristo petto, mosso da cupo disinganno, si esala per mio giusto sollievo e a tua confusione.
« Così il ruggir del leone, lo spaventoso ululare del lupo, il fischio terribile dello squamoso serpente, l'orrendo grido di qualche mostro, il malauguroso gra chiare della cornacchia, il rombo del vento che agita il mare, l'implacabile muggito del toro atterrato, il gemito lamentevole della vedova tortorella, il sinistro canto del gufo, e i tristi suoni di tutta la negra falange infernale,
« Escano fuori con la mia anima dolente commisti fra loro in tal suono, che tutti i sentimenti ne rimangano confusi: poichè a far conoscere l'affanno che mi strazia, ho bisogno d'insoliti modi.
« A questi suoni così misti e confusi non faranno eco nè le dorate sabbie del Tago, nè gli uliveti del famoso Beti[1]; bensì sulla cima delle, alte rocce e nei profondi burroni si affonderanno i miei lamenti, con morta lingua, ma con vive parole; « Ovvero, in oscure valli o per aride piagge prive di ogni umana traccia, e dove il sole non mostrò mai la sua luce, o fra la velenosa moltitudine di fiere che vivono nelle sterminate pianure. « E mentre pei selvaggi deserti l'eco ripeterà i miei affanni e il tuo rigore, che non ha pari nel mondo, per qualche mercede alla breve mia vita s'andran diffondendo su tutta quanta la terra.
« Il disprezzo uccide; il sospetto, o vero o falso, stanca ed abbatte la pazienza; la gelosia uccide crudelmente, una lunga assenza è una gran pena, e contro il timore dell'oblio non vale nessuna speranza di miglior destino.
« In tutto questo è certa e inevitabile morte; ma io (inaudito prodigio!), io vivo geloso, disprezzato, assente e certo di quei sospetti che mi uccidono, e nell'oblio si ravviva il mio fuoco
« E in mezzo a così gran numero di tormenti, non giunge il mio sguardo a vedere neppur l'ombra della speranza; nè io, disperato, me ne do alcun pensiero: anzi, per viver sempre nel mio dolore, giuro di tenermi sempre lontano da lei.
« Potrebbe mai l'uomo, sperare e temere nel tempo stesso? o sarebbe ragionevole sperare, quando le cagioni di temere sono più che mai certe?
« Quando la dura gelosia mi sta dinanzi, potrei io forse chiudere gli occhi, se la vedo attraverso a mille ferite aperte nell'anima mia? « Chi non aprirebbe le porte alla disperazione quando vede apertamente l'indifferenza altrui, e i sospetti (oh, amaro convincimento!) convertiti in fatti veri, e la limpida verità cambiata in menzogna?
« 0 gelosia, fiera tiranna del regno d'amore, armami il braccio di un ferro; dammi, o disprezzo, una corda.
Ma, oìmè! che con crudele vittoria la vostra rimembranza supera il mio patimento.
« Ora finalmente io muoio, e per non avere alcuna speranza di felicità nè in vita nè in morte, voglio persistere ne' miei pensieri.
« Dirò che non s'inganna chiunque ben ama, e che è libera più delle altre quell'anima che è più schiava d'amore.
« Dirò che la mia costante nemica ha l'anima bella al pari del corpo; che la sua indifferenza è colpa mia, e che Amore mantiene in pace il suo regno per mezzo dei mali a cui ci sottopone.
« E in questo pensiero, affrettando con un duro laccio il miserando passo a cui mi ha condotto la sua indifferenza, affiderò al vento il mio corpo e la mia anima, senz'alloro o palma di gloria avvenire.
« E tu, che con tanta crudeltà rendi a tutti palese la cagione che mi sforza a gettar in tal modo l'odiosa mia vita,
Poichè questa profonda piaga del mio cuore ti mostra apertamente com'io mi offro lieto a' tuoi colpi;
« Se mai per caso tu mi giudichi degno che il chiaro cielo de' tuoi begli occhi si turbi per la mia morte, non far che ciò accadata te ne prego: non cerco nessun compenso per queste spoglie dell'anima mia.
«Anzi, nel funesto momento il tuo riso faccia conoscere che tu ti rallegri della mia morte. Se non che è troppo ingenuo darti questo consiglio, poichè so che ti fai un vanto affrettare la fine della mia vita.
« Sorga, dunque,Tantalo dal profondo abisso colla sua sete, sorga Sisifo coll'immane peso del suo macigno, Tizio conduca il suo avvoltoio, nè Issione manchi colla sua ruota, nè le cinquanta sorelle intente alla loro perpetua fatica;
« E tutti insieme riversino il loro mortale supplizio nel mio petto, e con bassa voce (se è permesso a chi muor disperato) cantino triste esequie e dolorose a questo mio corpo, a cui sarà negato anche il mortorio.
« E il triforme custode dell'inferno, con mille altre chimere e mille mostri, facciano loro un doloroso accompagnamento; perchè non mi pare che altra pompa si addice più di questa a chi muore per amore.
« E tu, disperata canzone, non, prorompere in pianto abbandonando la mia lugubre compagnia; anzi, poichè la cagione che ti diè vita dalla mia sventura aumenta la sua felicità, fa di non esser trista nemmeno nella sepoltura ».

Piacque moltissimo a tutti la canzone di Grisostomo, benchè il lettore dicesse che non gli sembrava d'accordo con quanto gli avevano raccontato della modestia e bontà di Marcella, mentre Grisostomo, nella sua canzone, si lamentava di gelosie, di sospetti e di assenza; e ciò tornava a pregiudizio del buon nome della giovane.

Ambrogio, ch'era stato a parte de' più intimi pensieri del suo amico, rispose:

- A cancellar questo dubbio, dovete sapere che, quando fu scritta la canzone da questo infelice, egli si trovava lontano da Marcella, la quale a bella posta s'era allontanata da lui per vedere se l'assenza poteva guarirlo. E siccome tutto reca afflizione ad un amante lontano, perciò Grisostomo si tormentava con immaginarie gelosie, e teneva i suoi sospetti come verità. E, d'altronde, è verissimo quanto su duce comunemente della bontà di Marcella; chè, all'infuori della sua crudeltà e superbia, la stessa invidia non potrebbe tacciarla di altra colpa.
"A vero,rispose Vivaldo; e mentre, stava per leggere un altro de' fogli sottratto,alle fiamme, ne fu distolto da una maraviglíosa visione.

Dalla sommità di quella montagna, appiè della quale si stava scavando la sepoltura, comparve la giovine Marcella, adorna di sì grande bellezza, da superarne di gran lunga la fama. Quelli che fin allora non l'avevano veduta, la stavano osservando con ammirazione e in silenzio, e gli altri, ch'erano abituati ad averla sott'occhio, rimasero anch'essi tanto meravigliati, come se la vedessero allora per la prima volta.

Ambrogio, che subito la riconobbe, le disse con voce irata:

-Vieni forse a vedere, o fiero basilisco di queste montagne, se al tuo apparire versino sangue le ferite di questo misero, a cui la tua crudeltà tolse la vita? 0 ti rechi tu qui per insuperbire della riuscita delle tue odiose imprese? Oppure per bearti, come lo spietato Nerone, dell'incendio della sua Roma, e a calpestar temeraria questo sfortunato cadavere, come la ingrata figlia quello di Tarquinia suo padre?[2]
Confessa, via, qual fine qui ti conduce, ed io, sapendo che Grisostomo non tralasciò mai di obbedirti ciecamente finchè visse, farò che anche in morte ti obbediscano quelli che si vantarono d'essergli amici.

- Non mi conduce qui, o Ambrogio, nessuno degli scopi che tu immagini, - rispose Marcella - ma la sola volontà di far conoscere a tutti quanto a torto io sia incolpata della disperazione e della morte di Grisostomo. Prego, dunque, tutti voi dì prestarmi attenzione, e non avrò bisogno nè di molto tempo, nè di molte parole, perchè chiunque ha buon senso si persuada della verità.

« Il cielo mi diede, a quanto voi dite, tanta bellezza che siete costretti, vostro malgrado, ad amarmi, e sostenete ch'io, perciò, ho il dovere di ricambiarvi con altrettanto affetto. Il buon senso mi dice che tutto il bello è amabile; ma non trovo, però, che ne venga di conseguenza che l'oggetto amato debba amare chiunque l'ama; tanto più che potrebbe accadere che l'amatore del bello fosse brutto; e allora toccando al brutto d'essere abborrito, non è giusto dire: T'amo perchè seí bella, e tu devi amar me benchè brutto. Ma dato anche il caso che si tratti di due bellezze, non per questo la simpatia deve essere eguale nei due, perchè non tutte le bellezze, innamorano, e alcune piacciono a vederle, ma non legano la volontà e il cuore. Che se tutte le bellezze innamorassero e incatenassero, le volontà si troverebbero confuse e sviate, non sapendo scegliere. Perchè essendo innumerevoli gli oggetti adorni di bellezza, sarebbero infiniti anche i desideri; mentre, a quanto ho inteso dire, il vero amore si concentra in un solo oggetto, e nasce da libera volontà, non da violenza. Così essendo perchè volete ch'io pieghi a forza la volontà mia per il solo fatto che voi dite di amarmi? Rispondetemi. Se invece di farmi bella il cielo m'avesse fatta brutta, sarebbe stato giusto ch'ío mi fossi doluta di voi, che certamente non mi avreste amata? Oh, quanto fareste bene a pensare che io non mi sono fatta bella da me, e che, qua lunque sia la mia bellezza, è il cielo che me l'ha data in dono, senza ch'io l'abbia o chiesta o voluta!E come non si può accusare la vipera del veleno che porta seco, benchè con esso uccida, perchè lo ha dalla natura, così nemmeno io merito d'essere censurata per essere bella. La bellezza è, nella donna onesta, come un fuoco lontano, o come una spada acuminata: nè il fuoco abbrucia nè la spada ferisce chi non si accosta. L'onore e la virtù sono gli ornamenti dell'anima, e senza essi il corpo, anche se avvenente, non deve sembrar tale; e se l'onestà è una delle virtù che più adornano ed abbelliscono l'anima e la persona, perchè mai dovrà spogliarsene una giovane amata a cagione della sua bellezza, per secondare l'inclinazione di chi vuole farle perdere una sì pregevole qualità? Io nacqui libera, e per viver libera ho scelto la solitudine della campagna. Gli alberi di questi boschi sono i miei compagni; mio specchio sono le chiare acque di questi rivi, e mi contento di comunicare i miei pensieri agli alberi ed alle acque. Fate conto ch'io sia un fuoco lontano, e una spada pure lontana. Ho disingannato con le mie parole quelli che innamorai colla vìsta: e se è vero che i desiderii sì alimentano di speranze, non avendone io data mai nessuna nè a Grisostomo nè a nessun altro, si può dire che non fu la mia crudeltà che li ha rovinati, ma la loro ostinazione. Se poi qualcuno volesse attribuirmi a colpa che le inclinazioni di lui erano oneste, e che perciò io ero obbligata a corrispondergli, dichiaro che quando in questo luogo medesimo, dove ora state scavando il suo sepolcro, mi rivelò la rettitudine delle sue intenzioni, io gli risposi ch'ero decisa di vivere in una perpetua solitudine, e che la sola terra doveva avere il frutto delle mie conversazioni e le spoglie della mia bellezza. Se poi, ad onta del mio chiaro discorso, volle ostinarsi contro la speranza, e navigar contro vento, che maraviglia se è naufragato nel golfo della sua imprudenza? Se io lo avessi lusingato a parole sarei stata falsa: se avessi accondisceso a' suoi voleri avrei mancato al mio migliore proponimento. Egli si ostinò, e senza essere odiato, si diede alla disperazione. Vedete, dunque, se è ragionevole incolparmi di quanto egli sofferse. Si dolga chi fu ingannato; si disperi colui che si trovò deluso nelle promesse avute, mi accusi chi può dire di essere stato sedotto da me; ma nessuno mi dica crudele nè assassina di un uomo a cui nulla ho promesso, che da me non fu mai ingannato, nè ebbe mai accoglienze e carezze. Dio non volle finora assegnarmi in destino un amante, ed io sarò sempre scusata se non voglio amar per elezione. Serva questa lezione a tutti coloro che mi vanno sollecitando ad amarli, e sappiano che se qualcuno avesse a morire per me, non morrà per gelosia o disprezzo; perchè chi non ama,nessuno non può dar gelosia a nessuno, e le delusioni non devono tenersi in conto di sdegno o di sprezzo. Chi trova in me una fiera, un basilico, un essere dannoso e tristo; chi mi chiama ingrata, non mi segua; non mi segua chi mi tien per crudele; perchè questa crudele, questa sconoscente, questa ingrata, questo basilisco non li chiamerà, non cercherà mai di loro, nè vorrà mai averli vicino. Se Grisostomo cadde vittima della sua intolleranza e del suo sconsigliato amore, perchè io devo essere incolpata di un contegno che non si discostò nè punto nè poco dalla onestà e dalla buona creanza? Se io conservo fra queste piante romite la mia castità, che ragione ha di dolersene chi vorrebbe ch'io la perdessi conversando cogli uomini? Io, come sapete, sono ricca di mio, nè bramo le ricchezze degli altri: libera è la mia condizione, e, non voglio rendermi soggetta a nessuno: non amo, nè odio alcuno; non inganno questo, nè istigo quello, non mi burlo dell'uno, nè mi do buon tempo con l'altro: l'onesta conversazione con le pastorelle di queste selve e la custodia delle mie capre bastano a' miei passatempi; tra questi dirupi trovano posto tutti i miei desiderii, e se da essi si allontanano, è solo per contemplare la bellezza del cielo: cose tutte che guidano l'anima alla felicità, cui essa unicamente anela. »
Dette quest'ultime parole, senz'intendere o udire risposta alcuna, volse a tutti le spalle e si cacciò nel più folto d'una selva, lasciando tutti stupiti sia della saviezza del suo ragionamento sia della bellezza del suo volto.
Alcuni, feriti dagli strali de' suoi begli occhi, fecero per seguirla; ma don Chisciotte, che se ne avvide, colse l'occasione di mettere in campo la sua cavalleria in soccorso delle donzelle che ne han bisogno, e posta la mano sull'impugnatura della sua spada, disse con alta voce e ben intesa:

- Nessuno osi, qualunque sia il suo stato e la sua condizione, di tener dietro alla vezzosa Marcella, o sappia che incontrerà il furibondo mio sdegno.Essa provò abbastanza, con chiare ragioni, che poca o nessuna colpa le si può dare per la morte di Grisostomo, e che non vuole condiscendere alle brame di nessuno de' suoi aspiranti; e perciò trovo giusto, che invece d'essere inseguita o perseguitata, le sia dovuto onore e stima da tutti i buoni di questo mondo, in cui essa sola oramai fa professione di sì onesti principi.
Fosse per le minacce di don Chisciotte, o perchè Ambrogio raccomandò che si compisse l'ufficio funebre all'amico, nessuno de' pastori si mosse prima che, scavato il sepolcro e arse le carte di Grisostomo, avessero sotterrato il suo corpo fra il compianto di tutti. Chiusero la sepoltura con un gran sasso, in attesa che fosse preparato il marmo che, a quanto disse Ambrogio, si stava lavorando, e sopra il quale doveva leggersi id seguente epitaffio:

« Giace qui la misera e fredda spoglia di un amante che fu pastore d'armenti e finì per colpa di amore ?[3]
« Egli morì sotto i colpi crudeli di una bella schifiltosa ed ingrata, per la quale amore va ampliando il suo imperio ».

Furono poi sparsi sulla sepoltura fiori e ramoscelli di varie piante, e, dato sfogo alle condoglianze coll'amico Ambrogio, tutti si allontanarono, compresi Vivaldo e il suo compagno. Don Chisciotte si separò da' suoi ospiti e dai passeggeri, i quali però lo pregarono di andar con loro fino a Siviglia, perchè in ogni strada e quasi in ogni angolo di quel paese avrebbe potuto trovar più avventure che in nessun'altra parte. Don Chisciotte ringraziò dell'avvertimento, e si mostrò obbligato della loro cortesia; ma soggiunse che per il momento non poteva nè doveva recarsi a Siviglia, perchè doveva snidare da quelle montagne tutti gli assassini di cui correva voce che fossero piene zeppe. Persuasi di questa sua eroica risoluzione, non lo importunarono più oltre, ma lo salutarono nuovamente e lo lasciarono, proseguendo il loro viaggio, ragionando ancora di Marcella, di Grisostomo e delle pazzie di don Chisciotte. Questi, intanto, mosso in traccia di Marcella, voleva esibirsi interamente a' suoi servigi, ma non potè effettuare questo suo disegno, come si narra nella continuazione di questa storia.


Note

  1. Nome classico del Guádalquivir.
  2. Tullia fu moglie di Tarquinio e figliuola di Servio Tullio, di cui calpestò il cadavere. L'autore scrisse probabilmente questo capitolo mentre era in prigione, senza il soccorso de' suoi libri, e la memoria gli fallì.
  3. Que fué pastor de ganado/ Perdido por desamor. C'è, in questi versi, un insipido giuoco di parole fra ganado e perdido; perchè questa parola significa perduto e l'altra vuol dire armento ed anche guadagnato.
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