Don Chisciotte della Mancia/Capitolo XXIII

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Quel che accadde al famoso don Chisciotte nella Sierra Morena, e che fu una delle più rare avventure che si raccontano in questa veridica storia.

Don Chisciotte, vedendosi ridotto a mal partito, disse al suo scudiere:

- Ho sempre sentito dire, Sancio, che far bene ai vigliacchi è un lavare la testa all'asino. Se avessi badato ai tuoi suggerimenti, non mi troverei ora in tanta sventura. Ma al fatto non si rimedia: bisogna aver pazienza e star più attenti per l'avvenire.

- Vossignoria starà attento come io son turco -— rispose Sancio; — ma poiché dice che, se avesse badato a' miei consigli, non ci troveremmo in tanto malanno, mi creda a quello che le dico ora, e sfuggiremo ad un'altra disgrazia peggiore; perché le dico che contro la Santa Confraternita non vale la cavalleria, e per essa tutti i cavalieri erranti del mondo contano meno di due maravedis. E già mi pare di sentirmi fischiare alle orecchie le sue saette.[1]

- Tu sei codardo per natura, — disse don Chisciotte: —- ma perché tu non possa accusarmi di ostinazione, né dire che io non bado mai ai tuoi consigli, questa volta voglio ascoltarti, e così mi sottrarrò a quella tempesta che tu paventi. Però lo faccio a condizione che, vivo o morto, tu non debba mai dire a nessuno ch'io mi sia ritirato e sottratto a un tale pericolo per timore, ma unicamente per condiscendere alle tue preghiere; altrimenti, tu mentirai; e adesso per allora, ed allora per adesso rispondo alla smentita, e dichiaro che menti e mentirai tutte le volte che ti scappi detto ciò che tu pensi a mio svantaggio. Né replicarmi parola, sai; che al solo pensar che ora mi sottraggo a un nuovo pericolo, e specialmente a questo, dove pare ch'io dimostri un'ombra di paura, manca poco che non mi decida di aspettar qui, io solo, non soltanto la giustizia di cui tu parli e che ti atterrisce tanto, ma tutti i fratelli di tutte le dodici tribù d'Israele e i sette fratelli Maccabei, e i gemelli Castoro e Polluce, e quante sbirraglie, e quanti bargelli sono al mondo.

- Signore, — rispose Sancio — ritirarsi non è fuggire, e quando il pericolo è maggiore della speranza, non è da persone accorte l'attenderlo, ma è da savi prevenire oggi il domani, né avventurare tutto in un giorno solo. E sappia vossignoria che, quantunque zotico e villano, io m'intendo un poco di quel che si chiama saper vivere; né lei si penta di aver accolto il mio consiglio, ma monti sopra il suo Ronzinante; e se mai non potesse, io sono qua ad aiutarla, e mi segua, poiché il mio poco cervello mi suggerisce che ora abbiamo più bisogno dei piedi che delle mani.

Salì don Chisciotte senz'aggiungere parola, e montato Sancio sopra il suo asino, s'incamminarono per quella parte della Sierra Morena ch'era la più vicina, avendo Sancio intenzione di attraversarla tutta intera e portarsi al Viso, o ad Almodóvar del Campo, e stare nascosto per alcuni giorni fra quelle rupi, per non essere colti dalla Santa Confraternita se li venisse cercando.. Prese anche più coraggio vedendo che in mezzo al parapiglia coi galeotti aveva potuto salvare le provviste che erano sull'asino, e gli parve un miracolo, dopo le ruberie sofferte.

Quella sera pervennero nel bel mezzo delle balze della Sierra Morena, dove don Chisciotte pensò di trattenersi non solo la prima notte, ma anche qualche giorno di poi, od almeno fin tanto che durassero le provviste. Pernottarono, dunque, fra quelle balze e tra i sugheri; ma la fatalità, che, secondo la falsa credenza di chi non professa la vera fede, regola le sorti degli uomini, volle che Ginés di Passamente, il famoso mariuolo e ladro scampato alle galere per l'opera e per la pazzia di don Chisciotte, pensasse anch'egli, per sottrarsi alla Santa Confraternita, di appiattarsi tra quelle montagne. Volle, dunque, la fatalità che il timore e la sorte lo facessero capitare in quello stesso luogo dove si trovavano don Chisciotte e Sancio, in ora da poterli riconoscere, ma pensò di lasciarli dormire. Se non che i tristi sono sempre ingrati, vanno fin dove la necessità li conduce, e pensano al presente, dimenticando l'avvenire; perciò Ginés, briccone di pessima risma, pensò di rubar l'asino a Sancio Panza, non curandosi di Ronzinante, che gli pareva un mobile da non potersi né impegnare né vendere. Mentre Sancio era immerso nel sonno, egli menò via il somaro, e prima del giorno era lontano già da non poter essere più raggiunto.

Comparve l'aurora a rallegrar la terra e a recare a Sancio la più viva amarezza per la mancanza del suo asino. Trovando che glielo avevano rubato, si mise a piangere tanto dirottamente, che svegliò don Chisciotte coi suoi singulti. Diceva:

- Ahi, figlio delle mie viscere, nato sotto il mio tetto, delizia dei miei figliuoli, gioia di mia moglie, invidia dei mici vicini, sollievo delle mie afflizioni e sostegno della metà della mia persona, perché con ventisei maravedìs che guadagnavo con te ogni giorno, facevo metà delle spese per la mia famiglia!

Don Chisciotte, che lo sentì piangere, e poi seppe perchè piangeva, consolò Sancio meglio che potè, pregandolo di aver pazienza, e promettendogli di rilasciargli un biglietto con cui gli sarebbero dati tre dei cinque asini ch'egli aveva lasciati a casa sua. Si consolò allora Sancio, si asciugò le lagrime, finirono i singhiozzi, e gradì la promessa di don Chisciotte. Il quale, appena internato in quelle montagne, sentì allargarsi il cuore, parendogli di esser giunto in un luogo di inesauribili avventure, come appunto egli le andava cercando. Stava richiamandosi alla memoria i prodigiosi avvenimenti occorsi ai cavalieri erranti in luoghi desolati e selvaggi come quelli, e se ne andava immerso in questi pensieri, inebriato e fuori di sé, che null'altro si rammentava. Né Sancio, poiché si sentì sicuro dalle persecuzioni della giustizia, si dava altro pensiero che di riempirsi lo stomaco coi rimasugli di quanto avea tolto ai poveri chierici che accompagnavano il morto. Così Sancio, seguendo il padrone, traeva di quando in quando da un sacco, caricato su Ronzinante, di che empirsi la pancia, contento della sua sorte, senza curarsi di nuove avventure. Ma in quel momento alzò gli occhi, e vide che il suo padrone tentava di levar qualche cosa da terra colla punta del suo lancione. Si affrettò Sancio ad aiutarlo, ed arrivò al momento in cui alzava un cuscinetto a cui era legato un baule, l'uno e l'altro mezzo fracidi e disfatti. Disse il padrone a Sancio di esaminare che cosa ci fosse in quel baule; e Sancio obbedì, nonostante fosse assicurato con una catena chiusa da un lucchetto, e attraverso le rotture vide quanto conteneva, e cioè : quattro camicie di tela d'Olanda fina ed altra biancheria candida e fì-nissima, e aggomitolato in una pezzuola un buon mucchietto di scudi d'oro.

Quando Sancio li vide, esclamò:

— Benedetto sia il cielo che ci offre finalmente una avventura da trarne profitto. — E frugando allora più diligentemente, trovò un libriccino di memorie riccamente ornato.

Questo lo volle don Chisciotte, che disse però a Sancio di serbare il denaro per suo proprio uso. Sancio gli baciò la mano per tanto favore, e togliendo dal baule la biancheria, la unì alle provviste che portava seco.

Quando don Chisciotte ebbe osservata ogni cosa, disse:

Mi sembra, Sancio (e non è possibile, che sia altrimenti), che qualche passeggero, smarrita la via, sia entrato in queste gole, e qui lo avranno assaltalo i malandrini, e poi lo avranno anche sotterrato in questo luogo nascosto.

Non può essere, - rispose Sancio — perché, se fossero i malandrini, non avrebbero lasciato qui il danaro.

- Vero, - soggiunse don Chisciotte; — ma non potrei indovinare come ciò sia avvenuto. Aspetta, e vediamo se in questo libretto di memorie è scritto qualche cosa che possa far soddisfare la nostra curiosità.

Lo aperse, e lesse ad alta voce, perché lo sentisse anche Sancio, questo sonetto scritto in bel carattere nella prima pagina del libro:

"O Amore ha poco senno, o è eccessivamente crudele; oppure la mia pena non è proporzionata al motivo che mi condanna al più duro tormento.
" Ma Amore è Dio, nessuno l'ignora, ed è ragionevole che un Dio non sia crudele: ma chi è dunque colui che m'impone questo dolore ch'io soffro adorando?
"Se dico che sei tu, o Filli, m'inganno; perché tanto male non può esser compreso in tanto bene: né questa rovina scende dal cielo.
" Tra poco dovrò morire ; questo è certo : perché ad un male di cui non si conosce la causa, sarebbe miracolo trovar medicina ".

- Nemmen con questo, — disse Sancio — si può chiarir l'imbroglio, ma forse tenendo dietro ad un filo, si può arrivar a conoscere il gomitolo di questa faccenda.

— Di che filo parli? — disse don Chisciotte.

— Mi sembra, — rispose Sancio — che vossignoria abbia detto filo.

— Filli ho detto, — rispose don Chisciotte — ed è, senza dubbio, il nome della dama di cui si lamenta l'autore di questo sonetto, il quale autore o deve essere unosperimentato poeta, o io poco m'intendo. — Come! — disse Sancio — ella s'intende di queste composizioni?

— Più di quanto non credi — rispose don Chisciotte — e lo vedrai quando ti pregherò di portare una lettera scritta tutta in versi alla mia signora Dulcinea del Toboso. Perché voglio che tu sappia, o Sancio, che tutti i cavalieri erranti delle età passate, erano grandi poeti e cantori; perché queste due facoltà (o grazie, per parlare propriamente), sono proprie degl'innamorati erranti, quantunque non si possa negare che le canzoni de' cavalieri d'altri tempi erano quasi sempre più spiritose che belle.

- Legga vossignoria il resto — disse Sancio — e troveremo di che soddisfare la nostra curiosità.

Don Chisciotte voltò pagina e disse:

— Questa è prosa, e sembra che sia una lettera.

— Missiva? — domandò Sancio.

— Il principio accenna ad amori — rispose don Chisciotte.

— Legga, dunque, la signoria vostra — replicò Sancio — e legga forte, che a me vanno a sangue le cose che trattano di amore.

Così mi piaci! — disse don Chisciotte; - e lesse forte:

« La tua fallace promessa e la mia sventura mi trascinano in luogo dal quale ti arriveranno le notizie della mia morte prima che la causa dei miei lamenti. Tu, ingrata, mi posponesti a chi è più ricco di me, ma non però più di me ti merita: ma se la virtù fosse stimata quanto la ricchezza, non invidierei le fortune degli altri, né piangerei le sventure mie. Quel che aveva operato la tua bellezza fu distrutto dai tuoi portamenti. La tua bellezza mi fece credere che tu fossi un angelo; i tuoi portamenti mi hanno fatto conoscere che sei donna. Va in pace, o sola cagione della tempesta che mi agita il cuore; e piaccia al cielo che rimangano nascoste a tutti le frodi del tuo sposo, perché tu non abbia a pentirti di quanto facesti, ed io non faccia vendetta di quello che non vorrei. »

Finita questa lettura, don Chisciotte disse:

— Tanto dalla lettera quanto dai versi si può soltanto capire che lo scrittore fu un amante disperato. — E scorrendo quasi tutto il libretto, trovò altri versi, alcuni che si potevano leggere ed altri no.

Il contenuto loro non era altro che lamenti, corrucci, gioie e disgusti, favori e sdegni, gli uni ricevuti con allegrezza, gli altri con pianto. Mentre don Chisciotte sfogliava il libro, Sancio esaminava internamente il baule, frugandone con gran diligenza ogni angolo, affinchè nulla sfuggisse alle sue indagini : tanto avido lo aveano reso gli scudi trovati, che erano più di cento. Non trovò più nulla; ma tuttavia gli parve che gli slanci in aria sulla coperta, il vomito dell'atroce bevanda, le stangate, le spuntate del vetturale, il furto delle bisacce, la perdita del gabbano e dell'asino, e tutta la fame, la sete e gli affanni sofferti in servigio del suo buon padrone, nulla fosse stato senza un perché, e di tutto quel ricco bottino lo compensasse.

Il cavaliere dalla Trista Figura rimase con un gran desiderio di sapere chi fosse il padrone di quelle cose. Dal sonetto, dalla lettera, dalle monete d'oro e dalla fine biancheria si capiva che dovesse essere un ricco innamorato, condotto a qualche disperata risoluzione dagli sdegni e dai maltrattamenti della sua dama. Ma non vedendosi nessuno per quelle balze deserte e dirupate a cui poterne chiedere notizia, non si curò di al-Iro che continuar la sua strada, lasciandosi condurre ad arbitrio di Ronzinante, sempre colla fiducia che non gli potesse mancare fra que' dirupi qualche nuova e strana avventura. Proseguendo, adunque, il cammino, immerso in questi pensieri, vide sulla cima di una moiitagnuola un uomo che andava saltando di masso in masso e di macchia in macchia, con gran leggerezza. Gli parve nella sua fantasia che fosse seminudo, che avesse barba nera e folta, capelli arruffati, i pie scalzi, nude le gambe, e un paio di calzoni di velluto lionato, ma stracciati, che mostravano per i buchi le gambe. Andava a testa scoperta, e benché apparisse solo di tratto in tratto, il cavaliere dalla Trista Figura osservò e notò minuziosamente ogni cosa. Ma quantunque avesse tentato di seguirlo, non lo potè per la debolezza di Ronzinante, che non permetteva di valicare per quei precipizi, tanto più che il suo passo era di natura assai breve e misurato. Don Chisciotte pensò che costui fosse il padrone del cuscinetto e del baule, e si propose di raggiungerlo anche avesse dovuto aggirarsi per un anno intero tra quelle belze.

Ordinò a Sancio di batter la montagna da una parte, mentre egli l'avrebbe percorsa per la via opposta; e forse in qualche modo avrebbero raggiunto lo strano uomo, che gli era parso davanti agli occhi dinanzi agli occhi.

- Non posso, — rispose Sancio — perché, allontanandomi da vossignoria, mi entra addosso una paura che mi dà il batticuore. E ciò le serva di avviso, perchè da qui in avanti io non mi allontanerò un solo dito da lei.

- Fa quello che vuoi - disse don Chisciotte; - io sono contentissimo che ti possa valere del mio coraggio, che non mancherà di proteggerti anche se ti mancasse l'anima in corpo. Seguimi, dunque, come potrai, e spia da per tutto cogli occhi. Noi ci aggireremo per questa montagnola, e forse c'imbatteremo nell'uomo che abbiamo veduto, il quale è certamente il padrone di tutto quel che abbiamo trovato.

Sancio rispose:

- In questo caso, sarebbe molto meglio che non lo andassimo a cercare, perchè se lo troviamo, ed è veramente il padrone del danaro, è evidente ch'io glielo dovrei restituire. Perciò sarebbe meglio non fare queste inutili ricerche, e che io potessi tenermi il danaro fin tanto che il vero padrone si scopra in altro modo meno curioso e più naturale. perchè questo accadrà probabilmente quando i danari saranno spesi tutti, ed allora il re ci dispenserebbe di restituirli.

- T'inganni Sancio, - rispose don Chisciotte - perchè nel dubbio siamo obbligati a cercare il padrone ed a restituire: e se non lo trovassimo, il dubbio che il padrone sia lui basta. Però, amico Sancio, non ti dar pena di cercarlo, chè seguirò io le sue tracce.

Ciò detto, spronò Ronzinante, e Sancio lo seguì a piedi e carico, per colpa di Ginesucccio di Passamonte.[2]

Quand'ebbero percorsa una parte della montagna, trovarono in un ruscello una mula caduta morta e mezzo mangiata dai cani e becccata dai corvi. Aveva ancora la sella e la briglia, e ciò li confermò nel sospetto che il fuggitivo fosse il padrone della mula e del baule. Mentre stavano osservando la carogna, udirono un fischio, come quello dei pastori che guardano la mandra, e nello stesso tempo comparve a mano sinistra una buona quantità di capre, e dietro di esse il capraio che le custodiva, e che era un uomo attempato. Don Chisciotte lo chiamò, pregandolo di scendere fino a loro; ed egli, gridando, domandò a lui chi lo avesse condotto in quel luogo, poche volte o mai calpestato da piede umano, ma solo da capre o da lupi, o da altre fiere. Sancio, rispose che scendesse, e gli avrebbe spiegato tutto.

Scese il capraio, e arrivato dove don Chisciotte era rimasto ad aspettarlo, disse:

- Io scommetto che voi, signori, guardate quella mula da nolo che vedete morta laggiù in quel burrone: ebbene, sappiate che vi si trova già da sei mesi. Ora ditemi, signori: avete forse incontrato il suo padrone?

- Non abbiamo incontrato nessuno, - rispose don Chisciotte - ma abbiamo trovato un cuscino ed un baule poco lontano di qua.

- Anch'io li ho veduti, - rispose il capraio - ma non volli toccarli, e neppur accostarmi ad essi, temendo qualche disavventura o di essere accusato di furto; perchè il diavolo è fino, si diverte qualche volta a farci cadere, senza che ne sappiamo il come o il quando.

- Così dico ancor io - rispose Sancio - che ho veduto il baule, e me ne tenni lontano, fate conto come un tiro di pietra, lasciandolo dov'era, perchè io non voglio immischiarmi nelle cose che non m'importano.

- Sapete voi, buon uomo - disse don Chisciotte - chi ne sia il padrone?

- Questo solo vi so dire, - rispose il capraio - che sono passati all'incirca sei mesi da che un giovane di giusta statura giunse ad una capanna di pastori, lontano forse tre miglia da questo luogo. Cavalcava la stessa mula che vedete là morta, ed avea seco il cuscinetto e il baule che dite di aver trovato, senza toccarli. Domandò a noi caparai quale fosse la parte più nascosta e selvaggia di questa Sierra, e noi gli rispondemmo che era questa dove ora ci troviamo. Ed è vero, perchè se avanzerete ancora mezza lega, non ne saprete più uscire: ed anzi mi maraviglio che siate potuto arrivare fin qui, non essendovi nè strada, nè guide che possano aiutare. Udendo il giovane la nostra risposta, voltò le redini, e si avviò verso la parte da noi indicata, lasciandoci tutti soddisfatti della sua avvenenza e del suo buon garbo, ma stupiti, al tempo stesso, della sua domanda e della frettta con cui s'incamminò verso la Sierra. Da quella volta in poi non lo abbiamo più veduto. Se non che, dopo alcuni giorni, incontrandosi per strada in uno de' nostri pastori, gli si accostò, gli diede molti pugni e calci, e poi volgendosi all'asina del pastore, che portava le provviste, prese tutto il pane e il cacio che trovò, e sparì via, si può dire, in un lampo, rinselvandosi nella Sierra. Quando noi caprai avemmo questa notizia, andammo a cercarlo per quasi due giorni nei luoghi più romiti, e finalmente lo trovammo nascosto nel cavo di un vecchio sughero. Egli si fece incontro a noi con grande cortesia, tutto lacero indosso, sfigurato nella faccia ed abbronzato dal sole, per modo che lo riconoscemmo appena; ma ci assicurammo ch'era proprio lui riconoscendo le sue vesti lacere, e ricordando le notizie che ci erano state date di lui. Ci salutò gentilmente, e in poche ma succose parole ci disse che non ci maravigliassimo del suo stato, perché doveva far penitenza de' suoi peccati. Lo pregammo di volerci dire chi fosse, ma si rifiutò di farcelo sapere; gli dicemmo che, quando avesse bisogno di sostentamento, ci facesse sapere ove dovessimo andarlo a trovare, per portarglielo con ogni premura ed affetto; e se neanche questo gli piaceva, lo avremmo condotto nei nostri casolari. Altrimenti ci chiedesse almeno quello di cui aveva bisogno, ma si astenesse dall'usar violenza ai pastori, come aveva fatto. Egli gradì molto le nostre offerte, ci chiese perdono dell'accaduto, e promise di domandarci sempre per amor di Dio quanto gli fosse abbisognato, senza far molestia ad alcuno. Quanto alla dimora, non volle mutarla, e alla fine del suo discorso proruppe in un pianto così accorato, che solo chi fosse stato di sasso avrebbe potuto trattenersi dal piangere con lui. Noi pensavamo qual'era la prima volta che lo vedemmo e quale ci appariva allora, perché, come dissi, era un giovine di belle e garbate maniere e i suoi discorsi cortesi e ragionati lo dimostravano persona ben nata e di squisita educazione : e quantunque noi siamo zotici, la sua gentilezza era tanta, che ne restavamo confusi. Ma nel più bello del suo discorso egli ammutolì, fissò gli occhi in terra a lungo, mentre noi ce ne stavamo cheti e sospesi, attendendo la fine di quel suo stupore. Molto ci doleva di vederlo in quello stato, perché ben ci accorgemmo che quel suo aprire gli occhi a stento, quel tenerli sempre fissi in terra, per chiuderli poi un'altra volta stringendo le labbra e inarcando le ciglia, era segno di qualche accesso di pazzia che lo cogliesse proprio in quel momemto. E pur troppo dovemmo persuaderci che non ci eravamo ingannati, perché lo vedemmo levarsi con gran furia da terra e venire alle prese col primo che gli era più presso, e con tal furore, che lo avrebbe ammazzato a pugni e a morsi se non glielo avessimo tolto di mano. Al colmo del suo furore, esclamava: «Ah, sleale Fernando! Pagherai il fio del torto che mi hai fatto; le mie mani ti strapperanno il cuore pieno di tutte le scellcraggini, specialmente di frodi e d'inganni ». Ed aggiungeva altre minacce, dirette tutte a quel Fernando che tacciava di traditore e di sleale. Gli togliemmo dalle mani il nostro fratello, ed egli, scostandosi senza dir parola, corse ad imboscarsi fra questi càrpini e queste vincaie, rendendoci impossibile seguirlo. Si presume che la pazzia lo assalisca ad intervalli, e che abbia ricevuto qualche gran torto da uno che si chiama Fernando, che lo condusse a tanta disperazione. La cosa pare tanto più verosimile, in quanto che qualche volta egli si è fatto trovare sulla strada per chiedere ai pastori di condurlo a mangiare, ed altre volte, quando è assalito dalla frenesia, il mangiare se lo prende per forza, senza curarsi delle nostre spontanee offerte, assalendoci a furia di percosse. Quando torna in sé, accetta ogni cosa per amor di Dio, e cortesemente ringrazia, non senza spargere molte lagrime. E per dirvi, o signori, ogni cosa — proseguì il capraio — ieri, io, con quattro altri pastori, due servi e due amici miei, ci siamo proposti di cercarlo, finché ci riesca di trovarlo e di condurlo, per amor o per forza, alla terra di Almodóvar, otto leghe lontano di qua; perché vogliamo che si assoggetti colà ad una cura, se il suo è un male da potersi guarire; e così quando avrà qualche lucido intervallo sapremo chi sia, e se avrà parenti, li renderemo consapevoli della sua disgrazia. Ecco quanto posso dirvi di ciò che mi domandaste, siate certi che il padrone delle cose da voi trovate è appunto colui che vedeste passare con tanta velocità, stracciato e quasi nudo.

Don Chisciotte gli aveva già detto di averlo veduto saltare per quelle balze.

Don Chisciotte rimase assai meravigliato del racconto del capraio, e sentendosi più che mai desideroso di sapere chi fosse quel forsennato, si propose di cercarlo per tutta quella montagna, non lasciando inesploralo nessun angolo, finché non lo avesse scoperto. La sorte lo favorì, in questo, meglio di quanto sperava; perché proprio in quel momento, nell'intervallo vallo fra un'altura prossima e quella dov'egli si trovava, comparve il giovane medesimo, che andava parlando fra sé, ma in modo da non poter essere inteso. Le sue vesti erano quali furono già descritte, ed avvicinandosi a lui, don Chisciotte potè osservare che portava una collana di ambra in cattivo stato, e tanto più si persuase che, s'egli portava si nobili contrassegni, non poteva essere di bassa condizione. Quando il giovine li ebbe raggiunti, li salutò con voce alterata e rauca, ma assai cortesemente. Don Chisciotte gli rese il saluto con non minore cortesia, e sceso da Ronzinante, con modo affabile e gaio corse ad abbracciarlo, e se lo tenne a lungo stretto fra le braccia, come se lo avesse conosciuto da molto tempo. L'altro, che si poteva chiamare lo stracciato d'infelice aspetto, come don Chisciotte era il cavaliere dalla Trista Figura, dopo essersi fatto abbracciare, scostò alquanto don Chisciotte da sé, gli pose una mano sopra le spalle e gli fissò gli occhi addosso, come volesse riconoscerlo, maravigliato non tanto di vedere il volto, la statura e le armi di don Chisciotte, quanto del modo con cui don Chisciotte stava attentamente a guardarlo. Finalmente, primo a parlare, fu il cavaliere stracciato, e disse ciò che sarà riferito qui avanti.


Note

  1. La Santa Confraternita faceva uccidere a colpi di freccia i delinquenti da lei condannati, e ne lasciava i cadaveri appesi alla forca.
  2. Si vedrà nel capitolo seguente che il Cervantes parla poi ancora dell'asino di Sancio come se Ginesuccio non glielo avesse rapito.
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