Don Chisciotte della Mancia/Capitolo XXIX
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« Tale, o signori, è la veridica storia della mia tragedia. Giudicate ora se i sospiri che avete uditi, le parole che avete intese, e le lagrime che scaturirono dagli occhi miei, potevano avere una più legittima causa. Ripensando alla mia disgrazia, vedrete che, se il male non ha rimedio, ogni consolazione riesce vana. Vi prego soltanto di consigliarmi dove potrei passare la vita, senza che mi opprima il timore e l'angoscia di essere presa da quelli che mi stanno cercando. Questo vi chiedo, perché quantunque io sappia che il grande amore de' miei genitori mi renderebbero sicura di essere ben ricevuta da loro, è però tanta la vergogna che mi assale pensando di presentarmi a loro, dopo quanto è avvenuto, che mi par meglio fuggirne eternamente la vista, sapendo che non tornerei a loro pura e illibata come una volta".
Tacque, dopo ciò, col volto acceso da un rossore che palesava chiaramente il sentimento e la vergogna del suo cuore. Le sue parole produssero in chi la intese non so se più rammarico o maraviglia; e sebbene il curato volesse cercare di consolarla e darle consiglio, Cardenio lo prevenne dicendo :
— Dunque, signora, voi siete la bella Dorotea, l'unica figliuola del ricco Clenardo? Restò maravigliata Dorotea udendo il nome di suo padre pronunziato da un uomo di umile apparenza, e perciò gli disse:
— Chi siete voi, fratello, che conoscete il nome di mio padre?
- Sono - rispose Cardenio — quell'infelice che, secondo le vostre parole, fu chiamato da Lucinda suo sposo: sono lo sventurato Cardenio, ridotto a mal partito da colui che fu pure causa della vostra disgrazia. Eccomi, per colpa di Fernando, lacero, ignudo, privo di ogni umano conforto, e quel ch'è peggio, colla mente così stravolta, che appena di quando in quando ne posso fare uso. Sì, Dorotea, son proprio quello che si trovò presente alle nozze di don Fernando, e udì quel si con cui Lucinda promise di esser sua sposa. Non aspettai l'esito dello svenimento, né ciò che poteva derivar dal foglio trovatole in seno. Come incapace di sopportare tante sventure insieme, uscii allora da quella casa, lasciando una lettera al mio ospite che la facesse pervenire a Lucinda; e partii subito per queste solitudini, deciso di finirvi la vita, che dopo quel momento io detesto come un nemico mortale. La sorte non volle appagare il mio desiderio, contentandosi di offuscare il mio intelletto ; forse per riserbarmi la fortuna d'incontrarmi in voi; poiché se è vero, come non dubito, tutto quello che raccontaste, il cielo potrebbe riserbarci qualche lieto avvenimento, in compenso di quanto abbiamo sofferto. La mia speranza non è infondata; perché se Lucinda non può farsi sposa a don Fernando, essendo mia, né don Fernando sposar lei, essendo vostro, possiamo confidare di vederci restituire dal cielo ciò che è nostro. E poiché ora abbiamo questa consolazione, fondata non sopra vane speranze, vi supplico, signora, di prendere altre risoluzioni, come farò io pure, in attesa di fortuna migliore. Giuro, intanto in fede di cavaliere e di cristiano di non abbandonarvi mai finché non vi veda unita a don Fernando; e se io non lo potrò condurre con sole ragioni al proprio dovere, prometto di usare della libertà che mi concede l'esser cavaliere, sfidando a giusto duello per l'offesa che vi ha recato (delle offese fatte a me, lascio la vendetta al cielo). Insomma, io voglio essere in terra l'unico vostro soccorso.
Ciò che disse Cardenio finì di colmare di maraviglia Dorotea, e non sapendo ringraziarlo degnamente per tanta offerta, volle gettarsi a' suoi piedi. Non consentì Cardenio, e il curato s'intromise, approvando il lodevole ragionare di lui; e soprattutto pregandolo, consigliandolo, persuadendolo che se ne andassero insieme al suo paese, dove si sarebbe cercato rimedio alla loro situazione e dove avrebbero potuto indagare su Fernando, e pensare al modo di ricondurre Dorotea ai suoi genitori, oppure prendere il partito creduto più opportuno. Cardenio e Dorotea gradirono il consiglio ed accettarono l'offerta amichevole. Il barbiere, ch'era rimasto dubbioso e taciturno su quanto aveva inteso, fece aneh'egli il suo piccolo ragionamento, e si offerse con lo stesso cuore del curato in tutto ciò di cui avessero avuto bisogno. Raccontò al tempo stesso brevemente la causa che li aveva chiamati colà, e delle stranezze e delle pazzie di don Chisciotte, e come fossero lì in attesa dello scudiere ch'era andato a cercarlo. Allora Cardenio si ricordò, come in sogno, della quistione avuta con don Chisciotte, e la raccontò ai presenti, senza saperne spiegare il motivo. Mentre così ragionavano, si udì da lontano la voce di Sancio Panza, il quale, non avendoli trovati dove li aveva lasciati, li chiamava ad alta voce. Gli andarono incontro, chiedendogli di don Chisciotte; egli disse loro di averlo trovato in camicia, spossato, pallido, mezzo morto di fame, sospirando per la sua signora Dulcinea; quando aveva sentito ch'essa gli comandava di partirsi di là per recarsi al Toboso, dove lo avrebbe aspettato, rispose ch'era deciso di non comparire davanti alla sua bellezza, se prima non aveva compiute prodezze tali da renderlo degno della sua grazia; e che se questo non avesse fatto, correva pericolo di non arrivare mai ad essere imperatore, come era obbligo suo, e neppure arcivescovo, ch'era il meno a cui potesse aspirare; e perciò pensassero loro al modo di trarlo da quella intricata situazione. Il curato rispose che non se ne pigliasse fastidio, perché essi l'avrebbero fatto partire di là a suo marcio dispetto. Partecipò allora a Cardenio e a Dorotea ciò che aveva pensato per guarire la pazzia di don Chisciotte od almeno per ricondurlo al suo paese; e Dorotea, che doveva aver parte nella congiura, promise che avrebbe saputo e potuto sostener la parte di una giovane sventurata con più verità del barbiere; tanto più che aveva presso di sé i suoi vestiti femminili. Soggiunse che lasciassero a lei l'incarico di quella funzione, perché, avendo studiato molti libri di cavalleria, sapeva benissimo come le donzelle infelici devono chieder protezione ai cavalieri erranti.
— Altro non occorre, — disse il curato — per accingerci all'opera. La sorte ci si mostra senza dubbio favorevole, poiché improvvisamente a voi, signori miei, si è cominciato ad aprire uno spiraglio di speranza, ed a noi sarà facile ottenere quel che desideriamo.
Dorotea trasse allora da un suo involto una zimarra appariscente di ricco tessuto ed un mantellino di tela verde; cavò da una cassetta una collana ed altri gioielli, con cui in un momento si adornò per modo che sembrava una ricca e nobile signora. Disse che aveva portati quegli oggetti, ed altri ancora, da casa sua, nel caso che le potessero occorrere, ma che non ne aveva fatto mai uso, essendogliene mancata l'occasione. Tutti rimasero soddisfatti della sua buona grazia, leggiadria e belleza, biasimando don Fernando che avesse vilipeso una giovane di tanti pregi. Chi ne fece le più alte maraviglie fu Sancio Panza, che non aveva ancor veduto creatura più bella in tutta la sua vita. Egli domandò al curato con viva premura che gli dicesse chi era quella signora, e che cosa andasse cercando per quei luoghi disabitati ed alpestri.
— Questa bella signora, fratello Sancio, è, — rispose il curato — nientemeno, che l'erede, per linea retta mascolina, del gran regno di Micomicone, e viene a cercare del vostro padrone per domandargli un favore; che, cioè, la vendichi di un'offesa ricevuta da un gigante furbo e prepotente. Questa principessa è partita dall'interno della Guinea, attratta dalla fama che rende celebre il vostro padrone per tutto il mondo.
— Fortunata ricerca e felice ritrovamento — disse Sancio Panza; — e più ancora se il mio padrone sarà tanto fortunato da vendicare questa ingiuria, ammazzando l'indegno gigante di cui parla vossignoria. E lo ammazzerà in un fiat, sapete, se non è un qualche fantasma; perché il mio signore non ha alcun potere sui fantasmi. Ma di una cosa fra le altre debbo supplicare la signoria vostra, signor curato, ed è che per distogliere il mio padrone dall'idea di farsi arcivescovo, vossignoria lo consigli a sposarsi con questa principessa, e così si metterà fuori il caso di ricevere gli ordini arcivescovili. Se questo avviene, egli giungerà facilmente ad essere imperatore, ed io avrò finalmente ciò che desidero. Io ci ho studiato sopra, e ho veduto chiaramente che non mi torna conto affatto che il mio padrone divenga arcivescovo; perché io non sono fatto per la Chiesa, avendo moglie; e se mi trovassi costretto a chieder dispense per campare con le rendite ecclesiastiche io e questa benedetta moglie e figliuoli, non si finirebbe mai più. Perciò, signor abate, il punto importante è qui, che il mio padrone si sposi con questa signora, che non so finora come si chiami, e per questo non dico il suo nome.
— Si chiama — rispose il curato — principessa Micoinicona, perché se si chiama Micomicone il suo regno, è chiaro che il suo nome debba essere Micomicona.
- Non v'è dubbio, — rispose Sancio — perché ho veduto molti prendere il nome e soprannome della terra in cui nacquero e chiamarsi don Pietro di Alcalà, Giovanni di Ubeda e Diego di Valladolid; e così deve usare là nella Guinea, cioè che le regine prendano il nome dai loro regni.
- Così drv'essere — disse il curato. — Per quanto riguarda il matrimonio del vostro padrone, farò quanto posso.
Sancio fu tanto contento quanto il curato fu stupito della sua semplicità e di vedere fino a che punto s'era fitto in capo gli stessi spropositi del suo padrone, fino a credere fermamente che egli potesse diventare un imperatore.
Frattanto Dorotea era salita sulla mula del curato, e il barbiere s'era applicata al viso la coda di bue a foggia di barba. Pregavano Sancio di guidarli dove si trovava don Chisciotte, avvertendolo che non dicesse di conoscere il curato e il barbiere, perché da questo appunto dipendeva che il suo padrone diventasse o no imperatore. Né il curato però, né Cardenio vollero andar con loro, perché don Chisciotte non si ricordasse della quistione avuta con Cardenio, e perché il curato credette che la sua presenza fosse in quel momento affatto inutile. Perciò li lasciarono andare innanzi, ed essi li seguivano a piedi lentamente. Il curato non dimenticò di istruire Dorotea su quanto doveva fare, ed ella rispose che stesse pur tranquillo, che avrebbe eseguito ogni cosa appuntino, come esigevano ed insegnavano i libri di cavalleria. Avevano fatti appena tre quarti di lega, quando scoprirono don Chisciotte fra l'intrico di certi cespugli. In quel momento era vestito, ma non armato. Non appena Dorotea lo vide, e Sancio le ebbe detto che quegli era don Chisciotte, spronò la mula, e il barbuto barbiere la seguì.
Giunta fino a lui, lo scudiere si gettò a terra, e fu pronto a ricevere in braccio Dorotea, la quale, smontando con molta disinvoltura, corse ad inginocchiarsi a don Chisciotte; e sebbene egli tentasse con ogni sforzo di farla rialzare, essa non volle muoversi e gli disse:
- Non mi alzerò di qui, o valoroso cavaliere, se prima la vostra bontà e cortesia non mi concede un favore, che ridonderà in onore e pregio della vostra persona, e a prò della più sconsolata e oltraggiata donzella che il sole abbia mai veduta. E se il valore del vostro braccio corrisponde al clamore della vostra fama immortale, siete obbligato a dare assistenza a questa sfortunata, che viene da tanto lontani paesi sulla traccia del vostro celebrato nome, cercando rimedio alle sue sventure.
— Io non vi risponderò, o bella signora, — disse don Chisciotte — né udrò alcuna delle vostre vicende, finché non vi siate alzata da terra.
— No, non mi alzerò, o signore, — ripigliò la sconsolata donzella — se non mi concedete prima il favore che vi chiedo.
— Ve lo concedo, e prometto di fare ogni cosa per voi, — replicò don Chisciotte — quando non ne derivi danno o disonore al mio re, alla patria, ed a colei che tiene le chiavi di questo cuore e della mia libertà.
- Questo non sarà certamente, mio buon signore — aggiunse la giovane dolente.
Sancio, frattanto, disse piano piano all'orecchio del suo padrone:
- Può la signoria vostra concederle senza pensarvi il favore che domanda, perché è cosa da nulla; si tratta soltanto di ammazzare un gigantaccio, e chi ve lo chiede è l'alta principessa Micomicona, regina del gran regno Micomicone di Etiopia.
— Chiunque sia, — rispose don Chisciotte — io farò quello che sono obbligato a fare e che mi detta la coscienza conforme alla mia professione.
Poi, volgendosi alla donzella, disse: — La vostra grande bellezza si alzi; io le concedo il favore che domanderà.
-Quello che chiedo si è — disse la donzella — che la magnanima vostra persona mi segua sul momento là dove io sarò per condurla, e mi prometta di non impegnarsi in altra avventura, finché non mi abbia vendicata di un traditore che, contro ogni diritto divino ed umano, mi usurpa il regno.
- Ripeto che ve lo prometto - rispose don Chisciotte; — e potete, o signora, d'ora innanzi bandire la malinconia che vi opprime e risollevare le vostre illanguidite speranze, che, con l'assistenza di Dio e grazie al valore del mio braccio, voi vi vedrete presto restituita al vostro regno e seduta sul trono del vostro antico potente Stato, ad onta e a dispetto dei poltroni che vi si opponessero. E si dia subito mano all'opera, che dall'indugio, come si dice, nasce talvolta il pericolo.
La donzella fece di tutto per baciargli le mani: ma don Chisciotte, che voleva esser tenuto un cortese cavaliere, non lo permise; la fece, anzi, alzare da terra e l'abbracciò con molta affabilità; poi ordinò a Sancio che guardasse se erano bene strette le cinghie di Ronzinante, e armasse lui di tutto punto. Sancio calò l'armatura, che pendeva a guisa di trofeo, da un albero, ed esaminate le cinghie, armò il suo padrone in men che non si dica.
— Andiamo, — disse don Chisciotte, quando fu armato — nel nome di Dio, a combattere per questa nobile signora.
Il barbiere era tutt'ora in ginocchio, facendo ogni sforzo per trattenere le risa ed occupandosi attentamente d'impedire che gli cadesse la barba: chè se gli fosse caduta, sarebbe andato a vuoto il loro disegno. Vedendo che il favore era già concesso, e che don Chisciotte ne affrettava il compimento, si levò, prese l'altra mano della sua signora e l'aiutarono in due a montare sulla mula. Don Chisciotte salì subito su Ronzinante, e il barbiere si adattò sulla sua cavalcatura. Sancio rimase a piedi, e ciò gli fece tornare in mente la dolorosissima perdita del suo asino. Ma oramai tollerava ogni cosa pazientemente, perché se il suo padrone, come a lui pareva certissimo, era prossimo a diventar imperatore, egli si sarebbe accasato con quella principessa, divenendo per lo meno re di Micomicone. Gli dava un po' di fastidio pensare che quel regno fosse in terra di Negri, e che i suoi vassalli dovessero essere tutti negri; ma poi, nella sua fantasia, trovò un rimedio anche a questo, dicendo fra sé: « Che importa a me che i miei vassalli sieno negri ? Io non avrò altra briga che quella di trasportarli sulle navi in Ispagna, dove potrò venderli, e me li pagheranno a contanti, e col danaro potrò comprarmi qualche titolo o carica per vivere riposatamente tutto il resto della mia vita. E se non fossi capace, a un bisogno, di vendere, per esempio, un trenta mila vassalli! Ma sì, che li saprò mettere a profìtto come mi tornerà meglio. E sieno pur negri, che io li farò diventar bianchi e gialli. Frattanto, vengano, che io me ne lecco le dita ». Immerso in queste sue fantasie, egli andava lesto e contento, e non sentiva l'incomodo di camminare a piedi. Cardenio ed il curato stavano ad osservare gli avvenimenti, tenendosi nascosti fra i cespugli, e non sapevano come fare per accompagnarsi cogli altri nel viaggio. Ma il curato, che la sapeva lunga, immaginò subito come venire a capo della faccenda. Egli trasse una forbice che aveva in un astuccio, e tagliò sveltissimo la barba a Cardenio, poi lo vestì con un suo cappotto bigio e un collaretto nero, mentr'egli rimaneva in calzerotti e farsetto. Cardenio appariva così molto diverso da prima, e non avrebbe più conosciuto se stesso se si fosse guardato in uno specchio. Fatto ciò, quantunque gli altri avessero camminato mentre essi si travestivano, giunsero facilmente sulla strada maestra prima di loro, perché le asperità di quei luoghi rendevano più facile il cammino ai pedoni che alle persone a cavallo. Infatti, presto si trovarono appiè della montagna.
Quando sopraggiunse don Chisciotte coi compagni, il curato si mise a guardarlo con molta gravità, come chi cerca di riconoscere qualcuno; e dopo averlo osservato a lungo, gli si fece incontro a braccia aperte, dicendoci con voce sonora:
- Sia il ben trovato lo specchio della cavalleria, il mio buon compatriota don Chisciotte della Mancia, il fiore e l'esempio della gentilezza, la difesa e il rifugio dei bisognosi, la quintessenza dei cavalieri erranti.
Nel dir queste parole abbracciava stretto il ginocchio della gamba sinistra di don Chisciotte, il quale, stupito di ciò che vedeva e sentiva dire e fare da quell'uomo, si pose a guardarlo con attenzione, e lo riconobbe finalmente, restando come trasecolato. Fece per ismontare, ma il curato non permise a nessun patto, per cui don Chisciotte disse:
- Me lo permetta vossignoria, signor curato, che non si conviene rimanere a cavallo quando se ne va a piedi una così rispettabile persona come la signoria vostra.
— Non lo consentirò a nessun costo — rispose il curato. — Se ne resti a cavallo vostra grandezza, poiché a cavallo compie gloriosamente le maggiori imprese che mai si sian viste a' tempi nostri. A me, benché indegno sacerdote, basterà montare in groppa di una delle mule di questi signori che viaggiano colla signoria vostra, se però lo permettono. E farò conto di cavalcar Pegaso o di mettermi sopra la zebra o l'alfana che montava il famigerato moro Mazaraque che adesso giace incantato entro il gran monte Zulema, poco lontano dalla grande Compluto [1]
- Io non avevo pensato a questo, signor curato, — replicò don Chisciotte - ma spero che la principessa mia signora comanderà per amor mio al suo scudiere di dare alla signoria vostra la sella della sua mula, poiché egli potrà accomodarsi sul di dietro, se però la mula è abituata ad esser cavalcata da due.
— Credo che sì, — rispose la principessa — e immagino che non bisognerà domandarlo due volte al mio signor scudiere, essendo egli sì gentile e costumato da non permettere che un ecclesiastico se ne vada a piedi quando può andare a cavallo.
— Cosi sia — rispose il barbiere, e smontando, offerse al curato la sella, che egli accettò senza farsi molto pregare.
Ma volle la mala sorte che mentre il barbiere voleva montar di dietro, la mula, ch'era da vettura, e questo basta per dire ch'era cattiva, tirò due calci all'aria con tale impeto, che se avesse colto maestro Niccolò nel petto o nella testa, gli avrebbe fatto maledire l'ora in cui si era messo in traccia di don Chisciotte. Tale e tanta fu però la paura, che stramazzò, e gli cadde la barba, così che, per non essere scoperto, fu lesto a coprirsi la faccia con ambe le mani, a lamentarsi, come se gli si fossero rotti i denti.
Quando vide don Chisciotte quel ciuffo di barba senza mascelle e senza che lo scudiere versasse sangue, disse:
- Viva il cielo, che questo è un gran miracolo! Gli è stata strappata la barba dal viso, come se l'avesse avuta posticcia!
Il curato, vedendo in pericolo tutta la sua macchinazione, si affrettò a raccoglierla dove maestro Niccolò era caduto, e mettendosi la testa di lui fra le gambe, gliela appiccicò di nuovo, sussurrando certe parole, che disse doversi recitare in casi di barbe da attaccare, come si sarebbe veduto. Quando l'ebbe riattaccata si discostò, lasciando lo scudiere barbuto e sano com'era prima. Don Chisciotte ne fu maravigliato oltre misura; e pregò il curato che a tempo e luogo gl'insegnasse le magiche parole, perché certamente la loro virtù doveva estendersi ad altri mali. Rispose il curato che era così per lo appunto; e promise che gli avrebbe insegnato questo ed altri segreti. Stabilirono, dunque, che il curato cavalcasse, e che poi ognuno si desse il cambio di tanto in tanto, finché giungessero all'osteria che si trovava a due leghe di là.
Saliti tutti e tre a cavallo, cioè don Chisciotte, la principessa e il curato, mentre Cardenio, il barbiere e Sancio Panza proseguivano a piedi, don Chisciotte disse alla donzella :
- Vostra grandezza mi conduca per la strada che desidera. E prima ch'ella rispondesse, il curato soggiunse:
- Verso qual regno vuole guidarci la signoria vostra? M'immagino verso il regno di Micomicone, poiché credo che non vorrà andare altrove, se io m'intendo un poco di queste cose.
Dorotea, che stava sull'avviso, capì che doveva rispondere affermativamente, e perciò disse:
- Appunto, signore, io debbo dirigermi verso quel regno.
- Allora — disse il curato — bisogna che attraversiamo la mia terra, poi la signoria vostra prenderà la via di Cartagena, dove potrà imbarcarsi con la buona ventura; e se avrà vento favorevole e mare tranquillo, si troverà, in poco meno di nove anni, in vista del gran lago Meone, voglio dire Meotide, che dista dal regno della grandezza vostra poco più di cento giornate.
— Parmi — soggiunse ella - che vossignoria si inganni, perché non sono ancora passati due anni da che me ne sono partita, e sebbene non abbia avuto la fortuna di navigare con vento favorevole, pure sono giunta a vedere colui cui anelavano le ardenti mie brame, il signor don Chisciotte della Mancia. Le sue gesta maravigliose mi furono note non appena ebbi posto il piede in Ispagna, e m'indussero a fare ricerca di lui per mettermi sotto le ali della sua protezione e affidar la giustizia della mia causa al suo braccio invincibile.
— Basta, basta con le mie lodi — disse a questo punto don Chisciotte: — io son nemico dichiarato di ogni adulazione, e sebbene, in questo, vossignoria non mi aduli, nondimeno questi discorsi offendono i miei orecchi. Di una cosa posso assicurarvi, ed è, signora mia, che ad ogni costo io mi adoprerò in favore della vostra causa, se anche n'andasse la mia vita. Ma di ciò a miglior tempo; ora prego il signor curato che mi faccia sapere il motivo che lo condusse da queste parti così solo, senza servitore, e con vestiti sì leggeri, che a vederli io ne soffro.
— Risponderò brevemente, — disse il curato — perché saprà la signoria vostra, signor don Chisciotte, ch'io e maestro Niccolò, nostro amico e barbiere, ce ne andavamo a Siviglia a riscuotere certo danaro mandatomi da un tal mio parente, che da molti anni abita nelle Indie. Questi danari non eran meno di sessanta mila scudi sonanti; una bagattella com'ella vede. Ora sappia che, passando ieri per questi luoghi quattro assassini, ci assalirono, spogliandoci di ogni cosa e perfino delle barbe, e ce ne strapparono in modo che il barbiere dovette metterne una posticcia; e conciarono assai male anche questo giovanotto (ed accennò a Cardenio) che qui vedete. Ed il peggio è che corre voce in questi dintorni, che quelli che ci assalirono erano galeotti, liberati in questi pressi per opera di un uomo sommamente valoroso, che li sciolse in barba al commissario ed alle guardie che li custodivano. Costui doveva certamente esser un pazzo, o un furfante come loro, o una persona senz'anima e senza coscienza, poiché volle mettere il lupo nell'ovile, la volpe fra le galline, la mosca nel miele; e così frodare la giustizia, opporsi al re suo signore, opponendosi ai suoi giusti comandi, privare le galere delle braccia occorrenti, mettere in movimento la Santa Confraternita, che da molto tempo se ne stava in riposo, e commettere, infine, un'azione che tornerà a danno dell'anima sua ed a grave pregiudizio della sua persona.
Sancio aveva raccontata al curato ed al barbiere l'avventura dei galeotti, finita con tanta gloria dal suo padrone, e perciò il curato l'andava ripetendo con parole forti, per vedere quel che ne dicesse don Chisciotte, il quale ad ogni parola mutava di colore, né osava dire che il liberatore di quella gente era stato lui.
— Son loro - concluse il curato - che ci hanno assaliti e derubati. Dio perdoni a chi è stato causa che non fossero trascinati al meritato supplizio.
Note
- ↑ Zulema è il nome di una montagna presso la patria di Cervantes, sulla cima della quale si trovano alcune rovine, credute dell'antica Complutum.
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