Georgiche/Testo completo
LA
DUCHESSA DI MASSA
E
No, non son io questa volta, ch’osi di offrire quest’Opera all’Altezza Vostra Reale; ell’è, per certo modo d’esprimermi, l’Opera stessa ch’impaziente sfuggemi dalle mani, e già conscia e superba del suo destino, senza nè consultare il mio voto, nè aspettar chi la guidi, viene per semedesima qual cosa vostra a presentarsi in tributo. E come infatti o accusarla d’orgoglio, o deluderne la fiducia? Nata per vostro comando, sviluppata e cresciuta sotto i vostri occhi, educata, per così dire, alla vostra conversazione, ed avvezza privatamente a ripetere il vostro nome, sostituito a quello di Mecenate, no, non potea dopo ciò non promettersi con sicurezza una sorte che l’Eneide sua primogenita ha potuto ottenere con titoli tanto minori. Che se protetta da così forti argomenti, e mossa dal proprio istinto ella sarebbe corsa a ricoverarsi presso di Voi nel cuor dell’Italia, con che trasporto di giubilo nol farà in queste contrade, a cui debbe ella, è vero, e il suo natale, e un felicissimo asilo; ma dove insieme, ignorandone la favella, dee riguardarsi come isolata e straniera, e non conosce, e non ha che voi sola, in cui sembrale di trovare, dirò così, concentrata l’Italia tutta?
Una sola cosa, il confesso, potrebbe forse arrestarla, o darle almeno nell’atto di presentarsi una certa aria di confusione e imbarazzo, ed è questa la condizion sua d’ignobile Pastorella, che originaria de’ boschi, incolta e semplice di sentimenti e maniere, non può purtroppo trattenervi parlando, che di armenti, e di piante, e di lavori, e d’immagini rusticali. Nè certo io condannerei questo suo giusto ritegno, se non a Voi fossero volti i suoi passi: ma quale per l’una parte, qual mai linguaggio è straniero alle vostre orecchie, e a quali idee sì ricusa l’ingegno vostro, atto del par che avidissimo di abbracciare ogni genere di cognizioni; e qual per l’altra, qual’è la persona di grado umile e basso così, che sperare non possa e dal vostro animo umano una cortese accoglienza, e dal labbro vostro e dal volto un dilicato e grazioso incoraggiamento alla sua timidezza? Che se ciò pur non bastasse ad assicurarla, ben a difenderla d’ogni timore, d’un più possente appoggio presso di Voi la provvide la sua felice fortuna. Un Genio augusto e cortese, non ignorandola destinata all’onore di appartenervi, volle ei medesimo de’ suoi reali auspicii onorandola interessarsi per lei; e generoso occupandosi della sua sorte fin degnarsi suo protettore e sua guida di presentarvela di propria mano, e convertir con ciò solo la sua lusinga d’essere accolta, oso dire, in diritto d’esser gradita.
Scorta ella pertanto e raccomandata da questa mano a Voi sacra, altro a me più non rimane, che ritirarmi in silenzio, ed invidiarne il destino. Un sol ricordo però, un voto solo mi si permetta nell’atto di congedarla. Ah! possa ella in qualche momento, in cui vi degnate di occuparvi di lei, esservi interprete e testimonio de’ sentimenti di grata riconoscenza, ch’io debbo per tanti titoli a Voi non meno che all’augusto Consorte, e che nell’impotenza di esprimerli nutrirò certo nell’animo indelebili e vivi, e congiunti a quelli dell’ossequiosa e profonda venerazione, onde ho l’onore di protestarmi,
DI V.A.R.
W. Neustadt 1. Maggio 1799
Clemente Bondi.
È antico detto e notissimo, che tra le Opere di Virgilio le Georgiche sono la più perfetta. Eppur fra i tanti lettori di questo divin poeta appena è chi conosca, o almen rilegga e ricordi con ammirazione e trasporto fuorchè l’Eneide. Questa apparente contraddizione di giudicio e di fatto sarà ben facile a conciliarsi da chi solo rifletta, che la maggior parte degli uomini, che avida presta orecchio al racconto di un’avventura, comunemente o si ricusa, o si annoia a una lezion di precetti. Sarà quindi verissimo, che l’immortale Cantore delle vicende di Enea destinasse a quest’ultima sua fatica una maggior limatura, onde emendar qualche piccola inesattezza, o per inavvertenza sfuggitagli, o a bello studio negletta, e riserbata a correggersi a tempo ed animo più tranquillo; e che invece le sue Georgiche ed ordite e tessute con tutto il comodo e l’agio, e nel più bel fiore dell’età sua virile, quando il giudicio è già fermo, e l’immaginazione ancor fervida, abbian potuto ottener dall'artefice l'ultima mano, e quell'estremo grado di perfezione, che in lor si vanta ed ammira: sarà ciò, dico, verissimo, ma il maestoso quadro e patetico dell'arsa Troia, ma gli amori infelici dell'abbandonata Didone, e la pittura de' giuochi per l'esequie d'Anchise, e il sì famoso viaggio agli Elisi, e Pallante ed Evandro, Niso ed Eurialo, Lauso, Mesenzio e Camilla, e tanti altri oggetti ed immagini luminose, che ad ogni tratto s'incontrano in quel poema, destano sempre ed in tutti di lor natura una sì forte impressione, che l'animo appassionato e la sedotta immaginazion del lettore o non vede, o sorpassa que' pretesi difetti che risaltano appena al freddo esame del critico commentatore; dove all'opposto, è pur forza di confessarlo, tutto il prestigio ed il fascino di uno stile inimitabile e maraviglioso, tutte le grazie poetiche sparse e profuse con artificio sì giudicioso, e gli episodii bellissimi, e sì opportunamente introdotti non bastano nelle Georgiche a interessar di un soggetto, che in generale a dir poco, sia pregiudicio, o ragione, è indifferente a chi legge. Insomma ma e la materia, e il lavor di quest’Opera, a differenza dell’altra, a due classi esclusivamente appartengono di amatori e di giudici troppo tra loro e di gusto, e d’idee disparati ed opposti. Gli agricoltori che le istruzioni amerebbero della lor professione, son troppo rozzi e stranieri al linguaggio poetico per gustarne e comprendere le bellezze; e chi ha gusto e intelligenza per queste non curasi d’ordinario d’imparare ne’ versi il mestiere d’agricoltore. Ed ecco in poche parole la ragione unica e chiara, per cui son le Georgiche e lodate da tanti, e lette da così pochi.
Ma se tale è la sorte del perfettissimo originale, qual mai lusinga potrà poi rimanere alla mia traduzione? Io sono così convinto e spregiudicato su questo punto, che per impulso di buona fede sarei quasi tentato a sconsigliarne io stesso al pubblico la lettura, eccettuandone que’ pochissimi che hanno un trasporto deciso alla poesia, e quelli più pochi ancora, che sono in grado di scernere e valutare l’artificio, ed il maneggio, e le diverse ed intrinseche proprietà dello stile. Non che io presuma, che il mio possa granfatto sorprendere o dilettare, ma perchè raramente, se non v’è in ciò qualche merito, io non oso promettere altro compenso.
Che se pur dopo ciò fossevi alcuno che o supponendomi troppo modesto, o mosso appunto, e colpito da questa singolar novità d’un autore che mette egli il primo in discredito la sua fatica, entrasse quindi in maggiore curiosità di esaminarla egli stesso, e chiarirsene colla esperienza, il faccia pure in buon’ora, se così vuole, ch’io se non altro avvertendolo mi sarò messo a riparo de’ suoi lamenti: di questo solo io lo prego, che avendo egli il coraggio di cimentarsi a suo rischio, abbia ancor la pazienza di ascoltar prima poche e brevissime riflessioni ch’io reputo per lui non meno, che per me necessarie, e senza le quali ei rischierebbe leggendo di essere un po’ troppo presto, e forse più ch’io nol merito, della mia opinione.
La differenza di stile, che passa tra i due poemi l’epico dell’Eneide, e il didascalico delle Georgiche, è quella appunto che passa tra i due lavori di un magnifico arazzo tessuto a grandi figure, e di una veste leggiadra a varii fior minutissimi ricamata. Le rispettive bellezze, e caratteristiche proprietà di amendue sono così diverse, come diversi gli oggetti che rappresentano, ed il punto di vista, da cui si debbono riguardare. La maestà e la forza, doti proprie dell’uno, disdirebbero all’altro non suscettibile, che di vezzi e di grazie, ed una troppo dilicata ed esatta minutezza di parti, che diverrebbe inutile, o difettosa in un soggetto che non dee contemplarsi che ad una certa distanza, è indispensabile in quello che è destinato ad esaminarsi più da vicino. Una elocuzion nobile e dignitosa, un’armonia sonora, una fastosa eloquenza, movimento e calor di passioni, caratteri ben rilevati e in contrasto, luminose sentenze, e magnifiche descrizioni son gli ornamenti dell’epica poesia; la didascalica invece gli esige di minor pompa, ma di più fino artificio: una scrupolosa ed esatta proprietà di termini, o tecnici, o generali, una elegante semplicità di frasi, un uso frequente sì, ma leggero di metafore, e tropi, ed immagini idoleggiate, gradazione di tinte, precisione, chiarezza e nitor d’espressioni, e singolarmente una certa ta soavità di numero, sempre grato all’orecchio, ma non monotono, e che quasi stromento si contempri ed accordi quant’è possibile, alla minuta e multiplice diversità dei pensieri. Bisognerebbe un lungo trattato per dare un’idea chiara ed estesa di questo stile difficilissimo: a me sol basta d’averlo qui accennato per mettere in diffidenza il comun dei lettori sul genere di piacere, che posson essi aspettarsi, e pretendere da questo libro, onde a torto non cerchino la muscolatura d’un Ercole in una Flora.
Lasciando dunque da parte tutto ciò che riguarda l’original di Virgilio, che non ha certo bisogno nè di apologia, nè di elogio, a due soli articoli mi ristringo, che direttamente appartengono alla traduzione, e sono la fedeltà al testo, e la precision dello stile. Di questi stessi, egli è vero, dovrebbe essere inutile il parlar oltre, tanto son essi ripetuti e discussi e nei precetti dei retori, e nelle prefazioni dei traduttori, se i disparati ed erronei giudicii che tuttodì se ne sentono dalle persone anche colte, non dimostrassero ad evidenza, che le idee che se ne formano, non son nè chiare, nè decise abbastanza; e ciò cred’io singolarmente perchè i difetti in questi due punti sono ordinariamente di massima, e per ciò stesso acremente difesi per l’una parte, e incautamente adottati per l’altra, usurpano spesse volte e la maschera e il nome dell’opposta virtù.
Due sorti esistono di fedeltà, l’una alla lettera, l’altra allo spirito dell’autore, e ciò tutti lo sanno; ma non san tutti, o almen mostrano col giudicio e col fatto di non sapere, che la fedeltà letterale è la peggiore di tutte le infedeltà. A convenire dunque nei termini e schivar quindi ogni equivoco, per fedeltà letterale intendo io una fedeltà modellata su la grammatica e il calepino, fedeltà comoda e facilissima ad ogni traduttor non poeta, che fisso e attaccato soltanto alla materiale espressione del testo si fa un vanto e un dovere di conservarne in ogni periodo in un numero delle parole, la costruzione dei membri, l’identità della frase, e i modi quindi senza avvedersene, e la sintassi, e mescolando insieme le eterogenee proprietà di due lingue, forma un confuso impasto di stile disuguale e stentato, che senza metro sarebbe una cattivissima prosa, e col metro diventa una peggior poesia. Questa servil fedeltà, oltre all’essere inutile nelle indifferenti minuzie, vizia intrinsecamente, o impedisce la sola vera e poetica fedeltà dello spirito, che consistendo all’opposto dell’altra nel conservare ai pensieri, alle immagini, ai sentimenti l’originaria loro natura, dee per necessità cambiar sovente, e rifondere, sostituire, o modificar l’espressioni non combinabili nelle due lingue, onde il poema vestito di nuove spoglie non alteri le sue sembianze, e felicemente esprimendosi e con pari eleganza e proprietà nei due diversi linguaggi, quasi non lasci distinguere qual sia l’estranio, o il nativo.
Ora di due traduzioni, diversamente fedeli nei due sensi descritti non è la prima, come ognun vede, che una scolastica interpretazion fidenziana, che basta appena per far intendere Virgilio a chi ignora il latino, ma la seconda riesce una specie d’imitazion creatrice, che fa gustarne e conoscere la poesia: l’una è come la maschera che si cava da un volto morto, di cui non copia o presenta fuorchè le nude forme mutole, esanimi e scolorite; l’altra è, il parlante ritratto di un volto vivo, che nei colori suoi naturali, e nell’animata fisonomia giunge ad esprimerne gli affetti stessi e i pensieri; e mentre quella ricorda appena, questo per così dire raddoppia l’originale.
Supposta dunque la verità delle premesse definizioni, un traduttore che voglia esser esatto, ma non pedante, dovrà per modo d’esempio tra le edizion dell’autore quella trascegliere di più corretta lezione, ma potrà senza scrupolo o pregiudicio del pubblico non citar le varianti, e non mettere una seria importanza sopra di un verbo messo in tempo presente dal Codice laurenziano, e in futuro, o preterito dal palatino.
Consulterà con accurato esame gl’interpreti e commentatori nei passi dubbii e difficili per rilevarne il senso più naturale o più ricevuto; ma potrà dispensarsi dal render conto o far pompa di questa facil fatica, e persuadersi eziandio che un buon verso può reggere senza l’appoggio al margine di citazioni e di glosse, e che tre pagine d’erudizione non bastano a puntellarne un cattivo.
Rispetterà religioso le bellezze e le grazie o luminose, o minute del suo Prototipo, e a suo potere si studierà di renderle con esattezza non defraudandone la versione della più piccola circostanza; ma non adorerà come tali per pregiudicio superstizioso i difetti stessi ed i piccoli néi, inevitabili anche da’ sommi scrittori; nè sarà quindi un’illecita libertà che si prende, ma un dovere che adempie, se cercherà di emendarsi e correggere, dove dilucidando un qualche tratto confuso, e dove ammorbidendo una dura espressione, o sfrondandone una superflua, o ingentilendone una triviale, e sopprimendo altrove, o cambiando o un’inutile ripetizione, o un epiteto insignificante.
Nelle transazioni o passaggi da un paragrafo all’altro, che sono nelle Georgiche alcune volte un po’ più rotti e staccati, di quel che soffra la nostra lingua, non gli sarà disdetto l’aggiungere o una parola, o una piccola piegatura di frase, affin di renderne più naturale e sensibile la connessione: e dove per avventura un qualche verso o particella di descrizione trovisi fuor del suo posto, ed alteri in conseguenza l’ordine o logico, o sentimental delle idee, gli sarà lecito nella versione di traslocarlo, e rimetterlo in serie, onde i pensieri discendano più legati e dedotti e trasfondano in tutta la sua forza e chiarezza la sensazione, o l’immagine nella mente e nell’animo del lettore.[1]
Insomma egli debbe essere fedele al senso del suo poeta, ma non meno il debb’essere al genere del proprio idioma, sicchè la sua versione nel tempo stesso e rappresenti un’immagine del suo modello, e comparisca come opera di prima mano, riunendo così il doppio merito che si esige nella copia di un quadro, di separamente piacere come pittura, e di rassomigliar confrontata all’originale.
Ma nè la sola grammatica, nè la crusca, o l’aiuto di tutti i possibili commentatori, e degli agrarii trattati di Columella, non insegneranno giammai a tradur Georgiche con una tal fedeltà. Non già ch’io voglia escludere questi soccorsi, li suppongo anzi, e li esigo; ma vuolci inoltre assai più: una profonda cognizion metafisica delle due lingue, e un lungo uso franco e versatile della propria, e perspicacia d’ingegno, e dilicatezza di gusto, e un criterio finissimo, ed una immaginazione bibula e viva, che non già nella frase, ma nella stessa natura, di cui la frase è una copia vegga e contempli gli oggetti che deve rappresentare, e a dirlo in una parola, è d’uopo d’essere decisamente poeta; nè ciò soltanto, ma è d’uopo esserlo in una certa analogia di carattere, e temperamento con quello che vuol tradursi, onde più facilmente uniformarsi nelle maniere, nel giro, nel colorito, e nell’armonia del suo stile, e schivar quindi il pericolo di trasformare la sobria, e nel tempo stesso fluidissima elocuzion di Virgilio nella diffusa di Ovidio, o nella stretta e vibrata di Orazio.
Era, nol niego, assai più facile in altri tempi il cader nel difetto di una vôta e prolissa verbosità, quando fioria la setta dei Boccaccevoli, e dei Puristi di lingua, che a far pompa sovverchia di prette voci, e di un certo giro e leccatura di frasi, aveano l’arte di stirare un pensiero in una lunga pagina di parole. Or questa moda è passata, e par che il gusto presente pieghi all’opposta, e che annoiati i moderni di quello sterile frondeggiamento, e invaghiti di una succosa energia abbiano quindi adottata una maniera di esprimersi molto più rapida e più concisa. Io nè qui certamente voglio difendere i primi, nè condannare i secondi, ma dico solo, che se ogni lunghezza è vizio, non ogni brevità è virtù, e che gl’intemperanti amatori di questa corrono rischio di facilmente confondere la precision dello stile col laconismo; due cose così fra lor distinte, che il prender l’una per l’altra accuserebbe egualmente e negli autori, e nei giudici somma imperizia e difetto di criterio e di gusto. Il laconismo che ha per iscopo di stringere e concentrare il pensiero nella brevità della frase, per renderne dirò così l’esplosione o più energica, o più sublime, ben lontano dall’essere una qualità generale ed intrinseca dello stile, non è che accidentale, e unicamente applicabile a certi casi particolari, come sarebbe nell’espression di un concetto o epigrammatico, o sentenzioso, e riescirebbe in altri o ridicola, o difettosa. La precisione all’opposto è una virtù indispensabile, assoluta e comune, e consiste non già nel render l’idea con men parole possibili, come taluno immagina equivocando, ma sì nel renderla, in tante, nè più, nè meno, quante convengonsi all’indole, e al naturale sviluppo dell’idea medesima: non involge ella dunque la precisione nè brevità, nè lunghezza, non escludendo di sua natura fuorchè la sola superfluità; quindi non sol nel suo genere una lunga frase può, e dev’essere egualmente precisa, che una breve nel suo; ma sarebbe egual vizio l’alterar l’una o l’altra, e barbarie del pari imperdonabile l’ampliare e distendere in un lungo circuito di parole quel sì famoso "fiat lux, & facta est lux" come il restringere a questa secca e concisa espressione "l’alba sorgea" i bellissimi versi di quell’ottava del Tasso
L’allungamento della prima espressione di struggeria la sublime e sensibile idea della istantanea creazion della luce, e l’accorciamento della seconda cancellerebbe alla fantasia la circonstanziata pittura del nascere dell’aurora.
Che se questi principii servon di regola generale ad ogni originale scrittore, che pur è libero nella scelta e dell’argomento, e dello stile, che più gli piace, molto poi meno potrà prescindere un traduttore, a cui non resta verun arbitrio, e che dev’essere e nella materia e nello stile strettamente legato ed uniforme all’autore, correndo seco con passo uguale, e non più rapido, o lento lo stesso arringo.
Quanto però si mostrerebbe digiuno di queste stesse elementari nozioni chi nella traduzione italiana di un poema latino corresse subito a confrontare le pagine, ed esaminare, se i versi son di numero eguali con quei del testo, e per una falsa idea di precisione credesse una tale uguaglianza o un pregio, o un obbligo del traduttore! A disingannarlo e convincere di questo error puerile basti un solo argomento di popolare evidenza.
Il verso esametro dei latini di sei piedi composto, calcolabili in massa a tre dattili, e tre spondei, è già più lungo dell’endecasillabo nostro di quattro sillabe;
- Arma virumque cano, Troiæ qui primus ab oris.
- Canto l'armi pietose e il capitano.
S’aggiunga inoltre la privazion degli articoli, e de’ verbi ausiliari, e la maggior brevità di una gran parte delle parole latine a confronto delle corrispondenti italiane, ed avrem con ciò solo la material differenza di un terzo almeno, e conseguentemente saran tre versi italiani con due latini nella più stretta proporzione e uguaglianza. Chi adunque nelle due lingue esigesse un numero di versi eguale, esigerebbe nell’una una maggior brevità, che nell’altra; e quell’autore che si facesse un vanto di riuscire in questa impresa, imiterebbe quel famoso amanuense, di cui si dice, che rinchiuse trascritta l’intera Iliade in un guscio di noce; e quel che è peggio, storpierebbe Virgilio, e farebbe del suo poema un epitome in luogo d’una versione.[2] Non è però da presumere, che la proporzione indicata possa o debba esattamente serbarsi verso per verso: molte ragioni di tratto concorrono ad alterarla, e in un lungo a restringerla, e dilatarla in un altro, onde soltanto nel totale dell’Opera risulti il giusto compenso. E quindi per questo titolo ancora sarebbe ingiusto il volere periodo per periodo, come in un distico si farebbe, confrontare col testo la traduzione: un tal esame, per darne un retto giudicio, è da istituirsi sopra un intero paragrafo, o un certo tratto di versi, o una descrizione compiuta, quella a cagion d’esempio bellissima di una pioggia estiva al v. 322 del libro primo. Leggasi questa, o qual’altra più vuolsi, tutta intera e di seguito nelle due lingue, e potrà in tal modo verificarsi, se nell’una e nell’altra corrisponde e combina adequatamente, e soprattutto se in ambedue sveglia e produce l’impressione medesima, ciò ch’è l’unico scopo, o certamente il primario d’ogni poetica traduzione.
Ed ecco e della fedeltà, e della precisione già detto assai, quanto almen basta a porre in guardia il lettore dai pregiudicii più frequenti e comuni. Resterebbe ora a parlar dello stile in generale, e certo sembra, che il darne una qualche idea sarebbe indispensabile in un poema, che dallo stil riconosce la sua maggiore celebrità, e la di cui traduzione per conseguenza dev’essere giudicata sotto questo confronto singolarmente; ma come questa materia è sì vasta, che il dirne poco non gioverebbe all’intento, e l’esaurirla sarebbe inopportuno e impossibile, così non restami, che un sol consiglio da suggerire per disimpegno. Ove il lettore, ch’io qui sempre ho supposto non letterato di professione, ma di sufficiente gusto e cultura, ove, dico, ei non abbia lumi abbastanza per giudicarne da se, sostituisca il sentimento alla teoria, e abbandonandosi all’impressione che ne risente, faccia suoi giudici o il piacere, o la noia, che per lo più soglion essere inappellabili e giusti. Sarà ben raro difatti che uno stil che sia bello veracemente, e formato su i principii immutabili della ragione e del gusto, non piaccia generalmente e diletti. È assai più facile ad avvenire, e avvien difatti sovente, che le apparenze di un falso bello facciano inganno, e seducano i men periti; ed è ver, che a difendersi da siffatte sorprese non basta il più delle volte il solo e nudo buon senso. Che far dunque in tal caso? Il più sicuro preservativo a mio parere, e il miglior mezzo per ravvisare e distinguere l’unico bello e legittimo dai moltiformi ed equivoci pseudostili, è il segregarne e dividere con riflessione leggendo le individuali ed estrinseche modalità dalle proprietà instrinseche, universali e costituenti. Ogni scrittore ha, non dirò già il suo stile, ma le sue personali differenze di stile che lo distinguon da ogni altro, come ogni volto ha la sua propria e diversa fisonomia: una cert’aria dilicata, o vivace, seria, od amena, maestosa, o gentile, fantastica, o sentimentale, e così via discorrendo, sono altrettanto fisonomie dello stile, ma non son lui, servono è vero a determinare e distinguere o le affezioni, o il carattere, ma di per se non ne formano nè la natura, nè la bellezza fondamentale; e chi però dello stil giudicasse da queste sole farebbe lo stesso sbaglio, che a giudicar di una musica dai soli tempi e dai toni, in ch’ella è scritta. Ma in che dunque consiste questa essenziale bellezza, e a quali note deciderne con sicurezza? Eccone in un breve abbozzo i principali e infallibili contrassegni, senza eccezione applicabili ad ogni stile e prosaico, e poetico, e di qualunque genere ed argomento: che sia prima di tutto chiaro, nitido e puro, ed in tutto il suo giro regolare e uniforme, che giudicioso e parco negli ornamenti n’escluda il lusso soverchio, e l’affettazione; che preciso ed esatto non adotti parola che non sia giusta, necessaria, espressiva e per quanto è possibile l’unica che convenga; che non soffra espressione intralciata, od ambigua, che confonda, od arresti l’intelligenza del senso; che proporzioni e misuri ogni periodo in guisa all’estension del pensiero, che nè lo storpi accorciando, nè dilungando lo snervi, e ne riparta e collochi i diversi membri per modo, che dia riposo all’orecchio colla distribuzion delle pause, e un costante solletico coll’armonia; che progredisca ed avanzi sciolto e spedito senza deviare, o ripetere, e che connesso nella sua tessitura divida e leghi con successiva e natural gradazione un’idea coll’altra, presti a ciascuna o la grazia, o la forza sua propria, distribuisca e adatti a proposito la varia tempra de’ suoi colori, e sappia destro e versatile a tempo e luogo essere or grave, or leggero, ora conciso, or diffuso, ora leggiadro, or robusto, e alternando discendere con eleganza, e sollevarsi con dignità; e finalmente e soprattutto, che libero e disinvolto nel suo lavoro manifesti e conservi una cert’aria di colta sì, ma spontanea naturalezza, e di quella appartenente e difficilissima facilità che non solo risparmia al lettor la fatica, ma non la lascia neppure sospettar nell’autore, e che occultando ad arte la sua secreta magia non cerca no di abbagliare, o sorprendere dapprincipio, ma lentamente e per gradi avvezza per così dire, e guadagna il lettore, e appoco appoco lo interessa e preoccupa, lo riscalda e seduce, onde ei rapito senza avvedersene da un’incognita forza non sa staccarsi dal libro, e anelando a finirlo ne accusa la brevità, e invogliato a rileggerlo vi scopre poscia nuove bellezze non esaminate o isfuggite nell’impaziente rapidità della prima lettura.
Tale è lo stil di Virgilio. E il vostro, con cui l’avete tradotto, chiederà forse taluno, vi rassomiglia egli, o vi si approssima almeno? S’io fossi stato o sì vano, o sì cieco da persuadermene, avrei risparmiata al pubblico questa mia prefazione, diretta come ognun vede ad accennare i difetti che ho procurato sfuggire, non a mettere in vista delle bellezze che oso dir di conoscere, e a cui confesso di non poter arrivare.
Tutto il poema delle Georgiche è diviso in quattro libri che separatamente abbracciano la cultura dei campi il primo, degli alberi e delle viti il secondo, il terzo e l’ultimo degli armenti e delle api.
Comincia il primo dall’esposizion generale dell’Opera e dall’invocazione di tutte le deità campestri, con un’apostrofe ad Ottaviano Cesare divinizzato: entra quindi nella trattazione della materia subdivisa in sei parti, e sono: la differente natura e qualità delle terre, e le varie maniere di coltivarle; l’origine dell’agricoltura; i varii stromenti degli agricoltori; il tempo ai lavori opportuno; i diversi prognostici della pioggia e del sereno, artificioso quadro e bellissimo, e da una serie di piccole miniature mirabilmente animato, che fa poi strada alla non men poetica descrizione dei prodigi avvenuti alla morte di Giulio Cesare; e conchiudesi finalmente con un breve lamento sopra l’Italia desolata allor dalle guerre.
Dalla invocazione di Bacco prima, poscia di Mecenate comincia il libro secondo che contien sette parti: la diversa o naturale, o artificiale produzion delle piante, la varia specie e coltura delle medesime; dove e in qual terreno ciascuna nasca e prosperi meglio, e a questo proposito si diffonde il poeta su le lodi d’Italia; il modo e l’arte di riconoscere le diverse qualità dei terreni; la coltivazione delle viti; la piantagion degli ulivi; e finalmente l’interessante episodio su la felicità della vita campestre.
Una nuova invocazione di Pale e di Apollo, e l’immaginosa descrizione d’un tempio che ad onore di Cesare promette d’innalzare il poeta su le patrie rive del Mincio, ed una nuova apostrofe a Mecenate consigliator di quest’Opera, aprono il terzo libro che in quattro parti è diviso. Tratta la prima de’ cavalli e de’ buoi; delle pecore la seconda; la terza dei cani; e l’ultima delle malattie e dei rimedii, conchiudendo con la famosa e vivissima descrizion della peste che disertò le Alpi giulie, e le campagne e i pascoli del Timavo.
Dopo una breve esposizion del soggetto a Mecenate, entra Virgilio a parlare delle api nel quarto libro, tutto a lor consecrato. Indica dapprincipio qual debba scegliersi abitazione opportuna; poi passa a descrivere la loro pastura, sciami e le battaglie; espone in seguito le loro leggi sociali, e dipinge la lor repubblica meravigliosa; assegna il tempo di raccogliere il mele; e numera i segni e i rimedii dei loro morbi, e se per caso perissero insegna il modo di rinnovarne gli sciami; e quindi con naturale passaggio introducesi a chiudere e coronare il poema col decantato episodio di Aristeo, uno sicuramente dei più bei tratti che esistano di poesia.
Ciò che più pingui e floride le messi
Renda, e in quale stagion romper la terra,
E a l’olmo giovi maritar la vite;
Qual cura aver de’ buoi, qual de la greggia
Debbasi, e quanta esperienza ed arte 5
Chieggian l’api frugali, augusta Bice,
Io qui prendo a cantar. O voi, del mondo
Astri lucenti, che il volubil anno
Guidate in cielo con alterno giro,
Voi Bacco, ed alma Cerere, per cui 10
Cangiò la terra le Caonie ghiande
In pingui spiche, e d’Acheloo le tazze
Empì de l’uve il nettare scoperto,
Voi, de’ coloni tutelari numi,
Driadi e Fauni or qua volgete il piede, 15
Ch’io canto i vostri doni. E tu, Nettuno,
Che percuotendo col tridente il suolo
Sortir ne festi indomito destriero,
E tu vieni, Aristeo de’ boschi amico,
A cui trecento candidi giovenchi 20
Pascon le macchie erbifere di Cea.
Nè a te, guardian di pecore, per quanto
Ami il Menalo tuo, lasciare incresca,
O Pan, le selve del natìo Liceo.
Vieni, o inventrice de la pingue uliva, 25
Minerva, e tu del curvo aratro autore,
Fanciullo Osiri, e tu, Silvan, portando
Il tuo tenero in man svelto cipresso.
Venite e voi, dei tutti e dee che i campi
In guardia avete, e quei, che i nuovi germi 30
Con occulta virtù nutrite, e quelli
Che ai prati erbosi e ai seminati solchi
Dal ciel versate le feconde piogge.
E tu primier, che con qual nome ancora
Invocare io non so, ne qual fra i numi 35
Vorrai seggio occupar, Cesare, o sia,
Ch’emulo a Giove de la terra accetti
L’ampio governo, e a le città presieda,
E coronato dal materno mirto
Te correttor de le stagioni, e largo 40
Dispensator de’ frutti il mondo adori;
O a te più piaccia de l’immenso mare
L’umido regno, onde il nocchier t’invochi
De l’onde unico Dio, genero a Teti,
Che già la figlia, e l’Oceàno in dote 45
Fino a l’ultima Tule a te destina:
O che aspirando al cielo ami piuttosto,
Novello segno ai tardi mesi aggiunto,
Risplendere ad Erigone vicino,
E a l’ardente Scorpion che già le branche 50
Ritira, e spazio al trono tuo prepara.
Quale, e dovunque, o de la terra sia
Nume, o del ciel, (giacchè a suo re non speri
Di possederti il Tartaro profondo,
Nè a te di regno sì crudel desìo, 55
Credo, verrà benchè gli elisii campi
Vanti la Grecia, ed ai materni inviti
Di ritornar Proserpina ricusi).
Tu mi agevola il corso, e tu seconda
L’ardita impresa; e ad insegnar pietoso 60
A l’inesperto agricoltor la via
Scendi mia guida, e de’ mortali ai voti
Futuro nume ad avvezzarti impara.
Ne la nuova stagion, quando dai monti
Scorrono giù le liquefatte nevi, 65
E ammollita dai zefiri si scioglie
L’umida gleba, converrà, che allora
A gemer sotto il profondo aratro
Il bue cominci, e ne gli aperti solchi
Lo srugginito vomero risplenda. 70
Che quel terren che a doppia estate esposto,
E a doppio inverno stia, quello è, che ai voti
Meglio risponda del cultore avaro,
E i suoi granai sotto la messe incurva.
Ma pria d’aprire in campo ignoto un solco, 75
De le stagioni la temperie, e i venti
Con occhio istrutto esaminar dovrai,
E il culto antico e l’indole natia
D’ogni terra indagar, e qual ciascuna
Vario seme e lavor soffra, o ricusi. 80
Qui più pingui maturano le biade,
Meglio l’uve colà; senza cultore
L’erbe altrove verdeggiano, e le piante.
Così vedrai, che variamente abbonda
Di crocco zafferano il frigio Tmolo, 85
L’India d’avorio, ed i Sabei d’incenso,
Di ferro i nudi Calibi; dal Ponto
Viene il castoreo muschio, e i suoi destrieri
Manda a le palme d’Elide l’Epiro.
Poichè con giusta, ed immutabil legge 90
Ai varii luoghi i doni suoi diversi
Distribuì la provvida natura,
Fin da quando gittò nel vôto mondo
Deucalion le pietre, onde l’uom nacque,
Dura progenie. Al cominciar de l’anno 95
Moviti dunque, e il fertile terreno
Svolgano i bovi, e le scoperte glebe
L’arida estate a lungo sol maturi:
Ma se sterile ei sia, basta che un lieve
Solco lo sfiori al ritornar d’Arturo; 100
Onde nè in quel la rigogliosa messe
Spuntino l’erbe a soffocar, nè in questo
Lo scarso umor che chiude in sen, svapori.
Quel campo poi, che avrai mietuto, un anno
Riposar lascia, onde ne l’ozio acquisti 105
Vigor novello; o almen dove raccolto
Fai di legume le tremanti teghe,
O la minuta veccia, o i frali gambi,
Stridula selva, del lupino amaro,
Ivi al venir de la stagion novella 110
Semina invece il biondeggiante farro.
Poichè del lino e de l’avena il seme
I campi isterilisce, e il tinto in Lete
Sonnacchioso papavero li aduggia.
Pur questi ancor, se alternerai, ti fia 115
Facile il coltivar, sol che di pingue
Letame satollar l’arida terra
Tu non isdegni, e cenere fecondo
Spargere a larga man sui campi esausti.
Così la terra variando i semi 120
Vigor non perde, e in non arato campo
Con larga usura anch’ei l’ozio compensa.
Spesso ancora giovò mettere il foco
Nelle campagne sterili, e con lenta
Scoppiante fiamma incenerir le stoppie. 125
O perchè quindi occulta forza, e pingue
Tragge alimento il suolo, e in lui dal foco
Ogni vizio consumasi, e trasuda
L’inutile vapor, o perchè forse
Nuove vie quel calore apre, e dilata 130
I meati reconditi, per cui
L’umor si filtri a le novelle erbette;
O perchè invece più l’indura, e i pori
Aperti chiude, onde gelata pioggia,
Nè cocente di sol raggio, o di borea 135
L’acuto il bruci penetrabil fiato.
Nè poco giova al suo poder colui,
E non invan dal ciel Cerere il mira,
Che coi rastrelli le ozïose glebe
Spezza, e sopra vi trae l’erpice; o i dorsi 140
Più rilevati, che l’aprir dei solchi
Formò da prima, con obbliquo aratro
Rompe, a traverso ripassando, e ’l campo
Con assiduo lavor travaglia e doma.
Piovosa estate, e asciutto verno al cielo 145
Con caldi voti, o agricoltor, chiedete;
Che ride il campo, e rigogliose e folte
Ne la polve invernal spuntan le biade.
E più per ciò, che per cultura, od arte,
Ha di fecondità la Misia il vanto, 150
E di sue messi Gargara stupisce.
Ma che dirò di lui che sparso appena
Sui campi il seme, lo ricopre, e i duri
Di compatto terren tumuli appiana,
E poscia i solchi ad innaffiar dispone 155
Docil fiume in più rivoli diviso?
E quando bolle inaridito il suolo
E muoion l’erbe da sublime roccia
Per declive sentier l’onda incanala,
Che giù scendendo con argentea vena 160
Tra i levigati sassi in rauco suono
Mormora, e sparsa in tremuli zampilli
Gli aridi campi ristorando allaga.
E che di lui, che ad impedir, che al peso
De le gravide spiche il fragil gambo 165
Pieghisi un dì, de le crescenti biade
Manda la greggia a pascere il soverchio
Lussurreggiante orgoglio, allor che in erba
Spuntano il solco ad uguagliare appena?
E di lui che dal bibulo terreno 170
Le dissipate scola acque stagnanti,
Singolarmente agl’incostanti mesi,
Quando per piogge gonfiasi e trabocca
Fiume vicin, che di belletta i campi,
E di tepido umor colma le fosse? 175
Dopo queste però fatiche e cure
D’agricoltori e buoi molto ancor resta
Ad oprare e temer; ch’ai campi nuoce,
Se difesi non son, l’oca maligna,
E la strimonia gru, nuocono l’ombre, 180
E l’amara cicoria. Il sommo padre
Giove egli fu, che facile non volle
La terrestre cultura, ed a quest’arte
Leggi impose primiero, e in cor de l’uomo
L’industria a raffinar stimoli infuse, 185
E non soffrì nel regno suo, che in ozio
Neghittosi languissero i mortali.
Prima di Giove agricoltor non v’era,
Aratro, o marra, che il terren rompesse,
Nè partir campi, nè segnar confini 190
Era lecito allor; tutto da tutti
Coglievasi in comun, ed ogni frutto
Non coltivata producea la terra.
E Giove fu, che nei serpenti infuse
Atro veleno, e nei voraci lupi 195
Di preda istinto, e a gli aquiloni impose
Di sconvolgere il mar: egli che il foco
Involando occultò, spogliò le frondi
De lo stillante mele, e di soave
Vino correnti inaridì le fonti; 200
Perchè il lung’uso, e il meditar svolgesse
L’arti diverse, ed insegnasse a l’uomo
Le ignote biade a ricercar nei solchi,
E da le pietre a sprigionar la fiamma.
Allora fu, che si sentiro i fiumi 205
La prima volta galleggiar sul dorso
Gli olni scavati, e a le osservate stelle
Diede allora il nocchier numero e nome,
E le Iadi, e le Pleiadi piovose
In ciel distinse, e la cangiata in orsa 210
Figlia di Licäon. Con lacci ascosi
Allor s’apprese e ad ingannar col visco
Fere ed augelli, e coi latranti cani
L’opaco asilo a inquietar dei boschi.
Altri allora tentò dei fiumi in seno 215
Col giacchio i pesci insidiar, ed altri
Le vaste reti in alto mar distese.
Il ferro allor ne le fornaci ardenti
Temprossi in duro acciar; del conio invece,
Onde il legno fendeasi, la dentata 220
Stridula sega d’inventò; le varie
Arti nacquero allor. Supera, e tutto
Vince lunga fatica, e imperïosa
Necessità che nei bisogni incalza.
Cerere quindi a coltivar la terra 225
Ai mortali insegnò, quando già i boschi
Di spontanee corbezzole, e di ghiande
A mancar cominciarono, e l’usato
Cibo negò la dodonea foresta.
Molte poscia costò cure e fatìche 230
Dai varii morbi il preservar le messi;
Poichè nemica ruggine le spiche
Rode al frumento, e d’aspre punte armato
L’inutil cardo ingombra i campi; oppresse
Muoion le biade da una selva irsuta 235
Di lappole e di triboli; ed in mezzo
Ai culti seminati intruso regna
Il tristo loglio e l’infeconda avena.
Onde se il suolo con assiduo rastro
Di ripurgare e svolgere, e i voraci 240
Augei col suon di spaventar trascuri;
Se con la falce de l’opaco campo
L’ombra non scemi, nè dal Cielo invochi
Con lunghi voti le opportune piogge,
Oimè, che indarno invidiar dovrai 245
L’altrui colmo granaio, e a la tua fame
Da scossa quercia mendicar ristoro.
Ma tempo è qui di ricordar quai sieno
De gli operosi agricoltor le varie
Armi e stromenti, senza cui non ponno 250
O seminarsi, o sorgere le messi.
Prima di tutto il vomero e l’adunco
Pesante aratro è necessario, e il lento
De l’eleusina dea stridulo carro;
Il trivolo, e la treggia, e i ferrei denti 255
Del grave rastro; e la minuta inoltre
Di Celeo suppellettile, la corba
Di vimini contesta, e il sacro a Bacco
Misterïoso vaglio: e questi arnesi
Gran tempo innanzi apparecchiati avrai, 260
Se di feconda e florida campagna
Al primo vanto ed al vantaggio aspiri.
Dunque nel bosco pria l’olmo che scelto
Avrai, si domi ripiegato in arco
Con molta forza, onde la forma acquisti 265
Di curvo aratro, a cui dal basso sporga
D’otto piedi il timon; grosso dentale,
Ove il tagliente vomero s’incastri,
E doppio orecchio adatterai, che ai lati
Diverga, e i solchi dividendo allarghi. 270
Ma prima il faggio, o la leggera tiglia
Per farne il giogo taglierai, nè il doppio
Manico obblia, che afferrasi da tergo
A regger dritto, o a declinar l’aratro.
E questi legni al focolar sospesi 275
Il fumo poscia cimentando induri.
Molti precetti de gli antichi ancora
Insegnarti poss’io, se a vil non hai
Gli usi impararne, e i più minuti studii.
L’aia dapprima con pesante appiana 280
Cilindro intorno, e ne rimpasta il suolo,
E lo rassoda con tenace creta;
Onde erbe non vi spuntino, e non vi apra
L’estivo sole ampie fessure, e quindi
Esca poi d’animali iniqua peste 285
Le messi a divorar: chè il picciol topo
Talor sotterra le sue case asconde,
E il granaio vi accumula, sovente
La cieca talpa il suo covil vi scava,
Ed appiattato ne le buche anch’esso 290
Trovasi il rospo, e l’infinito inoltre
Di vermi vario popolo, e d’insetti,
Onde fecondo è il suol; nè poca parte
Vengon di grano a saccheggiar su l’aia
E il tonchio ingordo, e la formica avara, 295
Che la senile povertà paventa.
Se brami inoltre di futura messe
Presago indizio, il mandorlo silvestre
Osserva allor, che carico di fiori
S’ammanta, e curva gli odorosi rami: 300
Chè s’ei di germi abbonderà, fia pure
Fertile il campo, e di frumento avrai
Sotto cocenti soli ampia raccolta;
Ma se in vano di foglie ombroso lusso
Sfogasi il tronco, oimè che inutil paglia 305
Vôta di grano batterai su l’aia.
Molti ancor vidi del legume i semi
Sparger di nitro, e d’oleosa morchia,
Onde crescesse nelle grandi buccie
Il picciol grano, e scarso foco poi 310
Ad ammollirlo e cuocere bastasse.
Pur dopo tante faticose cure
Que’ semi ancor degenerar vedrai,
Se ad uno, ad uno il buon cultore ogni anno
I miglior grani a seminar non sceglie. 315
Che tal pur troppo è de le umane cose
L’infelice destin, che tutto al peggio
Ruini, e torni declinando indietro.
Come nocchier che in rapida corrente
Spinge contr’acqua remigando il legno, 320
Se avvien per poco, che le stanche braccia
Sospenda, o allenti, impetuosa al basso
Già lo trasporta la scorrevol onda.
D’Arturo inoltre interrogar le stelle,
E il lucid’Angue, e dei due Capri i giorni 325
Deve non men l’agricoltor, che il deggia
Chi ritornando a le paterne spiagge
Il ventoso Ellesponto osa, e l’anguste
Foci affrontar de l’ostricoso Abido.
Quando la notte pareggiando al giorno 330
La bilancia autunnal divide al mondo
L’ombra e la luce con egual misura,
Allor i buoi d’affaticare è tempo,
Ed il biond’orzo seminar sui campi
Fino ai confin de l’intrattabil verno, 335
Tempo allor è di por sotterra il lino,
E il cereal papavero, e a l’aratro
Non perdonar, finchè il terreno asciutto,
E la sospesa in ciel pioggia il permette.
Di Primavera, allor che il Tauro sorge 340
L’anno ad aprir co le dorate corna,
E in compagnia del sol sirio tramonta,
Si seminan le fave, e il pingue solco
Accoglie in sen la medica trifoglia,
E l’annua sua cultura il miglio chiede. 345
Ma se al frumento e al vigoroso farro
Il suol prepari, e di spigosa messe
Solo ti cale, de le sette aspetta
Figlie d’Atlante il mattutin tramonto,
E che dinanzi al sol nascente sfugga 350
D’Arïanna la lucida corona,
Pria che de l’anno le speranze, e il vano
Seme a la terra non disposta affidi.
Molti che pria del tramontar di Maia
Vollero cominciar, con vôte spiche 355
Poscia deluse l’aspettata messe.
Chè se il vile fagiuol, se l’umil veccia,
E seminar la pelusiaca lente
Tu non isdegni, non oscuro e certo
Dal cader di Boote indizio avrai 360
Del quando il deggia; allor comincia, e l’opra
Prolunga pure a la metà del verno.
Egli è per ciò che l’aureo sol scorrendo
Su i dodici del ciel segni divisi
Regola il mondo, e le stagioni alterna. 365
Partesi il globo in cinque zone, e l’una
Di loro ai raggi del cocente sole,
Che sovrastale ognor, torrida bolle.
Intorno a lei da la sinistra parte,
E da la destra incurvansi le due 370
Dei poli estremi, da perpetuo gelo
Sempre attristite, e da cerulei nembi.
Ma fra queste, e la prima in mezzo chiuse
Stan le altre due, che temperate e miti
Concesse il Ciel ai miseri mortali 375
Placido asilo; ed è fra lor, che in cerchio
Stendesi poi l’obbliqua via, su cui
Lo stellato s’aggira ordin dei segni.
Alto a la Scizia, e a le rifee montagne
Ergesi il mondo, ed a la Libia australe 380
Curvo inclinando si deprime e abbassa.
Quindi sempre visibile e sublime
E il nostro polo a noi, l’opposto invece
Miran sotto ai lor piè l’ombre d’averno.
Intorno al primo in tortuosi giri 385
Di fiume in guisa lo stellato Drago
S’allunga immenso, e serpeggiando abbraccia
L’Orse che in mare di tuffarsi han tema.
Ne l’altro poi, siccome è fama, o tace
Di nuvole addensate eterna notte, 390
O tramontando a noi colà rinasce
Forse l’aurora, e quando il sol rischiara
Coi primi raggi il nostro cielo, accende
Espero in quello le notturne faci.
Quinci del cielo antiveder possiamo 395
Il tenor mite, o tempestoso, e quando
A mieter s’abbia, e a seminare il grano.
Quando sicuro a navigar coi remi
È l’instabile mar, quando, e a quai venti
Possano uscir le armate navi, e quando 400
Maturo al taglio è ne le selve il pino.
E non indarno esaminiam de gli astri
L’orto e l’occaso, e le di spazio eguali,
Ma diverse fra lor stagion de l’anno.
Se avvien, che in casa il buon cultor rinchiuso 405
Tenga la pioggia, ei molte cose intanto
Può con agio dispor, che tutto invece
Dovrebbe poscia nei sereni giorni
Con angustia affrettar. L’ottuso dente
Del vomero affilar, nei grossi tronchi 410
Scavar bigonci, o può col marchio il gregge,
O i misurati monticei di biada
Coi numeri segnar. Altri la punta
Ai pali aguzza, e a le bicorni forche;
Preparan altri d’amerino salce 415
Lacci a le viti; e chi di giunchi intesse
Lievi canestri, e chi seccando al foco,
O sta coi sassi macinando il grano.
Cert’opre ancora nei festivi giorni
Lecito fia d’esercitar, nè alcuna 420
Religion vietò far siepi al campo,
Aprir gli scoli, ed abbruciar le spine,
O a la corrente di salubre fonte
Lavar le agnelle, ed agli augei rapaci
Tendere insidie: e in questi dì sovente 425
Il suo lento asinel, carico il dorso
D’olio, o di frutta, il contadin conduce
A la cittade, e ne riporta o negra
Massa di pece, o scalpellata mola.
E ne’ suoi giri ancor l’instabil luna 430
Diversi giorni indicar può fatali,
O propizii al lavor. Tu schiva il quinto,
In cui la terra con nefando parto
Creò le furie anguicrinite, e l’orco,
E il feroce Tifeo, Iapeto e Ceo, 435
E i congiurati ad espugnar del cielo
Le mura empii fratei. L’Ossa tre volte
Tentaro a Pelio, ed il frondoso a l’Ossa
Olimpo sovrappor; tre volte Giove
Fulminator gli accumulati monti 440
Con destra invitta rovesciò sul piano.
Dopo il dì che l’undecimo precede,
È il settimo opportuno a piantar viti,
Ad ordir tele, e a domar tori: è il nono
Contrario ai ladri, e ai viaggiator felice. 445
Molte opre ancora ne la fresca notte
Rïescon meglio, o quando il dì nascente
Di söave rugiada i campi irrora.
Meglio di notte tagliansi le stoppie,
Meglio l’arido fien, chè lento stilla 450
Di notte sempre un qualche umor dal cielo.
V’è chi le notti de l’inverno ancora
Veglia, e di scarso focolare al lume
Sedendo incide con acuto ferro
Di faci ad uso le minute verghe; 455
Mentre la moglie del lavor la noia
Col canto allevia, e sta battendo intanto
Col risonante pettine le tele,
O a lento foco in odorosa sapa
Condensa il mosto, e co le frondi schiuma 460
La gorgogliante e fumida caldaia.
Ma de l’estate nei più caldi giorni
Taglia la messe biondeggiante, e batti
Sotto cocente sol l’aride spiche.
Nudo ara, e nudo semina: l’inverno 465
Rende pigri i cultor, che amano il frutto
Godersi allora del travaglio estivo,
E in conviti scambievoli ed in feste
Passano insieme la stagion che tregua
Pone a le cure, ed al tripudio invita. 470
Così nocchier che su la stanca nave
Entrò nel porto, le tempeste obblia,
E lieto gode incoronar la poppa.
Benchè allor tempo è di raccor da l’alte
Querce le ghiande, e de l’allor le bacche 475
E il verde ulivo, e il sanguinoso mirto.
Porre i lacci a le gru, le reti ai cervi,
Co la fionda atterrar, seguir coi cani
L’agili damme e l’orecchiute lepri
Deggionsi allor, che d’alta neve intorno 480
Le campagne biancheggiano, e sul dorso
Portano i fiumi a grosse lastre il ghiaccio.
Ma che dirò de le autunnali stelle,
Di nembi adunatrici? e in quali cure
Quando più breve è il dì, men caldo il sole, 485
Deggia occuparsi il buon cultore, o quando
L’umida primavera omai declina,
E già comincia la spigosa messe
D’irte reste a inasprir, e dentro al verde
Gambo a gonfiarsi del frumento il latte? 490
Ahi troppo spesso ne l’estate io vidi,
Mentre già lieto a le mature spiche
Stendea la falce, o le recise in fascio
Legava il mietitor, sorgere a un tratto
Orrida guerra di contrarii venti, 495
E da l’ime radici alto per l’aria
Svelta portar la gravida raccolta,
E in vorticoso turbine aggirarsi
E il gran disperso, e le volanti paglie.
Nè di rado dal ciel scende dirotto 500
D’acque il diluvio: in procelloso nembo
Vedi repente le aggruppate nubi
Fosche addensarsi, e con opaco velo
Tutto il mondo oscurar. Disciolto in acqua
Sembra cadere il ciel; scorre a torrenti 505
La pioggia, e inonda i seminati, e strugge
Le fatiche de’ buoi: s’empion le fosse,
Gonfiansi i fiumi, e la sonante piena
Cacciano al mar, che ne ribolle e mugge.
Lo stesso Giove ne l’orribil buio 510
Dei nembi ascoso con ignita destra
Scagliando va le folgori trisulche.
Trema la terra al tuon, fuggon le fiere,
E costernati i timidi mortali
Stannosi, e muti per terror. Su l’alte 515
Ceraunie rupi intanto, o su gli alpestri
Del Rodope, o de l’Alto ignudi scogli
Cade il fulmine invan. Cresce la pioggia,
Infuria il vento, e s’odono fischiando
Gemere alterni la foresta e il lido. 520
Tu questi mali a prevenire e i mesi
Osserva, e gli astri; ove il suo corso pieghi
Il gelido Saturno, e in qual del cielo
Cerchio s’aggiri la cillenia stella.
Ma pria di tutto a venerar sii pronto 525
Gli agresti dei; nè l’annue feste obblia,
E i sagrificii a l’eleusina dea,
A cui su l’erba innalzerai gli altari.
Sul fin del verno a la stagion serena,
Che ai dolci sonni, e a le fresche ombre invita, 530
Quando più puro è il vin, pingui le agnelle,
Tutta allor teco la famiglia agreste
Esca nei campi con solenne pompa
Cerere ad adorar. Tu pria nel latte
Stempra e nel vino il mel su l’ara, e poscia 535
Tre volte intorno a le novelle biade
Giri l’ostia accettevole: la segua
Tutto il coro giulivo, e ad alte grida
La dea propizia al tuo granaio invochi.
Nè a l’estiva stagione osi la falce 540
Stendere alcuno a le mature spiche,
Se pria, le tempie d’intrecciati rami
Cinto di quercia, a Cerere non canti
Festevol inno, ed a scomposti salti
Spicchi in danza campestre il piè robusto. 545
Lo stesso Giove e ne la menstrua luna
Pose, e negli astri non fallaci segni
La pioggia, e il caldo a presagire, e i venti
Di freddo apportatori, e varii innoltre
Prognostici prefisse, onde conosca 550
Osservando il pastor, se può lontano,
O dee presso a l’ovil pascer la greggia.
Ad annunciare il turbine vicino
O appoco, appoco irrequïeto il mare
A gonfiarsi incomincia, e un fragor secco 555
Su la montagna a fremere; o da lungi
S’odono in rauco suon mugghiar percossi
Da l’onde i lidi, e crescere avanzando
Il mormorio de l’agitata selva.
Periglioso a le navi allora è il flutto 560
Quando da l’alto mar calano i smergi
Queruli al lido, o in su l’asciutta arena
Scherzando stan le folaghe marine,
O i noti stagni abbandonando, a volo
Sovra le nubi l’aghiron s’innalza. 565
Spesso dei venti al sovrastar vedrai
Spiccarsi rapidissima, e dal cielo
Cader notturna stella, e in lungo tratto
Dietro a lei biancheggiar l’äerea via;
E non di rado le leggere paglie 570
Volar per l’aria, e le caduche foglie,
Ed a fior d’acqua avviluppate insieme
Torcersi in giro le natanti piume.
Quando a la plaga borëal frequenti
Vedrai baleni, o là tuonare udrai, 575
Donde zefiro spira, o il torbid’euro,
Tutte sott’acqua allor le vie, le fosse
Nuoteran de le ville, ed allor tutte
Ne l’alto mar raccoglierà le vele
Il prudente nocchier. Non senz’avviso, 580
Nè impreveduta mai cade la pioggia.
O lei che sorge da le basse valli,
Con improvvisa spaventata fuga
L’äeree gru prevengono, o sul prato
Guardando il ciel l’immobile giovenca 585
Fiutando sta con larghe nari il vento;
O la stridente rondine radendo
Va i laghi intorno, e nel pantano sfoga
L’antico duol la gracidante rana.
Sovente ancor dai sotterranei tetti 590
Per calle angusto la formica estrae,
E a più sicuro asil l’ova trasporta.
Col doppio corno colorato beve
L’Iride il mare; e al ritornar dei paschi
Strepita in aria dibattendo l’ali 595
Nero gracchiante esercito di corvi.
Varii innoltre vedrai marini augelli,
O i bianchi cigni del Caistro in riva
Errare a nuoto, e diguazzando a gara
Spruzzarsi il dorso, ed or sott’acqua il capo 600
Tuffare alterni, or rompere veloci
L’onda col petto, e per desio di pioggia
Agitar l’ali, e festeggiar coi gridi.
A lenti passi in su l’asciutta arena
Sola vagando la cornacchia anch’essa 605
Chiama con roca voce il nembo acquoso.
E sicuro presagio hanno di pioggia
Nel notturno lavor le ancelle ancora,
Quando scoppiar ne la lucerna accesa
Veggon la fiamma tremula, e fumanti 610
Crescervi in mezzo gli oleosi funghi.
Nè certi men dopo la pioggia avrai
Indicii a presagir asciutti giorni,
E lo stabil seren. Più pure allora
Veggonsi in cielo scintillar le stelle, 615
E sorgendo dal mar limpida i raggi
Del fratello emular l’argentea luna.
Non più per l’aria allor leggere e rotte
Le nubi, a guisa di lanuti fiocchi,
Vagando vanno, ma disciolte in nebbia 620
Ne l’ima valle calano depresse.
Non su la nuda spiaggia i cari a Teti
Mesti Alcïon distendono le aperte
Ali al tepido sol, nè il porco immondo
Gode col grifo dissipare i sciolti 625
Manipoli di paglia, nè su gli alti
Tetti posando a l’imbrunir del giorno
Flebile allunga la civetta il canto.
Per l’äere liquidissimo e sereno
Alto aleggia il falcon, Niso già un tempo; 630
E del reciso a lui purpureo crine
Scilla, empia figlia, in lodola cangiata,
Paga la pena: ovunque affretta i vanni
Ella a fuggirlo, le stridenti penne
Batte ei nemico ad inseguirla, ovunque 635
Niso rivolga il volo, altrove Scilla
Rapida i vanni per fuggirlo affretta.
Garruli e rochi gorgheggiando anch’essi
Gracchiano i corvi di tripudio, e spesso
Su gli alti rami de le piante, presi 640
Da non so quale insolita dolcezza,
Van tra le frondi strepitando e lieti
Godono riveder dopo la pioggia
La non pennuta prole, e i cari nidi.
Nè cred’io già, che sia dal Ciel lor dato 645
Ingegno, o lume a preveder; ma quando
O la temperie mutasi de l’aria,
O lo spirar del vento umido e secco
Scioglie, o costipa e dei terrestri corpi
Varia le qualità, variano pure 650
Nel tempo stesso a gli animali in mente
De le cose le immagini, e diversi
Sentono impulsi al cor, quando sereno
Ride e placido il giorno, e quando in cielo
Le tempestose nubi il vento aduna. 655
Quindi nasce, cred’io, quel dopo il nembo
Al ritornar del sol canto giulivo
De gli augelletti a la campagna, e il lieto
Gioir dei corvi, e il saltellar del gregge.
Ma del sol poi de le seguaci lune 660
Se attento osservi l’ordinato corso,
Nè del giorno avvenir fia che t’inganni
Il presagio fedel, nè ti seduca
L’aspetto infido di serena notte.
Quando il suo lume rïacquista e nuova, 665
Sorge la luna, se annebbiata e fosca
L’aria d’intorno con le corna abbraccia,
A la campagna e al mar sovrasta allora
Terribil nembo; ma se il volto tinge
Di virgineo rossor, di vento indizio 670
Avrai; pel vento ognor Cinzia rosseggia.
Se poi nel quarto dì (del quarto è sempre
L’augurio sicurissimo) la vedi
Limpida in cielo passeggiare, e sgombra
Di vapori mostrar l’argentee corna, 675
Quel giorno e quanti al terminar del mese
Restano ancora, passeran dal vento
Liberi e da la pioggia; e giunti in salvo
Lieti i nocchieri a Panopea sul lido
Scioranno, e a Glauco e a Melicerta, i voti, 680
E il sol non meno, o ch’ei dal mar risorga,
O discenda nel mar, fido a l’occaso,
Fido a l’orto darà sicuri segni.
Se al primo suo spuntar di varie macchie
Sparso egli appare, e in vaporoso velo 685
O tutto asconde, o la metà del disco,
Temi di pioggia allor; nemico spira
Ai seminati, a gli alberi, a la greggia
Da la parte del mar l’umido noto.
E se al mattino fra le dense nubi 690
Rari e furtivi trapelando i raggi,
Or si mostra, or s’asconde; o se l’Aurora,
Il croceo letto di Titon lasciando,
Pallida sorge e fosca, ahi! male allora
L’uva matura il pampino difende, 695
Cotal sui tetti rimbalzando piomba
Spessa dal ciel la grandine sonante.
Ma più di tutto esaminare il sole
Vuolsi al suo tramontar, chè spesso allora
Veggionsi errar sul volto suo diversi 700
Variabili color: sicuro vento
Il rosso predirà, pioggia l’azzurro.
Ma se il rosso color misto di macchie
Risplenderà, da piogge e venti insieme
Tutto vedrai sconvolto il ciel. Non io 705
Quella notte oserei fidarmi a l’alto
Mare, o dal lido pur scioglier la fune.
Ma s’ei portando, o nascondendo il giorno
Lucido il disco avrà, di nembi allora
Temer non devi, e tremolar vedrai 710
Dal sereno aquilon scosse le selve.
Quai finalmente o da la sera puoi
Prendere indizii, o dal mattin, qual vento
Scaccia dal ciel le nubi, e qual le aduna
Il sol t’insegnerà. Chi falso il sole 715
Oserà di chiamar? Spesso egli ancora
D’impensati tumulti e di secrete
Ordite insidie e sovrastanti guerre
Dar suol non dubbio avviso. Egli di Roma
Compiangendo il destin, Cesare estinto 720
D’un’oscura caligine improvvisa
Coperse il capo, e ne temè la terra,
Conscia del gran delitto, eterna notte.
Benchè allora oltre il sol diedero pure
Del comun lutto spaventosi segni 725
La terra, il mare, e il mesto urlar dei cani,
E il gridar de gli augelli. Ahi quante volte
Da le spezzate ignivome fornaci
Etna si vide ribollir fumando,
E de’ Ciclopi rovesciar sui campi 730
Globi di fiamme e liquidi macigni!
Strepito d’armi la Germania intese
Pel vasto cielo, e con orrende scosse
Le gelide Alpi e gl’Appennin tremaro.
Sovente ancor pei silenziosi boschi 735
Voci s’udiro e a l’imbrunir la notte
Pallidi spettri multiformi e strani
Vagar fu visti, con prodigio infando
Parlar le bestie, si arrestaro i fiumi
E il suol si aprì, sudaro i bronzi e mesti 740
Pianser nei templi i simulacri eburni.
Con furibondi vortici le selve
Svelse dai lidi, ed inondando i campi
Il re de’ fiumi Eridano le stalle
Finor de i campi la cultura e gli astri;
Or io te, Bacco, e le tue dolci vigne
Canterò teco, e le silvestri piante,
E i lenti germi del fecondo ulivo,
Vieni, o padre Lenéo, de’ doni tuoi 5
Qui tutto è pien, di pampini vestito
A te ride l’autun, frondeggia il campo
E fuor da gli orli dei capaci tini
Fuma spumante la vendemmia; vieni,
Divo padre Lenéo, vieni, e slacciati 10
Gli aurei coturni, nel novello mosto
Meco l’ignudo piè tinger non sdegna.
E tu del canto mio sostegno e meta,
Tu gloria del mio nome, augusta Bice,
Scendi propizia, e agevolando il corso 15
Meco trascorri l’intrapresa via,
E ne l’aperto mar reggi le vele.
Lungo e vasto è il cammin, nè tutto io posso,
Se cento lingue avessi e ferrea voce,
Co’ miei versi abbracciar: la prima spiaggia 20
Del vicin lido costeggiando andremo
Del suolo a vista; or vien, non io qui voglio
Con finto carme in favolosi errori,
O in lungo esordio trattenermi invano.
Diversi modi a generar le piante 25
Tien da principio la natura: alcune
Senz’opra, o studio di cultor dal suolo
Spuntano volontarie, e i campi intorno
E i curvi lidi ombreggiano de’ fiumi.
Nel numero di queste è il silio molle, 30
Il pioppo e la flessibile ginestra,
E in verdi foglie biancheggiante il salcio.
Altre a l’opposto dai sepolti semi
Nascono sol, come il castagno e l’ischio
Che nei boschi di Giove ampio frondeggia, 35
E l’alta quercia, oracolo a gli Achei.
A molte poi da l’infime radici
Pullula intorno numerosa prole
Di teneri germogli, e in questa guisa
Crescono a l’olmo ed al ciregio i figli, 40
E il sacro allor le piccole sue foglie
Sotto l’ampie solleva ombre materna.
Questi tre modi adoperò da pria
La provvida natura, e sol da questi
Ogni genere poscia origin ebbe 45
Di fruttifere piante e di selvagge,
Per cui verdeggia il sacro bosco e il campo.
Molte altre vie l’esperienza e l’arte
In seguito scoprì. V’è chi dal molle
Materno seno un ramoscel divelto 50
Depon nel solco; seppelliscon altri
Barbuti ceppi, o in quattro parti fesse
Pertiche, o duri acuminati pali.
Tal pianta v’è, che ripiegarsi in arco
Mira le sue propagini e sepolte 55
Dal suo ripullular: molte bisogno
Di radici non han, quindi le tronche
Cime a la terra il portator ne affida.
Ma de l’ulivo risegato in mezzo
Vedi con ammirabile portento 60
Dal secco tronco germogliar le barbe;
E impunemente d’una pianta i rami
In altra trasformarsi, e sovra il pero
Spuntar le mele, e su pedal di prugna
Rosseggiare i durissimi cornioli. 65
Osservi dunque il buon cultore e impari
Quale a ciascun de gli alberi convenga
Suolo e cultura; e il rozzo frutto ed aspro
Con l’arte in lor di raddolcir procuri;
Nè il terren lasci inoperoso, o a piante 70
Ch’egli non ama, inutilmente il forzi:
L’Ismaro giova rivestir di vigne,
Ed il Taburno popolar d’ulivi.
Le piante che per se spuntano a l’aura
Senz’opra e studio altrui, sterili è vero, 75
Ma vigorose crescon e robuste,
Alimentate dal fecondo umore
Del nativo terren: pur queste ancora
Se alcun le innesti, o in preparate buche
Trappianti altrove, l’indole selvaggia 80
Spogliar vedransi, e del cultore industre
Docili e pronte secondar la mano.
Lo stesso avvien de’ teneri rampolli
Che da l’ime radici al ceppo intorno
Nascono de le piante, ove divelti 85
Sieno e disposti ne gli aperti campi:
Or con le foglie adombrali e coi rami
L’opaca madre che i crescenti figli
Sterili rende, o i già fecondi aduggia.
Gli alberi poi che nascono da i semi 90
Posti sotterra, cresceran più lenti
Ed a i tardi nipoti ombra faranno:
Ma questi ancor degenerar negletti
Sogliono infine; imbastardisce il pomo
Dimenticando il suo primier sapore, 95
E disgustosi grappoli produce
L’uva, a gli augelli abbandonata preda;
Chè assidua cura e faticosa esige
Ognun di loro, e trapiantar schierati
Devi, e nutrirli, e procacciarne a costo 100
Di sudor lungo e di dispendio i frutti.
Ma diversa a ciascun cultura ed arte
Però conviensi: dal reciso tronco
Meglio sorge l’ulivo, ama la vite
Multiplicar propaginata, e spunta 105
Da rami accuminati il pafio mirto:
Dai ceppi e tronchi lor nascono i duri
Nocciuoli, e il grosso frassino, e di Giove
L’albero e il pioppo, ombrifera corona
D’Ercole, e l’alta palma, e il dritto abete 110
Che va i perigli ad affrontar del mare.
Ma l’ispido corbezzolo l’innesto
Brama del noce, e inserte mele anch’esso
Fruttar si vide il platano infecondo;
Sovente a l’orno incanutir le chiome 115
Dai bianchi fior del pero, irte castagne
Crebbero in cima al faggio, e appiè degli olmi
Cadute ghiande masticaro i porci.
Nè d’inserire e inocular le piante
Unico è il modo; perocchè là dove 120
Le gonfie gemme da la rotta scorza
Sbucciano a germogliar, nel nodo istesso
Apre taluno con leggero taglio
Un picciol seno, e di straniera pianta
L’occhio v’innesta, onde a legare impari 125
Incorporato a l’umida corteccia.
Altri là, dove è senza nodi, il tronco
Spacca, e col conio la profonda piaga
Internandosi allarga, indi v’intrude
L’ospite germe fecondante, e guari 130
Poscia non v’ha che di felici rami
L’albero onusto al ciel s’inalza e lieto,
Le ignote frondi e i non suoi frutti ammira.
Non tutti inoltre d’una specie sola
Produce ogni terren gli olmi robusti, 135
I salci, il loto ed i cipressi idéi;
E non di succo e di figura uguali
Nascon le pingui ulive: altre rotonde,
Bislunghe altre vedrai, polpute alcune
E d’amaro sapor; varie le mele 140
Son pur fra loro, e variano i lor frutti
D’Alcinoo gli orti; nè dal germe istesso
Nascon le sirie e le crustumie pere,
E le succose e turgide voleme;
Nè da i nostri olmi pendula matura 145
Quell’uva istessa che dai bassi tralci
De’ colli metimnéi Lesbo raccoglie.
L’uve di Marëotide e di Tasso
Sogliono biancheggiar; amano quelle
Più leggero il terren, queste più grasso. 150
Ottimo è il vino che di psitia vite
Da gli appassiti grappoli si spreme.
Tenue il legéo non ha color, ma lega
Spesso la lingua al bevitore e il piede.
Nè senza pregio le purpuree, o senza 155
L’uve precie non son; tu pur distinta
Lode da versi miei, retica, avrai;
Ma non però co le falerne viti
Oserai contrastar: e nome e fama
Hanno pur le propaggini amminée 160
Di vin robusto produttrici, a cui
E il frigio Tmolo cedono, e lo stesso
Re de’ colli vitiferi Fanéo,
E l’Argite minor, con cui non trovi
Chi possa o in copia gareggiar di mosto, 165
Od in più lunga e vivida vecchiezza.
Nè de’ tuoi grossi grappoli, o Bumaste;
Nè di te tacerò, libata a i numi,
Rodia, e gradita a le seconde mense.
Ma nè le specie numerare e i nomi 170
Tutti potrei, nè giova, e chi ’l volesse
Del mar vorrebbe i tempestosi flutti,
E de la Libia numerar le arene.
Nè finalmente ad ogni pianta adatto
Ogni suol crederai; nascono i salci 175
In riva ai fiumi, nei fangosi stagni
Gli ontani, e gli orni su i petrosi monti;
Godon di mirti coronarsi i lidi,
E colle aprico esposto al sol le viti
Amano, e i tassi l’aquilone e il freddo. 180
Scorri del mondo a gli ultimi confini
E da le orientali arabe spiagge
Fino a i pinti Geloni; ovunque il suolo
Coltivato vedrai, diverse piante
Patria diversa avran. L’ebano nero 185
Sol da l’India a noi viene e non d’altronde,
Che dai tronchi sabéi stilla l’incenso.
E che dirò del balsamo che suda
Da gli odorosi legni in su le rive
Del felice Giordan? Che de le bacche 190
Del sempre verde Egiziano acanto
Del morbido cotone, onde son bianche
L’Etiopi selve e dei sottili stami,
Che dagli alberi lor spogliano i Seri?
E che de i boschi in fin che l’India estrema 195
Presso al golfo Gangetico produce
Alti così, che a le lor piante mai
Di quelle genti al säettare esperte
Freccia non giunse a superar la cima?
L’acido sugo ed il sapor tenace 200
Vanta la Media del felice pomo,
Di cui non avvi antidoto più pronto
Al rio veleno che talor prepara
Malefiche mescendo erbe e parole,
A i non suoi figli la crudel matrigna. 205
Grande è la pianta e di color, di forma
Somigliante a l’allor, e alloro forse
La crederesti, se diverso intorno
Non diffondesse il penetrante odore.
Verdi ha le foglie, e non le stacca il vento, 210
Tenacissimi i fior: usanlo i Medi
A medicare e l’alito che pute,
E lo stentato anelito senile.
Ma nè le selve rinomate e il ricco
Suol de la Media, nè l’ameno Gange, 215
Nè il torbid’Ermo di dorate arene,
Nè il Battro o l’India, nè l’Arabia tutta
Pingue d’aromi pareggiar le lodi
De l’Italia potran. Questi felici
Luoghi arati non furono da tori 220
Spiranti foco, nè d’immane drago
Videro uscir da i seminati denti
Orrida messe di guerrieri e d’aste;
Ma le campagne lor di bionde spiche
Coperte lussurreggiano, e di vigne, 225
E d’oliveti, e di fecondi armenti.
Qui generosi e fervidi destrieri
Veggionsi errar pei campi ergendo
L’alta cervice, e là candide gregge
E bianchi tori pascolar, di Giove 230
Ostia maggiore, che sovente aspersi
De l’onde tue, sacro Elitumno, e cinti
Di fior le corna per le vie di Roma
Guidano al tempio i trïonfali cocchi.
Qui ne l’inverno ancor tepida regna 235
La primavera, e prolungato usurpa
L’estate i mesi altrui; due volte i frutti
Su le piante maturano, e due volte
Soglion ne l’anno partorir le agnelle.
Nè qui tana, o natal non ha rabbiosa 240
Tigre, o fiero leon, nè in torti giri
Squammoso drago sibilando striscia,
Nè incauta man fra le salubri coglie
Venefic’erba. Aggiungi a ciò le tante
Cittadi egregie e monumenti illustri 245
D’arti operose e fabbricate rocche
Su l’erte rupi, e tortuosi e vasti
Fiumi lambenti il piè d’antiche mura.
Forse l’adriaco mar, forse il tirreno
Che del felice suol la doppia costa 250
Bagnano circondando, o i tanti laghi
Che chiude in sen, ricorderò? Te forse,
Massimo Lario, o te Benaco, i flutti
Imitante ed il fremito marino?
O forse i porti ed al lucrino seno 255
Le molli aggiunte a rintuzzar l’orgoglio
De lo sdegnoso mar, là dove ei freme
Da l’onda giulia risospinto, e imbocca
Le aperte foci del vicino Averno?
Questo stesso terren ricche di rame 260
E d’argento nutrì miniere e d’oro:
Questo produsse di guerriero seme
Robuste genti, e i popoli Sabini
E i Marsi arditi, ed al travaglio avvezzi
I Liguri, e di spiedo i Volsci armati: 265
In questo ebbero cuna i Decii, e i Marii,
E gl’invitti Camilli, e i due Scipioni,
Fulmini in guerra, e tu fra questi, o divo
Cesare, tu che ne l’estreme spiagge
Ora de l’India vincitor l’imbelle 270
Da le romane rocche Indo allontani.
Salve, o feconda d’ogni frutto, salve
Ricca madre d’eroi, saturnia terra.
A te lodati studii ed arti avite
Intraprendo a cantar, novelle fonti 275
Schiudere osando, e tessere primiero
Tinto d’ascréi color carme romano.
Or luogo è qui d’esaminar qual abbia
Ogni diverso suol forza e colore;
E quale ed a quai frutti indole adatta. 280
Primieramente i magri colli e ingrati,
Dove l’argilla sterile di sassi
Suole e dumi abbondar, palladia selva
Aman d’ulivi; e manifesto indizio
Ivi ne danno gli oleastri amari 285
Che spuntano in gran copia, e il suol coperto
Tutto d’intorno di silvestri bacche.
Ma il fertile terren, pingue d’umori
E di folt’erbe verdeggiante e lieto,
Qual sovente il veggiam ne l’ime valli, 290
Cui giù dai monti con felice piena
Scendono i rivi a ricoprir di molle
Fecondo limo, e le colline inoltre,
Che a i caldi venti ed al meriggio esposte
L’odïosa a l’aratro umida felce 295
Nutrono in copia, di robuste viti
Abbondanti saran, d’uve succose
E di söavi prezïosi vini,
Quai da le coppe d’or libansi a Giove
Nei sacrificii allor che le fumanti 300
Viscere imposte su l’altar, dà fiato
A l’eburnea sua tibia il pingue Etrusco.
Che se fecondo pascolo agli armenti
Cerchi piuttosto, e teneri vitelli
Educar brami, ed agnelletti e capre 305
A gli arboscelli e a i seminati infeste,
Vattene i prati ed i lontani paschi
A ricercar del fertile Tarento,
O campi altrove somiglianti a quelli
Che ha l’infelice Mantova perduti, 310
Ove canoro stuol di bianchi cigni
Scherza del Mincio su l’erbosa riva.
Ivi non pingui e tenere pasture
Mancano, o fresche acque correnti, e quanto
D’erbe consuma la pascente greggia 315
Nel lungo esivo dì, tanto di breve
Notte compensa il rugiadoso umore.
La terra poi, che di color nericcio
Umida e crassa al vomero s’attacca,
Di molle e trita superficie, quale 320
Suolsi arando ottener, acconcia ed atta
Al frumento sarà; nè d’altro campo
Vedrai più bovi ricondurti a casa
Carchi di grano a lento passo i carri.
E quella pure ottima fia, da cui 325
Con mano irata l’aratore i boschi
Da lungo tempo sterili e le selve
Svelse da le radici, e i nidi antichi
De gli augelli atterrò: veggionsi questi
Fuggir per l’aria spaventati, e lieto 330
Ringiovenir sotto l’aratro il campo.
Ma l’arsa ghiaia di terren declive
Fuggi che a l’api somministra appena
Poca rugiada e rosmarin; lo scabro
Tufo arenoso e la tenace fuggi 335
Creta, corrosa da le nere serpi
A cui non altro suol più grato cibo,
Nè più secreti nascondigli appresta.
Quel poroso terren facile a bere
L’umor del pari, e ad esalarlo in lieve 340
Nebbia sottil che di tappeto erboso
Verdeggia ognora, nè giammai di scabra
Ruggine offende il vomero che il solca,
Si presterà, se coltivando il provi,
A qual uso vorrai: facile a gli olmi 345
E a le viti ei sarà, di pingui ulivi
Lieto e fecondo, e a pascere la greggia
Del par disposto, ed a soffrir l’aratro.
Tai son di Capua i ricchi campi, e tali
Quei vicini al Vesevo, e quei che il Clanio 350
Bagna, inondando la deserta Acerra.
Or io t’insegnerò, come si possa
Ogni terren conoscere, se denso
Oltre il dovere, e raro ei sia, che il primo
Ama Cerere più, Bacco il secondo. 355
Dunque nel campo ch’esplorar vorrai,
Scelto il luogo opportun, fa che si scavi
Profondo pozzo, e la sommossa terra
Ch’estratta avrai, rimettere di nuovo
Nel fondo stesso, ed uguagliar tu déi 360
Calcandola co i piè; se sotto gli orli
S’abbassa, e manca non empiendo il vuoto,
Rara e leggera al pascolo e a le viti
Meglio acconcia sarà; ma se dal pieno
Pozzo compressa sopravanza, e tutta 365
Capir dentro non può, più dense glebe
Ivi t’aspetta che tenaci e crasse
Gemer faran sotto l’aratro i buoi.
La salsa poi, o così detta amara,
Che per arar non domasi, e del pari 370
A l’uva nuoce ed a le biade, e nome
Cangia a i frutti e sapor, ecco in qual guisa
Conoscere potrai. Stacca da i tetti
Affumicati le pendenti gabbie,
Di ben connessi vimini intrecciate, 375
Con cui colasi il vin; queste del tristo
Terren riempi e d’onda pura, e tosto,
Se dentro il calchi distillar vedrai
Giù l’acqua, lungo i vimini scorrendo
A grosse gocce che assaggiate indizio 380
Certo daran, di sali a te pungendo
La lingua e d’amarissimo sapore.
Magro il terren che maneggiato in polve
Si stritola disciolto, e grasso invece
Quello sarà che infra le dita a guisa 385
Di lenta pece si ammollisce e attacca.
L’umida terra rigogliose e folte
Erbe alimenta, e vigorosa appare
Oltre il dovere: ah! il suo soverchio lusso
Non io vorrei ne le nascenti biade. 390
Qual sia lieve e pesante, e qual sia nera,
O d’ogni altro color, chiaro tel dice
L’occhio e la man: difficile a scoprirsi
E la fredda assai più; le picce solo
Indicarla potran ch’ivi talvolta 395
Nascono, e l’edre, e i velenosi tassi.
Premesso ciò, tu preparar la terra
Gran tempo innanzi, e scavar déi ne’ colli
E solchi e fosse, e le supine glebe
Lasciare al verno lungamente esposte 400
Ed al freddo aquilon, pria che le viti
Intraprenda a piantar: ottimo è il campo
Che trito e molle abbia il terreno; e tale
Rendonlo i venti, e le gelate brine,
E di robusto zappator le braccia. 405
Chè se nulla obbliar brami che possa
A le viti giovar, sceglier procura,
Ove da prima seminarle, un suolo
Che in tutto a quel sia somigliante, in cui
Trapiantarsi dovranno; onde la nuova 410
Prole non soffra, e a disgustar non s’abbia
Tenera ancor de la cangiata madre.
Anzi alcun v’è, che su la scorza segna
Del ciel l’aspetto, onde poter le piante
Altrove in guisa collocar, che quella 415
Parte che l’austro riguardava, o il polo,
Il polo, o l’austro a riguardar ritorni
Ne l’ospizio novel: tanto di forza
L’abito preso in gioventù conserva!
Prima però se al colle, o al pian fia meglio 420
Le viti por, deciderai: se pingue
Campo avrai scelto, più frequenti e fitti
Pianta i magliuoli; chè in terreno opimo
Prospera Bacco; ma declivi colli
Se in vece, o curvi monticelli eleggi, 425
Più rare allor distribuir le piante
Devi, in guisa però, che ordine esatto
Serbin tra loro, e con distanza eguale
Intersecate da sentieri aperti
Sorgano in dritte, e riquadrate schiere. 430
Così talor, se a la battaglia spiega
Lunga legion le sue coorti, e tutto
Schierato a fronte de’ nemici in campo
L’esercito già stia, di lucid’aste
Vedi, e di squadre in simetria disposte 435
La pianura ondeggiar, finchè sospeso
Marte s’aggira, e non ancor sanguigna
Mischia confonde le ordinate file.
Pari di spazio e numero i sentieri
Dei quadrati saran; nè solo a vano 440
Piacer de l’occhio, ma perchè divise
Possan le piante un alimento eguale
Trar da la terra, e in libertà crescendo
Spingere in aria, e dilatare i rami.
Forse qui chiederai, qual de le fosse 445
La misura esser debba: a lieve solco
Puoi le viti affidar, più dentro terra
Gli alberi invece sepellir dovrai.
L’eschio fra gli altri più, che quanto al cielo
Erge la fronte maestosa, tanto 450
Le sue radici al tartaro profonda.
Quindi nè il verno, nè la pioggia, o i venti
Lo svelgono dal suol: saldo ed immoto
Stassi, ed a gli anni resistendo il giro
Vive di molte età; gli opachi rami 455
A se d’intorno e le robuste braccia
Ampiamente diffonde, ed ei nel mezzo
Sublime tronco la frondosa e immensa
Chioma sostien, che il vasto campo adombra.
Non mai del sole al tramontar rivolte 460
Sien le tue vigne, nè il nocciuolo ingordo
Fra lor si pianti, e a scegliere i magliuoli
Non de le viti taglierai le cime,
Ma i bassi tralci, che a la terra avvezzi
Vi si adattano più; nè ottuso ferro 465
Tagliando adopra, e sovra tutto poi
Ne la tua vigna non soffrir, che alligni
Silvestro ulivo. Che sovente ahi! cade
A gl’incauti pastor di mano il foco,
Che lento appiè de gli alberi da prima 470
Serpe, ed occulto ne la pingue scorza
Nutresi, e il tronco attacca; indi scoppiando
Spiccasi in vampa stridula, e a le secche
Frondi s’appiglia, e rapido scorrendo
Di ramo in ramo vincitor le cime 475
Domina, e tutto di lontano in fiamma
Presenta il bosco, e d’olëoso fumo
Densi globi ondeggianti al ciel solleva.
Ed allor più, se procelloso spira
Dal polo il vento, e per la folta selva 480
L’appreso incendio dilatando incalza.
Ove ciò sia, ne le radici aduste
Il succo muor; nè mettere potate
Novelli tralci, nè qual pria potranno
Verdi dal suolo pullular le viti. 485
Solo ivi resta, e co le amare foglie
Lo sterile olëastro il campo ingombra.
Nè ascolterai chi persuader ti voglia
Borea spirando ad iscavar le fosse
Nel duro suol; chè le campagne allora 490
Orrido stringe acuto gel, nè soffre
Che il tenero magliuol radice attacchi.
Ottima ed opportuna a piantar viti
Di primavera è la stagione, allora
Che a noi ritorna la nemica a i serpi 495
Bianca cicogna; o de l’autunno a i primi
Freddi, allor quando da gli estivi segni
Uscito già, co’ suoi destrier non giunse
Nel cerchio ancor di Capricorno il sole.
Utile pure al frondeggiar de i boschi 500
Ed a le selve è primavera, e in lei
Di nuovi umor rigonfiasi, e bramosa
Chiede la terra i genitali semi.
Co le feconde piogge il sommo padre
Etere allor de l’avida consorte 505
Discende in grembo, ed a l’immenso corpo
Si mesce immenso, e ne alimenta i germi.
Odonsi allora di canori augelli
Garrir le selve, ed a i concessi giorni
Tornan gli armenti a rinnovar gli amori. 510
Ride il mondo e rinasce; il suol per tutto
Lieto germoglia, ed a le tepid’aure
De l’amoroso zefiro aleggiante
Aprono i campi il sen; di vivi umori
Ogni terreno abbonda; e a i nuovi soli 515
La tremolante e tenera lor fronte
Osano l’erbe alzar, nè più temendo
D’austro le offese, o d’aquilon sicura
Mette i fiori la vite, e tutto spiega
De le sue foglie il pampinoso lusso. 520
Nè certo io credo, che al nascente mondo
Altri giorni splendessero, o diverso
Ne la sua prima origine ei trovasse
Tenor di cose: temperata e dolce
Primavera fioria, nè gelid’euro 525
Soffiava allor, che da le dure glebe
La ferrea stirpe dei mortali al giorno
Il capo alzò la prima volta, e i boschi
Furon di fiere, e di volanti augelli
L’aria, e di stelle popolati i cieli. 530
Che non del verno, e de l’estate allora
Tenero il mondo tollerante avria
Le alterne ingiurie, nè il potrebbe adulto,
Se più mite stagion tra il caldo e il gelo
Posta non fosse, che la stanca terra 535
In dolce calma riposar lasciasse.
Resta ora a ricordar, che qual ei sia
L’arbor che pianta il buon cultor, di molta
Terra e letame lo ricopra, e intorno
Poroso tufo vi raduni, ed aspre 540
Scaglie, per cui penetri l’acqua, e passi
Il sottile vapore, onde ristoro
Prenda la pianta, e si ricrei: taluno
Pur v’è, che sassi, od ampii cocci al tronco
Suole addossar, da le dirotte piogge 545
Schermo, e dal sirio can che i campi aduggia.
De’ piantati magliuoli al piè dovrai
Poscia sovente accumular la terra;
Rincalzarla co i rastri, e ne la vigna
L’aratro esercitar, destro cacciando 550
Tra pianta e pianta i riluttanti bovi;
Poi lisce canne accomodarvi, e verghe,
O pertiche di frassino scorzate,
E bicorni forcelle, a cui la vite
Appoggiata sostengasi, e de i venti 555
L’impeto disprezzando a gli olmi in cima
Di ramo in ramo a rampicarsi impari.
Mentre però giovine ancor s’ammanta
De le novelle frondi, ah tu perdona
A la tenera età; nè, perchè s’alzi 560
Lussureggiante e senza fren, la falce
Tentar severo, ma legger con l’unghie,
Quà e là scegliendo, le soverchie foglie
Sterpar ti basti, e del nemico acciaro
Risparmia a lei l’intempestivo oltraggio. 565
Ma quando poi da le radici adulte
Cresce a l’olmo abbracciata, allor la folta
Chioma ne afferra, e i pampini recidi
Senza riguardo, e de i diffusi rami
Rintuzza, e scema l’infecondo orgoglio. 570
La vigna inoltre circondar di siepi,
E armenti e gregge allontanarne è d’uopo,
Singolarmente poi fin ch’è la vite
Tenera ancora, e il più leggero insulto
Non avvezza a soffrir; chè oltre gli estivi 575
Soli, e il gelo invernale, i buoi silvestri
Recanle oltraggio, e le seguaci capre,
E le pecore, e l’avide giovenche;
Anzi nè l’aspro gel, nè il sol cocente
Tanto a lei nuoceran, quanto del gregge 580
Il velenoso dente, e la deforme
Nel roso tronco cicatrice impressa.
Nè per altro delitto il capro a Bacco
Svenasi in ogni altar, e premio posto
Fu da gli antichi cittadin d’Atene 585
Ne i rozzi giuochi a i scenici istrioni
Che per le strade e i grossi borghi in giro
Declamando scorrevano, e ne i molli
Prati in mezzo a le tazze ebbri e baccanti
Saltavano su l’unte otri gonfiate. 590
E a i nostri giorni ancor le ausonie genti,
Già troiana colonia, i giuochi a Bacco
Con rozzo canto ed incomposte risa
Usano celebrar, di cave scorze
Mascherandosi il volto, e te con lieti 595
Versi invocano, o Bacco, e del tuo nume
A un alto pino attaccano sospese
Da un lungo fil le immagini di creta.
Quindi ogni vigna di rigonfi grappi
Vedi intorno abbondar, d’uva ripiene 600
Son l’ime valli, e i cupi boschi ovunque
Con lieto augurio a lo spirar del vento
Volge la faccia il mobile idoletto.
A Bacco dunque i consueti onori
Con patrii carmi, e di focacce e vini 605
Grati doni offrirem; tratto pei corni
Cadrà l’irco su l’ara, e in duri spiedi
Poi di nocciuol ne arrostirem le carni.
Ma la cultura de le viti un altro
Lavoro esige, a cui sudore, o cura 610
Non è, che basti mai: chè ogni anno è d’uopo
Smover più volte e rivangar la terra,
E senza posa le tenaci zolle
Romper co i rastri, ed il soverchio lusso
De le frondi troncar: giorno di tregua 615
L’agricoltor non ha, nuova rinasce
Fatica ognor; su l’orme stesse in cerchio
Volgesi l’anno, e con perpetuo giro
I giorni si rinnovano, e i lavori.
Ed anco allor, che l’ultime sue foglie 620
Gittò la vigna, ed aquilon de i boschi
Spogliò le chiome, il buon cultor le cure
A l’anno che verrà provvido estende,
E co la falce a fior di terra assale
L’ignuda arida vite, e i vecchi tralci 625
Tronca, e potando la riforma e assetta.
Primo ad arar sarai, primo già i secchi
Sarmenti ad abbruciar, e primo i pali
A trasportar da la spogliata vigna;
Ultimo in vece a vendemiar: due volte 630
Cresce a le viti il pampinoso ingombro,
E due dei tralci al piè pullula ogni anno
D’erbe e di vepri soffocante selva.
E a l’uno e a l’altro mal dura fatica
E lunga è il rimediar: loda le vaste 635
Campagne altrui, ma piccolo coltiva
Poder per te. Fia necessario in oltre
Viminei fasci di spinoso rusco
Tagliar ne’ boschi; e in riva a l’acque i rami
Del pieghevole salcio, e le palustri 640
Canne a le viti e vincolo e sostegno.
E quando ancor già in ordine è la vigna,
Già piantate le viti, e già riposta
L’inutil falce del compiuto omai
Lavor s’allegra il vignaiuol cantando, 645
Non però cessa ogni travaglio; il suolo
Con le marre eccitar, smover sul campo
Vuolsi la polve, e dopo ciò dovrai
Temer, che l’uve a maturar vicine
Grandine, o pioggia a danneggiar non scenda. 650
Niuna a l’opposto è il coltivar l’ulivo
Fatica o studio, chè di falce o rastri
Ei bisogno non ha. Poichè nel suolo
Ferme piantò le sue radici, e l’aria
A soffrir s’avvezzò, la terra stessa 655
Smossagli intorno co l’adunca zappa,
O dal vomero aperta umore al tronco,
E frutti in copia somministra a i rami.
E tu, però, se saggio sei, provvedi,
Che nè tuoi campi numeroso alligni 660
Questo caro a la pace arbor fecondo.
E le piante pomifere pur anco
Poichè le forze lor crebbero, e il ceppo
Senton robusto, de l’aïta altrui
Non bisognose per virtù natia 665
S’ergon feconde al ciel. Spontanei pure
Fruttano i boschi; di sanguigne bacche
Rosseggiano i spiniferi cespugli,
Nido e pasco a gli augei; citiso al gregge
L’erboso piano, e la più folta selva 670
Faci ministra, onde alimento i fuochi
Abbiano, e lume le invernali notti.
E vi sarà chi queste utili piante
Nutrire, o almeno seminar non curi?
Che de l’altre dirò? gli acquosi salci, 675
E l’umili ginestre ombra a i pastori,
Pascolo a l’api, e frondi al gregge, e siepi
Somministrano al campo: utili, e al guardo
Son di diletto le naricie selve
Pingui di pece, ed i lugubri bossi, 680
Che sul Citoro ondeggiano, e le tante
Terre e boscaglie che la falce e i rastri,
E del cultore ignorano la mano.
Le tristi anch’esse e sterili foreste,
Che l’euro procelloso agita e schianta 685
Su le caucasee rupi, offrono ad uso
Diverso adatte piante; ottimo a l’alte
Navi l’eccelso pin, cipressi e cedri
Le case a fabbricar; e trae da quelle
Legni il villano, onde a le ruote il mozzo 690
Tornire e i raggi, ed a le cave barche
Le carine incurvar: di frondi è l’olmo
Fecondo, e il salcio di tenaci vinchi;
Dei dardi a l’aste, e ad armi varie è il mirto
Opportuno, e il corniolo; in cretic’arco 695
Piegasi il tasso, e sul volubil torno,
O dal ferro incisor forma e figura
Prendon la liscia tiglia, e il duro bosso.
Sovra l’onde del Po nuota e galleggia
L’ontano lieve, e ne la cava scorza 700
De l’elci antiche, e nel viziato tronco
A lavorarvi il mel l’ape s’annida.
E quando mai sì gran vantaggio i doni
Recarono di Bacco? Ahi! che di colpe
E’ Bacco invece, e di sanguigne risse 705
Spesso cagion. Bacco egli fu, che a morte
Infra le mense di Pirìtoo trasse
Gli ebbri Centauri, e Reto, e Folo, e il vasto
Iléo che inerme ai Làpiti feroci
Fea col cratere in man guerra e spavento. 710
Oh fortunati appien, se i loro beni
Conoscer san, gli agricoltori! a cui
Lungi da l’armi e da i furor civili,
Provvida e giusta al fecondo seno
Versa la terra un facile alimento. 715
Se non ad essi le marmoree scale
E gli atrii inonda adulatrice turba
Che sul mattino a salutar s’affolla;
Se di liscia testuggine le porte
Intarsiate non vantano, e trapunte 720
D’oro le vesti, e di Corinto i bronzi;
Se ad uso e pompa lor le bianche lane
Tiro non tinge, e il liquid’olio e puro
D’erbe e d’aromi estranio odor non beve,
Sicura pace almen godono, e vita 725
Semplice e ignara d’ogni frode, e ricca
Di varïati beni: ozii tranquilli
In libera campagna e aperto cielo,
E laghi limpidissimi, e spelonche
E colli, e prati ameni, e sotto ombrose 730
Piante al muggir de’ buoi sonni quïeti.
Ivi caccia di fiere, opachi boschi,
Ivi robusta gioventù, di parco
Vitto contenta, ed al travaglio avvezza;
La pietà culta, rispettati i numi, 735
Venerabili i vecchi; e fu tra loro,
Che abbandonando il profanato mondo
L’ultim’orme lasciò l’esule Astrea.
Ah me, se i voti miei compiano i numi,
Ma pria di tutto a sacri studii amico 740
E sacerdote lor le sante muse
Accolgano, e del ciel mostrin le vie,
E gli astri erranti, e le diverse ecclissi
De la luna, e del sol; d’onde il tremuoto
E per qual forza il mar gonfiasi, e i lidi 745
Sforza e soverchia, e poi di nuovo i flutti
Dentro il suo letto ritirando appiana:
Perchè ne i freddi giorni il sol si affretti
A tuffarsi ne l’onde, e pigra tanto
Tardi a spuntar l’estiva notte in cielo. 750
Che se a me questi di natura arcani
Pigra vecchiezza d’indagar divieti,
La villa allora, e de le amene valli
Mi piaceranno i tortüosi rivi,
E lungo i fiumi, e tra le selve ignoti 755
Passar godrò privo di gloria i giorni.
Ah dove i campi son, dove le sponde
Del pindarico Serchio? Ove dai gridi
De le baccanti vergini spartane
L’eccheggiante Taigete? Oh chi de l’Emo 760
Me ne le fresche valli a l’ombra opaca
Di quelle piante a riposar trasporta?
Fortunato colui che de le cose
Le cagioni conobbe, e sotto ai piedi
Ogni vano terror pose, e sprezzando 765
Il fato inesorabile tranquillo
Dorme al romor de l’Acheronte avaro.
E fortunato ancor chi puri mena
I giorni in mezzo ai boscherecci numi,
E il buon vecchio Silvano, e le Napée, 770
E il capripede Pan cole ed onora.
Lui non desìo di consolari fasci,
Nè insana tenta ambizïon di scettro,
O porpora regal; lui rea non turba
Civil discordia, che i fratelli infidi 775
Provoca a l’armi, o il congiurato Daco,
Che giù da l’Istro a guerreggiar discenda.
Non ei di Roma, o dei caduchi regni
Cura il destino, e di ricchezze, o inopia,
Nè invidia il rode, nè pietà l’attrista. 780
Quei che produce la spontanea terra,
Quei che dai rami pendono, ei raccoglie
Facili frutti; e in placido ritiro
E le pubbliche tavole, e le dure
Leggi, ed il foro clamoroso ignora. 785
Oh delirii de l’uom! altri co i remi
Solca il mar periglioso, incontro a l’armi
Altri s’avventa, o de le regie corti
Ne l’auree soglie ambizïoso inoltra.
Chi per dormir su l’ostro tirio, o in tazza 790
Bever gemmata, le città col ferro
Nemico invade, e le infelici case
Arde e saccheggia, e chi ricchezze aduna
Con lungo stento, ed inquïeto veglia
Sul sepolto tesor: quello da i rostri 795
Stupido pende, e i tëatrale arena
Questo de i Padri e de l’accolta plebe
Cupido beve i raddoppiati applausi.
E v’ha per fin chi di fraterno sangue
Gode lordarsi, e le paterne case 800
Esule abbandonando e il dolce nido,
Cerca sott’altro ciel patria novella.
Ma in sua tranquilla oscurità l’industre
Agricoltor col vomero a la terra
Squarcia il fecondo seno; e al lungo attende 805
Annuo travaglio, ond’ei sostenta e nutre
La patria a un tempo, a i piccoli nipoti,
La greggia e i buoi del suo lavor compagni
Nè riposo si dà: variano l’opre
Al varïar de le stagioni, or tempo 810
E’ di curar de le feconde agnelle
I già maturi parti, ora la falce
Chieggion sul campo le ondeggianti spiche,
Onde ricolmi gemano i granai.
Di varie frutta e di fatiche abbonda 815
Il pomifero autun, che su gli aprici
Colli a più tardo sol l’uve matura.
L’inverno arriva, e non però del tutto
Sterile anch’esso, e inoperoso; al torchio
Spremonsi allor le pingui ulive, onusto 820
Di corbezzole è il bosco, e lieti a casa
Tornan di ghiande satollati i porci.
Pendono intanto i pargoletti figli
Dal collo al genitor; nido è la casa
Di pudica onestà; le lattee poppe 825
Stendon le vacche, e su gli erbosi prati
Scherzano lieti, e colle basse corna
S’urtan cozzando i teneri capretti.
Egli fra l’ozio e il culto pio divide
I dì festivi, e co i compagni suoi 830
Steso su l’erba a i sacri fuochi intorno
L’ampie tazze corona, e a te su l’ara
Versando il vin, te buon Lenéo, da prima
Supplice onora; indi a i guardian del gregge
Piccol premio di giuochi a un olmo appende, 835
A chi di loro le scagliate frecce
Pianti nel segno, o con ignude membra
Vinca lottando in rustica palestra.
Questa innocente un dì semplice vita
E gli antichi Sabini, e Remo stesso 840
Menarono, e il Fratello; in questa guisa
Crebbe la forte Etruria, e i sette colli
Roma nel giro di sue mura accolse,
E meraviglia diventò del mondo.
E pria di Giove ancor, pria che ai mortali 845
Fossero cibo gli svenati buoi,
Visse così l’aureo Saturno in terra:
Nè a quei felici tempi erasi ancora
Lo squillo udito di guerriere trombe,
Nè viste al suon de le percosse incudi 850
Sotto i martelli scintillar le spade.
Ma noi trascorso di cammino abbiamo
Immenso spazio; e sarà tempo omai,
Che ai fumanti destrier sciolgasi il freno.
Fine del libro secondo.
Te pur, divina Pale, e te d’Anfriso
Memorando Pastor, voi boschi e fonti
Del Licéo canterò. L’altre che dolce
Sarien trastullo a l’ozïose menti,
Favolose memorie, omai son tutte 5
Da lungo tempo e divulgate, e conte.
Chi d’Euristéo le insidie, e l’are infami
Di Busiride ignora? o chi la fonte
D’Ila fanciullo, e di Latona in Delo
La fuga, e il parto non udì? cui noti 10
Del rinomato Pelope non sono
L’omero eburneo, i vincitor destrieri
E la sposa fatal? Nuovo a me giova
Tentar sentiero, e nuovo carme, ond’altro
M’erga dal suolo, e per le bocche altrui 15
Vincitor de l’oblio voli il mio nome.
Primo io, se vita avrò, ne i patrii lidi
Da l’Elicona le pïerie muse
Condurrò meco, e primo a te di palme,
Mantova, illustre porterò corona. 20
E in verde prato mäestoso tempio
Di ricchi marmi inalzerò là, dove
Lento scorrendo e tortuoso veste
D’alga palustre le sue rive il Mincio.
Al tempio in mezzo il simulacro posto 25
Sarà d’Augusto, e ad onorarne il nume
Io vincitor di porpora vestito
Cento del fiume a l’affollata riva
Emule al corso agiterò quadriglie;
E al grido tratta de i festivi giuochi 30
Verrà, lasciando del Molorco i boschi,
E l’olimpico Alfeo, la Grecia tutta
Al corso, e al cesto ivi a pugnar; ed io
Cinto le tempie di tosato ulivo
Porgerò i doni a i vincitori Atleti. 35
E già presenti col pensier figuro,
E veder parmi le solenni pompe
Condotte al tempio, e gl’immolati tori:
Già ne i tëatri su i veloci perni
Veggio d’aspetto varïar le pinte 40
Mobili scene, ed i britanni schiavi
Svolgere e alzar ne i ricamati arazzi
Le lor tessute immagini, e sconfitte.
Su l’alte porte in liscio avorio, e in oro
Inciderò l’indica pugna, e l’armi 45
Del novello Quirin: spumante e ingombro
D’ostili vele e di sanguigni flutti
Vedrassi il Nilo, e le colonne erette
Col fuso bronzo de l’egizie navi.
De l’Asia in oltre aggiugnerò le dome 50
Città, gli Armeni debellati, e il Parto
Che imbelle a un tempo e insidïoso i dardi
Scaglia da tergo, e nel fuggir combatte.
Le doppie spoglie, ed i trofei rapiti
A diversi nemici, e la due volte 55
Ne l’uno e l’altro mar gente sconfitta.
Scolpiti al vivo in pario marmo i volti
Ivi saranno, e i glorïosi nomi
De la scesa da Giove inclita schiatta,
D’Assaraco la prole, e il padre Troe, 60
E il fondator de l’alta Troia Apollo.
Muta l’Invidia e pallida le ultrici
Furie, dovuta pena, e il nero fiume
Paventerà del vindice Cocito,
La ruota e i serpi d’Issione, e il sasso, 65
Che di Sisifo il piè stanca, e la mano.
Ma ne le selve de le Driadi intanto,
Da latino cantor non tocche ancora,
Or tempo è, ch’io m’inoltri. Ardua fatica,
Ma tuo comando, augusta Bice, a cui 70
Nulla negare, e senza cui non osa
Nulla di grande incominciar l’ingegno.
Su dunque vieni, affretta omai: con alto
Rimbombo già del Citeron gli armenti,
E del Taigete i cani, e d’Epidauro 75
Ne invitano i destrieri, e il vasto intorno
Fragor s’addoppia a l’eccheggiar de i boschi.
Dopo questo lavor con maggior tromba
Io poi d’Augusto canterò le guerre,
E farò sì, che il nome suo per fama 80
La lunga etade di Titon pareggi.
O che a le palme olimpiche tu voglia
Magnanimi destrieri, o buoi robusti
A l’aratro educar, tua prima cura
Sarà sceglier le madri. Ottima quella 85
Giovenca fia, che torva abbia la fronte,
Informe il capo, e doppio il collo, e a cui
Dal mento giù fino al ginocchio ondeggi
La pendula gorgaia: esteso e lungo
Il fianco loderò, grandi le membra 90
E muscolose, e largo il piede, e sotto
Brevi e inarcate corna irte le orecchie.
Nè a me dispiacerà che sparso mostri
Di bianche macchie il dorso, e non che il giogo
Indocile ricusi, e il corno avventi 95
Minacciosa a ferir, nè che del toro
Le forme imiti e la maschil fierezza,
E mäestosa passeggiando e altera
Scopi il terren co la setosa coda.
Non pria del quarto soffrirai, non oltre 100
Il decim’anno che a i lavori agresti,
O a le fatiche d’imeneo soggiaccia;
Fuor di questi confin rïesce a i parti
Ogni altra etade, ed a l’aratro inetta.
Dunque, finchè conservano le mandre 105
Il giovanil vigor, t’affretta, e il maschio
Sciogli, e il concedi a l’avide consorti,
Che gli annui danni a riparar crescente
Somministrino a te novella prole.
Ahi! che qual lampo a i miseri viventi 110
De la fiorita età fuggono i giorni;
Quindi i morbi succedono, e le tristi
Fatiche, e l’egra inutile vecchiezza,
E morte alfin, che tutto invola e strugge.
Tu fra le molte madri alcuna sempre 115
Da cambiar troverai; nuova sottentri
A l’inabile, o vecchia, e cauto ogni anno
Prevenendo il bisogno, i nuovi eleggi
Migliori allievi a risarcir l’armento.
E ne la scelta de i destrier pur anco 120
Vuolsi ogni studio usar, e quelli poi
Fin da’ prim’anni custodir che scelti
Avrai le razze a propagar. Tra questi
Sono i leardi in molto pregio, e i bai,
Negletto e vile il cinericcio e il falbo. 125
Se generoso è d’indole il polledro,
Giovinetto il vedrai tosto pe i campi
Passeggiar alto, e la pieghevol zampa
Mollemente posar: primo ei nel corso
La via divora, e a perigliosi guadi 130
Intrepido s’avventa, e ignoto ponte
Osa calcar con franco piè, nè vano
O subito romor l’arresta, o scuote.
Erta e ricurva ha la cervice, il capo
Sottil, tonda la groppa, asciutto il fianco, 135
Polputo e largo l’animoso petto.
Chè se improvviso suon d’armi, o di tromba
Da lungi ascolta, impetuoso, ardente
S’agita, e star non sa, drizza le orecchie,
E trema, e sbuffa da le nari il foco. 140
Sovra l’omero destro ondeggia sparso
Il foltissimo crin, doppia sul dorso
Appar la spina, e irrequïeta e dura
Batte e scava il terren l’unghia sonante.
Tal fu Cillaro un dì, domo dal freno 145
De l’amicleo Polluce, e tai di Marte
I cavalli a noi pinsero, e d’Achille
I greci vati; e in simile destriero
Trasformossi Nettun, quando da Rea
Colto in furtivi amor lasciò sul collo 150
Cadersi i crini, e rapido fuggendo
Su l’alto Pelio di nitriti acuti
La conscia spaventò Fillira amante.
Quando però da non sanabil morbo,
O da lunghi anni infievolito ei langue, 155
Tu chiuso allora ne le stalle il serba,
E a l’onorata e di riposo degna
Sua vecchiezza perdona. Inetto e freddo
Sempre è il vecchio in amor, e in vani sforzi
Consumasi anelando; e se talvolta 160
A la battaglia avventasi, repente
In lui, qual debil vampa in secca paglia,
In breve langue inutile furore.
E l’età dunque, e l’indole, e le doti
Varie procura d’indagar, da quale 165
Schiatta derivi, e qual nel corso mostri
Senso di gloria a riportar la palma,
O dolor d’esser vinto. E non vedesti
Nel circo allor che da le aperte sbarre
Impetüosi a divorar l’arringo 170
Slanciansi i cocchi? Ai giovanetti aurighi
Fra la speme e il timor esulta, e in petto
Palpita il cor: co le innalzate sferze
Pendono chini e ai corridor sul collo
Allentano le briglie; accese in giro 175
Volan le ruote: or rannicchiarsi e bassi
Radere il suolo, or raddrizzarsi e in alto
Li vedi sollevar; nè indugi o al corso
O riposo sì dà: nuotano in nembo
Di polvere i destrier, di sudor molli, 180
Bianchi di spume, ed anelante il vinto
Scalda col fiato al vincitor le groppe.
Tanto è l’ardor de la vittoria, e tanto
Può negli emuli cor desìo di lode.
Primo Erittonio fu che quattro al giogo 185
Destrieri aggiunse, e su veloce cocchio
Osò mostrarsi trïonfando in giro.
I peletronii Lápiti del freno
L’uso poscia inventarono, e sul dorso
Dei domati destrieri in mezzo a l’armi 190
Ai giri li addestrano ed ai salti,
E mäestosi a galoppar sul campo.
Ambe quest’arti han lode ugual; ma sia,
Che a l’una o a l’altra i generosi alunni
Ami educar, ne la paterna scelta 195
Ardente al corso e vigoroso cerca,
E giovane il destrier. Vecchio il rigetta,
Nè lasciarti sedur, benchè famoso
Sia per vinte battaglie, o a patria vanti
Micene, o Epiro, e non s’ei fosse ancora 200
Del destrier di Nettun divina prole.
Ciò posto, allor che il solito s’appressa
Tempo de gli imenei, tutte le cure
Pongono in uso i provvidi custodi
Il maschio ad impinguar, che de l’armento 205
A duce destinarono e marito;
A liquid’acque, erbe sugose e biada
Porgongli in copia, onde non egli al dolce
D’amor travaglio inabile soccomba,
O da padre digiun nascano poi 210
Estenuati e senza forze i figli.
Ma per opposto di smagrir le madri
Studiano ad arte, ed allor quando il noto
Piacer le invoglia a gli amorosi assalti,
Dai paschi le allonatanano e dai fonti, 215
E spesso ancora affaticarle al corso
Sogliono e sotto il sol, mentre su l’aia
Batte le biade il contadino, e gitta
In faccia al vento le volanti paglie.
E ciò perchè non di soverchio pingue 220
Stringasi il solco genital, ma schiuda
Facile il varco, e sitibondo attragga,
E custodisca l’internato seme.
Ma il provvido pensier che pria rivolto
Era i padri a nudrir, termina, e quello 225
De le madri sottentra, allorchè in giro
Portano pregno di più mesi il ventre.
Ah non soffrasi allor che a grave carro
Alcun le aggioghi, o a correre sui prati,
O a saltar fossi, o rapidi torrenti 230
Le costringa a guadar. Pascan tranquille
In aperta pianura e lungo il fiume;
Che placido ridondi, ove di musco
E d’erbe ognor verdeggiano le rive,
E fresca grotta, o sovrastante scoglio 235
Non lontan somministri ombra ed asilo.
Dentro i boschi del Silaro e vicino
Al coronato di verdi elci Alburno,
Stridulo vola e numeroso un tristo
Alato insetto, a cui d’asilo diero 240
Nome i Romani, e in lor favella poi
Estro i Greci il chiamar. Da l’aspro e acuto
Stimolo e da l’orrisono ronzìo
Fuggon gli armenti spaventati, e d’alto
Muggito il ciel, le ingrate selve e i lidi 245
Rimbombando de l’arido Tanagro.
Questo per odio e per vendetta un tempo
Contro l’Inachia figlia orrido mostro
La gelosa incitò cruda Giunone.
Tu lui però da le impregnate madri 250
Lungi discaccia; e al mezzodì, chè allora
Più molesto esser suol, cauto ritira
L’armento altrove, e a pascolarvi il guida
O ai primi raggi del nascente sole,
O a l’apparir de le notturne stelle. 255
Dopo del parto ogni pensiero e cura
A i vitelli rivolgesi; e da prima
Sovra la coscia con rovente ferro
S’imprime il marchio de la razza, e quelli
Scelgonsi poi che vittima a gli altari 260
Son destinati o a propagar la mandra,
O sotto il giogo ad incallire il collo,
E i duri campi aprir: liberi gli altri
Su i verdi prati a pascolar sen vanno.
Tu quei però che ai rustici lavori 265
Formar vorrai, d’ammäestrar procura,
E di domare in giovinetta etade,
Finchè la docil’indole inesperta
E’ facile a piegar: e pria di molli
Pieghevoli vincastri un largo cerchio 270
Portin pendulo al collo, e poichè avvezza
La libera cervice a questo avranno
Segno di servitù, co i cerchi stessi
Tu due ne aggioga, e sforzali congiunti
Con passo eguale a camminar del pari. 275
Ciò fatto, il carro insiem, vôto da pria,
S’addestrino a tirar che segni appena
Il polveroso pian; indi, cresciute
Le forze alfine, a più pesante incarco
Curvino il dorso, e gemere da tergo 280
Odano l’asse, e cigolar le ruote.
Cibo ai vitelli non domati ancora
Non pur l’alga palustre, e il salcio, e l’erbe
Verdi saran, ma le recise cime
Porgerai lor de le novelle biade; 285
Nè dopo il parto a te le munte vacche,
Come uso antico fu, di latte i vasi
Empir dovran, ma lascerai che tutte
Vôtino i figli le materne poppe.
Che se di Marte a le feroci pugne 290
L’animo hai volto; o del pisano Alfeo
Lungo le rive, o nei sacrati a Giove
Arcadi boschi le veloci bighe
Ami al corso agitar, tua prima cura
Sia l’avvezzare il giovane polledro 295
De l’armi il lampo e de le trombe il suono
Tranquillo a sostener; nè lui di ruote
Stridor spaventi, o l’agitar dei freni
Dentro le stalle; ed a la nota voce
Del custode s’allegri, e il plauso goda 300
De la concava man che a lui la fronte
E il collo palpa accarezzando e il petto.
E a tutto questo accostumarlo è d’uopo
Slattato appena; e giovanetto pure
Debole ancora, e di difese ignaro 305
Morbide funi al collo intorno e in bocca
Di morso invece a tollerare impari.
Ma poichè, il terzo già compiuto, ei giunge
L’anno quarto a toccar, cominci allora
A sciorre il trotto rotëando in giro, 310
Indi con arte a regolati passi
Addestri il piè sonante, e inarchi, e snodi
Le gambe alterne e l’agil anca, e sembri
Costretto faticar; libero al corso
Poi s’abbandoni, e per gli aperti campi, 315
Sciolto sul collo il fren, rapido voli,
L’orme segnando su la polve appena.
Così talor da l’iperboree spiagge
Scende aquilon fugandosi dinanzi
Le scitiche procelle, e i secchi nembi. 320
Senton da lungi il suo venire, e al primo
Soffio leggero le ondeggianti spiche
A spiegarsi incominciano, e le cime
A sibilar de le foreste, e lungi
A sorger l’onde ed innalzarsi al lido: 325
Ei sopraggiunge impetüoso, e passa
Radendo a volo le campagne e il mare.
Educato così tu lieto poi
Primo a la meta il tuo destrier vedrai,
Di sudor sparso e di sanguigne spume 330
Correre un dì ne la palestra elea,
O in miglior uso l’animoso collo
A i belgici soppor guerrieri cocchi.
Poichè domo ei sarà, tu lascia allora
Che d’erbe e biada a sazietà pasciuto 335
Colmi ingrassando le carnose groppe,
Prima non già, chè indocile e feroce
Mal soffrirebbe la fischiante verga
E d’ubbidir ricuserebbe al morso.
Ma nulla tanto è necessario, come 340
Da le furie di Venere, e dai ciechi
Stimoli de l’amor guardar l’armento.
Uso è però di confinare i tori
In solitarii pascoli e lontani,
O dietro a’ monti, o di frapposto fiume 345
Oltre le rive, o ne le chiuse stalle
Separati a mangiar; poichè la vista
De le consorti accende in loro e nutre
Un lento foco che li strugge e snerva,
Dei pascoli svogliandoli e dei boschi. 350
E avvien sovente che di loro alcuna
Co le dolci lusinghe istighi e mova
I gelosi a pugnar superbi amanti.
Stassi nel bosco, e dei rivali in vista
Pascendo la bellissima giovenca. 355
Essi abbassando le nemiche fronti
Movonsi incontro, e con feroce assalto
Le corna incrocicchiando urtansi, e i colpi
Alternano e le piaghe; il nero sangue
Dal collo gronda e da le spalle, e geme 360
A le percosse ed ai muggiti il bosco.
Nè accordo, o pace è più tra lor, nè albergo
Han più comune insiem; esule il vinto
Sen va lontano in solitarie spiagge
Le sue ferite a piangere, e il suo scorno, 365
E la vittoria del rival superbo,
E i suoi perduti e invendicati amori.
E rivolgendo nel partir lo sguardo
A i pascoli e a le stalle, i cari lidi,
Dove ei nacque e regnò, mesto abbandona. 370
Ma non l’amor, nè la vendetta obblìa,
E le sue forze esercitando e l’ire,
A le fatiche indurasi, e fra i sassi
In ruvido covil giace, d’amare
Foglie, e d’acuta carice pasciuto; 375
E cimentando il suo furor, le corna
Appunta ai duri tronchi, e vani colpi
Vibrando a l’aria, co la bifid’unghia
Sparge l’arena, ed a pugnar s’addestra.
E poichè alfin tutto raccolto ei sente 380
Il primiero vigore, a nuova pugna
Esce in campo, e l’immemore nemico
Impetuoso ad assaltar ritorna.
Siccome flutto che da l’alto mare
Biancheggiar lungi, ed avanzar si vede 385
Or alto, or basso, indi più sempre a terra
Appressarsi ingrossando, e alfin tra scogli
Urtar muggendo, e sovra i lidi immenso
Rovesciarsi e piombar: da l’imo fondo
L’onda agitata in vorticosi giri 390
Bolle e solleva la sconvolta arena.
E che non puote amor? sue dolci furie
Ogni animal risente, e del suo foco
Ardon del pari e gli uomini e le fiere,
Le gregge, i pesci, ed i volanti augelli. 395
Calda d’amor la lïonessa obblìa
I cari figli, furïosa errando
A la campagna; sanguinose stragi
Fan gli orsi informi per le selve, e smania
L’orrida tigre: ahi! periglioso allora 400
Saria di Libia il traversar le arene.
Non vedi tu qual tremito ricerchi
Ogni fibra al destrier, sol che a le nari
L’aura da lungi il noto odor trasporti?
Rapido ei fugge, nè la dura sferza, 405
Nè il ferreo morso più, nè scoglio, o rupe,
Nè frapposto il ritien gonfio torrente.
E il feroce cignal urta grugnendo
Le folte macchie, aguzza i denti, e il suolo
Raspa, e fregando a gli alberi le coste 410
L’ispido dorso a le ferite indura.
Che poi non oserà giovine incauto,
A cui nel sen sua vïolenta face
Agiti il crudo amor? Misero! ahi solo
Di cupa notte in tempestoso mare 415
Gittasi a nuoto: invano a lui sul capo
Tuona e balena il ciel, tra scogli infranto
Mugghiagli invano il gonfio flutto; ei nulla
Ode, o paventa; nè il suo rischio, o il pianto
Dei genitor, nè l’infelice amante 420
Che di dolor ne morirà, lo arresta.
E che dirò de le macchiate linei,
A Bacco sacre, e de i selvaggi lupi,
E de i cani domestici, e de l’aspre
Pugne che accende amor ne i cervi imbelli? 425
Ma nulla uguaglia lo sfrenato e cieco
Furor de le cavalle: in lor l’infuse
Venere stessa fin da quando in Potno
Le spinse il corpo a divorar di Glauco.
Oltre il sonante Ascanio, oltre il sublime 430
Gargara amor le caccia, e varcan monti,
E foreste attraversano e torrenti.
E quando poi ne la stagion novella
Serpeggiar ne le cupide midolle
Sentono il noto ardor, su l’alta cima 435
D’ignude rupi radunate e immote
Stan con la bocca a i zefiri rivolte
L’aure bevendo, e, meraviglia a dirsi!
Senz’altre nozze gravide di vento
Scendono allor precipitose in fuga 440
Tra scogli e balze, e per le cupe valli;
E non a l’auro, od al nascente sole
Volgono il corso, ma là, d’onde o coro
Spira, o il freddo aquilon, o il torbid’austro
Che di piogge dirotte attrista il cielo. 445
E quindi poi da la concetta fiamma
D’acre e viscoso umor stillano un lento
Veleno, a cui d’Ippomane i pastori
Diedero il nome, e che le rie matrigne
Spesse volte raccolgono, mescendo 450
Venefich’erbe e magiche parole.
Ma fugge intanto e rapido s’invola
Il tempo irrevocabile, mentr’io
Già troppo a lungo da l’amor rapito
M’arresto errando ad ogni oggetto intorno. 455
Basta fin qui del grosso armento. Or resta
Del lanigero gregge, e de le irsute
Capre a parlar: di faticosa cura
E’ il culto lor, ma larga poi ne speri
L’industre agricoltor lode e vantaggio. 460
Ben veggio, e so, che malagevol opra
Fia l’innalzar con dignitoso stile
Sì basse cose, e l’umile argomento
Coi fregi ornar de l’apollineo canto;
Ma un dolce amor di peregrina lode 465
Me per deserte e sconosciute spiagge
Di Pindo invita: ignote vie mi giova
Tentar su l’ardue cime, ove non orma
Appar d’antico piè che apra, od insegni
Facil sentiero a le castalie rive. 470
Or tu propizia, o veneranda Pale,
Scendi, e rinforza la mia voce al canto.
E pria nel caldo ovil, finchè del verno
Dura la ria stagion, d’erbe dovrai
Le pecore nutrir, e a lor di paglia 475
E di morbida felce agiato letto
Distender sotto, onde non nuoca il gelo
De l’umido terreno, e il molle gregge
D’immonda scabbia, o di podagra infetti.
Le capre poi di teneri e frondosi 480
Ramoscelli alimenta, e limpid’onda
Bevano e fresca, e al mezzodì rivolte
Abbian le stalle, onde anche allor che versa
L’umido acquario le gelate piogge,
Godano il sole, e non le offenda il vento. 485
Nè minor cura a lor tu déi, nè frutto
Minor, che da le pecore, ne avrai:
Che se le ricche e prezïose lane
Non porgon esse, che colora in Tiro
Il milesio pastor, feconde invece 490
Sono di parti numerosi, e quindi
Così di latte abbondano, che quanto
Più i vasi n’empirai, tanto mungendo
Più lo vedrai fra le tue dita in bianchi
Rivi colar da le rigonfie poppe. 495
Al cinifio capron si tosan pure
La bianca barba, e il lungo pel che ad uso
Servono poi di militari tende,
E ne la pioggia a i marinar di cappa.
Nel giorno e per le selve, e su per l’erte 500
Cime de’ monti pasconsi le capre
D’alpestri dumi e di spinosi rubi,
E da se stesse poi memori a casa
Guidando i parti lor, tornan la sera,
E de l’ovil co le ripiene poppe 505
Possono a stento sormontar la soglia.
Ma tu però, quanto minori in loro
Sono i bisogni de la vita, attento
Veglian dovrai, che dai nevosi venti
Sien difese, e dal gelo, e finchè dura 510
De l’inverno il rigor, provvido tieni
Chiuse le stalle, ed il fenile aperto.
Ma quando poi de’ zefiretti il dolce
Fiato richiama la stagion migliore,
E le capre e le pecore nei verdi 515
Boschi, e sui prati a pascolare invia;
E dal dischiuso ovil escan ne l’ora
Che spunta appena in ciel l’idalia stella,
E non ben chiaro è il dì, finchè biancheggia
Il campo ancor de la notturna brina, 520
E grata al gregge tremolando brilla
Su l’erbe la freschissima rugiada.
A l’ora quarta poi che in lor la sete
Destasi, e i campi col noioso canto
Assorda e il ciel la querula cicala, 525
A ber le guiderai la limpid’onda
Che per lungo canal d’elci scavate
Da i pozzi scorre, o dal vicino lago.
Ma nel meriggio ombrosa valle e fresca
Trovar procura, ove i fronzuti rami 530
Ampia distende antica quercia, o dove
Di folt’elci nereggia il bosco opaco.
E finalmente al tramontar del sole
Abbeverarle, e pascere di nuovo
Devi, quando il calor tempra del giorno 535
Espero, e spunta a ristorare i prati
L’umida luna, e già cantar sul lido
L’alcïon s’ode, e il cardellin fra i dumi.
E a che dir qui de’ nomadi pastori
Gli usi diversi, e i pascoli, ed i rari 540
Ne l’inospito suol sparsi tugurii?
Spesso l’errante greggia e notte e giorno
Per quelle solitudini pascendo
Sen va gl’interi mesi, a nudo cielo,
Senza tetto incontrar, tanto si stende 545
La deserta pianura! E tutto quindi
Porta con se quanto a la vita è d’uopo
L’affricano pastor, gli arnesi, e i lari,
E la capanna, e la faretra, e il cane.
Tal d’armi carco, e d’importabil soma 550
Il soldato roman con piè robusto
La marcia affretta, e inaspettato il campo
Pianta, e già sta de l’inimico a fronte.
Ma ne la Scizia non così, nè presso
A la mëotic’onda, o dove l’Istro 555
Torbido volge al mar le bionde arene,
O dove l’alto Rodope piegando
Fin sotto al polo borëal s’allunga.
Ivi non mai da le rinchiuse stalle
Escon gli armenti; e non appar su i campi 560
Erba, o fronda su gli alberi, ma sotto
Monti di neve desolata giace
La terra intorno, e d’aspro gel coperta,
Che alto a più braccia sovra lei s’indura.
Perpetuo regna ivi l’inverno, e soffia 565
Il freddo coro, nè da l’äer tristo
Mai le pallide nebbie il sol dirada,
O ch’ei dal mar col luminoso carro
In alto ascenda, o che nel mar tramonti.
In dure lastre de i correnti fiumi 570
Stringesi l’onda, e immobile sul dorso
Sostien le ferree ruote, ospite pria
Di lievi barche, or di stridenti carri.
Ampio specchio di lubrico cristallo
Ogni lago divien, frange i metalli 575
L’acuto freddo, e co la scure in pezzi
Tagliasi il duro vin, gelano indosso
L’umide vesti, e indurasi in sonore
Gocce di brina su la barba il fiato.
Giù folta intanto dal cinereo cielo 580
Cade la neve a larghi fiocchi intorno.
Ne muor la greggia intirizzita, e oppressi
Vi rimangono i buoi; ristretti in branco
Giacciono i cervi, e torpidi e sepolti
Sotto il peso novel la cima appena 585
Mostrano fuor de le ramose corna.
Nè cani allora per cacciarli, o reti,
O späuracchi di purpuree penne
Usa il feroce cacciator; col ferro
Corre lor sopra ad assalirli, e mentre 590
Tentan col petto invan l’opposta neve
Gemendo sollevar, scannali, e lieto
Porta con se la palpitante preda.
Privi di sol que’ popoli selvaggi
Entro scavate sotterranee grotte 595
Menan sicura ed ozïosa vita,
E sovra i vasti focolar le intere
Querce ammontando e gli olmi, in cerchio assisi
Le lunghe notti ingannano giocando,
E a piene tazze, de le ignote viti 600
Imitando il liquor, bevon de l’orzo,
E de le sorbe fermentate il sugo.
E, se nei brevi dì da le lor tane
Osan talvolta uscir, de l’euro a schermo
Che da i monti rifei gelido spira, 605
Pe i boschi errando van, d’ispide pelli
D’uccise fiere orribilmente involti.
Or ritornando a te, se il gregge nutri
Per raccoglierne lana, i troppo grassi
Pascoli devi, e gli spinosi dumi 610
Fuggir del pari, e dapprincipio bianche,
E di morbido pel sceglier le madri.
Ma sovra tutto il capro, a cui nereggi
La lingua sotto l’umido palato,
Fosse ei pur candidissimo qual neve, 615
Cauto rigetta, onde macchiati i figli
Non nascan poscia, ed un miglior ne cerca.
E in bianco capro trasformato un giorno
L’amante arcade Pan, se creder lice,
Te, Dïana, ingannò, nel folto bosco 620
Da la lana bianchissima sedotta
Allettandoti a scendere; nè isdegno
Mostrasti tu del frodolento invito.
Ma chi di latte è più bramoso, al gregge
E loro porga, e citiso fiorito, 625
Ed erbe salse, onde maggior la sete
In lor si desta, e più bevendo gonfie
Han più le poppe, e da gli occulti sali
Un più grato sapor risente il latte.
Molti vi sono che i crescenti figli 630
Da le madri allontanano, ed al muso
Pongon pungente ostacolo di ferro.
Quel latte che il pastor munge al mattino,
E ne l’ore del giorno a tarda notte
Il guaglia e preme, e quello poi che munto 635
Ha ne la sera al tramontar del sole,
O a la cittade in candide fiscelle
Su l’alba il porta, o parcamente asperso
Di sale il serba pel futuro inverno.
Nè de le cure tue restino i cani 640
L’ultima, o la minor: di pingue siero
Lo spartan velocissimo, e il feroce
Molosso nutrirai. Finchè custodi
Saran questi a l’ovil, notturni ladri
Temer non devi, o di voraci lupi 645
Insidïoso assalto, o che a le spalle
Stuol ti sorprenda di vaganti Iberi.
E con essi potrai sovente al corso
Gli onagri päurosi, e le orecchiute
Lepri inseguire, e le veloci damme; 650
E co i latrati lor fuor de le macchie
I cignali stanar, e giù da i monti
Cacciar gridando ne la rete i cervi.
D’ardere innoltre l’odoroso cedro
Entro i presepii avverti, e l’atre bisce 655
Snidarne fuor col galbano fumoso.
Sovente avvien, che timida fuggendo
Dal chiaro giorno ne le immonde stalle
La velenosa vipera s’asconda;
O che serpente a ricovrarsi avvezzo 660
De i tetti a l’ombra, insidïosa peste
De la greggia e de’ buoi, giacciavi occulto
In riposto covil: tu greve sasso,
O nodoso baston rapido afferra,
E lui che n’esce minaccioso in vista, 665
Ed alza e gonfia sibilando il collo,
Percuoti e schiaccia: egli fuggendo il capo
Dai colpi asconderà, tu incalza e il batti
Finchè slombato e lacero le attorte
Spire disciolga, dimenando appena 670
Con lento moto la strisciante coda.
Ma ne le selve di Calabria un angue
Annidasi peggior: squammoso ha il tergo,
Sublime il petto, erta la cresta, e lungo
E a grandi macchie colorato il ventre. 675
Ei finchè piene son le fonti, e inonda
L’umida primavera e il torbid’austro
Di pioggia il suolo, a i paludosi stagni
Aggirasi d’intorno, o in riva a i fiumi
Abita, e ingordo predator la gola 680
S’empie di pesci e di loquaci rane.
Ma quando asciutta è la palude, e s’apre
Fessa dal sol la terra, esce dal secco
Letto, e pe i campi inferocito smania
Di sete e di calor, e l’arse fauci 685
Spalanca e gira l’infiammate luci.
Guardimi il Ciel che a periglioso sonno
Ne l’aria aperta io m’abbandoni allora,
O che nel bosco, o sul pendìo del colle
Io mi ponga a giacer, quand’ei le antiche 690
Squame deposte, di novelle spoglie
Ringiovenito mostrasi, o nel nido
L’ova lasciando, o la digiuna prole
Va strisciando pe i campi, e contro al sole
Alzasi, e vibra la trisulca lingua. 695
Or qui de’ morbi le cagion diverse,
E i segni indicherò. Lurida scabbia
Suol le agnelle infettar, quando o la pioggia
Soffrono, o il freddo lungamente, o quando
Seccasi in croste sul tosato dorso 700
Non lavato il sudor, o irsute spine
Insanguinando sfregiano la pelle.
Sogliono quindi i provvidi pastori
Spesso lavar di limpid’onda il gregge,
E in rio corrente spingono, e a seconda 705
Sforzano il capro a gir, che n’esce poi
Rigando il suol con la grondante lana.
E a le tosate pecore son molti,
Che ungono il corpo d’olëosa morchia,
E pece d’Ida, e vivo zolfo, e spume 710
Vi mischiano d’argento, e squilla, e pingue
Vergine cera, elleboro e bitume.
Ma il più sicuro ed opportun rimedio
E’ de la piaga il velenoso labbro
Col ferro risecar: nutresi, e chiusa 715
L’ulcere cresce, non sanabil poi,
Se la medica man pigro ricusi
Di prestarvi il pastor, e inerte sieda
Chiedendo al Ciel con vane preci aita.
Che se ne l’ossa de le inferme agnelle 720
Passi il dolore, e le consumi acuta
Arida febbre, gioverà col ferro
Aprir del piè la zampillante vena;
Come i Bisalti sogliono, e i Geloni
O sul Rodope erranti, o pe i deserti 725
Getici, usar co i lor cavalli, e caldo
Beverne il sangue mescolato al latte.
Se pecora vedrai lungi da l’altre
Errar divisa, e ricovrarsi a l’ombra
Spesso, o svogliata mordere de l’erbe 730
La cima appena, e a lenti passi il gregge
Ultima seguitar, o in mezzo al campo
Coricarsi pascendo, e a tarda notte
Sola partirne, ah tu la via col ferro
Tronca al nascente mal, prima che tutta 735
L’incauta greggia serpeggiando infetti.
Non così spesso il turbine sul mare
Agita e mesce i tempestosi flutti,
Come frequenti nel lanuto armento
Regnano i morbi: e non a poche agnelle 740
E’ il contagio fatal, tutte sovente
Le madri, e i capri, e la crescente speme,
E intero suole devastar l’ovile.
E ben convinto ne sarà, chi l’Alpi,
E i montüosi norici castelli 745
Visiti, e i campi del Timavo, e dopo
Sì lungo tempo ancor vegga d’intorno
Deserti i regni de’ pastori, e vôti
D’armento i boschi, e desolati i paschi.
In questi luoghi orribile già nacque 750
Da l’äer guasto contagiosa peste,
Che incrudelì nel caldo autunno, e tutte
Infettò l’acque, e i pascoli corruppe,
E armenti, e gregge, e fin le belve uccise.
Nè conosciuto, o naturale il modo 755
Era in lor di morir: chè ove ignea sete,
Dentro le vene penetrando, attratte
E inaridite avea le membra, un nuovo
Quindi umor generavasi che pregno
D’acre veleno in putrida sciogliea 760
Liquida tabe le midolle e l’ossa.
Spesso appiè de l’altar, mentre a le corna
Le sacre s’avvolgean candide bende
Per offrirla a gli dei; l’ostia si vide
Fra le man de gli attoniti ministri 765
Moribonda cader; o se taluna
Il sacerdote ne uccidea col ferro,
Nè le viscere imposte ardean su l’ara,
Nè il consultato aruspice risposta
Trarne incerto potea: di sangue appena 770
Eran tinti i coltelli, e poche stille
D’atra tabe macchiavano il terreno.
Presi dal morbo rio su i paschi erbosi,
E ne i presepii, e ne gli ovili a torme
Muoiono agnelli e buoi; mordace rabbia 775
Assale i cani, e vïolenta tosse
Agita e strozza soffocando i porci.
Langue il destrier già vincitore, e i fonti
Sdegna e l’erbe svogliato, e raspa e batte
Con piè frequente il suol, chine ha le orecchie, 780
E un interrotto, e ne i vicini a morte
Freddo sudor gronda dal corpo, ed aspra
Resiste al tatto l’indurita pelle.
Questi ne i primi dì precoci segni
Di morte si palesano, e se poi 785
Segue il morbo a inasprir, ardenti allora
Son gli occhi, e grave, e dal profondo petto
Tratto a stento il respir: teso è da i lunghi
Singulti il fianco palpitante, un nero
Sangue giù cola da le nari, e chiude 790
L’asciutte fauci l’ingrossata lingua.
Dapprincipio giovò l’arida gola
D’infuso vino ristorare, e parve
Questo lo scampo sol, ma poi del male
Fu il rimedio peggior; poichè, riprese 795
Quindi le forze, da feroce rabbia
Ardevano invasi, e nel morir (ah lungi
Da i buoni, a i soli rei serbate, o numi
Tanto furor) contro di se volgendo
I nudi denti, in sanguinosi brani 800
Lacerando mordevansi le membra.
Ecco ahi! fumante di sudor sul campo,
Mentre il vomero trae, cade gemendo
L’esangue toro, ed a la spuma misto
Vomita il sangue: l’arator dolente 805
Vassene, e lagrimando il bue compagno,
Mesto lui pur de la fraterna morte,
Dal timone distacca, e a mezzo il solco
Confitto lascia e in abbandon l’aratro.
Non l’ombra più de gli alti boschi, o l’erba 810
De i molli prati or possono, nè l’onda,
Che scorre limpidissima qual ambra
Di sasso in sasso a zampillar su i campi,
L’egro armento allettar: ansa dimesso
Il cavo fianco, istupiditi e immoti 815
Stan gli occhi in fronte, e dal suo peso tratta
Chinasi al suol la languida cervice.
Ahi! questo dunque de i sudori sparsi,
Questo di tante a pro de l’uom fatiche
E’ dunque il frutto? E che giovò la terra 820
Con assiduo lavor svolgere, e il collo
Sotto il giogo incallir? Eppur fumosi
Vini ad essi non nocquero, o mal sane
Ricercate vivande: usato cibo
Erano l’erbe semplici e le frondi, 825
Sola bevanda le scorrevoli acque
Di fonte o fiume, e i placidi lor sonni
Mai non ruppe, o turbò cura inquïeta.
Fama è, che in tutti quei contorni allora
A i sagrificii di Giunone e i tori 830
Mancarono, e le solite giovenche,
E i cocchi a trarne con le offerte al tempio
Silvestri buoi si ritrovaro appena.
Quindi la terra a lavorar costretti
Fur quelle genti senz’aratro, e i solchi 835
Con zappe aprire, ed incastrarvi il seme
Co l’unghie, e il collo sopponendo al giogo
I carri a stento strascinar su i monti.
Non più a la greggia insidïando, il lupo
Notturno esplora il chiuso ovil, da cura 840
Più grave oppresso: e le fugaci damme
E i päurosi cervi in mezzo a i cani
Vanno ora errando, e a le capanne intorno.
Nè il rio contagio a lo squammoso armento
Del mar perdona; in su l’estremo lido 845
Quasi naufraghi corpi i pesci esangui
Rigetta il fiotto, e dentro ai fiumi ignoti
Corron le foche a ricovrarsi: invano
Nel suo covil la vipera s’appiatta,
E l’irte squame attonito drizzando 850
Spira il serpente; velenosa è pure
L’aria a gli augelli, e a mezzo vol cadendo
Sotto le nubi lasciano la vita.
Nulla giova il mutar pascoli, e spesso
Nuoce i rimedi usar: cedono vinti 855
Il figliuol d’Amitäone e Chirone,
Mäestri invano de la medic’arte.
La pallida Tisifone, da l’ombre
Stigie mandata ad infettare il giorno,
Incrudelisce, e innanzi a se cacciando, 860
Crudo corteggio, lo spavento e i morbi,
Ogni dì più l’avido capo estolle.
Al belar de la greggia, al mesto e spesso
Muggir de’ buoi tutti d’intorno i colli
Suonano, e i fiumi, e le deserte rive. 865
Ampie cataste sovra i campi innalza
L’orrida furia, e ne le piene stalle
S’ammontano i cadaveri, stillanti
Putrida marcia; onde a scavar profonde
Fosse appresero alfine, e interi corpi 870
Sotterra a seppellir; chè di niun uso
Erane il cuoio, nè purgar col foco
Potevansi le viscere, o con l’onda
Tergere, nè tosar le immonde lane
Dal morbo infette, nè adoprar le tele: 875
E se talun le abbominande vesti
Ardìa toccar, da l’ulcerosa pelle
Infiammati carbonchi usciano, e un sozzo
E fetido sudor, nè lungo tempo
Tardava poi che le contatte carni 880
Il foco sacro divorando ardea.
Del rugiadoso mel, celeste dono,
Restami a dir. Tu a questa parte ancora
Benigno volgi, o Bice, il guardo.
Meraviglioso di minute cose
Spettacolo vedrai: tutte io de l’api 5
Con ordine dirò l’arti e i costumi,
I duci audaci, e i popoli, e le guerre.
Tenue soggetto ha il mio lavor, ma lode
Forse non tenue avrà, se avverso nume
Nol vieti, e m’oda l’invocato Apollo. 10
Prima di tutto è da cercarsi a l’api
Riparato soggiorno, ove nè il vento
Penetri, che le trepide lor ali
Sbatte, e a l’albergo la raccolta preda
Vieta portar, nè pecora, o capretto 15
A i fiori insulti, nè giovenca errante
Ivi al mattin la tremula rugiada
Scuota, o prema col piè l’erbe nascenti.
Lungi sien pur le squallide lucerte
Dipinte il tergo, e la dolente Progne 20
Tinta di sangue il seno, e la vorace
Merope, e gli altri augei, che a tutto intorno
Danno la caccia devastando, e l’api
Pigliano a volo, e portanle nel rostro
Esca söave a i barbari lor nidi. 25
Ma chiare fonti, e pelaghi muscosi
Sien ivi intorno, o limpido ruscello,
Che tra l’erbe serpeggi; e di sue foglie
Il vestibolo adombri o palma, od ampio
Silvestro ulivo, onde allor quando al primo 30
Tepor di primavera i re novelli
Guidan gli sciami, e fuor de i favi uscita
Scherzando va la giovinetta prole,
A se l’inviti la vicina sponda
Da i caldi soli, e ne l’opaco seno 35
Fresco e comodo ospizio offran le piante.
Tu poscia in mezzo a l’onda, ossia che in lago
Ristagni, o scorra in rio, rami a traverso
Gitta di salcio, e rilevati sassi
Di ponti a guìsa, ove posare il piede 40
Possano l’api, ed a l’estivo sole
L’umid’ale spiegar, se pioggia a caso
Per soverchio indugiar di poche stille
Spruzzolle, o vento le tuffò ne l’onde.
Del serpillo odoroso, e de la verde 45
Casia fiorisca, e de l’acuta timbra
Il suolo in copia, e de l’irrigua fonte
Bevan l’umor le mammole vïole.
Ma gli alvëari, o di cortecce cave
Sien fabbricati, o di flessibil giunco, 50
Stretto l’ingresso avranno, onde per freddo
Non geli il mel, nè per calor si sciolga.
E l’uno e l’altro, ove soverchio ecceda,
Pur nuoce a l’api, e non indarno a gara
De le lor celle ogni spiraglio, o buco 55
Turan di cera, od empiono di fiori;
E a stuccar gli orli serbano riposta
Una lor gomma, che del visco istesso
E’ più tenace, e de la pece idéa.
Sovente ancor, se narrò fama il vero, 60
Sotterra si scavarono le case
A più difeso asilo, e dentro i tufi,
E le porose pomici, e ne i tronchi
Di vecchie piante s’annidaro ascose.
Tu dunque il genio ne seconda, e attento 65
Il rimosso alvëar d’umida creta
Vesti al difuor ristuccando, e sopra
Di rare lo ricopri ombrose foglie.
Presso a gli apiari non soffrir, che metta
Radici il tasso, o che bruciati al foco 70
Fumino i rossi giunchi; e i luoghi fuggi,
Dove o l’acqua impaludi, o greve esali
Odor di fango, e i curvi colli, e gli antri,
Dove nascosta a le lontane voci
Imitandone il suon l’eco risponde. 75
Ma Febo già serena il cielo, e guida
Cacciando il verno la stagion migliore;
Tutte allor fuor le industrïose pecchie
Escon, pe i boschi e per le verdi selve
Peregrinando, e i rugiadosi fiori 80
Suggono, e lievi a vol radendo i fiumi
L’onda somma delibano, e pasciute
E prese poi da non so qual dolcezza
A nutrire, e a covar la prole, e i nidi
Tornano allora, e le tenaci cere 85
E il mel con arte a fabbricar si danno.
Ma quando il nido abbandonando i folti
Sciami vedrai lungi involarsi, ed alto
Nuotar per l’aër liquido e sereno,
Quasi spinte dal vento oscure nubi, 90
Osserva il corso lor, chè di dolci acque
In cerca andran su la vicina riva,
O d’arbore frondosa; ivi tu spargi
Trita melissa, e de la vil cerinta
Il gradito sapor, poi fa d’intorno 95
Tintinnar cavo rame, o di Cibele
Il cembalo percoti, e le vedrai
Con presto vol su i medicati seggi
Volontarie calarsi, e mano a mano
Ne i buchi entrar del preparato albergo. 100
Che se a battaglia sanguinosi in campo
Dispongasi ad uscir (chè avvien sovente,
Che odio e discordia fra i due re s’accenda).
Tu molto pria ne gli agitati petti
L’ire nascenti antiveder potrai, 105
Poichè le pigre ad eccitar già s’ode
Un fremer sordo, e un bellico fragore,
Che il rotto squillo de le trombe imita:
Di quà di là con trepido tumulto
Attruppando si van, le stridul’ali 110
Snodan vibrando, e arruotano co i rostri
I lor pungoli acuti, e braccia e piedi
Atteggiano a pugnar: schieransi dense
Ai re d’intorno, e da la tenda il noto
Segno aspettando con querriero strido 115
Sfidano a l’armi le falangi ostili.
Ed ecco al primo estivo dì, che in cielo
Spunta sereno, ne gli aperti campi
Slanciansi fuor de le porte, e a fronte
Già stansi; arde la zuffa, ed alto in aria 120
Ne ronza il suono, agglomerate in globo
Pugnano, e giù precipitando a terra
Piombano estinte, nè si spessa cade
La grandine dal ciel, nè in tanta copia
Da scossa quercia piovono le ghiande. 125
Distinti a l’ali d’oro i re per mezzo
Van de le schiere, e intrepidi pugnando
Chiudono in picciol seno anima grande,
Ostinati a non cedere, se prima
O l’uno o l’altro vincitor non forzi 130
L’oste fuggendo a rivoltar le spalle.
Ma quest’ire feroci, e sì gran guerra
Un pugno ammorza di scagliata arena.
Poichè i due re da la battaglia avrai
Tratti, uccidi il peggior, che a i fiori e al mele 135
Prodigo nuocerebbe, e in vôta reggia
L’altro poi solo a governar rimanga.
Di due specie ve n’ha: d’aureo colore
Ad un l’ali biondeggiano, e di squame
Lucide ei brilla, e di leggiadre membra, 140
Ed è questo il miglior; deforme ha l’altro
E sozzo aspetto, e neghittoso a stento
Sul suolo il ventre tumido strascina.
Come diversi i re, diverso è pure
Il popolo de l’api; altre son turpi, 145
Livide, e come i glutinosi sputi,
Che trae da l’arse ed assettate fauci
Il polveroso viaggiator; son altre
Lucide, e d’oro fiammeggianti, ed hanno
D’eguali macchie colorato il corpo. 150
Tu queste eleggi, e in sua stagion ne avrai
Più dolce il mel, più liquido, e de i vini
Più quindi acconcio a mitigar l’asprezza.
Ma quando incerti e vagabondi i sciami
Van per l’aria scherzando, e vôti e freddi 155
Lasciano i favi, e in abbandon gli alberghi,
Tu la licenza raffrenar procura
De l’incostante popolo; nè il farlo
Difficile sarà, solo che l’ali
Tarpinsi a i re; che se rimangon essi, 160
Niuna oserà lungi scostarsi, o svelte
Dal campo altrove trasportar le insegne.
E a rimanerne le lor celle invito
Facciano pure gli odorosi fiori
De l’ameno orticel; dove custode 165
Sieda Priapo con la falce in mano
Gl’ingordi augelli a spaventare, e i ladri.
Quel poi; che cura avrà de l’api, ei timo
Semini intorno a gli alvëari, e pini
Vi trasporti da i monti, egli la mano 170
Incallisca al lavor, rivesta il suolo
D’utili piante, e sovra i fiori e l’erbe
Prodigo versi i fecondanti umori.
E se non fosse che sul fin del corso
Già le vele a raccorre, e verso il lido 175
Deggio affrettarmi a rivoltar la prora,
Ben io qui canterei, qual sia de gli orti
La cultura miglior, come di Pesto
Due volte rifioriscano i rosai,
E in verdi rive la cicoria, e l’apio 180
Godan le barbe inumidire, e il torto
Cocomero fra l’erbe il ventre ingrossi:
Nè il narciso a fiorir lento vorrei,
Nè l’acanto flessibile, o la smorta
Edra tacer, nè a i lidi amico il mirto. 185
Poichè d’aver già visto io mi ricordo
Sotto l’ebalie torri, ove l’ombroso
Galeso irriga le pianure amene,
Un vecchierel di Corico nativo;
Piccolo campo ei possedeva, e questo 190
Sterile e ignudo, nè a l’aratro adatto,
Nè a piantar viti, o a pascolar la greggia.
Eppur con l’arte la natura avara
Ei giunse ad emendar; sterpò le spine
Che ingombravano il suol, più nobili erbe, 195
E bianchi gigli a seminar vi prese,
E verbene, e papaveri; e tal frutto
Da l’orto in breve, e dal giardin raccolse,
Che le ricchezze nel suo cor contento
Uguagliava d’un re: stanco da l’opre 200
Del dì tornava ne la tarda sera
Al fido albergo, e la sua parca mensa
Di semplici copria non compri cibi.
Primo ei le rose in primavera, e primo
Cogliea d’autunno i saporosi pomi, 205
E quando il crudo gel fendea pur anco
Le pietre, e il corso imprigionava a i fiumi,
Del molle acanto a ritosar la chioma
Ei si occupava, i zefiri accusando
Lenti al ritorno, e la lontana estate. 210
D’api feconde, e numerosi sciami
A lui ronzavan gli alvëari, e in copia
Spremea da i favi lo spumante mele:
E a lui di tiglie, e resinosi pini,
E pingui piante frondeggiava il campo, 215
E quanti fior su gli alberi fecondi
Spuntavano in april, tanti da i rami
Pendevano in autun maturi frutti.
L’arte egli pur di trapiantar sapea
E in ordine schierar gli olmi già vecchi, 220
E i duri peri, e gl’innestati spini
Carchi di prugne, e i platani frondosi,
Che già cresciuti a i bevitor fean ombra.
Ma queste cose io fra i confin ristretto
Di breve spazio ometterò, lasciando 225
Che altri con degno stil poscia le adorni.
E qui de l’api l’ingegnoso istinto
Dirò, che in premio ottennero da Giove
Fin da quel tempo, che a i sonori bronzi
De’ Coribanti accorsero, e ne l’antro 230
Dittéo nutrir bambino il Re del cielo.
Sole però fra gli animali tutti
Hanno il tetto comun, comune i figli,
E patria riconoscono, e penati
Stabili, e fisse ed ordinate leggi: 235
E de l’inverno memori al travaglio
Attendono l’estate, e tutti poi
Pongono in serbo ed in comun gli acquisti.
Altre al vitto provvedono, e pe i campi
Vanno predando i fiori, altre nel chiuso 240
Seno de gli alvëar con le stillanti
Lagrime de i narcisi, e con la gomma
De le cortecce resinose a i favi
Pongono i primi fondamenti, e a i muri
Stendono sopra le tenaci cere. 245
Educan altre i pargoletti figli
Speme del popol lor, purgano alcune
E condensano il mele, e tutte poi
Del nettare söave empion le celle.
Molte ancora ve n’ha, cui tocca in sorte 250
Di custodir la foglia, e stan le nubi
Queste a vicenda speculando, e i venti,
O il peso alleggeriscono di quelle
Che arrivano da i campi, o fatta schiera
Scacciano i fuchi, neghittoso gregge, 255
Lungi da gli alvëar: l’opera ferve,
E olezza il mele d’odoroso timo.
In quella guisa che i Ciclopi ignudi
Stan le säette fabbricando a Giove;
Altri a i ventosi mantici dan fiato, 260
Altri ne l’acqua che gorgoglia e stride,
Attuffano l’acciar; sovra le incudi
Con la tenaglia l’infocata massa
V’è chi volgendo va, mentre le braccia
Alzano gli altri, e a numerati colpi 265
De gli alterni martelli Etna rimbomba.
Non altrimenti, se a le grandi cose
Paragonar le piccole è permesso,
L’innato amor del mel fa l’api intente
Ognuna al suo lavor. Han le più vecchie 270
Cura de gli alvëari, e debbon esse
Munire i favi, e fabbricar le celle.
Stanche la sera e cariche di mele
Tornano le più giovani che in giro
Vanno pascendo il dì la casia e il timo, 275
Le corbezzole, il salcio, e il rosso croco,
Le pingui tiglie, e i pallidi giacinti.
Tutte han travaglio uguale, e ugual riposo;
Escono al primo albor, nè indugio o tregua
Soffrono mai durante il dì, poi quando 280
Espero spunta in ciel tornano a casa
Le forze a ristorar: dense a la soglia
S’affollano aleggiando, e a i buchi intorno
Suona un confuso fremito e ronzìo;
Ma poichè tutte s’annidár, non s’ode 285
Voce la notte più; placida ognuna
S’adagia, e cheta s’abbandona al sonno.
Nè de la pioggia al sovrastar da casa
Osano lungi discostarsi, o in alto
Fidarsi al cielo, se minaccia vento; 290
Ma de la lor città sotto le mura
Stansi a riparo, e a i più vicini fonti
Van d’acqua a provvedersi, e brevi scorse
Tentano, e spesso ancor, siccome nave
Col peso suol de la savorra a l’urto 295
Resistere de i flutti, in simil guisa
Sogliono anch’esse piccole pietruzze
Tra le zampe afferrar, e contro al vento
Reggersi in aria equilibrando il volo.
Ma strano in loro, e non credibil quasi 300
Ti parrà forse il virginal costume,
Perocchè schive di lascivi amori
Nè s’accoppiano insiem, nè i turpi e molli
Conoscono di Venere diletti,
Nè di Lucina le materne doglie; 305
Ma sviluppati accolgono dal seno
D’erbe söavi e d’odorosi fiori,
E i lor germi fomentano, e in tal modo
E i giovanetti cittadini, e il gregge
Rinnovano, e i lor re, cui cereo regno 310
Fabbrican esse, e cerea reggia e trono.
Quindi, benchè di breve spazio e frale
Sia la lor vita, che l’ottava estate
Mai non giunge a veder, pur vive e resta
La lor razza immortal, ed a molt’anni 315
Dura l’onor de le famiglie, in cui
Gli avi si ponno numerar de gli avi.
Sovente errando a pascolar su l’aspre
Aguzze coti col frequente attrito
Consuman l’ali, e sotto il troppo peso, 320
E nel lungo lavor lasciano oppresse
E volontarie vittime la vite.
Tanto è l’amor de i fiori, e tal le infiamma
Senso di gloria a fabbricare il mele!
Nè, come l’api, o l’ampia Lidia, o i Parti, 325
Nè i Medi tanto, o i popoli d’Egitto
Rispettano i lor re. Lui vivo, han tutte
Concordi un sol voler; estinto appena,
Ogni patto fra lor cessa, e divise
Mettono a sacco il radunato mele, 330
E le celle distruggono ed i favi.
Ei presiede a i lavor; fisso in lui solo
Tengono il guardo, ed affollate intorno
Stangli fremendo; il portano sovente
Su gli omeri in trïonfo, e scudo in guerra 335
De i lor petti gli fan, bella cercando
Fra l’armi e il sangue glorïosa morte.
A questi indizii, e prodigiosi esempi
Riflettendo talun pensò, che l’api
Abbian celeste origine, ed un raggio 340
Chiudano in sen de la divina mente:
Poichè diffuso per le terre e i mari,
E pe i campi del ciel vuolsi che immenso
Spirito il mondo informi, e da lui vita
Traggan uomini, armenti, augelli e fiere; 345
E in lui di nuovo poi da i corpi sciolte,
Non soggette a perir, tornino l’alme
A rïunirsi, e redivive il volo
Spieghino al cielo ad abitar le stelle.
Quando al tempo opportun schiuder ti piaccia 350
Gli angusti alberghi, e a coglierne del mele
I raccolti tesor, tu d’acqua un sorso,
Quanta in bocca ne cape, accogli, e a l’api
Spruzzala in faccia, ed un tizzone acceso
Presenta a i buchi, onde le sforzi il fumo 355
A uscir da gli alvëar; ma cauto in guardia
Sta da gli assalti lor che a la vendetta
Ardon rabbiose, e dove alcun le attizzi,
S’avventano a ferir con aspri morsi
E velenosi, e ne la piaga fitti 360
Lascian gli acuti pungoli e la vita.
Sogliono l’api a due stagioni ogni anno
Il mele fabbricar, e il puoi tu quindi
Cogliere a due stagioni; e quando pura
La vergine Taigete in ciel s’affaccia, 365
E alzandosi dal mar col piè sosponge
L’onda soggetta; e da l’acquoso Pesce
Quando rifugge, e a l’autunnale occaso
Pallida e mesta a tramontar ritorna.
Ma se del verno la futura fame
Provvido temi, e de gli afflitti sciami 370
Pietà ti prende, ah tu discreto allora
Risparmia i lor tesor: di timo i tetti
Profuma, e dentro a gli alvëar recidi
Le vôte cere; chè sovente ascosa
Entra ne i favi la lucerta ingorda, 375
E di nemici al dì vermi voraci
S’empion le celle; il neghittoso fuco,
Che le fatiche altrui siede pascendo,
S’intrude, e il calabron d’armi e di forze
Ahi troppo a l’api superior; la ria 380
Tignuola anch’essa a rodere s’appiata,
E a l’alta soglia le sue tele appende
L’odïoso a Minerva astuto ragno.
Ma quanto più predati i favi, e guasti
Gli alberghi resteran, tanto de l’api 385
Sarà lo sforzo a ripararne i danni
E l’industria maggior, nuove ricchezze
Prederanno da i fiori, e nuove case
Rifabbricando colmeran di mele.
Se poi (gicchè co l’uom comun han l’api 390
De la vita mortal gli affanni e i mali)
Da crudo morbo languiranno oppresse,
Certi gl’indizi avrai: sogliono tosto
Cangiarsi di colore, e smunte in volto
Deformarsi, e smagrir: gli estinti corpi 395
Trasportan altre con funebre pompa
Fuori de gli alvëar, altre co i piedi
In denso gruppo avviluppate insieme
Pendono da la soglia, o chiuse dentro
Stansi ne i favi, ed a le ceree mura 400
Vaccillanti s’aggrappano, dal freddo
E da la fame indebolite e pigre.
Quindi un ronzìo più cupo odesi, e un mesto
Di tratto in tratto sussurrar confuso,
Qual ne le selve sibilare il vento, 405
O il mar gemere a i lidi, o chiusa suole
Ne le fornaci stridere la fiamma.
Qui l’odoroso galbano d’intorno
A gli alvëari d’abbruciar t’esorto,
E per canali di bucate canne 410
Introducendo il mele al noto pasto,
E al vigor primo richiamar le inferme.
E trita galla, e diseccate rose
Gioverà insieme frammischiarvi, e mosto
Cotto a gran foco, e grappoli impassiti 415
Di psitia vite, e del cecropio timo,
E de l’acuta centauréa le foglie.
Trovasi pur ne i prati un fiore, a cui
D’amello dier gli agricoltori il nome,
Facil erba a trovar: da un cespo solo 420
Folta una selva di rampolli cresce;
Silile a l’oro è il fior, ma ne le frondi,
Che numerose spandonsi, traluce
De la vïola il porporin pallore.
Aspro al palato e disgustoso in copia 425
Cogliesi da i pastor lungo le curve
Sponde del Mella, ed in votivi serti
Spesso de i numi a i sacri altar s’appende.
Or di questa erba in generoso vino
Tu le radiche cuoci, e grato a l’api 430
Salubre cibo a larga man ne appresta.
Chè se per rio destin la stirpe tutta
A mancar venga d’improvviso, e modo
Non abbi altronde a rinnovar gli sciami,
Tempo è che il memorabile secreto 435
Io scopra qui de l’arcade Pastore,
Ed in qual guisa avvien che dal corrotto
Sangue de’ buoi si riproducan l’api.
Da la sua prima origine il racconto
Ripigliar gioverà; poichè là dove 440
I fortunati del peléo Canopo
Abitator per gl’inondati campi
De lo stagnante Nilo errando vanno
Su le dipinte barche, e dove il fiume,
Da i colorati Etïopi disceso, 445
Per quella parte che a la Persia guarda,
Di oscuro limo il verdeggiante Egitto
Feconda, e va per sette bocche al mare,
Tutte quelle contrade in questo solo
Costume antico, ed in quest’unic’arte 450
Tutte de l’api la salvezza han posto.
Atto a tal uso un piccol luogo pria
Scelgasi, e il copra basso tetto, e cinto
Sia d’anguste pareti, e a i quattro venti
Quattro finestre s’aprano, per cui 455
Penetri obbliqua a riscaldar la luce.
Poscia un vitello bïennal che appena
Le brevi corna su la fronte incurvi,
Cercasi, e a lui, che si dibatte invano,
Ambe le nari turansi e la bocca 460
A impedirne il respir; poi sotto a i colpi
Di nodoso baston livido e pesto,
Non piagato però, lasci la vita.
Morto così nel piccolo recinto
Chiuso si lascia, e fresche foglie, e rami, 465
E verde casia, ed odoroso timo
A i fianchi sottopongonsi, e a le coste.
E ciò si fa, quando comincia i flutti
Zefiro ad increspar, pria che di fiori
Si colorino i prati, e pria che a i tetti 470
La rondine loquace appenda il nido.
L’umore intanto ne le putrid’ossa
Bolle e fermenta, ed oh stupore! a un tratto
Pullular vedi di minuti vermi
Folto uno sciame, e informi prima, e tronchi 475
Le braccia e i piè commoversi strisciando,
E a poco a poco su le stridul’ali
Tentar di sollevarsi, indi cresciuti
Spiegare il volo, e per l’aperto cielo
Uscir densi così, come da nembo 480
Cadon l’estive gocce, o da i tesi archi
Al cominciar de la feroce mischia
Scoccano fuor le partiche säette.
Muse, qual Dio ne rivelò, qual caso,
O quale umana esperïenza a noi 485
Scoprì da prima, e tramandò quest’arte?
Il pastore Aristéo, dappoi che fame
E morbo rio, come ne corse il grido,
Gli tolser l’api, di Penéo fuggendo
La natìa Tempe, lagrimoso e mesto 490
A la sorgente s’arrestò del fiume:
Ed oh! madre, lagnandosi ei proruppe,
Madre Cirene che nel fondo alberghi
Di questi gorghi, e perchè mai de l’alta
Stirpe de’ numi (s’è pur ver, qual dici, 495
Che Apollo a me fu padre) in odio al Fato
Mi generasti? Ove n’andò quel tuo
Per me tenero amore, e perchè un seggio
Farmi sperar, vana lusinga! in cielo?
Lungi da tanto onor, quel breve istesso 500
Vanto mortal, che industrïosa cura
De la greggia e del campo a me con lungo
Sudore appena procacciato avea,
Ecco che quello ancor perdere or deggio,
E tu madre mi sei. Su via, ciò solo 505
Rimane ancor, queste felici piante
Svelli tu di tua man, ne le mie stalle
Porta la face ostil, tronca le messi,
Abbrugia i campi, e l’implacabil falce
Stringi le viti a sterminar, se tanta 510
Hai de le lodi mie noia, o dispetto.
Da l’imo fondo udì Cirene il suono
Dei lamenti del figlio. Intorno a lei
Varie ninfe sedevano filando
Di marino color milesie lane, 515
Drimo, Xanto, Filodoce, Ligéa,
Sparse la chioma su l’eburnee spalle,
E Spio, Neséa, Cimodoce, e Talia;
E la bionda Licoride, e Cidippe,
Questa vergine ancor, quella già madre; 520
E Boroe, e Clio sorelle, ambedue figlie
Del gran padre Ocëáno, ambe vestite
D’oro trapunto, e di macchiate pelli,
E l’asia Deiopeia, Efire, ed Opi,
Ed Aretusa, di Dïana un tempo, 525
Ninfa or de’ fiumi, e senza strali al fianco.
Stava Climene in mezzo a lor le vane
Cure gelose di Vulcano, e i dolci
Furti di Marte, e l’amorose frodi
Narrando, e fin dal primo Caos i varii 530
Amor frequenti ritessea de’ numi.
Chete le ninfe, e ad ascoltarla intese
I molli velli ravvolgeano intorno
A i volubili fusi, allor che il misto
Pianto del figlio le materne orecchie 535
Ferì di nuovo. Attonite ed immote
Su i cristallini lucidi sedili
Tutte restar: ma frettolosa e prima
Corse Aretusa, e a riguardar che fosse
Il biondo capo sollevò da l’onda: 540
Ed oh! da lungi, oh! non indarno, esclama,
Da tanto grido spaventata, oh! cara
Cirene, il figlio tuo, l’unico e dolce
Tuo pensiero, Aristéo mesto e piangente
Sta qui sul lido, e te chiamando a nome 545
Te madre sua di crudeltade accusa.
A questo annuncio da novel timore
Scossa la madre: oh il figlio! disse, ah presto
Guidalo a noi: lecito è a lui le soglie
Toccar de i numi, e in così dire al fiume 550
Di ritirarsi comandò, lasciando
Libero il calle: ubbidïente al cenno
L’onda s’aperse, e in doppio argine e curvo
Divisa intorno a lui nel vasto seno
L’accolse illeso, e die’ passaggio a l’antro. 555
Se ne giva Aristéo gli umidi regni,
E le materne case, e in quelle grotte
I chiusi laghi, ed i sonanti boschi
Muto ammirando, e attonito a l’immenso
Fragor de le acque i sotterranei fiumi 560
Qua e là scorrenti contemplar godea;
Il Fasi, e il Lico, e la sorgente prima,
Ond’alto sbocca il tessalo Enipéo,
E il padre Tebro, e l’Anïene ondoso,
E il misio Caìco, e fra gli scogli 565
L’Ipani infranto, e di dorate corna
Il tauriforme Eridano, di cui
Non altro fiume per fecondi campi
Più gonfio corre, e impetüoso al mare.
Ma poichè al fine a la pumicea grotta 570
Giunse, e del pianto giovanile intese
Cirene la cagione, acqua a le mani
Versangli a gara le compagne ninfe,
E mondi lini apprestangli: di cibi
S’empion le mense, e colmansi le tazze, 575
E già d’arabi odor fumano l’are.
Cirene allor rivolta al figlio: or questo
Di mëonio liquor nappo ripieno
Prendi, gli disse, e a l’Ocëáno liba.
Indi ella stessa, e l’Ocëán che padre 580
E’ de le cose, e le sorelle ninfe,
Quante a i boschi presiedono, ed a i fiumi,
Chiamò pregando, e su gli accesi fochi
Versò tre volte il vin, tre volte in alto
Stridula ascese, e sfolgorò la fiamma. 585
Con questo augurio confortando il figlio
Così prese a parlar. Abita in seno
Del mar Carpazio l’indovin famoso
Ceruleo Proteo che aggiogando al carro
Marini pesci e bipedi cavalli 590
Tutto d’intorno l’Ocëán trascorre.
Or egli appunto de l’Emazia a i porti
Giunse pur dianzi la natia Pallene
A riveder. Lui veneriam noi ninfe,
E Nereo stesso, vecchio Dio, rispetta 595
I vaticinii suoi, chè tutto il vate
Scopre, e col guardo le passate cose,
E le presenti, e le future abbraccia;
Cosi piacque a Nettuno, a cui le informi
Foche egli pasce, e i numerosi armenti. 600
A lui dunque ten va, figlio, e da lui
La rea cagion del contagioso morbo,
E il rimedio saprai; ma d’uopo fia
Costringerlo e legar, chè di sua voglia
Nulla ei dirà, nè il vincerai pregando. 605
Usa la forza, e funi addoppia; in questa
Guisa sol puoi deluderne gl’inganni.
Io stessa poichè al fervido meriggio
Il sol giunto sarà ne l’ora, in cui
Languono l’erbe inaridite, e a l’ombra 610
Sdraiasi il gregge riposando, io stessa
Ti guiderò ne la segreta grotta,
Ove adagiasi il nume, onde lui possa
Agevolmente in alto sonno immerso
Cogliere e ritener: ma bada, o figlio, 615
Che non sì tosto con robusto braccio
Afferrato l’avrai, che varie forme
Ad ingannarti ei vestirà di fiere,
Ed irsuto cignal, squammoso drago,
E bionda lïonessa, e fiera tigre 620
Farsi a un tratto il vedrai, nè ciò giovando
Assottigliarsi, e liquido da i lacci
Vibrarsi in fiamma, e dileguarsi in onda.
Tu però quanto ei più si studia e tenta
Di svilupparsi varïando aspetto, 625
Tanto più stringi i vincoli tenaci,
Finchè ripresa la natia sembianza
Tale il vedrai, qual si mostrò nel sonno.
Così diss’ella, e di sua man sul figlio
Stillò liquida ambrosia, onde repente 630
Söave odor da l’unto crin si sparse,
E vigor nuovo confortò le membra.
Entra nel fianco di scavato monte
Un ampio seno, ove da i venti spinto
Rompesi il flutto, e placido s’appiana; 635
Sicuro asilo in tempestoso mare
A i sorpresi nocchier: più dentro in vasta
Grotta s’asconde, e con opposto sasso
Proteo si chiude. Ivi Cirene il figlio
Colloca in angol buio, ed ella in fosca 640
Nube non vista ad osservar si scosta.
Già l’infocato Sirio alto su gl’Indi
Ardeva in cielo, e a la metà del corso
Era il sol giunto: inaridivan l’erbe,
E il cavo letto de gli asciutti fiumi 645
Fendea cocendo l’infiammato raggio,
Quando da l’onde a la spelonca usata
Ecco Proteo s’avvìa; del vasto mare
Il multiforme popolo festoso
Guizzagli intorno, co le code alzando 650
Marini spruzzi, e tutto al fin sul lido
Sdraiasi sparso, e s’abbandona al sonno.
Egli, come pastor, quando a l’ovile
Espero invita le pasciute agnelle,
Che col loro belar svegliano i lupi 655
A le notturne insidie, in su lo scoglio
Siede nel mezzo a numerar l’armento.
Sofferse appena il giovine Aristeo,
Che coricato i lumi stanchi al sonno
Proteo chiudesse, e con acuto grido 660
L’assalì, l’annodò. Memore il Dio
De l’arti sue si svincola e dibatte,
E in mille forme varïate e strane,
In foco, in fiume, ed in orribil fiera
Più volte si cangiò; ma poichè tutto 665
Tornagli in van, nè per insidia, o sforzo
Spera più di sfuggir, spossato e vinto
In se ritorna, e con umana voce
Ad Aristeo rivolto: e chi mai, disse,
Giovane imprudentissimo, ti spinse 670
In questa grotta ad inoltrar? Che brami,
O pretendi da me? Proteo, tu il sai,
L’altro rispose, il sai ben tu, cui nulla
Occultarsi non può; deh meco dunque
Cessa di finger più: per divin cenno 675
A te non vengo a mali miei cercando
E consiglio e conforto. A questi detti
Le glauche luci furibondo in lui
Proteo ritorse, e in guisa tal gli occulti
Fati fremendo a disvelar s’accinse. 680
Te reo di grave error l’ira d’un Dio
Persegue, e questi meritati mali,
Ed altri più, se a lui non vieti il Fato,
Suscita e move l’infelice Orfeo,
Furente ancor per la rapita sposa. 685
Ahi! che da te la misera fuggendo
Precipitosa lungo il fiume, il crudo
Serpe non vide, che fra l’erbe ascoso
Su la sponda giacea. D’alti ululati
Il coro de le Drïadi compagne 690
Le valli, e i monti empì: pianserla estinta
I traci campi, il Rodope, e il Pangeo,
E l’Ebro, e i Geti, e l’attica Orizìa.
Ei del vedovo amor la lunga doglia
Disacerbando co la cava lira, 695
Te solo errante sul deserto lido
Te dolce sposa, al nascere del giorno,
E te del giorno al tramontar piangea.
Nè di ciò pago a le tenarie fauci,
Varco di Dite, e al formidabil bosco 700
Del nero stige penetrare osando,
Al re tremendo s’affacciò de l’ombre,
E a le spietate Eumenidi, cui mai
Prego mortale ad ammollir non giunse.
Commosse al canto suo da l’ime sedi 705
De l’Erebo accorrean le pallid’ombre,
E i lievi simulacri in lunga folla,
Quasi stormo d’augei, quando nel bosco
S’annidano la sera, o giù da i monti
Cacciali il verno procelloso, o il nembo; 710
Uomini e donne, e spenti eroi, fanciulli,
E donzelle già nubili, e maturi
Giovani, in fresca età posti sul rogo
In faccia a i padri lor: misera turba!
Cui l’alga oscura di Cocito e il lento 715
Fango imprigiona, e la stagnante intorno
Di Stige irremëabile palude
Con nove giri circondando affrena.
Stupir lo stesso Tartaro, e le oscure
Case di morte, e implacidiro i serpi 720
De le Furie sul crin, tacquero aperte
Le tre gole di Cerbero, e fermossi
L’aura, che aggira d’Issîon la ruota.
E già tornava, superato e vinto
Ogni periglio, per le cieche vie 725
Orfeo di nuovo a rivedere il giorno,
E la renduta Euridice non vista
Dietro, e cheta il seguia, chè questa legge
Proserpina intimò, quando improvvisa
Insana voglia trasportò, sedusse 730
L’incauto amante, ahi! di perdon ben degno,
Se ignoto a l’ombre il perdonar non fosse.
Ei colà giunto, ove la dubbia luce
Già cominciava a penetrar del giorno,
Da l’amor vinto e dal desio fermossi, 735
E del divieto immemore si volse
La sposa a riguardar. Tutto in quel punto
De l’opra il frutto egli perdè; di Pluto
Fur sciolti i patti, e un triplice fragore
Dal conscio Averno rimbombar s’intese. 740
Ed ella allora: ahi! chi me, disse, Orfeo
E te perde ad un tempo? Onde mai tanto
Sconsigliato furor? Ecco di nuovo
Me chiama il Fato, e le natanti luci
Aggrava, e chiude in un ferreo sonno. Addio 745
Per sempre omai; già in tenebrosa notte
Sento rapirmi, e languide e cadenti
Stendo a te in vano, ahi! non più tua, le braccia.
Disse e repente agli occhi suoi, qual fumo
Disperso in aria, dileguossi, e lui 750
Che disperato brancolando intorno
L’ombre stringea, chiamandola per nome,
Non vide più, nè su l’opposta riva
Caronte a lui di ripassar permise.
Or che far più? Dove n’andrà, perduta 755
Già due volte la sposa? E con qual pianto
Placar l’ombre di nuovo, o con quai prieghi
I numi impietosir? Fredd’ombra e nuda
Ella di Stige su la nera barca
Varcava già l’irremëabil’onda. 760
Fama è di lui, che sette interi mesi
Sotto gelida rupe entro uno speco
De lo strimone in riva i suoi dolenti
Casi piangesse, intorno a se traendo
E querce, e tigri impietosite al canto. 765
Tal Filomena tra populee frondi
Duolsi, piangendo gl’involati parti
Che non pennuti ancor trasse l’accorto
Crudo villan da l’appostato nido:
Tutta la notte immobile da un ramo 770
Piange ella, e allunga il flebil canto, empiendo
De’ suoi lamenti i silenziosi campi.
Non di talamo più, non d’altri amori
Voglia il tentò; vedovo e solo i lidi
Del Tanäi nevoso, e i duri ghiacci 775
De gl’iperborei monti, e le deserte,
Non mai prive di gel, rifée campagne
Scorrea, piagnendo la perduta sposa,
E il vano don rimproverando a Dite.
Indarno a lui sprezzate nozze offriro 780
Le tracie donne, che a vendetta mosse
Da’ suoi rifiuti, e da furor sospinte
In mezzo a i sagrificii a le notturne
Orgie di Bacco il trucidar, spargendo
Pei vasti campi i lacerati membri. 785
Tronco dal collo, e galleggiante il capo
Volgea l’Ebro su l’onde, e in fioca voce
La fredda lingua: ahi misera Euridice!
Euridice! negli ultimi respiri
Gía mormorando, e d’Euridice il nome 790
Meste d’intorno ripetean le rive.
Proteo sì disse, e rapido d’un salto
Nel mar lanciossi; e in vortice spumoso
Si squarciò l’onda, e sovra lui si chiuse.
Al timido Aristeo Cirene allora 795
Pronta accorrendo: or su, mio figlio, il pianto
Tergi omai, disse, e il tuo dolor consola.
Nota è del morbo la cagion. Le ninfe
Già compagne d’Euridice, che in questi
Boschi con lei danzavano, vendetta 800
Preser ne l’api tue de la sua morte.
Supplice dunque con preghiere e doni
Chiedi pace, e le facili Napée
Venera, o figlio, che pietose a i voti
Daran perdono, e placheran lo sdegno. 805
Or quale il modo di pregar, qual sia
L’ordine a te dirò. Dal pingue armento,
Che a te pasce l’erbifero Liceo,
Quattro di vaghe forme esimii tori,
Ed altrettante di cervice intatta 810
Giovenche eleggi, e quattro altari innalza
Nel tempio de le ninfe; indi le sacre
Vittime svena, e lasciane gli esangui
Corpi insepolti nel frondoso bosco.
Poi quando al nono dì sorga l’aurora 815
Tu di letéi papaveri ad Orfeo
Offri l’esequie, ed una negra a lui
Pecora svena: d’Euridice l’ombra
D’una vitella placherai col sangue.
Ciò fatto il bosco a visitar ritorna. 820
Lieto Aristeo tronca gl’indugi, e i cenni
Va de la madre ad eseguir: nel tempio
Erge a le ninfe i comandati altari,
Quattro di vaghe forme esimii tori,
Ed altrettante di cervice intatta 825
Giovenche ei guida, e sorta in cielo appena
Del nono dì l’aurora, offre ad Orfeo
L’esequie, e il bosco a visitar ritorna.
Là nuovo ed ammirabile portento
Stupido ei mira, de gli uccisi buoi 830
Fra le corrotte viscere, e nel cavo
Ventre aggirarsi sussurrando un folto
Popolo d’api, e da le rotte coste
Fuori a sciami sbucando immensa nube
Stendere in aria, e su le piante al fine 835
Agglomerarsi, ed oscillar da i lenti
Rami a guisa di grappoli sospese.
Questi sul culto, e i rustici lavori
De la greggia, de gli alberi, e de i campi
Versi io tessea; mentre a l'Eufrate in riva 840
Fulmina in guerra, e vincitore Augusto
I volontarii popoli governa
Con giuste leggi, ed anelando a gli astri
Calca eroe non mortal la via d'Olimpo.
Note
- ↑ Non è frequente questo bisogno in Virgilio, e il più notabile esempio è, nel principio del libro secondo, l’apostrofe a Mecenate, che per isbaglio, credo io, di qualche amanuense, tronca e sospende l’esposizione introdotta dalla generazion delle piante, e vi resta in mezzo isolata e fuor di proposito. Io su l’autorità di qualche interprete, e più su quella della ragione l’ho restituita immediatamente dopo l’invocazione di Bacco, dove sembra chiamata naturalmente, e dove, ne son sicuro l’avrà Virgilio medesimo collocata.
- ↑ Un celebre autore francese di molto merito e di profonda intelligenza poetica fa riflettere al pubblico, che la sua traduzione non eccede, che in numero di pochi versi l’original di Virgilio. Questa sua protesta lungi dal contraddire conferma anzi l’asserzion mia. Quel che i francesi chiamano loro verso, equivale a un dipresso in materiale lunghezza all’esametro dei latini. L’autore è dunque su questo punto del pari; ma se riflettasi poi e al genio della sua traduzione, sarà piuttosto a stupire, ch’egli non sia riuscito più breve ancora del testo, che non più lungo di così poco.
Je chante les moissons, & dirai sous quel cigne
Il faut ouvrir la terre, & marier la vigne;
Le soins industrieux, que l’on doit aux troupeaux,
Et l’abeille èconome, & ses sages traveaux.