Gerusalemme liberata/Canto dodicesimo

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1Era la notte, e non prendean ristoro
    co 'l sonno ancor le faticose genti:
    ma qui vegghiando nel fabril lavoro
    stavano i Franchi a la custodia intenti,
    e là i pagani le difese loro
    gian rinforzando tremule e cadenti
    e reintegrando le già rotte mura,
    e de' feriti era comun la cura.
    
2Curate al fin le piaghe, e già fornita
    de l'opere notturne era qualcuna;
    e rallentando l'altre, al sonno invita
    l'ombra omai fatta piú tacita e bruna.
    Pur non accheta la guerriera ardita
    l'alma d'onor famelica e digiuna,
    e sollecita l'opre ove altri cessa.
    Va seco Argante, e dice ella a se stessa:
    
3"Ben oggi il re de' Turchi e 'l buon Argante
    fèr meraviglie inusitate e strane,
    ché soli uscír fra tante schiere e tante
    e vi spezzàr le machine cristiane.
    Io (questo è il sommo pregio onde mi vante)
    d'alto rinchiusa oprai l'arme lontane,
    sagittaria, no 'l nego, assai felice.
    Dunque sol tanto a donna e piú non lice?
    
4Quanto me' fòra in monte od in foresta
    a le fère aventar dardi e quadrella,
    ch'ove il maschio valor si manifesta
    mostrarmi qui tra cavalier donzella!
    Ché non riprendo la feminea vesta,
    s'io ne son degna e non mi chiudo in cella?"
    Cosí parla tra sé; pensa e risolve
    al fin gran cose ed al guerrier si volve:
    
5"Buona pezza è, signor, che in sé raggira
    un non so che d'insolito e d'audace
    la mia mente inquieta: o Dio l'inspira,
    o l'uom del suo voler suo Dio si face.
    Fuor del vallo nemico accesi mira
    i lumi; io là n'andrò con ferro e face
    e la torre arderò: vogl'io che questo
    effetto segua, il Ciel poi curi il resto.
    
6Ma s'egli averrà pur che mia ventura
    nel mio ritorno mi rinchiuda il passo,
    d'uom che 'n amor m'è padre a te la cura
    e de le care mie donzelle io lasso.
    Tu ne l'Egitto rimandar procura
    le donne sconsolate e 'l vecchio lasso.
    Fallo per Dio, signor, ché di pietate
    ben è degno quel sesso e quella etate."
    
7Stupisce Argante, e ripercosso il petto
    da stimoli di gloria acuti sente.
    "Tu là n'andrai," rispose "e me negletto
    qui lascierai tra la vulgare gente?
    E da secura parte avrò diletto
    mirar il fumo e la favilla ardente?
    No, no; se fui ne l'arme a te consorte,
    esser vo' ne la gloria e ne la morte.
    
8Ho core anch'io che morte sprezza e crede
    che ben si cambi con l'onor la vita."
    "Ben ne fèsti" diss'ella "eterna fede
    con quella tua sí generosa uscita.
    Pure io femina sono, e nulla riede
    mia morte in danno a la città smarrita;
    ma se tu cadi (tolga il Ciel gli augúri),
    or chi sarà che piú difenda i muri?"
    
9Replicò il cavaliero: "Indarno adduci
    al mio fermo voler fallaci scuse.
    Seguirò l'orme tue, se mi conduci;
    ma le precorrerò, se mi ricuse."
    Concordi al re ne vanno, il qual fra i duci
    e fra i piú saggi suoi gli accolse e chiuse.
    Incominciò Clorinda: "O sire, attendi
    a ciò che dir voglianti, e in grado il prendi.
    
10Argante qui (né sarà vano il vanto)
    quella macchina eccelsa arder promette.
    Io sarò seco, ed aspettiam sol tanto
    che stanchezza maggiore il sonno allette."
    Sollevò il re le palme, e un lieto pianto
    giú per le crespe guancie a lui cadette;
    e: "Lodato sia tu," disse "che a i servi
    tuoi volgi gli occhi e 'l regno anco mi servi.
    
11Né già sí tosto caderà, se tali
    animi forti in sua difesa or sono.
    Ma qual poss'io, coppia onorata, eguali
    dar a i meriti vostri o laude o dono?
    Laudi la fama voi con immortali
    voci di gloria, e 'l mondo empia del suono.
    Premio v'è l'opra stessa, e premio in parte
    vi fia del regno mio non poca parte."
    
12Sí parla il re canuto, e si ristringe
    or questa or quel teneramente al seno.
    Il Soldan, ch'è presente e non infinge
    la generosa invidia onde egli è pieno,
    disse: "Né questa spada in van si cinge;
    verravvi a paro o poco dietro almeno."
    "Ah!" rispose Clorinda "andremo a questa
    impresa tutti? e se tu vien, chi resta?"
    
13Cosí gli disse, e con rifiuto altero
    già s'apprestava a ricusarlo Argante;
    ma 'l re il prevenne, e ragionò primiero
    a Soliman con placido sembiante:
    "Ben sempre tu, magnanimo guerriero,
    ne ti mostrasti a te stesso sembiante,
    cui nulla faccia di periglio unquanco
    sgomentò, né mai fosti in guerra stanco.
    
14E so che fuora andando opre faresti
    degne di te; ma sconvenevol parmi
    che tutti usciate, e dentro alcun non resti
    di voi che sète i piú famosi in armi.
    Né men consentirei ch'andasser questi
    (ché degno è il sangue lor che si risparmi),
    s'o men util tal opra o mi paresse
    che fornita per altri esser potesse.
    
15Ma poi che la gran torre in sua difesa
    d'ogni intorno le guardie ha cosí folte
    che da poche mie genti esser offesa
    non pote, e inopportuno è uscir con molte,
    la coppia che s'offerse a l'alta impresa,
    e 'n simil rischio si trovò piú volte,
    vada felice pur, ch'ella è ben tale
    che sola piú che mille insieme vale.
    
16Tu, come al regio onor piú si conviene,
    con gli altri, prego, in su le porte attendi;
    e quando poi (ché n'ho secura spene)
    ritornino essi e desti abbian gli incendi,
    se stuol nemico seguitando viene,
    lui risospingi e lor salva e difendi."
    Cosí l'un re diceva, e l'altro cheto
    rimaneva al suo dir, ma non già lieto.
    
17Soggiunse allora Ismeno: "Attender piaccia
    a voi, ch'uscir dovete, ora piú tarda,
    sin che di varie tempre un misto i' faccia
    ch'a la machina ostil s'appigli e l'arda.
    Forse allora averrà che parte giaccia
    di quello stuol che la circonda e guarda."
    Ciò fu concluso, e in sua magion ciascuno
    aspetta il tempo al gran fatto opportuno.
    
18Depon Clorinda le sue spoglie inteste
    d'argento e l'elmo adorno e l'arme altere,
    e senza piuma o fregio altre ne veste
    (infausto annunzio!) ruginose e nere,
    però che stima agevolmente in queste
    occulta andar fra le nemiche schiere.
    È quivi Arsete eunuco, il qual fanciulla
    la nudrí da le fasce e da la culla,
    
19e per l'orme di lei l'antico fianco
    d'ogni intorno traendo, or la seguia.
    Vede costui l'arme cangiate, ed anco
    del gran rischio s'accorge ove ella gía,
    e se n'affligge, e per lo crin che bianco
    in lei servendo ha fatto e per la pia
    memoria de' suo' uffici instando prega
    che da l'impresa cessi; ed ella il nega.
    
20Onde ei le disse alfin: "Poi che ritrosa
    sí la tua mente nel suo mal s'indura
    che né la stanca età, né la pietosa
    voglia, né i preghi miei, né il pianto cura,
    ti spiegherò piú oltre, e saprai cosa
    di tua condizion che t'era oscura;
    poi tuo desir ti guidi o mio consiglio."
    Ei segue, ed ella inalza attenta il ciglio.
    
21"Resse già l'Etiopia, e forse regge
    Senapo ancor con fortunato impero,
    il qual del figlio di Maria la legge
    osserva, e l'osserva anco il popol nero.
    Quivi io pagan fui servo e fui tra gregge
    d'ancelle avolto in feminil mestiero,
    ministro fatto de la regia moglie
    che bruna è sí, ma il bruno il bel non toglie.
    
22N'arde il marito, e de l'amore al foco
    ben de la gelosia s'agguaglia il gelo.
    Si va in guisa avanzando a poco a poco
    nel tormentoso petto il folle zelo
    che da ogn'uom la nasconde, e in chiuso loco
    vorria celarla a i tanti occhi del cielo.
    Ella, saggia ed umil, di ciò che piace
    al suo signor fa suo diletto e pace.
    
23D'una pietosa istoria e di devote
    figure la sua stanza era dipinta.
    Vergine, bianca il bel volto e le gote
    vermiglia, è quivi presso un drago avinta.
    Con l'asta il mostro un cavalier percote:
    giace la fèra nel suo sangue estinta.
    Quivi sovente ella s'atterra, e spiega
    le sue tacite colpe e piange e prega.
    
24Ingravida fra tanto, ed espon fuori
    (e tu fosti colei) candida figlia.
    Si turba; e de gli insoliti colori,
    quasi d'un novo mostro, ha meraviglia.
    Ma perché il re conosce e i suoi furori,
    celargli il parto alfin si riconsiglia,
    ch'egli avria dal candor che in te si vede
    argomentato in lei non bianca fede.
    
25Ed in tua vece una fanciulla nera
    pensa mostrargli, poco inanzi nata.
    E perché fu la torre, ove chius'era,
    da le donne e da me solo abitata,
    a me, che le fui servo e con sincera
    mente l'amai, ti diè non battezzata;
    né già poteva allor battesmo darti,
    ché l'uso no 'l sostien di quelle parti.
    
26Piangendo a me ti porse, e mi commise
    ch'io lontana a nudrir ti conducessi.
    Chi può dire il suo affanno, e in quante guise
    lagnossi e raddoppiò gli ultimi amplessi?
    Bagnò i baci di pianto, e fur divise
    le sue querele da i singulti spessi.
    Levò alfin gli occhi, e disse: "O Dio, che scerni
    l'opre piú occulte, e nel mio cor t'interni,
    
27s'immaculato è questo cor, s'intatte
    son queste membra e 'l marital mio letto,
    per me non prego, che mille altre ho fatte
    malvagità: son vile al tuo cospetto;
    salva il parto innocente, al qual il latte
    nega la madre del materno petto.
    Viva, e sol d'onestate a me somigli;
    l'essempio di fortuna altronde pigli.
    
28Tu, celeste guerrier, che la donzella
    togliesti del serpente a gli empi morsi,
    s'accesi ne' tuo' altari umil facella,
    s'auro o incenso odorato unqua ti porsi,
    tu per lei prega, sí che fida ancella
    possa in ogni fortuna a te raccòrsi."
    Qui tacque; e 'l cor le si rinchiuse e strinse,
    e di pallida morte si dipinse.
    
29Io piangendo ti presi, e in breve cesta
    fuor ti portai, tra fiori e frondi ascosa;
    ti celai da ciascun, che né di questa
    diedi sospizion né d'altra cosa.
    Me n'andai sconosciuto; e per foresta
    caminando di piante orride ombrosa,
    vidi una tigre, che minaccie ed ire
    avea ne gli occhi, incontr'a me venire.
    
30Sovra un arbore i' salsi e te su l'erba
    lasciai, tanta paura il cor mi prese.
    Giunse l'orribil fèra, e la superba
    testa volgendo, in te lo sguardo intese.
    Mansuefece e raddolcio l'acerba
    vista con atto placido e cortese;
    lenta poi s'avicina e ti fa vezzi
    con la lingua, e tu ridi e l'accarezzi;
    
31ed ischerzando seco, al fero muso
    la pargoletta man secura stendi.
    Ti porge ella le mamme e, come è l'uso
    di nutrice, s'adatta, e tu le prendi.
    Intanto io miro timido e confuso,
    come uom faria novi prodigi orrendi.
    Poi che sazia ti vede omai la belva
    del suo latte, ella parte e si rinselva;
    
32ed io giú scendo e ti ricolgo, e torno
    là 've prima fur vòlti i passi miei,
    e preso in picciol borgo alfin soggiorno,
    celatamente ivi nutrir ti fei.
    Vi stetti insin che 'l sol correndo intorno
    portò a i mortali e diece mesi e sei.
    Tu con lingua di latte anco snodavi
    voci indistinte, e incerte orme segnavi.
    
33Ma sendo io colà giunto ove dechina
    l'etate omai cadente a la vecchiezza,
    ricco e sazio de l'or che la regina
    nel partir diemmi con regale ampiezza,
    da quella vita errante e peregrina
    ne la patria ridurmi ebbi vaghezza,
    e tra gli antichi amici in caro loco
    viver, temprando il verno al proprio foco.
    
34Partomi, e vèr l'Egitto onde son nato,
    te conducendo meco, il corso invio,
    e giungo ad un torrente, e riserrato
    quinci da i ladri son, quindi dal rio.
    Che debbo far? te, dolce peso amato,
    lasciar non voglio, e di campar desio.
    Mi gitto a nuoto, ed una man ne viene
    rompendo l'onda e te l'altra sostiene.
    
35Rapidissimo è il corso, e in mezzo l'onda
    in se medesma si ripiega e gira;
    ma, giunto ove piú volge e si profonda,
    in cerchio ella mi torce e giú mi tira.
    Ti lascio allor, ma t'alza e ti seconda
    l'acqua, e secondo a l'acqua il vento spira,
    e t'espon salva in su la molle arena;
    stanco, anelando, io poi vi giungo a pena.
    
36Lieto ti prendo; e poi la notte, quando
    tutte in alto silenzio eran le cose,
    vidi in sogno un guerrier che minacciando
    a me su 'l volto il ferro ignudo pose.
    Imperioso disse: 'Io ti comando
    ciò che la madre sua primier t'impose:
    che battezzi l'infante; ella è diletta
    del Cielo, e la sua cura a me s'aspetta.
    
37Io la guardo e difendo, io spirto diedi
    di pietate a le fère e mente a l'acque.
    Misero te s'al sogno tuo non credi,
    ch'è del Ciel messaggiero.' E qui si tacque.
    Svegliaimi e sorsi, e di là mossi i piedi
    come del giorno il primo raggio nacque;
    ma perché mia fé vera e l'ombre false
    stimai, di tuo battesmo non mi calse,
    
38né de i preghi materni; onde nudrita
    pagana fosti, e 'l vero a te celai.
    Crescesti, e in arme valorosa e ardita
    vincesti il sesso e la natura assai:
    fama e terre acquistasti, e qual tua vita
    sia stata poscia tu medesma il sai;
    e sai non men che servo insieme e padre
    io t'ho seguita fra guerriere squadre.
    
39Ier poi su l'alba, a la mia mente oppressa
    d'alta quiete e simile a la morte,
    nel sonno s'offerí l'imago stessa,
    ma in piú turbata vista e in suon piú forte:
    Ecco,' dicea 'fellon, l'ora s'appressa
    che dée cangiar Clorinda e vita e sorte:
    mia sarà mal tuo grado, e tuo fia il duolo.'
    Ciò disse, e poi n'andò per l'aria a volo.
    
40Or odi dunque tu che 'l Ciel minaccia
    a te, diletta mia, strani accidenti.
    Io non so; forse a lui vien che dispiaccia
    ch'altri impugni la fé de' suoi parenti.
    Forse è la vera fede. Ah! giú ti piaccia
    depor quest'arme e questi spirti ardenti."
    Qui tace e piagne; ed ella pensa e teme,
    ch'un altro simil sogno il cor le preme.
    
41Rasserenando il volto, al fin gli dice:
    "Quella fé seguirò che vera or parmi,
    che tu co 'l latte già de la nutrice
    sugger mi fèsti e che vuoi dubbia or farmi;
    né per temenza lascierò, né lice
    a magnanimo cor, l'impresa e l'armi,
    non se la morte nel piú fer sembiante
    che sgomenti i mortali avessi inante."
    
42Poscia il consola; e perché il tempo giunge
    ch'ella deve ad effetto il vanto porre,
    parte e con quel guerrier si ricongiunge
    che si vuol seco al gran periglio esporre.
    Con lor s'aduna Ismeno, e instiga e punge
    quella virtú che per se stessa corre;
    e lor porge di zolfo e di bitumi
    due palle, e 'n cavo rame ascosi lumi.
    
43Escon notturni e piani, e per lo colle
    uniti vanno a passo lungo e spesso,
    tanto che a quella parte ove s'estolle
    la machina nemica omai son presso.
    Lor s'infiamman gli spirti, e 'l cor ne bolle
    né può tutto capir dentro se stesso:
    gli invita al foco, al sangue, un fero sdegno.
    Grida la guardia, e lor dimanda il segno.
    
44Essi van cheti inanzi, onde la guarda
    "A l'arme! a l'arme!" in alto suon raddoppia;
    ma piú non si nasconde e non è tarda
    al corso allor la generosa coppia.
    In quel modo che fulmine o bombarda
    co 'l lampeggiar tuona in un punto e scoppia,
    movere ed arrivar, ferir lo stuolo,
    aprirlo e penetrar, fu un punto solo.
    
45E forza è pur che fra mill'arme e mille
    percosse il lor disegno al fin riesca.
    Scopriro i chiusi lumi, e le faville
    s'appreser tosto a l'accensibil esca,
    ch'a i legni poi l'avolse e compartille.
    Chi può dir come serpa e come cresca
    già da piú lati il foco? e come folto
    turbi il fumo a le stelle il puro volto?
    
46Vedi globi di fiamme oscure e miste
    fra le rote del fumo in ciel girarsi.
    Il vento soffia, e vigor fa ch'acquiste
    l'incendio e in un raccolga i fochi sparsi.
    Fère il gran lume con terror le viste
    de' Franchi, e tutti son presti ad armarsi.
    La mole immensa, e sí temuta in guerra,
    cade, e breve ora opre sí lunghe atterra.
    
47Due squadre de' cristiani intanto al loco
    dove sorge l'incendio accorron pronte.
    Minaccia Argante: "Io spegnerò quel foco
    co 'l vostro sangue", e volge lor la fronte.
    Pur ristretto a Clorinda, a poco a poco
    cede, e raccoglie i passi a sommo il monte.
    Cresce piú che torrente a lunga pioggia
    la turba, e li rincalza e con lor poggia.
    
48Aperta è l'Aurea porta, e quivi tratto
    è il re, ch'armato il popol suo circonda,
    per raccòrre i guerrier da sí gran fatto,
    quando al tornar fortuna abbian seconda.
    Saltano i due su 'l limitare, e ratto
    diretro ad essi il franco stuol v'inonda,
    ma l'urta e scaccia Solimano; e chiusa
    è poi la porta, e sol Clorinda esclusa.
    
49Sola esclusa ne fu perché in quell'ora
    ch'altri serrò le porte ella si mosse,
    e corse ardente e incrudelita fora
    a punir Arimon che la percosse.
    Punillo; e 'l fero Argante avisto ancora
    non s'era ch'ella sí trascorsa fosse,
    ché la pugna e la calca e l'aer denso
    a i cor togliea la cura, a gli occhi il senso.
    
50Ma poi che intepidí la mente irata
    nel sangue del nemico e in sé rivenne,
    vide chiuse le porte e intorniata
    sé da' nemici, e morta allor si tenne.
    Pur veggendo ch'alcuno in lei non guata,
    nov'arte di salvarsi le sovenne.
    Di lor gente s'infinge, e fra gli ignoti
    cheta s'avolge; e non è chi la noti.
    
51Poi, come lupo tacito s'imbosca
    dopo occulto misfatto, e si desvia,
    da la confusion, da l'aura fosca
    favorita e nascosa, ella se 'n gía.
    Solo Tancredi avien che lei conosca;
    egli quivi è sorgiunto alquanto pria;
    vi giunse allor ch'essa Arimon uccise:
    vide e segnolla, e dietro a lei si mise.
    
52Vuol ne l'armi provarla: un uom la stima
    degno a cui sua virtú si paragone.
    Va girando colei l'alpestre cima
    verso altra porta, ove d'entrar dispone.
    Segue egli impetuoso, onde assai prima
    che giunga, in guisa avien che d'armi suone,
    ch'ella si volge e grida: "O tu, che porte,
    che corri sí?" Risponde: "E guerra e morte."
    
53"Guerra e morte avrai;" disse "io non rifiuto
    darlati, se la cerchi", e ferma attende.
    Non vuol Tancredi, che pedon veduto
    ha il suo nemico, usar cavallo, e scende.
    E impugna l'uno e l'altro il ferro acuto,
    ed aguzza l'orgoglio e l'ire accende;
    e vansi a ritrovar non altrimenti
    che duo tori gelosi e d'ira ardenti.
    
54Degne d'un chiaro sol, degne d'un pieno
    teatro, opre sarian sí memorande.
    Notte, che nel profondo oscuro seno
    chiudesti e ne l'oblio fatto sí grande,
    piacciati ch'io ne 'l tragga e 'n bel sereno
    a le future età lo spieghi e mande.
    Viva la fama loro; e tra lor gloria
    splenda del fosco tuo l'alta memoria.
    
55Non schivar, non parar, non ritirarsi
    voglion costor, né qui destrezza ha parte.
    Non danno i colpi or finti, or pieni, or scarsi:
    toglie l'ombra e 'l furor l'uso de l'arte.
    Odi le spade orribilmente urtarsi
    a mezzo il ferro, il piè d'orma non parte;
    sempre è il piè fermo e la man sempre 'n moto,
    né scende taglio in van, né punta a vòto.
    
56L'onta irrita lo sdegno a la vendetta,
    e la vendetta poi l'onta rinova;
    onde sempre al ferir, sempre a la fretta
    stimol novo s'aggiunge e cagion nova.
    D'or in or piú si mesce e piú ristretta
    si fa la pugna, e spada oprar non giova:
    dansi co' pomi, e infelloniti e crudi
    cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.
    
57Tre volte il cavalier la donna stringe
    con le robuste braccia, ed altrettante
    da que' nodi tenaci ella si scinge,
    nodi di fer nemico e non d'amante.
    Tornano al ferro, e l'uno e l'altro il tinge
    con molte piaghe; e stanco ed anelante
    e questi e quegli al fin pur si ritira,
    e dopo lungo faticar respira.
    
58L'un l'altro guarda, e del suo corpo essangue
    su 'l pomo de la spada appoggia il peso.
    Già de l'ultima stella il raggio langue
    al primo albor ch'è in oriente acceso.
    Vede Tancredi in maggior copia il sangue
    del suo nemico, e sé non tanto offeso.
    Ne gode e superbisce. Oh nostra folle
    mente ch'ogn'aura di fortuna estolle!
    
59Misero, di che godi? oh quanto mesti
    fiano i trionfi ed infelice il vanto!
    Gli occhi tuoi pagheran (se in vita resti)
    di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.
    Cosí tacendo e rimirando, questi
    sanguinosi guerrier cessaro alquanto.
    Ruppe il silenzio al fin Tancredi e disse,
    perché il suo nome a lui l'altro scoprisse:
    
60"Nostra sventura è ben che qui s'impieghi
    tanto valor, dove silenzio il copra.
    Ma poi che sorte rea vien che ci neghi
    e lode e testimon degno de l'opra,
    pregoti (se fra l'arme han loco i preghi)
    che 'l tuo nome e 'l tuo stato a me tu scopra,
    acciò ch'io sappia, o vinto o vincitore,
    chi la mia morte o la vittoria onore."
    
61Risponde la feroce: "Indarno chiedi
    quel c'ho per uso di non far palese.
    Ma chiunque io mi sia, tu inanzi vedi
    un di quei due che la gran torre accese."
    Arse di sdegno a quel parlar Tancredi,
    e: "In mal punto il dicesti"; indi riprese
    "il tuo dir e 'l tacer di par m'alletta,
    barbaro discortese, a la vendetta."
    
62Torna l'ira ne' cori, e li trasporta,
    benché debili in guerra. Oh fera pugna,
    u' l'arte in bando, u' già la forza è morta,
    ove, in vece, d'entrambi il furor pugna!
    Oh che sanguigna e spaziosa porta
    fa l'una e l'altra spada, ovunque giugna,
    ne l'arme e ne le carni! e se la vita
    non esce, sdegno tienla al petto unita.
    
63Qual l'alto Egeo, perché Aquilone o Noto
    cessi, che tutto prima il volse e scosse,
    non s'accheta ei però, ma 'l suono e 'l moto
    ritien de l'onde anco agitate e grosse,
    tal, se ben manca in lor co 'l sangue vòto
    quel vigor che le braccia a i colpi mosse,
    serbano ancor l'impeto primo, e vanno
    da quel sospinti a giunger danno a danno.
    
64Ma ecco omai l'ora fatale è giunta
    che 'l viver di Clorinda al suo fin deve.
    Spinge egli il ferro nel bel sen di punta
    che vi s'immerge e 'l sangue avido beve;
    e la veste, che d'or vago trapunta
    le mammelle stringea tenera e leve,
    l'empie d'un caldo fiume. Ella già sente
    morirsi, e 'l piè le manca egro e languente.
    
65Segue egli la vittoria, e la trafitta
    vergine minacciando incalza e preme.
    Ella, mentre cadea, la voce afflitta
    movendo, disse le parole estreme;
    parole ch'a lei novo un spirto ditta,
    spirto di fé, di carità, di speme:
    virtú ch'or Dio le infonde, e se rubella
    in vita fu, la vuole in morte ancella.
    
66"Amico, hai vinto: io ti perdon... perdona
    tu ancora, al corpo no, che nulla pave,
    a l'alma sí; deh! per lei prega, e dona
    battesmo a me ch'ogni mia colpa lave."
    In queste voci languide risuona
    un non so che di flebile e soave
    ch'al cor gli scende ed ogni sdegno ammorza,
    e gli occhi a lagrimar gli invoglia e sforza.
    
67Poco quindi lontan nel sen del monte
    scaturia mormorando un picciol rio.
    Egli v'accorse e l'elmo empié nel fonte,
    e tornò mesto al grande ufficio e pio.
    Tremar sentí la man, mentre la fronte
    non conosciuta ancor sciolse e scoprio.
    La vide, la conobbe, e restò senza
    e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!
    
68Non morí già, ché sue virtuti accolse
    tutte in quel punto e in guardia al cor le mise,
    e premendo il suo affanno a dar si volse
    vita con l'acqua a chi co 'l ferro uccise.
    Mentre egli il suon de' sacri detti sciolse,
    colei di gioia trasmutossi, e rise;
    e in atto di morir lieto e vivace,
    dir parea: "S'apre il cielo; io vado in pace."
    
69D'un bel pallore ha il bianco volto asperso,
    come a' gigli sarian miste viole,
    e gli occhi al cielo affisa, e in lei converso
    sembra per la pietate il cielo e 'l sole;
    e la man nuda e fredda alzando verso
    il cavaliero in vece di parole
    gli dà pegno di pace. In questa forma
    passa la bella donna, e par che dorma.
    
70Come l'alma gentile uscita ei vede,
    rallenta quel vigor ch'avea raccolto;
    e l'imperio di sé libero cede
    al duol già fatto impetuoso e stolto,
    ch'al cor si stringe e, chiusa in breve sede
    la vita, empie di morte i sensi e 'l volto.
    Già simile a l'estinto il vivo langue
    al colore, al silenzio, a gli atti, al sangue.
    
71E ben la vita sua sdegnosa e schiva,
    spezzando a forza il suo ritegno frale,
    la bella anima sciolta al fin seguiva,
    che poco inanzi a lei spiegava l'ale;
    ma quivi stuol de' Franchi a caso arriva,
    cui trae bisogno d'acqua o d'altro tale,
    e con la donna il cavalier ne porta,
    in sé mal vivo e morto in lei ch'è morta.
    
72Però che 'l duce loro ancor discosto
    conosce a l'arme il principe cristiano,
    onde v'accorre, e poi ravisa tosto
    la vaga estinta, e duolsi al caso strano.
    E già lasciar non volle a i lupi esposto
    il bel corpo che stima ancor pagano,
    ma sovra l'altrui braccia ambi li pone,
    e ne vien di Tancredi al padiglione.
    
73A fatto ancor nel piano e lento moto
    non si risente il cavalier ferito;
    pur fievolmente geme, e quinci è noto
    che 'l suo corso vital non è fornito.
    Ma l'altro corpo tacito ed immoto
    dimostra ben che n'è lo spirto uscito.
    Cosí portati, è l'uno e l'altro appresso;
    ma in differente stanza al fine è messo.
    
74I pietosi scudier già sono intorno
    con vari uffici al cavalier giacente,
    e già se 'n riede a i languidi occhi il giorno,
    e le mediche mani e i detti ei sente;
    ma pur dubbiosa ancor del suo ritorno,
    non s'assecura attonita la mente.
    Stupido intorno ei guarda, e i servi e 'l loco
    al fin conosce; e dice afflitto e fioco:
    
75"Io vivo? io spiro ancora? e gli odiosi
    rai miro ancor di questo infausto die?
    Dí testimon de' miei misfatti ascosi,
    che rimprovera a me le colpe mie!
    Ahi! man timida e lenta, or ché non osi,
    tu che sai tutte del ferir le vie,
    tu, ministra di morte empia ed infame,
    di questa vita rea troncar lo stame?
    
76Passa pur questo petto, e feri scempi
    co 'l ferro tuo crudel fa' del mio core;
    ma forse, usata a' fatti atroci ed empi,
    stimi pietà dar morte al mio dolore.
    Dunque i' vivrò tra memorandi essempi
    misero mostro d'infelice amore:
    misero mostro, a cui sol pena è degna
    de l'immensa impietà la vita indegna.
    
77Vivrò fra i miei tormenti e le mie cure,
    mie giuste furie, forsennato, errante;
    paventarò l'ombre solinghe e scure
    che 'l primo error mi recheranno inante,
    e del sol che scoprí le mie sventure,
    a schivo ed in orrore avrò il sembiante.
    Temerò me medesmo; e da me stesso
    sempre fuggendo, avrò me sempre appresso.
    
78Ma dove, oh lasso me!, dove restaro
    le reliquie del corpo e bello e casto?
    Ciò ch'in lui sano i miei furor lasciaro,
    dal furor de le fère è forse guasto.
    Ahi troppo nobil preda! ahi dolce e caro
    troppo e pur troppo prezioso pasto!
    ahi sfortunato! in cui l'ombre e le selve
    irritaron me prima e poi le belve.
    
79Io pur verrò là dove sète; e voi
    meco avrò, s'anco sète, amate spoglie.
    Ma s'egli avien che i vaghi membri suoi
    stati sian cibo di ferine voglie,
    vuo' che la bocca stessa anco me ingoi,
    e 'l ventre chiuda me che lor raccoglie:
    onorata per me tomba e felice,
    ovunque sia, s'esser con lor mi lice."
    
80Cosí parla quel misero, e gli è detto
    ch'ivi quel corpo avean per cui si dole:
    rischiarar parve il tenebroso aspetto,
    qual le nube un balen che passe e vóle;
    e da i riposi sollevò del letto
    l'inferma de le membra e tarda mole;
    e traendo a gran pena il fianco lasso,
    colà rivolse vacillando il passo.
    
81Ma come giunse, e vide in quel bel seno,
    opera di sua man, l'empia ferita,
    e quasi un ciel notturno anco sereno
    senza splendor la faccia scolorita,
    tremò cosí che ne cadea, se meno
    era vicina la fedele aita.
    Poi disse: "Oh viso che poi far la morte
    dolce, ma raddolcir non puoi mia sorte!
    
82Oh bella destra che 'l soave pegno
    d'amicizia e di pace a me porgesti!
    quali or, lasso!, vi trovo? e qual ne vegno?
    E voi, leggiadre membra, or non son questi
    del mio ferino e scelerato sdegno
    vestigi miserabili e funesti?
    Oh di par con la man luci spietate:
    essa le piaghe fe', voi le mirate.
    
83Asciutte le mirate? or corra, dove
    nega d'andare il pianto, il sangue mio."
    Qui tronca le parole, e come il move
    suo disperato di morir desio,
    squarcia le fasce e le ferite, e piove
    da le sue piaghe essacerbate un rio;
    e s'uccidea, ma quella doglia acerba,
    co 'l trarlo di se stesso, in vita il serba.
    
84Posto su 'l letto, e l'anima fugace
    fu richiamata a gli odiosi uffici.
    Ma la garrula fama omai non tace
    l'aspre sue angoscie e i suoi casi infelici.
    Vi tragge il pio Goffredo, e la verace
    turba v'accorre de' piú degni amici.
    Ma né grave ammonir, né pregar dolce
    l'ostinato de l'alma affanno molce.
    
85Qual in membro gentil piaga mortale
    tocca s'inaspra e in lei cresce il dolore,
    tal da i dolci conforti in sí gran male
    piú inacerbisce medicato il core.
    Ma il venerabil Piero, a cui ne cale
    come d'agnella inferma al buon pastore,
    con parole gravissime ripiglia
    il vaneggiar suo lungo, e lui consiglia:
    
86"O Tancredi, Tancredi, o da te stesso
    troppo diverso e da i princípi tuoi,
    chi sí t'assorda? e qual nuvol sí spesso
    di cecità fa che veder non puoi?
    Questa sciagura tua del Cielo è un messo;
    non vedi lui? non odi i detti suoi?
    che ti sgrida, e richiama a la smarrita
    strada che pria segnasti e te l'addita?
    
87A gli atti del primiero ufficio degno
    di cavalier di Cristo ei ti rappella,
    che lasciasti per farti (ahi cambio indegno!)
    drudo d'una fanciuila a Dio rubella.
    Seconda aversità, pietoso sdegno
    con leve sferza di là su flagella
    tua folle colpa, e fa di tua salute
    te medesmo ministro; e tu 'l rifiute?
    
88Rifiuti dunque, ahi sconoscente!, il dono
    del Ciel salubre e 'ncontra lui t'adiri?
    Misero, dove corri in abbandono
    a i tuoi sfrenati e rapidi martíri?
    Sei giunto, e pendi già cadente e prono
    su 'l precipizio eterno; e tu no 'l miri?
    Miralo, prego, e te raccogli, e frena
    quel dolor ch'a morir doppio ti mena."
    
89Tace, e in colui de l'un morir la tema
    poté de l'altro intepidir la voglia.
    Nel cor dà loco a que' conforti, e scema
    l'impeto interno de l'interna doglia,
    ma non cosí che ad or ad or non gema
    e che la lingua a lamentar non scioglia,
    ora seco parlando, or con la sciolta
    anima che dal Ciel forse l'ascolta.
    
90Lei nel partir, lei nel tornar del sole
    chiama con voce stanca, e prega e plora,
    come usignuol cui 'l villan duro invole
    dal nido i figli non pennuti ancora,
    che in miserabil canto afflitte e sole
    piange le notti, e n'empie i boschi e l'òra.
    Al fin co 'l novo dí rinchiude alquanto
    i lumi, e 'l sonno in lor serpe fra 'l pianto.
    
91Ed ecco in sogno di stellata veste
    cinta gli appar la sospirata amica:
    bella assai piú, ma lo splendor celeste
    orna e non toglie la notizia antica;
    e con dolce atto di pietà le meste
    luci par che gli asciughi, e cosí dica:
    "Mira come son bella e come lieta,
    fedel mio caro, e in me tuo duolo acqueta.
    
92Tale i' son, tua mercé: tu me da i vivi
    del mortal mondo, per error, togliesti;
    tu in grembo a Dio fra gli immortali e divi,
    per pietà, di salir degna mi fèsti.
    Quivi io beata amando godo, e quivi
    spero che per te loco anco s'appresti,
    ove al gran Sole e ne l'eterno die
    vagheggiarai le sue bellezze e mie.
    
93Se tu medesmo non t'invidii il Cielo
    e non travii co 'l vaneggiar de' sensi,
    vivi e sappi ch'io t'amo, e non te 'l celo,
    quanto piú creatura amar conviensi."
    Cosí dicendo, fiammeggiò di zelo
    per gli occhi, fuor del mortal uso accensi;
    poi nel profondo de' suoi rai si chiuse
    e sparve, e novo in lui conforto infuse.
    
94Consolato ei si desta e si rimette
    de' medicanti a la discreta aita,
    e intanto sepellir fa le dilette
    membra ch'informò già la nobil vita.
    E se non fu di ricche pietre elette
    la tomba e da man dedala scolpita,
    fu scelto almeno il sasso, e chi gli diede
    figura, quanto il tempo ivi concede.
    
95Quivi da faci in lungo ordine accese
    con nobil pompa accompagnar la feo,
    e le sue arme, a un nudo pin sospese,
    vi spiegò sovra in forma di trofeo.
    Ma come prima alzar le membra offese
    nel dí seguente il cavalier poteo,
    di riverenza pieno e di pietate
    visitò le sepolte ossa onorate.
    
96Giunto a la tomba, ove al suo spirto vivo
    dolorosa prigione il Ciel prescrisse,
    pallido, freddo, muto, e quasi privo
    di movimento, al marmo gli occhi affisse.
    Al fin, sgorgando un lagrimoso rivo,
    in un languido: "oimè!" proruppe, e disse:
    "O sasso amato ed onorato tanto,
    che dentro hai le mie fiamme e fuori il pianto,
    
97non di morte sei tu, ma di vivaci
    ceneri albergo, ove è riposto Amore;
    e ben sento io da te l'usate faci,
    men dolci sí, ma non men calde al core.
    Deh! prendi i miei sospiri, e questi baci
    prendi ch'io bagno di doglioso umore;
    e dalli tu, poi ch'io non posso, almeno
    a le amate reliquie c'hai nel seno.
    
98Dalli lor tu, ché se mai gli occhi gira
    l'anima bella a le sue belle spoglie,
    tua pietate e mio ardir non avrà in ira,
    ch'odio o sdegno là su non si raccoglie.
    Perdona ella il mio fallo, e sol respira
    in questa speme il cor fra tante doglie.
    Sa ch'empia è sol la mano; e non l'è noia
    che, s'amando lei vissi, amando moia.
    
99Ed amando morrò: felice giorno,
    quando che sia; ma piú felice molto
    se come errando or vado a te d'intorno,
    allor sarò dentro al tuo grembo accolto.
    Faccian l'anime amiche in Ciel soggiorno,
    sia l'un cenere e l'altro in un sepolto;
    ciò che 'l viver non ebbe, abbia la morte.
    Oh se sperar ciò lice, altera sorte!"
    
100Confusamente si bisbiglia intanto
    del caso reo ne la rinchiusa terra.
    Poi s'accerta e divulga, e in ogni canto
    de la città smarrita il romor erra
    misto di gridi e di femineo pianto;
    non altramente che se presa in guerra
    tutta ruini, e 'l foco e i nemici empi
    volino per le case e per li tèmpi.
    
101Ma tutti gli occhi Arsete in sé rivolve,
    miserabil di gemito e d'aspetto.
    Ei come gli altri in lagrime non solve
    il duol, ché troppo è d'indurato affetto;
    ma i bianchi crini suoi d'immonda polve
    si sparge e brutta, e fiede il volto e 'l petto.
    Or mentre in lui vòlte le turbe sono,
    va in mezzo Argante e parla in cotal suono:
    
102"Ben volev'io, quando primier m'accorsi
    che fuor si rimanea la donna forte,
    seguirla immantinente; e ratto corsi
    per correr seco una medesma sorte.
    Che non feci o non dissi? o quai non porsi
    preghiere al re che fèsse aprir le porte?
    Ei me pregante, e contendente invano,
    con l'imperio affrenò c'ha qui soprano,
    
103Ahi! che s'io allora usciva, o dal periglio
    qui ricondotta la guerriera avrei,
    o chiusi, ov'ella il terren fe' vermiglio,
    con memorabil fine i giorni miei.
    Ma che potevo io piú? parve al consiglio
    de gli uomini altramente e de gli dèi:
    ella morí di fatal morte, ed io
    quant'or conviensi a me già non oblio.
    
104Odi, Gierusalem, ciò che prometta
    Argante; odi 'l tu, Cielo; e se in ciò manco,
    fulmina su 'l mio capo: io la vendetta
    giuro di far ne l'omicida franco,
    che per la costei morte a me s'aspetta,
    né questa spada mai depor dal fianco
    insin ch'ella a Tancredi il cor non passi
    e 'l cadavero infame a i corvi lassi."
    
105Cosí disse egli, e l'aure popolari
    con applauso seguír le voci estreme;
    e imaginando sol, temprò gli amari
    l'aspettata vendetta in quel che geme.
    Oh vani giuramenti! ecco contrari
    seguir tosto gli effetti a l'alta speme,
    e cader questi in tenzon pari estinto
    sotto colui ch'ei fa già preso e vinto.

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