Gerusalemme liberata/Canto ottavo

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1 Già cheti erano i tuoni e le tempeste
    e cessato il soffiar d'Austro e di Coro,
    e l'alba uscia de la magion celeste
    con la fronte di rose e co' piè d'oro.
    Maquei che le procelle avean già deste
    non rimaneansi ancor da l'arti loro,
    anzi l'un d'essi, ch'Astragorre è detto,
    cosí parlava a la compagna Aletto:
    
2 "Mira, Aletto, venirne (ed impedito
    esser non può da noi) quel cavaliero
    che da le fere mani è vivo uscito
    del sovran difensor del nostro impero.
    Questi, narrando del suo duce ardito
    e de' compagni a i Franchi il caso fero,
    paleserà gran cose; onde è periglio
    che si richiami di Bertoldo il figlio.
    
3 Sai quanto ciò rilevi e se conviene
    a i gran princípi oppor forza ed inganno.
    Scendi tra i Franchi adunque, e ciò ch'a bene
    colui dirà tutto rivolgi in danno:
    spargi le fiamme e 'l tòsco entro le vene
    del Latin, de l'Elvezio e del Britanno,
    movi l'ire e i tumulti a fa' tal opra
    che tutto vada il campo al fin sossopra.
    
4 L'opra è degna di te, tu nobil vanto
    te'n désti già dinanzi al signor nostro."
    Cosí le parla, e basta ben sol tanto
    perché prenda l'impresa il fero mostro.
    Giunto è su 'l vallo dei cristiani intanto
    quel cavaliero il cui venir fu mostro,
    e disse lor: "Deh, sia chi m'introduca
    per mercede, o guerrieri, al sommo duca."
    
5 Molti scorta gli furo al capitano,
    vaghi d'udir del peregrin novelle.
    Egli inchinollo, e l'onorata mano
    volea baciar che fa tremar Babelle;
    "Signor," poi dice "che con l'oceano
    termini la tua fama e con le stelle,
    venirne a te vorrei piú lieto messo."
    Qui sospirava, e soggiungeva appresso:
    
6 "Sveno, del re de' Dani unico figlio,
    gloria e sostegno a la cadente etade,
    esser tra quei bramò che 'l tuo consiglio
    seguendo han cinto per Giesú le spade;
    nétimor di fatica o di periglio,
    névaghezza del regno, né pietade
    del vecchio genitor, sí degno affetto
    intepidír nel generoso petto.
    
7 Lo spingeva un desio d'apprender l'arte
    dela milizia faticosa e dura
    date, sí nobil mastro, e sentia in parte
    sdegno e vergogna di sua fama oscura,
    già di Rinaldo il nome in ogni parte
    con gloria udendo in verdi anni matura;
    mapiú ch'altra cagione, il mosse il zelo
    non del terren ma de l'onor del Cielo.
    
8 Precipitò dunque gli indugi, e tolse
    stuol di scelti compagni audace e fero,
    e dritto invèr la Tracia il camin volse
    a la città che sede è de l'impero.
    Qui il greco Augusto in sua magion l'accolse,
    qui poi giunse in tuo nome un messaggiero.
    Questi a pien gli narrò come già presa
    fosse Antiochia, e come poi difesa;
    
9 difesa incontra al Perso, il qual con tanti
    uomini armati ad assediarvi mosse,
    che sembrava che d'arme e d'abitanti
    vòto il gran regno suo rimaso fosse.
    Dite gli disse, e poi narrò d'alquanti
    sin ch'a Rinaldo giunse, e qui fermosse;
    contò l'ardita fuga, e ciò che poi
    fatto di glorioso avea tra voi.
    
10 Soggiunse al fin come già il popol franco
    veniva a dar l'assalto a queste porte;
    e invitò lui ch'egli volesse almanco
    del'ultima vittoria esser consorte.
    Questo parlare al giovenetto fianco
    del fero Sveno è stimolo sí forte,
    ch'ogn'ora un lustro pargli infra pagani
    rotar il ferro e insanguinar le mani.
    
11 Par che la sua viltà rimproverarsi
    senta ne l'altrui gloria, e se ne rode;
    e ch'il consiglia e ch'il prega a fermarsi,
    o che non l'essaudisce o che non l'ode.
    Rischio non teme, fuor che 'l non trovarsi
    de' tuoi gran rischi a parte e di tua lode;
    questo gli sembra sol periglio grave,
    degli altri o nulla intende o nulla pave.
    
12 Egli medesmo sua fortuna affretta,
    fortuna che noi tragge e lui conduce,
    però ch'a pena al suo partire aspetta
    i primi rai de la novella luce.
    È per miglior la via piú breve eletta;
    tale ei la stima, ch'è signor e duce,
    néi passi piú difficili o i paesi
    schivar si cerca de' nemici offesi.
    
13 Or difetto di cibo, or camin duro
    trovammo, or violenza ed or aguati;
    matutti fur vinti i disagi, e furo
    oruccisi i nemici ed or fugati.
    Fatto avean ne' perigli ogn'uom securo
    levittorie e insolenti i fortunati,
    quando un dí ci accampammo ove i confini
    non lunge erano omai de' Palestini.
    
14 Quivi da i precursori a noi vien detto
    ch'alto strepito d'arme avean sentito,
    e viste insegne e indizi onde han sospetto
    che sia vicino essercito infinito.
    Non pensier, non color, non cangia aspetto,
    non muta voce il signor nostro ardito,
    benché molti vi sian ch'al fero aviso
    tingan di bianca pallidezza il viso.
    
15 Ma dice: `Oh quale omai vicina abbiamo
    corona o di martirio o di vittoria!
    L'una spero io ben piú, ma non men bramo
    l'altra ove è maggior merto e pari gloria.
    Questo campo, o fratelli, ove or noi siamo,
    fia tempio sacro ad immortal memoria,
    incui l'età futura additi e mostri
    lenostre sepolture e i trofei nostri.'
    
16 Cosí parla, e le guardie indi dispone
    e gli uffici comparte e la fatica.
    Vuol ch'armato ognun giaccia, e non depone
    eimedesmo gli arnesi o la lorica.
    Era la notte ancor ne la stagione
    ch'è piú del sonno e del silenzio amica,
    allor che d'urli barbareschi udissi
    romor che giunse al cielo ed a gli abissi.
    
17 Si grida `A l'armi! a l'armi!', e Sveno involto
    nel'armi inanzi a tutti oltre si spinge,
    e magnanimamente i lumi e 'l volto
    dicolor d'ardimento infiamma e tinge.
    Ecco siamo assaliti, e un cerchio folto
    datutti i lati ne circonda e stringe,
    e intorno un bosco abbiam d'aste e di spade
    e sovra noi di strali un nembo cade.
    
18 Ne la pugna inegual (però che venti
    gli assalitori sono incontra ad uno)
    molti d'essi piagati e molti spenti
    son da cieche ferite a l'aer bruno;
    mail numero de gli egri e de' cadenti
    fra l'ombre oscure non discerne alcuno:
    copre la notte i nostri danni, e l'opre
    dela nostra virtute insieme copre.
    
19 Pur sí fra gli altri Sveno alza la fronte
    ch'agevol cosa è che veder si possa,
    e nel buio le prove anco son conte
    a chi vi mira, e l'incredibil possa.
    Disangue un rio, d'uomini uccisi un monte
    d'ogni intorno gli fanno argine e fossa;
    e dovunque ne va, sembra che porte
    lospavento ne gli occhi, e in man la morte.
    
20 Cosí pugnato fu sin che l'albore
    rosseggiando nel ciel già n'apparia.
    Mapoi che scosso fu il notturno orrore
    che l'orror de le morti in sé copria,
    ladesiata luce a noi terrore
    con vista accrebbe dolorosa e ria,
    ché pien d'estinti il campo e quasi tutta
    nostra gente vedemmo omai destrutta.
    
21 Duomila fummo, e non siam cento. Or quando
    tanto sangue egli mira e tante morti,
    non so se 'l cuor feroce al miserando
    spettacolo si turbi e si sconforti;
    magià no 'l mostra, anzi la voce alzando:
    `Seguiam' ne grida `que' compagni forti
    ch'al Ciel lunge da i laghi averni e stigi
    n'han segnati co 'l sangue alti vestigi.'
    
22 Disse, e lieto (credo io) de la vicina
    morte cosí nel cor come al sembiante,
    incontra alla barbarica ruina
    portonne il petto intrepido e costante.
    Tempra non sosterrebbe, ancor che fina
    fosse e d'acciaio no, ma di diamante,
    i feri colpi, onde egli il campo allaga,
    e fatto è il corpo suo solo una piaga.
    
23 La vita no, ma la virtú sostenta
    quel cadavero indomito e feroce.
    Ripercote percosso e non s'allenta,
    maquanto offeso è piú tanto piú noce.
    Quando ecco furiando a lui s'aventa
    uom grande, c'ha sembiante e guardo atroce;
    e dopo lunga ed ostinata guerra,
    con l'aita di molti al fin l'atterra.
    
24 Cade il garzone invitto (ahi caso amaro!),
    név'è fra noi chi vendicare il possa.
    Voi chiamo in testimonio, o del mio caro
    signor sangue ben sparso e nobil ossa,
    ch'allor non fui de la mia vita avaro,
    néschivai ferro né schivai percossa;
    e se piaciuto pur fosse là sopra
    ch'io vi morissi, il meritai con l'opra.
    
25 Fra gli estinti compagni io sol cadei
    vivo, né vivo forse è chi mi pensi;
    néde' nemici piú cosa saprei
    ridir, sí tutti avea sopiti i sensi.
    Mapoi che tornò il lume a gli occhi miei,
    ch'eran d'atra caligine condensi,
    notte mi parve, ed a lo sguardo fioco
    s'offerse il vacillar d'un picciol foco.
    
26 Non rimaneva in me tanta virtude
    ch'a discerner le cose io fossi presto,
    mavedea come quei ch'or apre or chiude
    gli occhi, mezzo tra 'l sonno e l'esser desto;
    e 'l duolo omai de le ferite crude
    piú cominciava a farmisi molesto,
    ché l'inaspria l'aura notturna e 'l gelo
    interra nuda e sotto aperto cielo.
    
27 Piú e piú ognor s'avicinava intanto
    quel lume e insieme un tacito bisbiglio,
    sích'a me giunse e mi si pose a canto.
    Alzo allor, bench'a pena, il debil ciglio
    e veggio due vestiti in lungo manto
    tener due faci, e dirmi sento: `O figlio,
    confida in quel Signor ch'a' pii soviene,
    e con la grazia i preghi altrui previene.'
    
28 In tal guisa parlommi: indi la mano
    benedicendo sovra me distese;
    e susurrò con suon devoto e piano
    voci allor poco udite e meno intese.
    `Sorgi', poi disse; ed io leggiero e sano
    sorgo, e non sento le nemiche offese
    (oh miracol gentile!), anzi mi sembra
    piene di vigor novo aver le membra.
    
29 Stupido lor riguardo, e non ben crede
    l'anima sbigottita il certo e il vero;
    onde l'un d'essi a me: `Di poca fede,
    che dubbii? o che vaneggia il tuo pensiero?
    Verace corpo è quel che 'n noi si vede:
    servi siam di Giesú, che 'l lusinghiero
    mondo e 'l suo falso dolce abbiam fuggito,
    e qui viviamo in loco erto e romito.
    
30 Me per ministro a tua salute eletto
    haquel Signor che 'n ogni parte regna,
    ché per ignobil mezzo oprar effetto
    meraviglioso ed alto egli non sdegna,
    némen vorrà che sí resti negletto
    quel corpo in cui già visse alma sí degna,
    loqual con essa ancor, lucido e leve
    e immortal fatto, riunir si deve.
    
31 Dico il corpo di Sveno a cui fia data
    tomba, a tanto valor conveniente,
    laqual a dito mostra ed onorata
    ancor sarà da la futura gente.
    Maleva omai gli occhi a le stelle, e guata
    làsplender quella, come un sol lucente;
    questa co' vivi raggi or ti conduce
    làdove è il corpo del tuo nobil duce.'
    
32 Allor vegg'io che da la bella face,
    anzi dal sol notturno, un raggio scende
    che dritto là dove il gran corpo giace,
    quasi aureo tratto di pennel, si stende;
    e sovra lui tal lume e tanto face
    ch'ogni sua piaga ne sfavilla e splende,
    e subito da me si raffigura
    nela sanguigna orribile mistura.
    
33 Giacea, prono non già, ma come vòlto
    ebbe sempre a le stelle il suo desire,
    dritto ei teneva inverso il cielo il volto
    inguisa d'uom che pur là suso aspire.
    Chiusa la destra e 'l pugno avea raccolto
    e stretto il ferro, e in atto è di ferire;
    l'altra su 'l petto in modo umile e pio
    siposa, e par che perdon chieggia a Dio.
    
34 Mentre io le piaghe sue lavo co 'l pianto,
    néperò sfogo il duol che l'alma accora,
    gli aprí la chiusa destra il vecchio santo,
    e 'l ferro che stringea trattone fora:
    `Questa' a me disse `ch'oggi sparso ha tanto
    sangue nemico, e n'è vermiglia ancora,
    è come sai perfetta, e non è forse
    altra spada che debba a lei preporse.
    
35 Onde piace là su che, s'or la parte
    dal suo primo signor acerba morte,
    oziosa non resti in questa parte,
    madi man passi in mano ardita e forte
    che l'usi poi con egual forza ed arte,
    mapiú lunga stagion con lieta sorte;
    e con lei faccia, perché a lei s'aspetta,
    dichi Sveno le uccise aspra vendetta.
    
36 Soliman Sveno uccise, e Solimano
    dée per la spada sua restarne ucciso.
    Prendila dunque, e vanne ov'il cristiano
    campo fia intorno a l'alte mura assiso;
    e non temer che nel paese estrano
    tisia il sentier di novo anco preciso,
    ché t'agevolerà per l'aspra via
    l'alta destra di Lui ch'or là t'invia.
    
37 Quivi Egli vuol che da cotesta voce,
    che viva in te servò, si manifesti
    lapietate, il valor, l'ardir feroce
    che nel diletto tuo signor vedesti,
    perché a segnar de la purpurea Croce
    l'arme con tale essempio altri si desti,
    edora e dopo un corso anco di lustri
    infiammati ne sian gli animi illustri.
    
38 Resta che sappia tu chi sia colui
    che deve de la spada esser erede.
    Questi è Rinaldo, il giovenetto a cui
    ilpregio di fortezza ogn'altro cede.
    A lui la porgi, e di' che sol da lui
    l'alta vedetta il Cielo e 'l mondo chiede.'
    Ormentre io le sue voci intento ascolto,
    fui da miracol novo a sé rivolto,
    
39 ché là dove il cadavero giacea
    ebbi improviso un gran sepolcro scorto,
    che sorgendo rinchiuso in sé l'avea,
    come non so né con qual arte sorto;
    e in brevi note altrui vi si sponea
    ilnome e la virtú del guerrier morto.
    Ionon sapea da tal vista levarmi,
    mirando ora le lettre ed ora i marmi.
    
40 `Qui' disse il vecchio `appresso a i fidi amici
    giacerà del tuo duce il corpo ascoso,
    mentre gli spirti amando in Ciel felici
    godon perpetuo bene e glorioso.
    Matu co 'l pianto omai gli estremi uffici
    pagato hai loro, e tempo è di riposo.
    Oste mio ne sarai sin ch'al viaggio
    matutin ti risvegli il novo raggio.'
    
41 Tacque, e per lochi ora sublimi or cupi
    miscòrse onde a gran pena il fianco trassi,
    sin ch'ove pende da selvaggie rupi
    cava spelonca raccogliemmo i passi.
    Questo è il suo albergo: ivi fra gli orsi e i lupi
    co'l discepolo suo securo stassi,
    ché difesa miglior ch'usbergo e scudo
    è la santa innocenza al petto ignudo.
    
42 Silvestre cibo e duro letto porse
    quivi a le membra mie posa e ristoro.
    Mapoi ch'accesi in oriente scorse
    i raggi del mattin purpurei e d'oro,
    vigilante ad orar subito sorse
    l'uno e l'altro eremita, ed io con loro.
    Dal santo vecchio poi congedo tolsi
    e qui, dov'egli consigliò, mi volsi."
    
43 Qui si tacque il tedesco, e gli rispose
    ilpio Buglione: "O cavalier, tu porte
    dure novelle al campo e dolorose
    onde a ragion si turbi e si sconforte,
    poi che genti sí amiche e valorose
    breve ora ha tolte e poca terra absorte,
    e in guisa d'un baleno il signor vostro
    s'è in un sol punto dileguato e mostro.
    
44 Ma che? felice è cotal morte e scempio
    via piú ch'acquisto di provincie e d'oro,
    nédar l'antico Campidoglio essempio
    d'alcun può mai sí glorioso alloro.
    Essi del ciel nel luminoso tempio
    han corona immortal del vincer loro:
    ivi credo io che le sue belle piaghe
    ciascun lieto dimostri e se n'appaghe.
    
45 Ma tu, che a le fatiche ed al periglio
    nela milizia ancor resti del mondo,
    devi gioir de' lor trionfi, e 'l ciglio
    render quanto conviene omai giocondo;
    e perché chiedi di Bertoldo il figlio,
    sappi ch'ei fuor de l'oste è vagabondo,
    nélodo io già che dubbia via tu prenda
    pria che di lui certa novella intenda."
    
46 Questo lor ragionar ne l'altrui mente
    diRinaldo l'amor desta e rinova,
    e v'è chi dice: "Ahi! fra pagana gente
    ilgiovenetto errante or si ritrova."
    E non v'è quasi alcun che non rammente,
    narrando al dano, i suoi gran fatti a prova;
    e de l'opere sue la lunga tela
    con istupor gli si dispiega e svela.
    
47 Or quando del garzon la rimembranza
    avea gli animi tutti inteneriti,
    ecco molti tornar, che per usanza
    eran d'intorno a depredare usciti.
    Conducean questi seco in abbondanza
    e mandre di lanuti e buoi rapiti
    e biade ancor, benché non molte, e strame
    che pasca de' corsier l'avida fame.
    
48 E questi di sciagura aspra e noiosa
    segno portàr che 'n apparenza è certo:
    rotta del buon Rinaldo e sanguinosa
    lasopravesta ed ogni arnese aperto.
    Tosto si sparse (e chi potria tal cosa
    tener celata?) un romor vario e incerto.
    Corre il vulgo dolente a le novelle
    del guerriero e de l'arme, e vuol vedelle.
    
49 Vede, e conosce ben l'immensa mole
    del grand'usbergo e 'l folgorar del lume,
    e l'arme tutte ove è l'augel ch'al sole
    prova i suoi figli e mal crede a le piume;
    ché di vederle già primiere o sole
    nele imprese piú grandi ebbe in costume,
    edor non senza alta pietate ed ira
    rotte e sanguigne ivi giacer le mira.
    
50 Mentre bisbiglia il campo, e la cagione
    dela morte di lui varia si crede,
    a sé chiama Aliprando il pio Buglione,
    duce di quei che ne portàr le prede,
    uom di libera mente e di sermone
    veracissimo e schietto, ed a lui chiede:
    "Di' come e donde tu rechi quest'arme,
    e di buono o di reo nulla celarme."
    
51 Gli rispose colui: "Di qui lontano
    quanto in duo giorni un messaggiero andria,
    verso il confin di Gaza un picciol piano
    chiuso tra colli alquanto è fuor di via;
    e in lui d'alto deriva e lento e piano
    tra pianta e pianta un fiumicel s'invia,
    e d'arbori e di macchie ombroso e folto
    opportuno a l'insidie il loco è molto.
    
52 Qui greggia alcuna cercavam che fosse
    venuta a i paschi de l'erbose sponde,
    e in su l'erbe miriam di sangue rosse
    giacerne un guerrier morto in riva a l'onde.
    A l'arme ed a l'insegne ogn'uom si mosse,
    che furon conosciute ancor che immonde.
    Iom'appressai per discoprirgli il viso,
    matrovai ch'era il capo indi reciso.
    
53 Mancava ancor la destra, e 'l busto grande
    molte ferite avea dal tergo al petto;
    e non lontan, con l'aquila che spande
    lecandide ali, giacea il vòto elmetto.
    Mentre cerco d'alcuno a cui dimande,
    unvillanel sopragiungea soletto
    che 'ndietro il passo per fuggirne torse
    subitamente che di noi s'accorse.
    
54 Ma seguitato e preso, a la richiesta
    che noi gli facevamo, al fin rispose
    che 'l giorno inanti uscir de la foresta
    scorse molti guerrieri, onde ei s'ascose;
    e ch'un d'essi tenea recisa testa
    per le sue chiome bionde e sanguinose,
    laqual gli parve, rimirando intento,
    d'uom giovenetto e senza peli al mento;
    
55 e che 'l medesmo poco poi l'avolse
    inun zendado da l'arcion pendente.
    Soggiunse ancor ch'a l'abito raccolse
    ch'erano i cavalier di nostra gente.
    Iospogliar feci il corpo, e sí me 'n dolse
    che piansi nel sospetto amaramente,
    e portai meco l'arme e lasciai cura
    ch'avesse degno onor di sepoltura.
    
56 Ma se quel nobil tronco è quel ch'io credo,
    altra tomba, altra pompa egli ben merta."
    Cosí detto, Aliprando ebbe congedo,
    però che cosa non avea piú certa.
    Rimase grave e sospirò Goffredo;
    pur nel tristo pensier non si raccerta,
    e con piú chiari segni il monco busto
    conoscer vuole e l'omicida ingiusto.
    
57 Sorgea la notte intanto, e sotto l'ali
    ricopriva del cielo i campi immensi;
    e 'l sonno, ozio de l'alme, oblio de' mali,
    lusingando sopia le cure e i sensi.
    Tusol punto, Argillan, d'acuti strali
    d'aspro dolor, volgi gran cose e pensi,
    nél'agitato sen né gli occhi ponno
    laquiete raccòrre o 'l molle sonno.
    
58 Costui pronto di man, di lingua ardito,
    impetuoso e fervido d'ingegno,
    nacque in riva del Tronto e fu nutrito
    nele risse civil d'odio e di sdegno;
    poscia in essiglio spinto, i colli e 'l lito
    empié di sangue e depredò quel regno,
    sin che ne l'Asia a guerreggiar se 'n venne
    e per fama miglior chiaro divenne.
    
59 Al fin questi su l'alba i lumi chiuse;
    négià fu sonno il suo queto e soave,
    mafu stupor ch'Aletto al cor gl'infuse,
    non men che morte sia profondo e grave.
    Sono le interne sue virtú deluse
    e riposo dormendo anco non have,
    ché la furia crudel gli s'appresenta
    sotto orribili larve e lo sgomenta.
    
60 Gli figura un gran busto, ond'è diviso
    ilcapo e de la destra il braccio è mozzo,
    e sostien con la manca il teschio inciso,
    disangue e di pallor livido e sozzo.
    Spira e parla spirando il morto viso,
    e 'l parlar vien co 'l sangue e co 'l singhiozzo:
    "Fuggi, Argillan; non vedi omai la luce?
    Fuggi le tende infami e l'empio duce.
    
61 Chi dal fero Goffredo e da la frode
    ch'uccise me, voi, cari amici, affida?
    D'astio dentro il fellon tutto si rode,
    e pensa sol come voi meco uccida.
    Pur, se cotesta mano a nobil lode
    aspira, e in sua virtú tanto si fida,
    non fuggir, no; plachi il tiranno essangue
    lospirto mio co 'l suo maligno sangue.
    
62 Io sarò teco, ombra di ferro e d'ira
    ministra, e t'armerò la destra e 'l seno."
    Cosí gli parla, e nel parlar gli spira
    spirito novo di furor ripieno.
    Sirompe il sonno, e sbigottito ei gira
    gli occhi gonfi di rabbia e di veneno;
    edarmato ch'egli è, con importuna
    fretta i guerrier d'Italia insieme aduna.
    
63 Gli aduna là dove sospese stanno
    l'arme del buon Rinaldo, e con superba
    voce il furore e 'l conceputo affanno
    intai detti divulga e disacerba:
    "Dunque un popolo barbaro e tiranno,
    che non prezza ragion, che fé non serba,
    che non fu mai di sangue e d'or satollo,
    neterrà 'l freno in bocca e 'l giogo al collo?
    
64 Ciò che sofferto abbiam d'aspro e d'indegno
    sette anni omai sotto sí iniqua soma,
    è tal ch'arder di scorno, arder di sdegno
    potrà da qui a mill'anni Italia e Roma.
    Taccio che fu da l'arme e da l'ingegno
    del buon Tancredi la Cilicia doma,
    e ch'ora il Franco a tradigion la gode,
    e i premi usurpa del valor la frode.
    
65 Taccio ch'ove il bisogno e 'l tempo chiede
    pronta man, pensier fermo, animo audace,
    alcuno ivi di noi primo si vede
    portar fra mille morti o ferro o face;
    quando le palme poi, quando le prede
    sidispensan ne l'ozio e ne la pace,
    nostri in parte non son, ma tutti loro
    i trionfi, gli onor, le terre e l'oro.
    
66 Tempo forse già fu che gravi e strane
    nepotevan parer sí fatte offese;
    quasi lievi or le passo: orrenda, immane
    ferità leggierissime l'ha rese.
    Hanno ucciso Rinaldo, e con l'umane
    l'alte leggi divine han vilipese.
    E non fulmina il Cielo? e non l'inghiotte
    laterra entro la sua perpetua notte?
    
67 Rinaldo han morto, il qual fu spada e scudo
    dinostra fede; ed ancor giace inulto?
    inulto giace e su 'l terreno ignudo
    lacerato il lasciaro ed insepulto.
    Ricercate saper chi fosse il crudo?
    A chi pote, o compagni, esser occulto?
    Deh! chi non sa quanto al valor latino
    portin Goffredo invidia e Baldovino?
    
68 Ma che cerco argomenti? Il Cielo io giuro
    (il Ciel che n'ode e ch'ingannar non lice),
    ch'allor che si rischiara il mondo oscuro,
    spirito errante il vidi ed infelice.
    Che spettacolo, oimè, crudele e duro!
    Quai frode di Goffredo a noi predice!
    Io'l vidi, e non fu sogno; e ovunque or miri,
    par che dinanzi a gli occhi miei s'aggiri.
    
69 Or che faremo noi? dée quella mano,
    che di morte sí ingiusta è ancora immonda,
    reggerci sempre? o pur vorrem lontano
    girne da lei, dove l'Eufrate inonda,
    dove a popolo imbelle in fertil piano
    tante ville e città nutre e feconda,
    anzi a noi pur? Nostre saranno, io spero,
    néco' Franchi comune avrem l'impero.
    
70 Andianne, e resti invendicato il sangue
    (se cosí parvi) illustre ed innocente,
    benché, se la virtú che fredda langue
    fosse ora in voi quanto dovrebbe ardente,
    questo che divorò, pestifero angue,
    ilpregio e 'l fior de la latina gente,
    daria con la sua morte e con lo scempio
    a gli altri mostri memorando essempio.
    
71 Io, io vorrei, se 'l vostro alto valore,
    quanto egli può, tanto voler osasse,
    ch'oggi per questa man ne l'empio core,
    nido di tradigion, la pena entrasse."
    Cosí parla agitato, e nel furore
    e ne l'impeto suo ciascuno ei trasse.
    "Arme! arme!" freme il forsennato, e insieme
    lagioventú superba "Arme! arme!" freme.
    
72 Rota Aletto fra lor la destra armata,
    e co 'l foco il venen ne' petti mesce.
    Losdegno, la follia, la scelerata
    sete del sangue ognor piú infuria e cresce;
    e serpe quella peste e si dilata,
    e de gli alberghi italici fuor n'esce,
    e passa fra gli Elvezi, e vi s'apprende,
    e di là poscia a gli Inghilesi tende.
    
73 Né sol l'estrane genti avien che mova
    ilduro caso e 'l gran publico danno,
    mal'antiche cagioni a l'ira nova
    materia insieme e nutrimento danno.
    Ogni sopito sdegno or si rinova:
    chiamano il popol franco empio e tiranno,
    e in superbe minaccie esce diffuso
    l'odio che non può starne omai piú chiuso.
    
74 Cosí nel cavo rame umor che bolle
    per troppo foco, entro gorgoglia e fuma;
    nécapendo in se stesso, al fin s'estolle
    sovra gli orli del vaso, e inonda e spuma.
    Non bastano a frenare il vulgo folle
    que' pochi a cui la mente il vero alluma;
    e Tancredi e Camillo eran lontani,
    Guglielmo e gli altri in podestà soprani.
    
75 Corrono già precipitosi a l'armi
    confusamente i popoli feroci,
    e già s'odon cantar bellici carmi
    sediziose trombe in fere voci.
    Gridano intanto al pio Buglion che s'armi
    molti di qua di là nunzi veloci,
    e Baldovin inanzi a tutti armato
    gli s'appresenta e gli si pone a lato.
    
76 Egli, ch'ode l'accusa, i lumi al cielo
    drizza e pur come suole a Dio ricorre:
    "Signor, tu che sai ben con quanto zelo
    ladestra mia del civil sangue aborre,
    tusquarcia a questi de la mente il velo,
    e reprimi il furor che sí trascorre;
    e l'innocenza mia, che costà sopra
    è nota, al mondo cieco anco si scopra."
    
77 Tacque, e dal Cielo infuso ir fra le vene
    sentissi un novo inusitato caldo.
    Colmo d'alto vigor, d'ardita spene
    che nel volto si sparge e 'l fa piú baldo,
    e da' suoi circondato, oltre se 'n viene
    contra chi vendicar credea Rinaldo;
    né, perché d'arme e di minaccie ei senta
    fremito d'ogni intorno, il passo allenta.
    
78 Ha la corazza indosso, e nobil veste
    riccamente l'adorna oltra 'l costume.
    Nudo è le mani e 'l volto, e di celeste
    maestà vi risplende un novo lume:
    scote l'aurato scettro, e sol con queste
    arme acquetar quegli impeti presume.
    Tal si mostra a coloro e tal ragiona,
    nécome d'uom mortal la voce suona:
    
79 "Quali stolte minaccie e quale or odo
    vano strepito d'arme? e chi il commove?
    Cosí qui riverito e in questo modo
    noto son io, dopo sí lunghe prove,
    ch'ancor v'è chi sospetti e chi di frodo
    Goffredo accusi? e chi l'accuse approve?
    Forse aspettate ancor ch'a voi mi pieghi,
    e ragioni v'adduca e porga preghi?
    
80 Ah non sia ver che tanta indignitate
    laterra piena del mio nome intenda.
    Mequesto scettro, me de l'onorate
    opre mie la memoria e 'l ver difenda;
    e per or la giustizia a la pietate
    ceda, né sovra i rei la pena scenda.
    A gli altri merti or questo error perdono,
    edal vostro Rinaldo anco vi dono.
    
81 Co 'l sangue suo lavi il comun difetto
    solo Argillan, di tante colpe autore,
    che, mosso a leggierissimo sospetto,
    sospinti gli altri ha nel medesmo errore."
    Lampi e folgori ardean nel regio aspetto,
    mentre ei parlò, di maestà, d'onore;
    tal ch'Argillano attonito e conquiso
    teme (chi 'l crederia?) l'ira d'un viso.
    
82 E 'l vulgo, ch'anzi irriverente, audace,
    tutto fremer s'udia d'orgogli e d'onte,
    e ch'ebbe al ferro, a l'aste ed a la face
    che 'l furor ministrò, le man sí pronte,
    non osa (e i detti alteri ascolta, e tace)
    fra timor e vergogna alzar la fronte,
    e sostien ch'Argillano, ancor che cinto
    del'arme lor, sia da' ministri avinto.
    
83 Cosí leon, ch'anzi l'orribil coma
    con muggito scotea superbo e fero,
    sepoi vede il maestro onde fu doma
    lanatia ferità del core altero,
    può del giogo soffrir l'ignobil soma
    e teme le minaccie e 'l duro impero,
    néi gran velli, i gran denti e l'ugne c'hanno
    tanta in sé forza, insuperbire il fanno.
    
84 È fama che fu visto in volto crudo
    edin atto feroce e minacciante
    unalato guerrier tener lo scudo
    dela difesa al pio Buglion davante,
    e vibrar fulminando il ferro ignudo
    che di sangue vedeasi ancor stillante:
    sangue era forse di città, di regni,
    che provocàr del Cielo i tardi sdegni.
    
85 Cosí, cheto il tumulto, ognun depone
    l'arme, e molti con l'arme il mal talento;
    e ritorna Goffredo al padiglione,
    a varie cose, a nove imprese intento,
    ch'assalir la cittate egli dispone
    pria che 'l secondo o 'l terzo dí sia spento;
    e rivedendo va l'incise travi,
    già in machine conteste orrende e gravi.

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