Gerusalemme liberata/Canto quindicesimo

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Canto Quindicesimo
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1 Già richiamava il bel nascente raggio
    a l'opre ogni animal ch'in terra alberga,
    quando venendo a i due guerrieri il saggio
    portò il foglio e lo scudo e l'aurea verga.
    "Accingetevi" disse "al gran viaggio
    prima che 'l dí, che spunta, omai piú s'erga.
    Eccovi qui quanto ho promesso e quanto
    può de la maga superar l'incanto."
    
2 Erano essi già sorti e l'arme intorno
    a le robuste membra avean già messe,
    onde per vie che non rischiara il giorno
    tosto seguono il vecchio, e son l'istesse
    vestigia ricalcate or nel ritorno
    che furon prima nel venire impresse;
    ma giunti al letto del suo fiume: "Amici,
    io v'accommiato:" ei disse "ite felici."
    
3 Gli accoglie il rio ne l'alto seno, e l'onda
    soavemente in su gli spinge e porta,
    come suol inalzar leggiera fronda
    la qual da violenza in giú fu torta,
    e poi gli espon sovra la molle sponda.
    Quinci miràr la già promessa scorta,
    vider picciola nave e in poppa quella
    che guidar li dovea fatal donzella.
    
4 Crinita fronte essa dimostra, e ciglia
    cortesi e favorevoli e tranquille;
    e nel sembiante a gli angioli somiglia,
    tanta luce ivi par ch'arda e sfaville.
    La sua gonna or azzurra ed or vermiglia
    diresti, e si colora in guise mille,
    sí ch'uom sempre diversa a sé la vede
    quantunque volte a riguardarla riede.
    
5 Cosí piuma talor, che di gentile
    amorosa colomba il collo cinge,
    mai non si scorge a se stessa simile,
    ma in diversi colori al sol si tinge.
    Or d'accesi rubin sembra un monile,
    or di verdi smeraldi il lume finge,
    or insieme gli mesce, e varia e vaga
    in cento modi i riguardanti appaga.
    
6 "Entrate," dice "o fortunati, in questa
    nave ond'io l'ocean secura varco,
    cui destro è ciascun vento, ogni tempesta
    tranquilla, e lieve ogni gravoso incarco.
    Per ministra e per duce or me vi appresta
    il mio signor, del favor suo non parco."
    Cosí parlò la donna, e piú vicino
    fece poscia a la sponda il curvo pino.
    
7 Come la nobil coppia ha in sé raccolta,
    spinge la ripa e gli rallenta il morso,
    ed avendo la vela a l'aure sciolta,
    ella siede al governo e regge il corso.
    Gonfio è il torrente sí ch'a questa volta
    i navigli portar ben può su 'l dorso,
    ma questo è sí leggier che 'l sosterebbe
    qual altro rio per novo umor men crebbe.
    
8 Veloce sovra il natural costume
    spingon la vela inverso il lido i venti:
    biancheggian l'acque di canute spume,
    e rotte dietro mormorar le senti.
    Ecco giungono omai là dove il fiume
    queta in letto maggior l'onde correnti,
    e ne l'ampie voragini del mare
    disperso o divien nulla o nulla appare.
    
9 A pena ha tocco la mirabil nave
    de la marina allor turbata il lembo,
    che spariscon le nubi e cessa il grave
    Noto che minacciava oscuro nembo:
    spiana i monti de l'onde aura soave
    e solo increspa il bel ceruleo grembo,
    e d'un dolce seren diffuso ride
    il ciel, che sé piú chiaro unqua non vide.
    
10 Trascorse oltre Ascalona ed a mancina
    andò la navicella invèr ponente,
    e tosto a Gaza si trovò vicina
    che fu porto di Gaza anticamente,
    ma poi, crescendo de l'altrui ruina,
    città divenne assai grande e possente;
    ed eranvi le piagge allor ripiene
    quasi d'uomini sí come d'arene.
    
11 Volgendo il guardo a terra i naviganti
    scorgean di tende numero infinito:
    miravan cavalier, miravan fanti
    ire e tornar da la cittade al lito,
    e da cameli onusti e da elefanti
    l'arenoso sentier calpesto e trito;
    poi del porto vedean ne' fondi cavi
    sorte e legate a l'ancore le navi,
    
12 altre spiegar le vele, e ne vedieno
    altre i remi trattar veloci e snelle,
    e da essi e da' rostri il molle seno
    spumar percosso in queste parti e in quelle.
    Disse la donna allor: "Benché ripieno
    il lido e 'l mar sia de le genti felle,
    non ha insieme però le schiere tutte
    il potente tiranno anco ridutte.
    
13 Sol dal regno d'Egitto e dal contorno
    raccolte ha queste; or le lontane attende,
    ché verso l'oriente e 'l mezzogiorno
    il vasto imperio suo molto si stende.
    Sí che sper'io che prima assai ritorno
    fatto avrem noi che mova egli le tende:
    egli o quel ch'in sua vece esser soprano
    de l'essercito suo de' capitano."
    
14 Mentre ciò dice, come aquila sòle
    tra gli altri augelli trapassar secura
    e sorvolando ir tanto appresso il sole
    che nulla vista piú la raffigura,
    cosí la nave sua sembra che vóle
    tra legno e legno, e non ha tema o cura
    che vi sia chi l'arresti o chi la segua;
    e da lor s'allontana e si dilegua.
    
15 E 'n un momento incontra Raffia arriva,
    città la qual in Siria appar primiera
    a chi d'Egitto move; indi a la riva
    sterilissima vien di Rinocera.
    Non lunge un monte poi le si scopriva
    che sporge sovra 'l mar la chioma altera
    e i piè si lava ne l'instabil onde,
    che l'ossa di Pompeo nel grembo asconde.
     
    
16 Poi Damiata scopre, e come porte
    al mar tributo di celesti umori
    per sette il Nilo sue famose porte
    e per cento altre ancor foci minori;
    e naviga oltre la città dal forte
    greco fondata a i greci abitatori,
    ed oltra Faro, isola già che lunge
    giacque dal lido, al lido or si congiunge.
    
17 Rodi e Creta lontane inverso al polo
    non scerne, e pur lungo Africa se 'n viene,
    su 'l mar culta e ferace, a dentro solo
    fertil di mostri e d'infeconde arene.
    La Marmarica rade, e rade il suolo
    dove cinque cittadi ebbe Cirene.
    Qui Tolomitta e poi con l'onde chete
    sorger si mira il fabuloso Lete.
    
18 La maggior Sirte a' naviganti infesta,
    trattasi in alto, invèr le piaggie lassa,
    e 'l capo di Giudeca indietro resta,
    e la foce di Magra indi trapassa.
    Tripoli appar su 'l lido, e 'ncontra a questa
    giace Malta fra l'onde occulta e bassa;
    e poi riman con l'altre Sirti a tergo
    Alzerbe, già de' Lotofagi albergo.
    
19 Nel curvo lido poi Tunisi vede
    che d'ambo i lati del suo golfo ha un monte.
    Tunisi, ricca ed onorata sede
    a par di quante n'ha Libia piú conte.
    A lui di costa la Sicilia siede,
    ed il gran Lilibeo gli inalza a fronte.
    Or quivi addita la donzella a i due
    guerrieri il loco ove Cartagin fue.
    
20 Giace l'alta Cartago: a pena i segni
    de l'alte sue ruine il lido serba.
    Muoiono le città, muoiono i regni,
    copre i fasti e le pompe arena ed erba,
    e l'uom d'esser mortal par che si sdegni:
    oh nostra mente cupida e superba!
    Giungon quinci a Biserta, e piú lontano
    han l'isola de' Sardi a l'altra mano.
    
21 Trascorser poi le piaggie ove i Numidi
    menàr gia vita pastorale erranti.
    Trovàr Bugia ed Algieri, infami nidi
    di corsari, ed Oràn trovàr piú inanti;
    e costeggiàr di Tingitana i lidi,
    nutrice di leoni e d'elefanti,
    ch'or di Marocco è il regno, e quel di Fessa;
    e varcàr la Granata incontro ad essa.
    
22 Son già là dove il mar fra terra inonda
    per via ch'esser d'Alcide opra si finse;
    e forse è ver ch'una continua sponda
    fosse, ch'alta ruina in due distinse.
    Passovvi a forza l'oceano, e l'onda
    Abila quinci e quindi Calpe spinse;
    Spagna e Libia partio con foce angusta:
    tanto mutar può lunga età vetusta!
    
23 Quattro volte era apparso il sol ne l'orto
    da che la nave si spiccò dal lito,
    né mai (ch'uopo non fu) s'accolse in porto,
    e tanto del camino ha già fornito.
    Or entra ne lo stretto e passa il corto
    varco, e s'ingolla in pelago infinito.
    Se 'l mar qui è tanto ove il terreno il serra,
    che fia colà dov'egli ha in sen la terra?
    
24 Piú non si mostra omai tra gli alti flutti
    la fertil Gade e l'altre due vicine.
    Fuggite son le terre e i lidi tutti:
    de l'onda il ciel, del ciel l'onda è confine.
    Diceva Ubaldo allor: "Tu che condutti
    n'hai, donna, in questo mar che non ha fine,
    di' s'altri mai qui giunse, o se piú inante
    nel mondo ove corriamo have abitante."
    
25 Risponde: "Ercole, poi ch'uccisi i mostri
    ebbe di Libia e del paese ispano,
    e tutti scòrsi e vinti i lidi vostri,
    non osò di tentar l'alto oceano:
    segnò le mète, e 'n troppo brevi chiostri
    l'ardir ristrinse de l'ingegno umano;
    ma quei segni sprezzò ch'egli prescrisse.
    di veder vago e di saper, Ulisse.
    
26 Ei passò le Colonne, e per l'aperto
    mare spiegò de' remi il volo audace;
    ma non giovogli esser ne l'onde esperto,
    perché inghiottillo l'ocean vorace,
    e giacque co 'l suo corpo anco coperto
    il suo gran caso, ch'or tra voi si tace.
    S'altri vi fu da' venti a forza spinto,
    o non tornovvi o vi rimase estinto;
    
27 sí ch'ignoto è 'l gran mar che solchi: ignote
    isole mille e mille regni asconde;
    né già d'abitator le terre han vòte,
    ma son come le vostre anco feconde:
    son esse atte al produr, né steril pote
    esser quella virtú che 'l sol n'infonde."
    Ripiglia Ubaldo allor: "Del mondo occulto,
    dimmi quai sian le leggi e quale il culto."
    
28 Gli soggiunse colei: "Diverse bande
    diversi han riti ed abiti e favelle:
    altri adora le belve, altri la grande
    comune madre, il sole altri e le stelle;
    v'è chi d'abominevoli vivande
    le mense ingombra scelerate e felle.
    E 'n somma ognun che 'n qua da Calpe siede
    barbaro è di costume, empio di fede."
    
29 "Dunque" a lei replicava il cavaliero
    "quel Dio che scese a illuminar le carte
    vuol ogni raggio ricoprir del vero
    a questa che del mondo è sí gran parte?"
    "No." rispose ella "anzi la fé di Piero
    fiavi introdotta ed ogni civil arte;
    né già sempre sarà che la via lunga
    questi da' vostri popoli disgiunga.
    
30 Tempo verrà che fian d'Ercole i segni
    favola vile a i naviganti industri,
    e i mar riposti, or senza nome, e i regni
    ignoti ancor tra voi saranno illustri.
    Fia che 'l piú ardito allor di tutti i legni
    quanto circonda il mar circondi e lustri,
    e la terra misuri, immensa mole,
    vittorioso ed emulo del sole.
    
31 Un uom de la Liguria avrà ardimento
    a l'incognito corso esporsi in prima;
    né 'l minaccievol fremito del vento,
    né l'inospito mar, né 'l dubbio clima,
    né s'altro di periglio e di spavento
    piú grave e formidabile or si stima,
    faran che 'l generoso entro a i divieti
    d'Abila angusti l'alta mente accheti.
    
32 Tu spiegherai, Colombo, a un novo polo
    lontane sí le fortunate antenne,
    ch'a pena seguirà con gli occhi il volo
    la fama c'ha mille occhi e mille penne.
    Canti ella Alcide e Bacco, e di te solo
    basti a i posteri tuoi ch'alquanto accenne,
    ché quel poco darà lunga memoria
    di poema dignissima e d'istoria."
    
33 Cosí disse ella; e per l'ondose strade
    corre al ponente e piega al mezzogiorno
    e vede come incontra il sol giú cade
    e come a tergo lor rinasce il giorno.
    E quando a punto i raggi e le rugiade
    la bella aurora seminava intorno,
    lor s'offrí di lontano oscuro un monte
    che tra le nubi nascondea la fronte.
    
34 E 'l vedean poscia procedendo avante,
    quando ogni nuvol già n'era rimosso,
    a l'acute piramidi sembiante,
    sottile invèr la cima e 'n mezzo grosso,
    e mostrarsi talor cosí fumante
    come quel che d'Encelado è su 'l dosso,
    che per propria natura il giorno fuma
    e poi la notte il ciel di fiamme alluma.
    
35 Ecco altre isole insieme, altre pendici
    scoprian alfin, men erte ed elevate;
    ed eran queste l'isole Felici,
    cosí le nominò la prisca etate,
    a cui tanto stimava i cieli amici
    che credea volontarie e non arate
    quivi produr le terre, e 'n piú graditi
    frutti non culte germogliar le viti.
    
36 Qui non fallaci mai fiorir gli olivi
    e 'l mèl dicea stillar da l'elci cave,
    e scender giú da lor montagne i rivi
    con acque dolci e mormorio soave,
    e zefiri e rugiade i raggi estivi
    temprarvi sí che nullo ardor v'è grave;
    e qui gli elisi campi e le famose
    stanze de le beate anime pose.
    
37 A queste or vien la donna, ed: "Omai sète
    dal fin del corso" lor dicea "non lunge.
    L'isole di Fortuna ora vedete,
    di cui gran fama a voi ma incerta giunge.
    Ben son elle feconde e vaghe e liete,
    ma pur molto di falso al ver s'aggiunge."
    Cosí parlando, assai presso si fece
    a quella che la prima è de le diece.
    
38 Carlo incomincia allor: "Se ciò concede,
    donna, quell'alta impresa ove ci guidi,
    lasciami omai por ne la terra il piede
    e veder questi inconosciuti lidi,
    veder le genti e 'l culto di lor fede
    e tutto quello ond'uom saggio m'invídi,
    quando mi gioverà narrar altrui
    le novità vedute e dir: `Io fui!'"
    
39 Gli rispose colei: "Ben degna in vero
    la domanda è di te, ma che poss'io,
    s'egli osta inviolabile e severo
    il decreto de' Cieli al bel desio?
    ch'ancor vòlto non è lo spazio intero
    ch'al grande scoprimento ha fisso Dio,
    né lece a voi da l'ocean profondo
    recar vera notizia al vostro mondo.
    
40 A voi per grazia e sovra l'arte e l'uso
    de' naviganti ir per quest'acque è dato,
    e scender là dove è il guerrier rinchiuso
    e ridurlo del mondo a l'altro lato.
    Tanto vi basti, e l'aspirar piú suso
    superbir fòra e calcitrar co 'l fato."
    Qui tacque, e già parea piú bassa farsi
    l'isola prima e la seconda alzarsi.
    
41 Ella mostrando gía ch'a l'oriente
    tutte con ordin lungo eran dirette,
    e che largo è fra lor quasi egualmente
    quello spazio di mar che si framette.
    Pònsi veder d'abitatrice gente
    case e culture ed altri segni in sette;
    tre deserte ne sono, e v'han le belve
    securissima tana in monti e in selve.
    
42 Luogo è in una de l'erme assai riposto,
    ove si curva il lido e in fuori stende
    due larghe corna, e fra lor tiene ascosto
    un ampio sen, e porto un scoglio rende,
    ch'a lui la fronte e 'l tergo a l'onda ha opposto
    che vien da l'alto e la respinge e fende.
    S'inalzan quinci e quindi, e torreggianti
    fan due gran rupi segno a' naviganti.
    
43 Tacciono sotto i mar securi in pace
    sovra ha di negre selve opaca scena,
    e 'n mezzo d'esse una spelonca giace,
    d'edera e d'ombre e di dolci acque amena.
    Fune non lega qui, né co 'l tenace
    morso le stanche navi ancora frena.
    La donna in sí solinga e queta parte
    entrava, e raccogliea le vele sparte.
    
44 "Mirate" disse poi "quell'alta mole
    ch'a quel gran monte in su la cima siede.
    Quivi fra cibi ed ozio e scherzi e fole
    torpe il campion de la cristiana fede.
    Voi con la guida del nascente sole
    su per quell'erto moverete il piede;
    né vi gravi il tardar, però che fòra,
    se non la matutina, infausta ogn'ora.
    
45 Ben co 'l lume del dí ch'anco riluce
    insino al monte andar per voi potrassi."
    Essi al congedo de la nobil duce
    poser nel lido desiato i passi,
    e ritrovàr la via ch'a lui conduce
    agevol sí ch'i piè non ne fur lassi;
    ma quando v'arrivàr, da l'oceano
    era il carro di Febo anco lontano.
    
46 Veggion che per dirupi e fra ruine
    s'ascende a la sua cima alta e superba,
    e ch'è fin là di nevi e di pruine
    sparsa ogni strada: ivi ha poi fiori ed erba.
    Presso al canuto mento il verde crine
    frondeggia, e 'l ghiaccio fede a i gigli serba
    ed a le rose tenere: cotanto
    puote sovra natura arte d'incanto.
    
47 I duo guerrier, in luogo ermo e selvaggio
    chiuso d'ombre, fermàrsi a piè del monte;
    e come il ciel rigò co 'l novo raggio
    il sol, de l'aurea luce eterno fonte:
    "Su su" gridaro entrambi, e 'l lor viaggio
    ricominciàr con voglie ardite e pronte.
    Ma esce non so donde, e s'attraversa
    fèra serpendo orribile e diversa.
    
48 Inalza d'oro squallido squamose
    le creste e 'l capo, e gonfia il collo d'ira,
    arde ne gli occhi, e le vie tutte ascose
    tien sotto il ventre, e tòsco e fumo spira;
    or rientra in se stessa, or le nodose
    ruote distende, e sé dopo sé tira.
    Tal s'appresenta a la solita guarda,
    né però de' guerrieri i passi tarda.
    
49 Già Carlo il ferro stringe e 'l serpe assale,
    ma l'altro grida a lui: "Che fai? che tente?
    per isforzo di man, con arme tale
    vincer avisi il difensor serpente?"
    Egli scote la verga aurea immortale
    sí che la belva il sibilar ne sente,
    e impaurita al suon, fuggendo ratta,
    lascia quel varco libero e s'appiatta.
    
50 Piú suso alquanto il passo a lor contende
    fero leon che rugge e torvo guata,
    e i velli arrizza, e le caverne orrende
    de la bocca vorace apre e dilata.
    Si sferza con la coda e l'ire accende,
    ma non è pria la verga a lui mostrata
    ch'un secreto spavento al cor gli agghiaccia
    l'ira e 'l nativo orgoglio, e 'n fuga il caccia.
    
51 Segue la coppia il suo camin veloce,
    ma formidabile oste han già davante
    di guerrieri animai, vari di voce,
    vari di moto, vari di sembiante.
    Ciò che di mostruoso e di feroce
    erra fra 'l Nilo e i termini d'Atlante
    par qui tutto raccolto, e quante belve
    l'Ercinia ha in sen, quante l'ircane selve.
    
52 Ma pur sí fero essercito e sí grosso
    non vien che lor respinga o che resista,
    anzi (miracol novo) in fuga è mosso
    da un picciol fischio e da una breve vista.
    La coppia omai vittoriosa il dosso
    de la montagna senza intoppo acquista,
    se non se in quanto il gelido e l'alpino
    de le rigide vie tarda il camino.
    
53 Ma poi che già le nevi ebber varcate
    e superato il discosceso e l'erto,
    un bel tepido ciel di dolce state
    trovaro, e 'l pian su 'l monte ampio ed aperto.
    Aure fresche mai sempre ed odorate
    vi spiran con tenor stabile e certo,
    né i fiati lor, sí come altrove sòle;
    sopisce o desta, ivi girando, il sole;
    
54 né, come altrove suol, ghiacci ed ardori
    nubi e sereni a quelle piaggie alterna,
    ma il ciel di candidissimi splendori
    sempre s'ammanta e non s'infiamma o verna,
    e nudre a i prati l'erba, a l'erba i fiori,
    a i fior l'odor, l'ombra a le piante eterna.
    Siede su 'l lago e signoreggia intorno
    i monti e i mari il bel palagio adorno.
    
55 I cavalier per l'alta aspra salita
    sentiansi alquanto affaticati e lassi,
    onde ne gian per quella via fiorita
    lenti or movendo ed or fermando i passi.
    Quando ecco un fonte, che a bagnar gli invita
    l'asciutte labbia, alto cader da' sassi
    e da una larga vena, e con ben mille
    zampilletti spruzzar l'erbe di stille.
    
56 Ma tutta insieme poi tra verdi sponde
    in profondo canal l'acqua s'aduna,
    e sotto l'ombra di perpetue fronde
    mormorando se 'n va gelida e bruna,
    ma trasparente sí che non asconde
    de l'imo letto suo vaghezza alcuna;
    e sovra le sue rive alta s'estolle
    l'erbetta, e vi fa seggio fresco e molle.
    
57 "Ecco il fonte del riso, ed ecco il rio
    che mortali perigli in sé contiene.
    Or qui tener a fren nostro desio
    ed esser cauti molto a noi conviene:
    chiudiam l'orecchie al dolce canto e rio
    di queste del piacer false sirene,
    cosí n'andrem fin dove il fiume vago
    si spande in maggior letto e forma un lago."
    
58 Quivi de' cibi preziosa e cara
    apprestata è una mensa in su le rive,
    e scherzando se 'n van per l'acqua chiara
    due donzellette garrule e lascive,
    ch'or si spruzzano il volto, or fanno a gara
    chi prima a un segno destinato arrive.
    Si tuffano talor, e 'l capo e 'l dorso
    scoprono alfin dopo il celato corso.
    
59 Mosser le natatrici ignude e belle
    de' duo guerrieri alquanto i duri petti,
    sí che fermàrsi a riguardarle; ed elle
    seguian pur i lor giochi e i lor diletti.
    Una intanto drizzossi, e le mammelle
    e tutto ciò che piú la vista alletti
    mostrò dal seno in suso, aperto al cielo;
    e 'l lago a l'altre membra era un bel velo.
    
60 Qual matutina stella esce de l'onde
    rugiadosa e stillante, o come fuore
    spuntò nascendo già da le feconde
    spume de l'ocean la dea d'amore,
    tal apparve costei, tal le sue bionde
    chiome stillavan cristallino umore.
    Poi girò gli occhi, e pur allor s'infinse
    que' duo vedere e in sé tutta si strinse;
    
61 e 'l crin, ch'in cima al capo avea raccolto
    in un sol nodo, immantinente sciolse,
    che lunghissimo in giú cadendo e folto
    d'un aureo manto i molli avori involse.
    Oh che vago spettacolo è lor tolto!
    ma non men vago fu chi loro il tolse.
    Cosí da l'acque e da' capelli ascosa
    a lor si volse lieta e vergognosa.
    
62 Rideva insieme e insieme ella arrossia,
    ed era nel rossor piú bello il riso
    e nel riso il rossor che le copria
    insino al mento il delicato viso.
    Mosse la voce poi sí dolce e pia
    che fòra ciascun altro indi conquiso:
    "Oh fortunati peregrin, cui lice
    giungere in questa sede alma e felice!
    
63 Questo è il porto del mondo; e qui è il ristoro
    de le sue noie, e quel piacer si sente
    che già sentí ne' secoli de l'oro
    l'antica e senza fren libera gente.
    L'arme, che sin a qui d'uopo vi foro,
    potete omai depor securamente
    e sacrarle in quest'ombra a la quiete,
    ché guerrier qui solo d'Amor sarete,
    
64 e dolce campo di battaglia il letto
    fiavi e l'erbetta morbida de' prati.
    Noi menarenvi anzi il regale aspetto
    di lei che qui fa i servi suoi beati,
    che v'accorrà nel bel numero eletto
    di quei ch'a le sue gioie ha destinati.
    Ma pria la polve in queste acque deporre
    vi piaccia, e 'l cibo a quella mensa tòrre."
    
65 L'una disse cosí, l'altra concorde
    l'invito accompagnò d'atti e di sguardi,
    sí come al suon de le canore corde
    s'accompagnano i passi or presti or tardi.
    Ma i cavalieri hanno indurate e sorde
    l'alme a que' vezzi perfidi e bugiardi,
    e 'l lusinghiero aspetto e 'l parlar dolce
    di fuor s'aggira e solo i sensi molce.
    
66 E se di tal dolcezza entro trasfusa
    parte penètra onde il desio germoglie,
    tosto ragion ne l'arme sue rinchiusa
    sterpa e riseca le nascenti voglie.
    L'una coppia riman vinta e delusa,
    l'altra se 'n va, né pur congedo toglie.
    Essi entràr nel palagio, esse ne l'acque
    tuffàrsi: la repulsa a lor sí spiacque.
    accoglie lievemente in un suo velo,
    e con un dolce ventillar gli ardori
    gli va temprando de l'estivo cielo.
    Cosí (chi 'l crederia?) sopiti ardori
    d'occhi nascosi distempràr quel gelo
    che s'indurava al cor piú che diamante,
    e di nemica ella divenne amante.
    
68 Di ligustri, di gigli e de le rose
    le quai fiorian per quelle piaggie amene,
    con nov'arte congiunte, indi compose
    lente ma tenacissime catene.
    Queste al collo, a le braccia, a i piè gli pose:
    cosí l'avinse e cosí preso il tiene;
    quinci, mentre egli dorme, il fa riporre
    sovra un suo carro, e ratta il ciel trascorre.
    
69 Né già ritorna di Damasco al regno,
    né dove ha il suo castello in mezzo a l'onde;
    ma ingelosita di sí caro pegno,
    e vergognosa del suo amor, s'asconde
    ne l'oceano immenso, ove alcun legno
    rado, o non mai, va de le nostre sponde,
    fuor tutti i nostri lidi; e quivi eletta
    per solinga sua stanza è un'isoletta.
    
70 Un'isoletta la qual nome prende
    con le vicine sue da la Fortuna.
    Quinci ella in cima a una montagna ascende
    disabitata e d'ombre oscura e bruna,
    e per incanto a lei nevose rende
    le spalle e i fianchi, e senza neve alcuna
    gli lascia il capo verdeggiante e vago,
    e vi fonda un palagio appresso un lago,
    
71 ove in perpetuo april molle amorosa
    vita seco ne mena il suo diletto.
    Or da cosí lontana e cosí ascosa
    prigion trar voi dovete il giovenetto,
    e vincer de la timida e gelosa
    le guardie, ond'è difeso il monte e 'l tetto;
    e già non mancherà chi là vi scòrga,
    e chi per l'alta impresa arme vi porga.
    
72 Trovarete, del fiume a pena sorti,
    donna giovin di viso, antica d'anni,
    ch'a i lunghi crini in su la fronte attorti
    fia nota ed al color vario de' panni.
    Questa per l'alto mar fia che vi porti
    piú ratta che non spiega aquila i vanni,
    piú che non vola il folgore; né guida
    la trovarete al ritornar men fida.
    
73 A piè del monte ove la maga alberga,
    sibilando strisciar novi pitoni
    e cinghiali arrizzar l'aspre lor terga
    ed aprir la gran bocca orsi e leoni
    vedrete; ma scotendo una mia verga,
    temeranno appressarsi ove ella suoni.
    Poi via maggior (se dritto il ver s'estima)
    si troverà il periglio in su la cima.
    
74 Un fonte sorge in lei che vaghe e monde
    ha l'acque sí che i riguardanti asseta;
    ma dentro a i freddi suoi cristalli asconde
    di tòsco estran malvagità secreta,
    ch'un picciol sorso di sue lucide onde
    inebria l'alma tosto e la fa lieta,
    indi a rider uom move, e tanto il riso
    s'avanza alfin ch'ei ne rimane ucciso.
    
75 Lunge la bocca disdegnosa e schiva
    torcete voi da l'acque empie omicide,
    né le vivande poste in verde riva
    v'allettin poi, né le donzelle infide
    che voce avran piacevole e lasciva
    e dolce aspetto che lusinga e ride;
    ma voi, gli sguardi e le parole accorte
    sprezzando, entrate pur ne l'alte porte.
    
76 Dentro è di muri inestricabil cinto
    che mille torce in sé confusi giri,
    ma in breve foglio io ve 'l darò distinto,
    sí che nessun error fia che v'aggiri.
    Siede in mezzo un giardin del labirinto
    che par che da ogni fronde amore spiri;
    quivi in grembo a la verde erba novella
    giacerà il cavaliero e la donzella.
    
77 Ma come essa lasciando il caro amante
    in altra parte il piede avrà rivolto,
    vuo' ch'a lui vi scopriate, e d'adamante
    un scudo ch'io darò gli alziate al volto,
    sí ch'egli vi si specchi, e 'l suo sembiante
    veggia e l'abito molle onde fu involto,
    ch'a tal vista potrà vergogna e sdegno
    scacciar dal petto suo l'amor indegno.
    
78 Altro che dirvi omai nulla m'avanza
    se non ch'assai securi ir ne potrete
    e penetrar de l'intricata stanza
    ne le piú interne parti e piú secrete,
    perché non fia che magica possanza
    a voi ritardi il corso o 'l passo viete;
    né potrà pur, cotal virtú vi guida,
    il giunger vostro antiveder Armida.
    
79 Né men secura da gli alberghi suoi
    l'uscita vi sarà poscia e 'l ritorno.
    Ma giunge omai l'ora del sonno, e voi
    sorger diman dovete a par co 'l giorno."
    Cosí lor disse, e li menò dopoi
    ove essi avean la notte a far soggiorno.
    Ivi lasciando lor lieti e pensosi,
    si ritrasse il buon vecchio a i suoi riposi.

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