I cavallieri
Le persone de la favola.
Demostene, Nicia,
Agoracrito, che si chiama Allantopole, cio è che vende trippe.
Popolo,
Coro de cavallieri,
Cleone.
IME che disgratie? oime, malamente i dei faciano rovinare il tristo et mal Paflagone con le sue ree volontà, che poco fà, è stato comprato. poi che è intrato in casa, sempre dà de le bastonate a i famiglij.
- Nicia
- Malissimamente. a’l meno costui è ben il primo di Paflagoni con sua grande vergogna.
- De.
- O infelice come stai?
- Ni.
- Male, come tu.
- De.
- Hor vien quà, che piangiamo la consonantia, lege de l’olimpo, mymy, mymy, mymy, mymy, mymy, mymy. che cosa ulularemo altramente? non bisognava cercare qualche nostra salute, e non pianger piu?
- Ni.
- Qual salute dunque sarala? dillo tu.
- De.
- Tu pur adunque dillomi, che non facia quistione.
- Ni.
- Non per Apolline io, nò, hor dillo animosamente. poi anchora io te lo dirò.
- De.
- A che modo tu mi dirai quello, che à me bisogna dire?
- Ni.
- Ma io non hò l’ardire. à che modo adunque; potrò io dire questo malitiosamente?
- De.
- Non mi, non mi. non haver paura, ne timidità, e non volere essere negligente, ma truova qualche partenza da’l patrone.
- Ni.
- Hor dì, andiamo, continuamente così di compagnia considerando.
- De.
- Et hora dico, andiamo.
- Ni.
- Di dietro hora, dì questo, andiamo.
- De.
- Questo.
- Ni.
- Molto bene quasi scorticando. hora chetamente in prima dì, andiamo, poi questo tirando spesso.
- De.
- Andiamo questo. andiamo, questo andiamo.
- Ni.
- Non haverebe de’l dolce.
- De.
- Per Giove hò paura di questo augurio, oltra che da la pelle.
- Ni.
- Che poi?
- De.
- Perche la pelle si parte da quelli che scorticano.
- Ni.
- Buonissime adunque sono le cose nostre ch’havemo adesso. andano à ingenocchiarsi à qualche luogo à una imagine de dei.
- De.
- Che sorte d’imagine? pensitu che vi siano i dei? di’l vero.
- Ni.
- Io sì.
- De.
- Che segno adoperi?
- Ni.
- Perche à i dei sono inimico non giustamente.
- De.
- Mi dai buona nuova.
- Ni.
- Ma altre cose in alcun luogo bisogna considerare.
- De.
- Vuoi tu che dica à gli spettatori la cosa?
- Ni.
- Non è male. ma una sol cosa gli addomandaremo, che à noi persone faciano sapere, se de le parole s’alegrino e d’i fatti.
- De.
- Potrei gia dire, che ’l nostro patrone è rustico ne la ira, mangiatore di fave, colerico, populo predicatore, fastidioso, vecchietto, sordo un poco. costui in principio de’l mese passato comprò un schiavo tintore de pelli, Paflagone, ribaldissimo et calumniosissimo. questo Paflagone havendo in pratica i costumi de’l vecchio, e il suo modo di vivere, facendogli la debita riverentia, serviva ’l patrone, l’allosingava, gli dava à verso, l’ingannava, con cime et pezzetti di corame così dicendo: o populo, lava prima giudicando ne una, pon dentro, forbi, manda giu, habilo in conto d’un triobolo. Vuoi tu che t’apporti da cena? poi squarciando ciò che uno di noi havesse parecchiato a’l patrone. Paflagone m’hà donato questo, e per avanti su la porta impastando la mia schicchiata Laconica, astutissimamente mi corse à torno e me la robò. esso gliela mise avanti quella che io haveva impastata. e noi discaccia, e non lascia che alcuno altro serva a’l patrone. ma tiene una scoriata e stando avanti a’l patrone che cena, fà stare di lungi i dicitori. e se ne canta indivinationi. poi il vecchio profetizza. costui poi quando esso vede impazzire, gli hà fatto uno inganno. perche manifestamente egli butta adosso à quelli che sono dentro cose molto false. e poi siamo battuti noi. e Paflagone à torno correndo, accusa i famigli, gli disturba, si fà donare, dicendo questo: Vedete Hila che per me hà havuto de le scoriate, se non m’ubidirete, hoggi morirete. e noi gli diamo. ma se nò, calcati da’l vecchio, piu di otto volte cacamo. hor dunque affrettandosi habiamo cura ò compagno, qual via dovemo tenere, e dove.
- Ni.
- Benissimo, andiamo per quelle via ò fratello.
- De.
- Ma non e possibile che Paflagone non lo sapia, per ch’egli vede ogni cosa. egli gia hà una de le gambe in su la porta, e l’altra in piazza. esso poi passando un tanto grado, il suo culo è quel medesimo che è la roba in Caone. le mani in Etolia, e la mente in Clopi.
- Ni.
- Meglio sarà adunque che noi moriamo. ma guarda che moriamo virilissimamente.
- De.
- Mò à che fogia, à che modo sarà virilissimamente?
- Ni.
- Bonissima cosa à noi sarà bevere de’l sangue di toro, per ciò che quella morte di Temistocle è piu eligibile.
- De.
- Non per Giove, ma il puro vino de la buona sorte: per che forsi consultaremo qualche cosa di bene.
- Ni.
- Ecco’l puro, à te tocca dunque bevere. ma à che modo un’huomo embriacandosi potrà consultar cosa buona?
- De.
- Veramente tu sei pazzo. tu hai ardimento circa à la consideratione vituperare il vino? che per lo vino troverai cosa che piu s’adopera. veditu? quando bevono gli huomini, à l’ora irricchiscono, vanno dietro a’l suo mestiere, vincono le liti, sono felici, giovano à gli amici, ma porta fuora tosto un bocal di vino, à ciò che mi bagni la mente, e che dica qualche dotta cosa.
- Ni.
- Oime che ne farai tu mai co’l tuo bevere?
- De.
- Bene. hor porta quà, e io sederò. e se m’inebriarò, tutte queste cose empirò di consiglietti, e sententiette, e cogitationcule.
- Ni.
- Con assai buona sorte che non sono stato preso di dentro, quando robava il vino.
- De.
- Dimi, che fà il Paflagone?
- Ni.
- Egli ingrato quando hà leccato le cose salate de’l commune, se ne runchegia embriaco, se le pelli stravaccato con la bocca aperta.
- De.
- Hor su portamene assai de’l puro.
- Ni.
- Piglia un poco il gusto et gustalo con la buona ventura. tira tira giu quello de la sorte di Pramnia.
- De.
- O buon compagno, così è la tua dispositione, non la mia.
- Ni.
- Dì, ti prego che cosa gliè.
- De.
- Roba le indivinationi de’l Paflagone velocemente e portale fuora de là, mentre che egli dorme.
- Ni.
- Ma queste cose sono de la sorte? i temo che non diventi de la infelice sorte.
- De.
- Hor via, io à me istesso condurò un vase, per spruzarmi l’animo, e per dire qualche cosa ch’habia de’l buono.
- Ni.
- Quanto forte pettegia e runchegia il Paflagone. però non sa che gli hò tolto il sacro vaticinio, de’l quale molto haveva custodia.
- De.
- O valente huomo, portalo che io ’l lega. tu poi metti da bevere, facendo qualche cosa. porta ch’io vega che cosa vi è dentro. ò oracoli. dami tu la tazza tosto.
- Ni.
- Ecco, che dice l’oracolo?
- De.
- Mettine un’altra.
- Ni.
- Ne gli oracoli è, mettine un’altra?
- De.
- O Bacide.
- Ni.
- Che cosa è?
- De.
- Dami presto la tazza.
- Ni.
- Bacide spesso adoperava la tazza.
- De.
- O sciagurato Paflagone, queste cose tu servavi lungamente, temendo l’oracolo per te medesimo.
- Ni.
- Che?
- De.
- Egli è qui esso, che muore.
- Ni.
- Et à che modo?
- De.
- A che modo? l’oracolo chiaramente dice, che per la prima volta colui diventa venditore di stoppe, che primo haverà gli impazzi de la cità.
- Ni.
- Un tale venditore, che fa quì? dillo.
- De.
- Dietro à questo anchora gli è un’altro che vende pecore.
- Ni.
- Questi doi venditori, e che bisogna che costui patisca?
- De.
- Signoregiare fino à tanto che un’altr’huomo piu odioso divenga che quello, e dopo questo che muora. perche poi il Paflagone diventa venditore di pelli, rapace, gridatore, che ha voce di mangiatavole.
- Ni.
- Conveniente era che ’l venditor di pecore fosse rovinato da quello che vende le pelli.
- De.
- Sì per Giove.
- Ni.
- Oime tristo, d’onde venirà adunque piu un venditor solo?
- De.
- Egliene anchora uno che ha una eccellente arte.
- Ni.
- Dì de gratia ch’è egli?
- De.
- Debo dirlo?
- Ni.
- Sì per Giove.
- De.
- Quello è Allantopole ch’è per distrugere costui.
- Ni.
- Allantopole è, ò Nettuno, per arte. sù, ove trove- troveremo noi quest’huomo?
- De.
- Cerchiamolo.
- Ni.
- Ma costui viene, come che dio voglia, in piazza.
- De.
- O felice Allantopole vien quà, vien quà caro fraello, vien su, che sei paruto à la cità, anchor de noi conservatore.
- Allantopole
- Che cosa gli è? perche mi chiamate?
- De.
- Vien quà, che saperai, quanto hai buona sorte, e che molto sei felice.
- Ni.
- Vien mò, metti giu il suo scagno, e rinsegnaci come stà esso oracolo de’l dio, e io me ne vado à far la guardia a’l Paflagone.
- De.
- Horsu tu pon giu prima i vasi in terra, poi bascia la terra, e prega i dei.
- Al.
- Ecco, che gli è?
- De.
- O beato tu, ò ricco, ò tu che hoggi sei da niente, domane sarai molto grande, ò duce de gli Ateniesi fortunati.
- Al.
- Che non mi lasci tu ò compagno, lavare i ventricelli, e vendere le trippe? hor tu mi dai ciancie?
- De.
- O pazzo, che ventricelli? hor guarda, veditu le squadre di questi popoli?
- Al.
- Vego.
- De.: Di tutti questi tu sarai signore, e de’l foro, e d’i porti, e de la concione, il concilio calcherai, e i capitani romperai, li tenerai legati, li farai stare in prigione, ne’l Pritaneo potrai cortigianare.
- Al.
- Io?
- De.
- Tu sì, et non vedi anchora ogni cosa: ma vien su, e sedi giu in su questo scagno, e risguarda ogni isola in circondo.
- Al.
- Risguardo.
- De.
- Perche tu hai poi mercantie e navi.
- Al.
- Io sì.
- De.
- A che modo adunque non sei tu molto aventurato? anchora adesso dirizza l’occhio destro in Caria, e l’altro in Cartagine.
- Al.
- Sarò beato, se mi divolgerò.
- De.
- Nò, ma per te sia venduto ogni cosa. per ciò che divenirai, sì come dice questo oracolo, huomo grande.
- Al.
- Dimi, à che modo assendo io Allantapole, diverrò uomo d’assai?
- De.
- Et proprio per questo diventerai grande, perche tu sei un mal’huomo, e di quelli de’l foro, e audace.
- Al.
- Non mi stimo io degno haver molto.
- De.
- Oime che ditu mai, che non sei degno. mi pare che tu intendi qualche cosa per te istesso buona. sei tu de gli honesti e buoni?
- Al.
- Per i dei sono d’i mali.
- De.
- O beato ne la sorte, di che sorte di bene haitu havuto circa à le facende.
- Al.
- Ma fratello ne anche sò musica, eccetto che un poco di lettere, e queste anchor mal male.
- De.
- Questo solo t’ha nociuto, à dire, che male le sai: perche la governatione de’l popolo piu non è per un’huomo musico, ne anche accostumato, e da bene, anzi è per uno ignorante et odioso. ma non lasciare quello che t’hanno dato i dei ne gli oracoli.
- Al.
- A che modo adunque dice l’oracolo?
- De.
- Ben per i dei, e variamente, e prudentemente con oscurità parlando, ma quando Birseeto che ha torto il muso, havrà tolto con le masselle il dracon pazzo, bevitore di sangue: à l’hora sarà morta l’amaritudine de Paflagoni. e à i venditor di ventriculi dio dà gran gloria, se non volessimo piu presto vendere trippe.
- Al.
- A che modo adunque queste cose sono per me, insegnami un’altra volta.
- De.
- Birseeto è questo di Paflagonia.
- Al.
- Perche ha torto il muso?
- De.
- Come dice questo, che con le mani storte, e corve rapisce e porta.
- Al.
- Il dracone poi à che fine?
- De.
- Questo è chiarissimo, che’l dracone è cosa lunga, e la trippa lunga anchora: e la trippa, e il dracone sono bevitori di sangue. però dice che ’l dracone vince Birseeto, se non sarà accarezzato con parole.
- Al.
- Questi oracoli m’imbelliscono pure, ma mi maraviglio poi à che modo io sia sofficiente à governare il popolo.
- De.
- La piu facile, e piu vile impresa. fà quello che fai, disturba, e accorda insieme tutti i travagli, e sempre fà tuo il popolo, indolcendolo con parolette da coco, l’altre cose poi tu hai che à se tirano il popolo. sciagurata voce, sei nato un mal huomo, sei di quelli de la piazza, tu hai tutte quelle cose che bisogna à le cose de la cità. e gli oracoli s’accordano, e quello Pitico. però sia incoronato, e fà sacrificio a’l stolido et pazzo, e à che modo scaciarai l’huomo?
- Al.
- Et che mi sarà coadiutore? e questi ricchi hanno timore d’esso, e quel povero ha in odio i popoli.
- De.
- Ma ce sono cavallieri huomini da bene piu di mille, che hanno esso in odio, che t’aiuteranno, e de cittadini da bene, et discreti, et de spettatori chiunque è prudente: e io con quelli. e il dio ne abbracciera. e non haver paura, che s’è gia assomigliato. onde per la paura, ò timore niuno l’hà voluto à vasi fatti assomigliare. pur ogni modo sarà conosciuto, perche questo teatro è sagio, e prudente.
- Ni.
- Oime infelice, il Paflagone vien fuora.
- Cleone
- Non per i dodeci dei v’alegrarete, ch’è assai c’havete fatta la congiuratione contra il popolo. che cosa fà la tazza Calcidica? non è che non vi fate ribelli a quelli de Calci, andarete in rovina, morirete ò sceleratissimi.
- De.
- Tu che fugi? non resti ò gentil’huomo Allantopole? non lasciare andare le cose. huomini cavalieri venite. hora è il tempo. ò Simone, ò Panetio, non seguite a’l destro corno? huomini sono apresso. ma spingi e ritorna un’altra volta. polvere che si vede d’essi come se fossino attacati. ma spingi, e seguita, e fà la version d’esso.
- Coro de cavallieri
- Batti, batti lo sciagurato, e che disturba l’essercito de cavalli, e banchiero, e valle, e caribdi di rapina, e scelerato, e scelerato, il dirò pur spesso. e pur costui era di mala sorte spesso di di. ma battilo, e perseguitalo, e disturbalo, e mescola, e habilo in fastidio, e giacendo chiamane anchor noi. guarda poi che’l non ti fuga, perche sà le vie, che Eucrate ha fugito di lungo de le paglie.
- Cle.
- O vecchi de’l sol parenti da buon mercato, ch’io nutrisco chiamando, e nel giusto, e ne l’ingiusto aiutatemi, che son battuto da huomini congiurati.
- Co.
- Nella giustitia sì, che divori il sortire piu presto cose publice, et dai la colpa à i rei calcandoli, ponendo à mente qual de loro è crudele, ò pazzo, ò non pazzo. e se conosci alcuno, e con alcuno d’essi che stia indarno, e con la bocca aperta, menandolo dal Cheroneso, incolpandolo, ineseandolo, poi volgendoli la spalla quello divori. e quardi bene quale è poltrone d’i citadini, ricco, et non povero, e che ha tremore da le cose.
- Cle.
- Sedete voi di compagnia: e io, ò i miei huomini per voi sono battuto, che io era per dire una sententia, come è cosa giusta ne la cità: che una memoria stia, à voi pertiene per la virilità.
- Co.
- Et quanto soperbo, e quanto delicato, vedi à che cose egli và, come vecchi noi ha ingannato con loquacità. ma se così vince, così sarà percosso. se costui poi s’inchina quà, à la gamba combatterà.
- Cle.
- O cità, et ò popolo da quali bestie son’io lacerato ne’l ventre?
- Co.
- Et tu hai gridato, che sempre la cità sottometti.
- M.
- Ma io con questa voce primamente ti volgerò.
- Co.
- Ma anchor che tu vinci con la voce, tu sei un canto, ma se passerai senza vergogna, questa ischicciata è nostra.
- Cle.
- Quest’huomo io mostro, e dico che mena fuora legne con le navi de Peloponnesi.
- Al.
- Sì per Giove, et io questo, che se ne corre con la panza vuota ne’l Pritaneo, po riesce con quella piena.
- De.
- Per Giove egli mena fuori cose nascoste, et pane, et carne, et pesce, de’l qual Pericle non fu stimato degno.
- Cle.
- Subito morirete fortemente
- Al.
- Tre volte ti chiamarò forte.
- Cle.
- Io gridarò chiamandoti.
- Al.
- Io ti chiamarò gridando.
- Cle.
- T’accusarò se sarai capitano.
- Al.
- Ti bastonarò.
- Cle.
- Ti cavarò la superbia.
- Al.
- Ti cavarò i denti.
- Cle.
- Risguardami, et non abbassare gli occhi.
- Al.
- Ne’l foro anchora io sono allevato.
- Cle.
- Ti stracciarò, se tu parli niente.
- Al.
- Ti smerdarò, se parlarai.
- Cle.
- Confesso di robare: et tu nò?
- Al.
- Per Mercurio de’l foro, e lo giro che lo vedete.
- Cle.
- Tu insegni adunque cose aliene, et ti mostrerò à i Pritanesi, che non hai diece ventri sacrati à dei.
- Co.
- O sciagurato, et gridatore, de la tua audacia tutta la terra è piena, et ogni congregatione, et tributi, et scritture, et tribunali, ò sporco, et fangoso, et che conturbi tutta la nostra cità, che hai insordita la nostra Atena gridando, et che da le pietre di sopra guardi i tributi.
- Cle.
- Sò io questa novella, d’onde lungamente è posta insieme.
- Al.
- Ma se tu non sai la compositura, ne anche io le incordationi. che sotto tagliando vendevi la pelle d’un bò cattivo à i villani astutamente, per farlo parere grasso. e à portarlo avanti dì, era magiore di doi palmi.
- De.
- Et per Giove anchora à me hà fatto questa medesima cosa, à ciò che io dessi derisione assai à i citadini e à gli amici, perche inanzi che fosse à Pergasi, nodava io con le calze.
- Co.
- An, da prima non mostravitu esser impudente, cosa che solamente stà ne i dicitori: à che tu credendo molgi i forestieri fruttiferi, essendo d’i primi, e costui chi vede s’infunde Hippodamo. ma egli è apparso un’altro huomo molto piu scelerato di tè à farmi alegrare, che ti farà star fermo, ed è quì. de lì è chiaro ne l’astutia e audacia e ne le dicacità, ma hò nutrito e allevato, donde sono gli huomini, che sono, hor dillo. che niente dice l’esser stato allevato con buoni costumi.
- Al.
- Et pure udite, potente è questo citadino.
- Cl.
- Non mi lascierai tu un’altra volta?
- Al.
- Non per Giove, perche io sono un mal’huomo: ma circa l’esser primo, prima lo voglio combattere.
- Co.
- Et se non ubidisce cosi, dì ch’è anchora da i mali.
- Cl.
- Hor non mi lascierai?
- Al.
- Non per Giove.
- Cl.
- Sì per Giove.
- Al.
- Non per Nettuno.
- Cl.
- Oime io creparò.
- Al.
- Et io pur non mi partirò da te.
- Co.
- Lascialo per i dei à lui da guastarsi.
- Cl.
- Et in cui fidandoti, tu pensi esser conveniente il contradirmi.
- Al.
- Che son potente anchora io anche à ornare.
- Cl.
- Ecco à dire, ben dunque; tu pigliando una cosa che t’avegna lacerando cose crude, la manegiarai bene. ma sai che tu mi pari haver fatto, quello che hà fatto la moltitudine, se per aventura hai detto bene il giudicietto verso il forestiere sporco, di notte spargendo la fama e ne le vie à te stesso parlando, e aqua bevendo, e dimostrando e attristando gli amici, pensitu ò pazzo d’esser potente à dire con stoltitia?
- Al.
- Che cosa tu bevendo hai fatta la cità a’l presente tacere, impedita ne la lingua da te solo solo?
- Cl.
- A mè che huomo hai posto inanzi? che subitamente divora i tunni caldi, e poi beve una lagena di vino puro, e io ingiuriarò quelli capitani che stanno su la porta.
- Al.
- Et io mangiarò le trippe di buò e ’l ventricello di borco, e poi beverò il bruodo senza lavarmi e suffocarò i dicitori, e conturberò Nicia.
- Co.
- Ne’l resto certo mi sei piacciuto. ma una de le cose non mi s’aggiunge, che tu solo sorbirai il bruodo. ma non mangiando pesci, disturberai i Milesij.
- Al.
- Ma se mangiarò i lati, venderò i metalli.
- Cl.
- Et io saltando ne’l concilio, per forza lo turbarò.
- Al.
- Io poi commuoverò il tuo culo, come vesica.
- Cl.
- Et io ti scacciarò fuor de la porta co’l culo basso.
- Co.
- Per Nettuno, et me anchora, se costui tiri fuori.
- Cl.
- Tè solo ligherò à un legno.
- Al.
- Ti persiguiterò per la tua timidità.
- Cl.
- La tua pelle sarà distesa.
- Al.
- Ti scorticherò il sacco con che tu robi.
- Cl.
- Sarai inficcato in terra.
- Al.
- Parecchiarò le tue ferite.
- Cl.
- Ti stirparò le palpebre da gli occhi.
- Al.
- Ti tagliarò la gola.
- De.
- Et per Giove mandandoli un palo da cocina in bocca, poi di dentro via istirpandogli la lingua, consideraremo bene e gagliardamente il culo di quello che stà con la bocca aperta, se hà male.
- Co.
- Le altre cose certo eran piu calde de’l fuogo, et piu impudenti de le parole sporche che si dicono nela cità. e la cosa non era così mala. ma assalta et volta, fa ogni grande cosa. perche hoggi si tiene mezzo, come l’havrai intenerito ne’l percoterlo, pauro so’l troverai, ch’io conosco i suoi gesti e usanze.
- Al.
- Mà pur costui si fatto essendo per tutta la sua vita, poi è paruto esser huomo maschio mietendo per la està aliena, e hora le spiche, quelle che di là hà tirate in un legno le hà legate e le secca, e le vuole rendere.
- Cl.
- Non hò paura di voi, mentre che’l concilio sta vivo, e la persona del popolo và giu di se sedendo.
- Co.
- Et molto ad ogni cosa diviene impudente, e non tramuta’l colore presente.
- Cle.
- Se non ti voglio male, poss’io diventare una pelle di Cratino, e siami insengnato à cantar la Trage dia di Morsimo.
- Co.
- O che sedi sempre su tute le cose, che sono datrici d’i doni, e ne ifiori: postu malamente, si coma hai trovato, mandar via la impositione. perche cantarei à l’hora l’hora solamente, bevi, bevi ne le calamità e disaventure. e penso sopra quel vecchio di Giulio guardiano de le buone mani, che alegrasi à cantar Peone e Bacco Bacco.
- Cl.
- Non mi vincerete d’impudentia per il dio Nettuno. ò che mai non m’approssimarò à le viscere di Giove forense.
- Al.
- Io con questi pugni, cò i quali assai assai cose da i fanciulli hò tolerato, e ferite de cortelli: penso di soprastarti con questi. ò indarno pasciuto da’l cibo, cosi grande sono allevato.
- Cl.
- Da’l mangiar, come se tu fussi un cane ò tristo: à che fogia adunq; mangiando quello che dè mangiare un cane, combattitu con una testa di cane?
- Al.
- Et per Giove sono ancor de le altre ingannationi mie, quando io era putto, che ingannava i cuoghi, cosi dicendo: Guardate figliuoli, non vedete? egli è novello il tempo, egli è la rondine: e costoro guardavano, e io in questo mezzo gli robai la carne.
- Co.
- O carne prudentissima molto saviamente tu hai proveduto, quasi mangiando ortiche avanti le rondine tu robavi.
- Al.
- Et questo facendo me n’ascondeva, e se pur’alcuno d’essi havesse visto ascondendo ne le parti vergognose spergiurava i dei. per il che disse un huomo di rhetori vedendomi far questo: Non può esse che questo fanciullo non habia cura de’l popolo.
- Co.
- Bene hà coniettato queste cose. ma la cosa chiara è da chi hà egli inteso, che robando spergiuravi, et il culo haveva la carne.
- Cl.
- Io ti farò calare la audacia, e penso piu tutti doi. Onde ti escio chiaro e grande, giuso mandato insieme turbando temeramente e la terra e’l mare.
- Al.
- Et io ascurterò le viscere, et io poi me istesso manderò giu ne la aqua seconda, comandandoti che assai piangi.
- De.
- Et io se deprime qualche cosa, farò la guardia à la sentina.
- Cle.
- Non per Cerere passerai, robando molti talenti de gli Atheniesi.
- Co.
- Guarda, e manda giu il piede, che costui soffia gia malitie e incolpationi.
- Cl.
- Et io sò bene che hai da Potidea diece talenti.
- Al.
- Che vuoi dunq; uno di questi talenti, e tacere?
- Co.
- L’huomo volontiere lo piglierà, manda giu le corde.
- Al.
- Il soffiar divien meno.
- Cl.
- Fugierai cento accusationi di quattro talenti.
- Al.
- Tu poi di non andare à la guerra vinti, e di rubamento piu de mille.
- Cl.
- Da i scelerati de la dea dico tè esser disceso.
- Al.
- Dico che sono avolo de tuoi zaffi.
- Cl.
- De quali? dimi.
- Al.
- Di quelli di Birsina d’Hippio.
- Cl.
- Sei un zanciatore.
- Al.
- Sei un mal’huomo.
- Co.
- Batti gagliardamente.
- Cl.
- Oime, oime, mi battono costor che ci sono accordati insieme.
- Co.
- Battilo gagliardissimamente, dagli su la panza. e su’l ventre, e su’l culo, e ammazalo questo huomo da niente.
- Co.
- O nobilissima carne, e miglior d’animo de tutti, e che sei demostrato servatore de la cità, e di noi citadini: molto bene e variamente sei andato à l’huomo ne le parole, à che modo ti loderemo cosi, come s’alegriamo?
- Cl.
- Queste novelle fabricate, per Cerere, non m’erano celate, ma sapeva bene che tutte erano attaccate e conglutinate.
- Co.
- Oime, e tu niente dici da quello che fà i carri.
- Al.
- Io so ben che cose tu fai in Argo. egli n’escusa ben gli Argivi amici, e privatamente iui s’accorda cò i LacedemoniJ. e io so in quali queste cose sono infisse naturalmente, perche ne i ligati si fabricano.
- Co.
- Ben bene fabrica per le conglutinate.
- Al.
- Et fanno festa per questo gli huomini de là un’altra volta. e questo, se me volesti dare ne argento ne oro, non mi darai ad intendere, ne ancho amici mandandomi, per far che questo à gli Atheniesi non dica.
- Cl.
- Io adunque subitamente al concilio andando, dirò le cogiuration de tutti voi, et le congregationi che si fanno di notte ne la cità. e ogni cosa à i Medi e al Re congiurate. e quelle cose cagiate da quelli di Beotia.
- Al.
- A che modo adunque il formagio si vende in Beotia.
- Cl.
- Io te sbatterò in terra per il dio Hercole.
- Co.
- Hor su, e tu che mente ò che animo hai, hora lo’nsegnerai, poi che ascondesti à l’hora la carne ne la braca, come tu istesso dici: perciò che ti rovinerà menandoti in palazzo. cosi costui abbattendosi, ivi t’incolparà: e con gran gridore chiamarà noi tutti.
- Al.
- Però me ne vò, ma prima (poi che gli hò) i ventri, e i cortelli quà giu metterò.
- Co.
- Habi adunq; , ungite la coppa di questo, à ciò che possi scampare le calunnie.
- Al.
- Anzi dici bene, e queste cose sono da insegnare à putti.
- Co.
- Habi adesso. piglia, mangia questo.
- Al.
- Che?
- Co.
- A ciò che meglio ò compagno inagliato combatter possi, e fa tosto.
- Al.
- Questo farò.
- Co.
- Hora ricordati, di mordere, incolpare, mangiarglieli’l collo. e come gli ai mangiato la gola, verrai un’altra volta.
- Co.
- Hor và alegramente, e farai secondo la mia fantasia tasia, e Giove forese ti mantegni, e quando haverai vinto, un’altra volta de là di nuovo à noi verrai, incoronato di corone. e voi avertite à noi ricombattenti, ò che havete approvato gia il cantar vario tra voi medesimi.
Se qualche huomo d’i vecchi ch’insegna comedie, ne costringeva ragionando, andar ne’l teatro, non gia mal questo conseguiva. e hor degno è questo poeta, perche vuol male à quei medesimi che noi, e ardisce di dire il giusto, e nobilmenti và à Tifone, e a’l turbine. di quelle cose poi di che egli dice che molti di voi si maraviglia andando à lui, e cercare che non lungamente accusasse, secondo se medesimo n’ha commandato che vi parliamo di questo, perche l’huomo dice, che questo non ha fatto per ignorantia, d’immorare, ma pensando la dottrina de la comedia essere un’impresa difficilissima di tutte, per haver donato essa à pochi de molti che la prova, e di lungo tempo discernendo, voi esser naturalmente annui, e giovando anchora in vecchiezza i poeti di prima. sapendo questo però, ciò che ha patito Magnete con quelle canute che venivano giu. che ha statuito molti triomfi de cori aversarij à la vittoria. et mandandovi tutte le voci, e cantando, e percotendo le ale, e parlando Lidico, e poliendosi, e bagnato di cose di rane non fu bastante. ma morì in vecchiezza. perciò che da la pubertà non fu fu scaciato essendo vecchio, perche mancò da’l dir male. poi ricordandosi di Cratino, che di molta laude abondava, e scorreva per i netti campi, e tirandosi da la stagione portava querce, platani, e nemici spessi. ma non si poteva cantare a’l pasto, se non gli dona il ladro, e i fabri ben lavorate lodi. cosi stette egli in fiore. ma hora vedendolo cianciare, non habiate compassione, cascando gli elettri, e non essedogli piu il tuono, e quelle harmonie disfatte, e guaste, ma per esser vecchio, à torno scorreva, come se fosse stato con nade, havendo una corona secca, e morto di sete. al qual bisognaria per le vittorie di prima bevere ne’l Pritaneo, e non zanciare, ma esser guardato grasso da Dionisio. e quali ire vostre Cratete sofferì, e agitationi, che per poca spesa disnando vi rimandava, da la bocca suavissima macinando sententie civilissime, e pur questo solo per altri bastava, e quando cadendo, e quando nò. di questo temendo dimorava sempre, e apresso diceva bisognare prima diventar galiotto, avanti che si mettesse i temoni, e di quì poi governarsi da se medesimo. per causa di tutte queste cose che saviamente, e non da matto montava su la barca, e zanciava, alzategli un’onda grande, mandate fuora in undeci remi un romore buono di Bacco, à ciò che’l poeta se ne vada alegramente te, secondo la nostra openion facendo, signorile, con un’alegra fronte.
Cavalleresco Imperator Nettuno, à cui piace lo strepito, e hinnito de cavalli, che fanno chioccar i ferri, e le veloci galee de mercantie piene, ne’l mar gittate, e il certame de giovani illustrati ne le carette, e gravemente facendo furia, Quì vieni ne’l coro tu che hai l’aureo tridente, ò che comandi à i delfini, adorato in Sunio, ò Gerestio figliuol di Saturno e casissimo à Formione, trà gli altri dei Ateniesi a’l presente.
Laudar vogliamo i padri nostri, che huomini degni erano di questa terra, e di questo peplo, che con pedonesche scaramuccie, e ne l’essercito navale in ogni luogo sempre vincitori, havevano ornato questa cità, e niuno mai d’essi vedendo gli aversarij, gli ha numerati. ma l’animo subitamente sli scaciava, et se per aventura fossimo cascati in schena in qualche pugna, nettavamo via queste cose, poi negavamo di essere cascati, ma tornavano à lottare, e l’imperatore ne anche solo con amorevolezza domandò la provisione à Cleeneto di quelli capo, e hora se non portano la prima sedia, et le vivande dicono di non combattere. Noi mò vogliamo dare magnifica dote à la cità, et à i dei di quel luogo. e non disideriamo niente se non tanto solamente che, se mai sarà pace, et cessaremo da le fatiche, non habiate invidia à noi se havemo vemo i bei capelli, se se siamo ben politi.
O Minerva de la cità patrona, ò sacratissima sopra ogni cosa, et per guerra, et per poeti, et per potenza, che hai cura de la cità che si leva in superbia, vieni à noi, pigliando quella nostra coadiutrice vittoria ne gli esserciti, et battaglie, che de la compagnia, et cori è amica. et à gli nemici con noi contende. Hor dunque quì dimostrati, per ciò che bisogna tu te dimostri con ogni arte à questi huomini la vittoria: se pur de le altre volte, anchora adesso.
Quello che conosciamo in questi cavalli lodar vogliamo, per esser degni d’esser lodati. perche fin’hora insieme con noi hanno sopportato assai travagli et impeti, et scaramuccie. ma non troppo già si meravigliamo di quelle cose terrene, si come quando quelli che compravan le tazze montavano virilmente su le navi d’i cavalli. et costoro trando et aglij, et cipolle, poi pigliando i remi, si come noi mortali, rifremorono hippape, che gli gettarà? piu tosto da pigliare. che faciamo? non spingitu ò Samfora. et se n’andavano trottando in Corinto, piu giovani foravano i letti con le unghie, et circondavano i stramazzi. mangiavano poi i paguri per herba medica. se alcun le tiri fuora, et quelli che da’l profondo cercano, et come si mise à dire Teoro Carcino Corinthio. gravi cose ò Nettuno, se n’anche ne’l profondo haverò possanza, sanza, che i cavallieri non fugano ne in terra, ne in mare.
- Co.
- O amicissimo de gli huomini e giovanissimo, quanta cura tu absente ne hai dato? et hora poi che saluo sei ritornato, fanne sapere come hai certata la cosa.
- Al.
- Che cosa altra, se non che son fatto vincitor de’l consiglio?
- Co
- Hor vogliamo ch’ogn’uno s’alegri, ò che dici cose honeste, et molto meglio anchora ne le parole essercitato, m’havestu contato chiaramente ogni cosa, perche à me pare cosi, ben che longa via è à correre à udire, circa à questo ò huomo mio da bene dì animosamento, che ogn’uno di noi con teco si alegriamo.
- Al.
- Et certo è cosa degna: per ciò che subito io dopo costui di quà mi partiva. et costui di dentro comminciando à dire parole spingitive, e sonore, mentendo affermava contra i cavallieri, fermando percipitij, e congiuratori dicendogli, e il concilio in tutto credendo, tutto audace da esse di fredde bugie fu fatto pieno, et risguardò acutamente, e risplendette la fronte, et io intese, e conosciute le parole, e che s’era ingannato d’ingannamenti, hor già diss’io Scitali, e Fenaci, e bereschiti, e cobali, e motoni, e il foro, dove, quando era fanciullo, fui ammaestrato. hor datemi l’audacia e la lingua facile, e la voce sfaciata, e quando do di questo haveva cura, da banda destra un bar dassa, ch’era huomo fatto da la lunga pettezzava, e io lo intesi, et poi ferendolo co’l culo sbattè il cancello, e aprì bocca, et gridai fortemente:
O concilio che produce buone parole per la prima vi voglio far sapere, che poi che havemo fraccata la guerra, non hò mai veduto piu degni pescetti. et subito i volti di costoro si sono pacificati, et alegrati, cosa secreta facendo tosto, à ciò che molti pescetti comprassino per un’obolo, et pigliarono bascie de boccalari. et questi risbattetero de le mani, e mi gridavano dietro, et questo Paflagone suspicando, sapendo però di che parole il concilio piu s’alegrava, disse la sententia: Huomini già à me pare, che ne le calamità buone annunciate esser buone nuove à sacrificare à la dea cento bue. il concilio contra di quello consentì un’altra volta, et io quando hebi conosciuto già, vinto da le percosse, ducento bue conquistai. et à questa selvatica l’avisai fra mille doversi far l’oratione à le caprette per domattina, quelli pescetti se venissero a’l numero di cento per il bagattino, un’altra volta il concilio consentì verso di me. costui poi questo sentendo spaventato zanciava. et poi esso tiravano i Pritanei, eti agittarij, et cosntor facevano rumore stando à torno à i pescetti. et costui pregava loro che aspettassino un poco di tempo, à ciò ciò che udiate quello che dice quel precone da Lacedemone. perche è venuto per amicitie dicendo. et costoro tutti à una voce medesima gridarono: hora circa le amicitie, perche già ò sventurato si sono accorti che i pescetti sono apo noi degni, non havemo bisogno d’amicitie: la guerra venga via. e gridarono, che i Pritanesi se n’andassero. poi stavano à saltar per su le tavolate in ogni luogo. io poi comprava porri, sotto correndo, et tutti i porretti quenti n’erano in piazza. poi à i pescetti dava i sapori, et havendone essi di bisogno gli donava la dote, et costoro m’inalzavano tutti, et gridavano cosi. si che ho tolto tutto il concilio de’l bagattino con i porri, et sono venuto.
- Co.
- Gia hai fatto gni cosa, come bisognava à un’huomo felice. et un tristo ha trovato un’altro fornito di molto magior tristezze, et de varij inganni, et d’astute parole. ma à ciò che tu combatti considera le altre cose piu buone. noi poi tu sai, che ne hai à te benivoli e favorevoli.
- Al.
- Et pur questo Paflagone arriva, parando la poca aqua, et squassando, e turbando, quasi come per bevermi gia, maschera d’audacia.
- Cle.
- Se non ti uccidessi, se io havessi alcune di quelle bugie, possa io crepare.
- Al.
- De le minaccie ho piacere, de’l ridere, de l’insuperbirsi di fumo, ho ballato mothona, ho gridato. dato.
- Cle.
- Non per Cerere, se non ti divoro da questa terra, mai non potrò vivere.
- Al.
- Se non mi divorarai, et io se non ti beverò, e sorbirò, io creparò.
- Cle.
- T'ammazzarò, per quella sedia ch'è inanzi à la porta.
- Al.
- Ecco la sedia. di che sorte vederò io te, veduto da la sedia ultimo?
- Cle.
- Ti legarò à un legno, per il cielo.
- Al.
- Tu hai pur grande animo. horsu che cosa ti darò io da divorare, in che cosa tu mangi suavemente? ne la borsa?
- Cle.
- Con le unghie, et con le sgraffe ti cavarò le budelle.
- Al.
- Squarciarò le tue vivande ne'l Pritaneo.
- Cle.
- Ti menarò et strassinarò avanti à la brigata, à ciò che mi parisci la pena.
- Al.
- Et io anchora ti strassinarò et t'incolparò di piu cose.
- Cle.
- Ma ò tristo, et ribaldo à te niente egli crede, et io lo sbeffegio, tanto quanto io voglio.
- Al.
- Molto fortemente tu hai giudicato il tuo popolo.
- Cle.
- Sò ben io di che cibi egli si pasce.
- Al.
- Come le balie malamente lo tratti: per ciò che ha gnangogli glieli metti questo poco. et da quello hai stirpato tu la terza parte.
- Cle.
- Et per Giove con la mia destrezza posso far una brigata
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