Il Dies Irae
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Dies irae! è morto Cecco;
Gli è venuto il tiro secco;
Ci levò l’incomodo.
Un ribelle mal di petto
5Te lo messe al cataletto:
Sia laudato il medico.
È di moda: fino il male
La pretende a liberale:
Vanità del secolo!
10Tutti i Principi reali
E l’Altezze Imperiali,
L’Eccellenze eccettera,
Abbruniscono i cappelli:
Il Balì Samminiatelli[1]
Bela il panegirico.
15Già la Corte, il Ministero,
Il soldato, il birro, il clero,
Manda il morto al diavolo.
Liberali del momento,
Per un altro giuramento
20Tutti sono all’ordine.
Alle cene, ai desinari
(Oh che birbe!) i Carbonari[2]
Ruttan inni e brindisi.
Note
- ↑ Il Balì Samminiatelli era il direttore del giornale La voce della verità, fondato dal duca di Modena e nel quale scriveva anco il Canosa. Era così bestialmente feroce verso i liberali, contro i quali inventava ogni sorta di assurdità, che l’austriaco Metternich aveva dovuto consigliare di sospenderlo perché colle sue esagerazioni faceva più male al trono e all’altare, che a coloro che combatteva. Quando il padre accusava il Giusti, allora studente in Pisa, di scrivere nei giornali, questi rispondeva: «Per fare il giornalista o bisogna essere lontani di qui o avere l’anima del Balì Samminiatelli.» Infatti in Toscana era lasciata la libertà della chiacchiera, non dello stampare. Il Samminiatelli era detto il Balì perché aveva un baliato nell’Ordine di Santo Stefano, che comprendeva cavalieri, balì, priori, ecc.
- ↑ I Carbonari sono d’incerta origine. Secondo alcuni la Carboneria risalirebbe nientemeno che ai tempi di Francesco I re di Francia, si sarebbe estesa nel Napoletano ed avrebbe avuto parte ai moti politici nella guerra di successione contro la Spagna. Secondo altri, una consimile società segreta, ma con nome diverso, esisteva in Germania e in Isvizzera; e alcuni napoletani, esuli nel 1799 e ad essa affiliati, la portarono in patria. Il nome le venne dalle adunanze che gli addetti tenevano sui monti delle Calabrie, nelle povere capanne dei carbonari; i luoghi di riunione si chiamavano vendite e gli inscritti cugini: in gran parte si attenevano a riti massonici. Ciascuno doveva procacciarsi un fucile e venticinque cartucce: giuravano di «far trionfare i dogmi di libertà, di eguaglianza, d’odio alla tirannia; e se non fosse possibile senza combattere, combattere fino alla morte». Aspiravano a cambiar le monarchie italiane in repubbliche; ma si sarebbero anche accontentati di stabilir tre grandi Stati nella penisola, retti a monarchia costituzionale; aiutarono Murat quando si accinse all’impresa di unir l’Italia, salutato dal voto dei migliori, fra cui Alessandro Manzoni. A quel tempo il Colletta faceva ascendere il numero dei Carbonari a più di seicentomila; e ad essi si devono i moti militari di Napoli e del Piemonte che affermarono la vitalità italiana, ma che, traditi dai principi, riempirono il mondo di esuli, mentre la cospirazione dei Carbonari di Milano riempiva le segrete dello Spielberg e di Lubiana.
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