Il culto d'un popolo verso i grandi suoi morti

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Il culto d'un popolo verso i grandi suoi morti
XIX secolo

Il culto d'un popolo verso i grandi suoi morti è senza dubbio indizio della sua civiltà; ma, quando si pensi che molti di quei magnanimi a cui s'inalzano monumenti furono perseguitati e calunniati e odiati in tutte le maniere mentre durarono in vita, vien quasi voglia di conchiudere che molte che paiono manifestazioni di animi generosi non sono altro che misere ipocrisie, e gran parte di ciò che diciamo civiltà non è che industria d'inganni, onde un popolo si studia apparire quel che non è, non solo al giudizio degli altri ma di sé stesso. Sarebbe perciò desiderabile, a decoro dì una gente e ad onor vero dei grandi trapassati, che non ci si affaccendasse troppo a commemorare, a statuare, a monumentare coloro che furono grandi, e si guardasse invece di conformare i pensieri e le azioni nostre a quelle dei magnanimi, dico di coloro che tali furono veramente, non di tanti che prima e dopo morte usurparono tal nome, e fama e gloria ebbero di grandi non per fatti propri, ma per capriccio di fortuna che li pose in alto, e per adulazione di servi, che più adorano la fortuna che non rispettino la virtù.

Questa sarebbe da vero opera di nazione civile; ma i popoli, quantunque si dicano civili, seguiteranno probabilmente a far pompa di morti per coprire le miserie dei vivi: che, inalzar marmi e bronzi costa soltanto danari, quando l'ingegnarsi di imitare i grandi costa tali sagrificì che, tranne pochissimi, nessuno è capace, non che di sostenere, d'immaginare.

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