Il libro del Cortegiano/Dedica/Capitolo I

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Dedica
Capitolo I

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Dedica Dedica - Capitolo II
Al reverendo ed illustre signor
DON MICHEL DE SILVA
vescovo di Viseo


Quando il signor Guid’Ubaldo di Montefeltro, duca d’Urbino, passò di questa vita, io insieme con alcun’altri cavalieri che l’aveano servito restai alli servizi del duca Francesco Maria della Rovere, erede e successor di quello nel stato; e come nell’animo mio era recente l’odor delle virtú del duca Guido e la satisfazione che io quegli anni aveva sentito della amorevole compagnia di così eccellenti persone, come allora si ritrovarono nella corte d’Urbino, fui stimulato da quella memoria a scrivere questi libri del Cortegiano; il che io feci in pochi giorni, con intenzione di castigar col tempo quegli errori, che dal desiderio di pagar tosto questo debito erano nati. Ma la fortuna già molt’anni m’ha sempre tenuto oppresso in così continui travagli, che io non ho mai potuto pigliar spazio di ridurgli a termine, che il mio debil giudicio ne restasse contento. Ritrovandomi adunque in Ispagna ed essendo di Italia avvisato che la agnora Vittoria dalla Colonna, marchesa di Pescara, alla quale io già feci copia del libro, contra la promessa sua ne avea fatto transcrivere una gran parte, non potei non sentirne qualche fastidio, dubitandomi di molti inconvenienti, che in simili casi possono occorrere; nientedimeno mi confidai che l’ingegno e prudenzia di quella Signora, la virtú della quale io sempre ho tenuto in venerazione come cosa divina, bastasse a rimediare che pregiudicio alcuno non mi venisse dall’aver obedito a’ suoi comandamenti. In ultimo seppi che quella parte del libro si ritrovava in Napoli in mano di molti; e, come sono gli omini sempre cupidi di novità, parea che quelli tali tentassero di farla imprimere. Ond’io, spaventato da questo periculo, diterminaimi di riveder súbito nel libro quel poco che mi comportava il tempo, con intenzione di publicarlo; estimando men male lasciarlo veder poco castigato per mia mano che molto lacerato per man d’altri. Cosí, per eseguire questa deliberazione cominciai a rileggerlo; e súbito nella prima fronte, ammonito dal titulo, presi non mediocre tristezza, la qual ancora nel passar piú avanti molto si accrebbe, ricordandomi la maggior parte di coloro, che sono introdutti nei ragionamenti’, esser già morti: che, oltre a quelli de chi si fa menzione nel proemio dell’ultimo, morto è il medesimo messer Alfonso Ariosto, a cui il libro è indrizzato, giovane affabile, discreto, pieno di suavissimi costumi ed atto ad ogni cosa conveniente ad omo di corte. Medesimamente il duca Iuliano de’ Medici, la cui bontà e nobil cortesia meritava piú lungamente dal mondo esser goduta. Messer Bernardo, Cardinal di Santa Maria in Portico, il quale per una acuta e piacevole prontezza d’ingegno fu gratissimo a qualunque lo conobbe, Pur è morto. Morto è il signor Ottavian Fregoso, omo a’ nostri tempi rarissimo, magnanimo, religioso, pien di bontà, d’ingegno, prudenzia e cortesia e veramente amico d’onore e di virtú e tanto degno di laude, che li medesimi inimici suoi furono sempre constretti a laudarlo; e quelle disgrazie, che esso constantissimamente supportò, ben furono bastanti a far fede che la fortuna, come sempre fu, cosí è ancor oggidí contraria alla virtú. Morti sono ancor molti altri dei nominati nel libro, ai quali parea che la natura promettesse lunghissima vita. Ma quello che senza lacrime raccontar non si devria è che la signora Duchessa essa ancor è morta; e se l’animo mio si turba per la perdita de tanti amici e signori mei, che m’hanno lasciato in questa vita come in una solitudine piena d’affanni, ragion è che molto piú acerbamente senta il dolore della morte della signora Duchessa che di tutti gli altri, perché essa molto piú che tutti gli altri valeva ed io ad essa molto piú che a tutti gli altri era tenuto. Per non tardare adunque a pagar quello, che io debbo alla memoria de cosí eccellente Signora e degli altri che piú non vivono, indutto ancora dal periculo del libro, hollo fatto imprimere e publicare tale qual dalla brevità del tempo m’è stato concesso. E perché voi né della signora Duchessa né degli altri che son morti, fuor che del duca Iuliano e del Cardinale di Santa Maria in Portico, aveste noticia in vita loro, acciò che, per quanto io posso, l’abbiate dopo la morte, mandovi questo libro come un ritratto di pittura della corte d’Urbino, non di mano di Rafaello o Michel Angelo, ma di pittor ignobile e che solamente sappia tirare le linee principali, senza adornar la verità de vaghi colori o far parer per arte di prospettiva quello che non è. E come ch’io mi sia sforzato di dimostrar coi ragionamenti le proprietà e condicioni di quelli che vi sono nominati, confesso non avere, non che espresso, ma né anco accennato le virtú della signora Duchessa; perché non solo il mio stile non è sufficiente ad esprimerle, ma pur l’intelletto ad imaginarle; e se circa questo o altra cosa degna di riprensione (come ben so che nel libro molte non mancano) sarò ripreso, non contradirò alla verità.

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