Il libro del Cortegiano/Libro primo/Capitolo XXIII

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Libro primo
Capitolo XXIII

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- Certo, - disse allor messer Cesare Gonzaga, - non si dovria già impedir il corso di questo ragionamento; ma, se io tacessi, non satisfarei alla libertà ch’io ho di parlare, né al desiderio di saper una cosa; e siami perdonato s’io, avendo a contradire, dimanderò; perché questo credo che mi sia licito, per esempio del nostro messer Bernardo, il quale per troppo voglia d’esser tenuto bell’omo, ha contrafatto alle leggi del nostro gioco, domandando e non contradicendo. - Vedete, - disse allora la signora Duchessa, - come da un error solo molti ne procedono. Però chi falla e dà mal esempio, come messer Bernardo, non solamente merita esser punito del suo fallo, ma ancor dell’altrui -. Rispose allora messer Cesare: - Dunque io, Signora, sarò esente di pena, avendo messer Bernardo ad esser punito del suo e del mio errore. - Anzi, - disse la signora Duchessa, - tutti dui devete aver doppio castigo: esso del suo fallo e dello aver indutto voi a fallire; voi del vostro fallo e dello aver imitato chi falliva. - Signora, - rispose messer Cesare, - io fin qui non ho fallito; però, per lasciar tutta questa punizione a messer Bernardo solo, tacerommi -. E già si taceva; quando la signora Emilia ridendo, - Dite ciò che vi piace, - rispose, - Ché, con licenzia però della signora Duchessa, io perdono a chi ha fallito e a chi fallirà in cosí piccol fallo -. Suggiunse la signora Duchessa: - Io son contenta; ma abbiate cura che non v’inganniate, pensando forse meritar piú con l’esser clemente che con l’esser giusta; perché perdonando troppo a chi falla si fa ingiuria a chi non falla. Pur non voglio che la mia austerità per ora, accusando la indulgenzia vostra, sia causa che noi perdiamo d’udir questa domanda di messer Cesare -. Cosí esso, essendogli fatto segno dalla signora Duchessa e dalla signora Emilia, súbito disse: