Il libro del Cortegiano/Libro quarto/Capitolo XII

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Libro quarto
Capitolo XII

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Allor il signor Ottaviano, quasi ridendo, - Voi adunque, signor Gasparo, - disse, - volete che gli omini sian cosí infelici e di cosí perverso giudicio, che abbiano con la industria trovato arte per far mansueti gli ingegni delle fiere, orsi, lupi, leoni, e possano con quella insegnare ad un vago augeflo volar ad arbitrio dell’omo e tornar dalle selve e dalla sua natural libertà voluntariamente ai lacci ed alla servitú, e con la medesima industria non possano o non vogliano trovar arti, con le quai giovino a se stessi e con diligenzia e studio facciano l’animo suo megliore? Questo, al parer mio, sarebbe come se i medici studiassero con ogni diligenzia d’avere solamente l’arte da sanare il mal dell’unghie e lo lattume dei fanciulli e lassassero la cura delle febri, della pleuresia e dell’altre infirmità gravi: il che quanto fosse for di ragione, ognun po considerare. Estimo io adunque che le virtú morali in noi non siano totalmente da natura, perché niuna cosa si po mai assuefare a quello che le è naturalmente contrario, come si vede d’un sasso, il qual se ben diecemilia volte fosse gittato all’insú, mai non s’assuefaria andarvi da sé; però se a noi le virtú fossero cosí naturali come la gravità al sasso, non ci assuefaremmo mai al vicio. Né meno sono i vicii naturali di questo modo, perché non potremmo esser mai virtuosi; e troppo iniquità e sciocchezza saria castigar gli omini di que’ diffetti, che procedessero da natura senza nostra colpa; e questo error commetteriano le leggi, le quali non dànno supplicio ai malfattori per lo error passato, perché non si può far che quello, che è fatto, non sia fatto, ma hanno rispetto allo avvenire, acciò che chi ha errato non erri piú, o vero col mal esempio non dia causa ad altrui d’errare; e cosí pur estimano che le virtú imparar si possano; il che è verissimo, perché noi siamo nati atti a riceverle, e medesimamente i vicii; e però dell’uno e l’altro in noi si fa l’abito con la consuetudine, di modo che prima operiamo le virtú o i vicii, poi siam virtuosi o viciosi. Il contrario si conosce nelle cose che ci son date dalla natura, ché prima avemo la potenzia d’operare, poi operiamo; come è nei sensi, ché prima potemo vedere, udire, toccare, poi vedemo, udiamo e tocchiamo; benché però ancora molte di queste operazioni s’adornan con la disciplina. Onde i boni pedagoghi non solamente insegnano lettere ai fanciulli, ma ancora boni modi ed onesti nel mangiare, bere, parlare, andare con certi gesti accommodati.

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