Il libro del Cortegiano/Libro secondo/Capitolo LIII
Capitolo LIII
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Risesi molto del sottil avvedimento di questo cittadino; e, racchetato il riso, disse la signora Emilia: - Comportarete voi, messer Bernardo, che messer Pietro burli cosí i Fiorentini senza farne vendetta? - Rispose, pur ridendo, messer Bernardo: Io gli perdono questa ingiuria, perché s’egli m’ha fatto dispiacere in burlar i Fiorentini, hammi compiacciuto in obedir voi, il che io ancor farei sempre -. Disse allor messer Cesare: Bella grosseria udi’ dir io da un bresciano, il quale, essendo stato quest’anno a Venezia alla festa dell’Ascensione, in presenza mia narrava a certi suoi compagni le belle cose che v’avea vedute; e quante mercanzie e quanti argenti, speziarie, panni e drappi v’erano; poi la Signoria con gran pompa esser uscita a sposar il mare in Bucentoro, sopra il quale erano tanti gentilomini ben vestiti, tanti suoni e canti, che parea un paradiso; e dimandandogli un di que’ suoi compagni, che sorte di musica piú gli era piaciuta di quelle che avea udite, disse: «Tutte eran bone; pur tra l’altre io vidi uno sonar con certa tromba strana, che ad ogni tratto se ne ficcava in gola piú di dui palmi e poi súbito la cavava e di novo la reficcava; che non vedeste mai la piú gran maraviglia» -. Risero allora tutti, conoscendo il pazzo pensier di colui, che s’avea imaginato che quel sonatore si ficcasse nella gola quella parte del trombone, che rientrando si nasconde.