Il mito di Ciparisso

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Francesco Maria Avellino

1841 M Indice:Il_mito_di_Ciparisso.djvu Letteratura Il mito di Ciparisso Intestazione 26 settembre 2011 100% Mitologia

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IL MITO DI CIPARISSO

osservazioni

SOPRA UN DIPINTO POMPEJANO

Lette all’Accademia nell’anno 1834

dal CAV. F. M. AVELLINO.




La bella ed utile pianta, che i Greci dissero κυπάρισσος, da tempi assai remoti venne in giusta rinomanza. Propria, secondo l’osservazione di Teofrasto[1], de’ fervidi climi, nasceva essa in maggior copia precisamente nelle isole di Creta e di Rodi, e nella Licia. Il cipresso cretese pare che abbia massimamente ottenuto celebrità e per la sua eccellenza ne’ lavori[2], e per la copia, e la spontaneità con cui esso in Creta si moltiplicava. Teofrasto infatti insegna che il cipresso negli altri luoghi si seminava, ma che in Creta germinava anche dal tronco, ed in Tarrha città dell’isola medesima denominavasi [p. 4]κουριζομένη (caedua), perchè in qualsivoglia modo tagliato vi rigerminava, e talvolta anche dalle radici. E ne’ monti Idei, ed in quelli che dicevansi Leuci nella stessa isola, trovavasi quella pianta sulle stesse elevazioni coverte sempre di neve[3]; ond’è che giustamente Virgilio le ha data la denominazione d’Idaea[4]. Meraviglioso è ciò che Plinio aggiugne su tal proposito: poichè dopo aver detto esser Creta patria del cipresso, narra che nasce esso in quell’isola per natural virtù, ovunque muovasi la terra, ed anche spontaneamente senza che sia il suolo in modo alcuno coltivato (non appellato solo), e massime ne’ già detti monti coverti di perpetua neve, mentre altrove ha bisogno di un clima caldo, e con difficoltà si produce[5]. Ed il Brotier nelle sue note a queste parole di Plinio osserva opportunamente che il Tournefort verificò ne’ suoi viaggi la verità della narrazione di Teofrasto e di Plinio relativamente al cipresso che in Creta tralle nevi germoglia[6]. [p. 5]

Nelle regioni più orientali nacque anche in gran copia il cipresso, e le sacre carte che indicano questa pianta col nome di ברותים giusta la versione de’ settanta e la vulgata, conservano menzione di quelli che sorgevano sulla porzione del Libano chiamata Hermon[7]. È noto che il dottissimo Bochart intender volle del cipresso quel עצי גפר hetz gopher, di cui l’Onnipotente ordinò a Noè che si formasse l’arca, e per ragioni di questa sua interpretazione adduceva sì l’abbondanza di quel materiale nel luogo ove l’arca fu costruita, e si pure la somiglianza tralla detta voce גפר, ed il greco κυπάρισσος[8]. Nè può negarsi invero che questa etimologia sia assai più plausibile di quella che gli scrittori greci assegnar sogliono a κυπάρισσος, che credono così detta perchè produce tra loro uguali i suoi rami (ἀπὸ τοῦ κύειν παρίσους τοὺς κλάδους)[9]. Ma per altri motivi, che sarebbe qui lunga cosa additare, l’opinione del Bochart non è stata seguita da altri eruditi orientalisti[10], comechè essa siesi tratto l’assentimento [p. 6]dell’Heideggero[11], del nostro celebre Mazzocchi[12], e di altri citati dal Simonis[13].

Conosciutissimo e riverito oltremodo fu il bosco di cipressi che formava una delle delizie del celebre sobborgo di Antiochia, denominato Dafne. Ne fanno menzione e Libanio[14] e S. Giovanni Crisostomo[15] e Sozomeno[16] e Procopio[17], citati dal Gotofredo nelle sue annotazioni al codice teodosiano[18], e lo stesso erudito osserva che nella tavola peutingeriana vedesi anche quel celebre boschetto indicato col disegno di taluni alberi. È notevole cosa, per ciò che saremo per dire di poi, come era quel bosco riputato sacro ad Apollo, al quale credevasi recarsi oltraggio ove si recidessero i cipressi che il componevano[19]. Sotto i principi cristiani questo motivo medesimo avendo forse esposto il bosco alle devastazioni de’ novelli credenti, furon necessarie più leggi per impedirle, e le leggiamo tuttavia ne’ due codici Teodosiano[20], e Giustinianeo[21], oltre ad essersene conservata memoria [p. 7]anche da Procopio[22]. Che ferace di cipressi sia stata poi la Babilonia, e l’Assiria, pruovalo il fatto di aver ivi Alessandro formata con essi una flotta[23]: ed un Κυπαρισσὼν cupressetus nomina pure Strabone presso al luogo ove tragittavasi il Capro[24].

In Italia secondo l’insegnamento di Plinio fu straniero (advena) il cipresso, e vi venne denominato Tarantino[25], forse perchè in Taranto fu per la prima volta introdotto[26]. Secondo lo stesso scrittore nella nostra Aenaria non altrimenti che in Creta il cipresso reciso si riproduceva. L’Arduino dimostra assai bene che in questo luogo di Plinio non vada letto in Tarrha in vece di in Aenaria, come da taluno si opinava[27].

Non è mio intendimento ricordar qui tutti gli usi, a cui non solo nelle arti industriali, ma anche nelle belle, venne rivolto il cipresso. Possono essi leggersi additati in più luoghi di Omero[28], di Teocrito[29], di Plinio[30], di Teofrasto[31], di Vitruvio[32], di Senofonte[33], di [p. 8]Livio[34] di Ateneo[35] e presso altri scrittori ancora[36]. Noterò solo come mentre le arti adoperavano per tanti usi il legno del cipresso, la fantasia poetica non mancò ancora di vivificare co’ suoi miti questa pianta, e renderne più nobile l’origine.

Le memorie per altro che ci rimangono de’ miti ad essa relativi sono assai scarse; di modo che ceder deve per questa parte a non poche altre piante il primato. Ci sforzeremo intanto di presentarle, quali esse sono, qui insieme raccolte, per così illustrare con esse il bel dipinto pompeiano tratto delle recenti scavazioni, che per la prima volta sembra avere arricchita anche l’antichità figurata del mito di Ciparisso.

E cominciando da’ poemi omerici noteremo, come benché nulla in essi leggasi dello di alcun eroe cui fosse proprio il nome di Ciparisso, vi si fa però menzione di [p. 9]ben due città che già sin da’ suoi tempi da questo nome derivato avevano il loro. L’una è la Cyparissos della Focide, e l’altra il Cyparisseis suggetto a Nestore, ed ambedue son noverate tra quelle, i cui guerrieri recaronsi alla spedizione trojana[37]. Della prima di queste città è pur menzione non solo in Strabone che la dice un villaggio situato presso Licorea[38], ma anche in Dicearco[39], in Stefano[40], ed in Pausania[41]. Un porto in Messenia vien ricordato ugualmente da Scilace sotto il nome di Κυπάρισσος[42], e da Strabone medesimo nella descrizione dell’Elide e della Messenia sono rammentati i Κυπαρισσεῖς, la città detta Κυπαρίσσινα e la messaniaca Κυπαρρισσία[43]. Questa ultima città è in Pausania indicata col nome di Κυπαρίσσιαι[44]: Κυπαρρισσία dicesi da Diodoro[45]: ed oltre di questi [p. 10]scrittori ne è menzione anche in Plinio[46], in Tolommeo[47], ed in Eustazio[48]. Ella diè il suo nome al vicino fiume ed al golfo, detti ambedue Ciparissii[49]. Pare evidente, che questa città messenica sia diversa da quella che poco da essa remota aveva pure le stesse denominazioni, e che Strabone dice disabitata a’ suoi giorni, situandola nell’antica Macistia al di là del fiume Neda[50]. Una terza città del nome medesimo (Κυπαρισσία) con porto trovavasi pure nel Peloponneso, e precisamente nella Laconia[51]. Di essa fa pur menzione Pausania che la trovò a’ suoi tempi già distrutta[52]. Nè è da trascurarsi [p. 11]che a detto di Plinio lo stesso nome di Cyparissia ebbe anche un tempo l’isola di Samo[53], benchè sia una tal denominazione sembrata favolosa al ch. Panofka[54]. Pare che con ragione i numismatici sieno usi ad attribuire alla Ciparissia di Messenia le monete imperatorie colle teste di Settimio Severo e degli altri principi della sua famiglia, e colla epigrafe ΚΥΠΑΡΙϹϹΙΕΩΝ[55]. Men sicuro è, anzi dee dirsi manifestamente falso, che alla Cyparissus della Focide appartenga la moneta che il Pellerin le attribuisce con testa di Apollo nel ritto, e tripode nel rovescio con lettere da lui lette ΚΥΠΑ; la quale fu creduta dal sig. Mionnet doversi riferire a Cizico città della Misia[56]; e più recentemente dal sig. Dumersan è stata attribuita a Cytinium, città della Doride, avendone letta l’iscrizione ΚΥΤΕΙ[57].

Non potrà a nostro avviso mettersi in dubbio che queste diverse città e luoghi presero le loro denominazioni dalle piantagioni di cipresso che dovevano trovarsi nelle loro vicinanze, e di talune di esse gli antichi lo hanno anche manifestamente detto[58]. Ma o che queste [p. 12]piantagioni, benchè fatte originariamente senza uno scopo religioso, cominciassero quindi ad attirarsi la venerazione de’ popoli, e si desse così luogo ad illustrarne l’origine con qualche mito, o che nato già il mito determinasse la scelta della piantagione, e quindi la denominazione della vicina città, è sempre sicuro che una idea religiosa venne ad esse associata, e di questa possono andarsi determinando con sufficiente certezza le tracce.

Indizii assai stringenti ci restano dell’alta antichità di questo mito. Abbiamo infatti già osservato che fin da’ tempi omerici il nome di Ciparisso erasi dato ad un luogo della Focide, che Strabone, come abbiamo già detto, chiama villaggio (κώμηι)[59]. Stefano situa questa Ciparisso sul Parnasso da presso a Delfi, e c’insegna ch’ebbe anche il nome di Apolloniade[60], cosa che vien pure confermata da Eustazio[61], benchè Pausania additi in Anticira la più vetusta Ciparisso[62]. Lo stesso sito della Ciparisso di Focide, ed il nome di Apolloniade che se le dà, mostrano a sufficienza che questa città consideravasi come principalmente sacra ad Apollo, e ci dimostra [p. 13]come il nome di Ciparisso si ligava già fin da quei più remoti tempi alla religione di quel nume nel modo stesso che ad essa sicuramente ligossi di poi. E forse traveder possiamo una conferma di questa nostra conghiettura nella doppia etimologia che del nome medesimo danno Strabone, Didimo, Eustazio, e Stefano, traendolo o dalla quantità de’ cipressi, o da un Ciparisso che dicono figlio di Minia e fratello di Orcomeno[63]. È vero che nessuno degli scrittori che nomina questo Ciparisso il dice da Apollo amato, e mutato nell’albero del suo nome, come di altro Ciparisso leggiamo: ma non pare assurdo il conghietturar che ciò appunto di lui siesi detto e pensato, e ciò pel confronto delle già dette cose, e di quelle che saremo nel seguito per annotare.

Anche nella Ciparisso della Messenia abbiamo evidenti tracce della religione di Apollo, di cui Pausania vide ivi il tempio[64]. Per altro il più antico scrittore fino a noi pervenuto, che ci abbia conservato apertamente notizia della favola che riuniva col culto di Apollo la memoria di un Ciparisso, è Ovidio, quantunque sembri sicuro ch’egli abbia presa una tal favola da alcuno di coloro che l’hanno preceduto scrivendo libri di argomento analogo [p. 14]a quello delle metamorfosi, sotto i titoli di Ἑτεροία, Μεταμορφῶσεις, Ἀλλοιώσεις, o Ἑτεροιούμενα, quali si sa essere stati Corinna, Callistene olintio discepolo di Aristotele, Antigono caristio che visse a’ tempi di Tolommeo Filadelfo, Nicandro coetaneo di Attalo II, e Partenio[65].

È noto a tutti i lettori dell’opera di Ovidio che nel libro X di essa descrivendo questo poeta gli alberi di ogni genere, che movean da presso ad Orfeo, novera tra essi il cipresso, e ragionando di questo scrive i seguenti versi, de’ quali non sappiamo rinvenire alcun altro più opportuno comentario al novello pompejano dipinto, e quindi, benché notissimi, qui interi li trascriviamo:

Affuit huic turbae, metas imitata, cupressus,
Nunc arbor, puer ante deo dilectus ab illo,
Qui citharam nervis, et nervis temperat arcus.
Namque sacer Nymphis, Carthaea, tenentibus arva,
Ingens cervus erat: lateque patentibus altas
Ipse suo capiti praebebat cornibus umbras:
Cornus fulgebant auro: demissaque in armos
Pendebant tereti gemmata monilia collo.
Bulla super frontem parvis argentea loris
Vincta movebatur; parilesque ex aere nitebant
Auribus in geminis, circum cava tempora, baccae.
Isque metu vacuus, naturalique pavore
Deposito, celebrare domos, mulcendaque colla
Quamlibet ignotis manibus praebere solebat.
Sed tamen ante alios, Ceae pulcherrime gentis,

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Gratus erat, Cyparisse, tibi. Tu pabula cervum
Ad nova, tu liquidi ducebas fontis ad undam:
Tu modo texebas varios per cornua flores:
Nunc, eques in tergo residens, huc laetus et illuc
Mollia purpureis frenabas ora capistris.
Aestus erat, mediusque dies: Solisque vapore
Concava littorei fervebant brachia Cancri.
Fessus in herbosa posuit sua corpora terra
Cervus, et arborea ducebat frigus ab umbra.
Hunc puer imprudens jaculo Cjparissus acuto
Fixit: et ut saevo morientem vulnere vidit,
Velle mori statuit. Quae non solatia Phoebus
Dixit? et ut leviter, pro materiaque doleret,
Admonuit. Gemit ille tamen, munusque supremum
Hoc petit a superis; ut tempore lugeat omni.
Jamque, per immensos egesto sanguine fletus,
In viridem verti coeperunt membra colorem;
Et modo, qui nivea pendebant fronte capilli,
Horrida caesaries fieri, sumptoque rigore
Sidereum gracili spectare cacumine coelum.
Ingemuit, tristisque Deus, Lugebere nobis,
Lugebisque alios, aderisque dolentibus, inquit.[66]

La pittura scoverta ultimamente in Pompei è evidentemente formata da chi aveva piena l’immaginazione de’ versi pocanzi recati. Il cervo segnato da presso al sedente e mesto Ciparisso, e che ne determina la significazione; la [p. 16]figura di Apollo non meno afflitto dello stesso suo giovane amico ; e precisamente la particolarità del cangiamento de’ capelli di quest’ultimo in rami, indicata dal poeta, ed espressa ugualmente dal pittore, sono convincenti pruove che Ovidio, e non altri, fu il modello ch’egli ritrasse. Nè deve recar meraviglia, che nella romana colonia di Pompei fosse diffuso e conosciuto il poema del nostro sulmonese, divenuto popolare sin dal primo apparir suo, e che doveva quindi più di ogni altro richiamare a sè le menti degli artisti nell’esprimere le mitiche rappresentazioni. Conosciamo inoltre che in Pompei anche degli altri poeti latini dovea fiorir lo studio e la lettura, poichè se ne sono trovati trascritti i versi in più luoghi, e segnantemente nelle pareti della basilica[67].

Dobbiamo intanto essere oltremodo contenti di avere in questo nostro dipinto la prima sicura immagine che della metamorfosi di Ciparisso abbia a noi lasciata l’antichità figurata.

Da’ recati versi di Ovidio si ravvisa che il mito in essi narrato è dal poeta riferito all’isola di Ceos una delle Cicladi, e precisamente alla parte di essa ove sorgeva la città detta Carthaea. Non é fuor di luogo osservare che il culto di Apollo, e del di lui figlio Aristeo, era massimamente ricevuto in quest’isola: dal che parci potersi inferire che non altrimenti delle già indicate città dette [p. 17]Ciparissi, sacre pure a quel nume, dovè l’isola medesima contenere boschi di cipressi sacri a quella divinità, e dovè con ciò favorire la credenza, che ivi e non altrove fosse vissuto il vago Ciparisso. E conosciuto che il nostro collega sig. cav. Bröndsted ha scoverto appunto in Ceos le rovine di un tempio di Apollo cognominato Aristeo, principale divinità di quell’isola, del quale ci ha data un’importante descrizione nel suo viaggio di Grecia[68]. E quindi Ciparisso, che abbiamo già veduto dirsi da taluno figliuolo di Minia e fratello di Orcomeno, ha potuto ugualmente da Ovidio e dagli autori, ch’egli avrà seguito, dirsi nativo di Cartea, facendolo dimorare e morire nell’isola di Ceo.

Ci dilungheremmo oltremodo se volessimo in illustrazione del mito ovidiano annotare tutto ciò che può dirsi relativamente alla predilezione di Ciparisso per un cervo, la quale non è certamente ancor essa senza allusione alla religione ed al culto di Apollo, cui, come si conosce, il cervo era anche sacro, e ne è quindi ne’ monumenti sovente accompagnato[69]. Ciò per altro non [p. 18]toglie, che anche indipendentemente dalle idee di questo culto fin da’ tempi più antichi il cervo e la cerva per la bellezza delle sue forme siesi sempre avuto in delizia e particolarmente amato; della qual cosa il dottissimo Bochart ha raccolte non solo le pruove che ne somministrano le sacre lettere[70], ma anche quelle che traggonsi da’ greci e da’ latini poeti; nè ha omessa in questa occasione la menzione del cervo amato da Ciparisso[71].

Oltre d’Ovidio, che dice Ciparisso nativo di Ceo, anche Lattanzio Placido gli dà la patria medesima, se non che il dice figlio di un Amicleo, e ne racconta così la metamorfosi: Cyparissus Amyclei filius ex insula Cea. Hunc Apollo dilexit et propter cervum patientem manus, quem per imprudentiam sagitta transfixum interemerat, manus suas adferentem sibi, periculo eripuit et protinus in arborem sui nominis vertit[72]. Ma questa tradizione non è stata costantemente ritenuta da altri mitologi, i quali hanno assegnato a Ciparisso altre patrie e genitori diversi.

Secondo Servio infatti Ciparisso fu da altri creduto [p. 19]figlio di Telefo, e per conseguenza Arcade[73]. Questa tradizione merita che se ne tenga particolarmente conto pe’ confronti, cui essa spontaneamente dà luogo, tra Telefo allevato da una cerva[74], e suo figlio Ciparisso morto di dolore per aver data la morte ad un cervo[75].

Un’altra tradizione conservataci da Servio, e ch’egli ha tratta certamente da più antichi scrittori, ci mostra in Ciparisso un giovane cretese bellissimo e castissimo, facendolo cioè nascere appunto in quell’isola, che, come già dicemmo, consideravasi come la patria del cipresso. Amato da Apollo, o come altri diceano, da Zeffiro, Ciparisso, secondo Servio, fuggì presso al fiume Oronte ed al monte Casio, ed ivi fu cangiato nell’albero che ne porta il nome, e che fu perciò appunto considerato [p. 20]come simbolo funebre[76]. In questa notevole tradizione Ciparisso nato in Creta patria del cipresso, subisce la sua metamorfosi in Siria, patria ancor essa della pianta medesima. Questo luogo di Servio è anche importante pel paragone che deve farsene con un luogo parallelo di Nonno, il quale di Ciparisso fa pure Zeffiro amatore: se non che Nonno sembra far Ciparisso spartano e non cretese. Ed in Laconia ancora, come abbiamo già detto, esistendo una città detta Cyparissos, questa nuova versione del nostro mito nulla aver deve di strano. Ecco i versi di Nonno; i quali illustrati dall’autorità di Servio giustificano questo poeta dalla taccia, che troppo frequentemente se gli appone, di non seguire che le innovazioni della propria fantasia; mentre deve credersi piuttosto che abbia egli attinto da memorie per noi ora smarrite, e delle quali il suo laborioso poema mostra essere una compilazione:

 
Καὶ Ζέφυρον κλονέεσκε Λάκων νέοσ • ἀλλὰ θανὸντα
Ἡβητὴν Κυπάρισσον ἰδὼν ἐρατεινὸς ἀήτης
Εὖρεν Ἀμυκλαίοιο παραιφασίην Ὑακίνθου[77].

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E nel modo stesso che Ciparisso, ed il suo mito, comparisce in Grecia ne’ diversi luoghi ove il culto di Apollo si propagava colla piantagione di sacri boschi di cipressi, il veggiamo ugualmente comparire anche fuori della Grecia ove il medesimo culto estendevasi. Notevole è a questo proposito il luogo di Filostrato nella vita di Apollonio tianeo, ove rammentando il già detto celebre bosco di elevati cipressi, sacro ad Apollo, esito presso al santuario di questo nume in Dafne, borgo di Antiochia, soggiugne che in quella pianta credevasi trasformato l’assiro giovane Ciparisso, e che di tal trasformazione facea fede la bellezza stessa dell’albero[78]. Ecco dunque divenuto in Dafne assiro Ciparisso, e ricomparire anche ivi il suo mito associato, come in Grecia, al culto di Apollo, ed a quello de’ sacri boschi.

I monumenti sì della Grecia che dell’Asia, mostrandoci spessissimo il cipresso messo in relazione principalmente colle divinità solari, possono far presumere che quel mito, per cui sotto le forme di quella pianta si favoleggiava ascondersi un vago giovinetto, caro già al nume del giorno, era molto più diffuso di ciò che può risultare dalle narrazioni de’ diversi scrittori, che abbiamo sopra indicate. Non è nostro intendimento il ricordar tutti questi monumenti, ne’ quali il cipresso vedesi effigiato, ma saremo contenti a citarne solamente alcuni de’ principali. E rammenteremo in primo luogo la moneta [p. 22]nella quale fu già creduto potersi leggere ΚΥΠΑΡΙCCΙΕΩΝ e che si attribuì quindi ad una città eretica denominata Cyparissus, della quale non è per altro menzione presso gli antichi scrittori. Ha essa da una faccia la testa e la leggenda di Antonino Pio, e dall’altra un gran cipresso, innanzi al quale è una capra che allatta un fanciullo: vi è da presso un altro albero ed un pastore[79]. Se non che in esemplari meglio conservati di questa medaglia essendosi poi letta dal Sestini l’epigrafe del rovescio ΙЄΡΑC ЄΠΙΔΑΥΡΙωΝ[80], non è più a dubitare ch’essa non già ad un’ignota cretese Cyparissus, ma spetti alla notissima città dell’Argolide, denominata Epidauro; come pure non è a far dubbio che sia in quella medaglia rappresentato Esculapio nutrito dalla capra all’ombra del paterno albero, il cipresso, e scoverto appunto nella regione degli Epidaurii da un pastore che Pausania chiama Aresthanas[81].

Questa moneta di Epidauro rammentar fa i tipi delle monete d’altra città pur dell’Argolide, cioè di Troezen, [p. 23]in una delle quali pubblicata pur dal Sestini[82] con testa e leggenda di Settimio Severo scorgesi un tempio sopra un monte, alle radici del quale è da un lato un cervo, dall’altro un cipresso. In una medaglia, riportata dall’ab. Sanclemente[83], della città medesima con testa e leggenda di Giulia Domna vedesi lo stesso tempio sul monte, con cipresso dall’un de’ lati e lauro dall’altro. Il Sestini illustra il cervo rappresentato sulla sua moneta con ricordar quello, che fu causa della morte di Sarone Re di Troezene, dal quale narra Pausania[84] che fu presso il lido del mare edificato un tempio ad Artemide Saronia, e che in esso fu egli stesso sepolto. Ma se questo tempio per espressa testimonianza di Pausania era sito presso il mare, non sembra che possa ravvisarsi nel tipo delle indicate monete di Troezene, che lo rappresentano invece sul vertice di un monte. Crederemo adunque piuttosto che in quelle monete abbiano i Troezenii rappresentato alcuno de’ templi di Apollo ch’erano presso di loro, de’ quali Pausania ne rammenta due, cioè quello di Apollo Teario, che dicevasi edificato da Pitteo[85], e quello [p. 24]di Apollo Epibaterio[86]. Era ancora in Troezene un’ara eretta al Sole Eleuterio[87]. E quindi nelle monete di Troezene parci che il cipresso, il cervo, ed il lauro sieno tutti simboli di Apollo[88].

II cipresso messo accanto ad un edifizio o tempio nella moneta di Efeso con testa di Antonino Pio, nella quale è anche effigiato Giove Pluvio[89], indica probabilmente qualche sacro bosco di quella pianta che ivi esisteva. Ma il cipresso comparisce certamente come simbolo solare presso alle immagini d’ Apollo Sminteo in una moneta d’Alexandria Troas con testa ed epigrafe di Commodo[90], ed in altra con testa ed epigrafe di Massimo Cesare[91]. E precisamente nelle monete di Damasco città nobilissima della Celesiria frequente cosa è vedere il cipresso, del qual tipo il celebre Eckhel opinò esser causa, quod haec arbor Soli sacra fuit, quod Cyparissus Phoebo carus in hanc mutatus fuit[92]. Nè mancò di osservare [p. 25]che in altre monete di Damasco vedesi il tipo d’un fanciullo allattato da una cerva, ed in questa occasione eruditamente rammentò l’origine arcadica che Stefano dà a Damasco[93], e come Telefo arcade fu creduto padre di Ciparisso[94]. Ma più che in ogni altro monumento, chiarissima è la significazione solare del cipresso nelle monete di Heliopolis altra città della Celesiria, nelle quali vedesi il cipresso tener luogo del nume stesso, cui è dedicato, e che alla città avea dato il nome, eretto invece del suo simulacro nel tempio di esso[95].

Nessuno ignora il marmo con iscrizione greca e palmirena eretto ad Aglibolo, e Malacbelo (Luno ed il Sole), o secondo l’Eichhorn al solo Luno, nel quale il cipresso è scolpito tra due figure[96]. Nell’altro marmo pur figurato con iscrizione latina e palmirena eretto SOLI SANCTISSIMO da Ti: Claudio Felice, da Claudia Helpis, e dal loro figliuolo Ti: Claudio Alipo, vedesi anche nell’un de’ lati scolpito un cipresso, che fu malamente inteso per un lauro o per un pino dallo Spon, e da’ rami del quale uscir vedesi un fanciullo che colle mani elevate sostiene la parte anteriore di un quadrupede[97]. Il padre Giorgi illustrando ambedue questi monumenti che trovansi ora [p. 26]nel museo capitolino[98], risguardò i cipressi scolpiti in essi come allusivi a Zoroastro che dicesi dagli scrittori delle persiane antichità aver inciso nel tronco di un cipresso religiose testimonianze, ed altro cipresso aver piantato di meravigliose e soprumane virtù; delle quali l’espositore ravvisa un simbolo nella già detta figura del fanciullo che sostiene, come ei dice, l’effigie di una vacca ad indicandum spiritum simul et genitale semen corporis Zoroastris vaccino lacti a Deo creatore immixtum. Il Böttiger ha applaudito a tale spiegazione, e vede espresso nel fanciullo un genio, ossia uno de’ ventotto ized, i buoni genii della seconda emanazione, che solleva in alto un giovine toro, simbolo del toro solare o piuttosto del toro del mondo di Zoroastro, cioè di Abudad[99].

Non solo la mitologia greca e l’orientale, ma anche l’italica appropriossi lo stesso mito, supponendo Ciparisso amato non da Apollo, ma da Silvano. Non oso decidere se Virgilio scrivendo quel suo verso [p. 27]

Et teneram ab radice ferens, Silvane, cupressum[100], ebbe già in mira una tale tradizione, o se piuttosto siesi essa stabilita sull’autorità appunto di quel verso. Alla seconda di queste opinioni sarei per altro più inchinevole, sì perchè l’autorità di Ovidio, e del nostro dipinto pompejano, provano che da Apollo e non da Silvano in quell’epoca dicevasi e credevasi amato Ciparisso, e sì anche perchè dell’amor di Silvano per esso il più antico scrittore che faccia parola, è Servio[101].

Per queste cose, che ci è riescito raccogliere intorno al mito di Ciparisso, sembra rilevarsi abbastanza che la fantasia de’ greci poeti tratta dalla bellezza della pianta, che portava quel nome, vi ravvisò un bel giovanetto amato dal nume, a cui ancor solevansi dedicare gli ameni boschetti della medesima: idea primitiva, che si è [p. 28]costantemente ripetuta nelle diverse regioni, alle quali la rendeva adattabile la cultura della pianta medesima.

Non è forse cosa malagevole l’indagare come questa origine del nostro mito possa ligarsi colla idea funebre che nell’antichità troviamo pure aggiunta al cipresso. Nessuno vorrà esser contento di quella semplice ragione che sembra indicarne Ovidio[102], cioè che dalla trista ed immatura fine del giovane Ciparisso siesi derivata la funebre significazione della pianta che ne porta il nome. E per dire il vero questa spiegazione, che potrebbe d’altronde commendarsi per la sua semplicità, non dà ragione del perchè lo stesso non sia avvenuto anche di altre piante nate ugualmente da giovani rapiti nel fior degli anni alla vita, come sarebbe per esempio l’alloro, e la canna. Poco soddisfacente sembrerà ancora l’altra spiegazione dell’idea funebre aggiunta al cipresso, perchè questa pianta recisa non soglia ripullulare, credendosene mal ferme le radici[103]. Noi non crediamo potersi dubitare che [p. 29]nel senso funebre dato al cipresso riconoscer debbasi uno de’ tanti esempli di quell’eufemismo, per cui l’antichità greca abbelliva le idee tutte di lutto, e specialmente nel linguaggio delle arti le vestiva di ridenti e piacevoli apparenze.

Il cipresso, il cui legno esente dalla carie e perenne (ἄσηπτος) sceglievasi appunto perciò per servire d’arca funebre a coloro che erano morti in guerra in difesa della patria[104], e che rappresentando la forma dell’obelisco, ossia del raggio solare, era divenuto com’esso[105] simbolo del sole, doveva per gli stessi motivi essere il simbolo della eternità, cui i defunti dopo questa vita mortale erano destinati nelle più elevate dottrine del paganesimo stesso. Seguiamo in ciò pienamente l’opinione [p. 30]che recentemente ha proposta il sig. Emeric David[106], e parci pur confermata dal vedersi in bassirilievi funebri sovente avvolto al cipresso il serpente, simbolo ancor esso dell’ eternità, come l’è pure la fiamma piramidale che sorge dalle are che veggonsi sovente espresse in quei bassirilievi non meno che nelle monete delle consecrazioni degli augusti[107]. E quindi non dee farci meraviglia che in una importante lamina d’oro con iscrizione, che dicesi trovata in queste nostre regioni, e nella quale si accenna certamente a dottrine mistiche relative allo stato delle anime, leggesi fralle altre cose che un bianco cipresso trovisi presso uno stagno o palude a sinistra della magione di Plutone; nel quale crediamo che simboleggiavasi appunto l’eternità e l’immortalità delle anime:

ΕΥΡΗΣΕΙΣ Δ ΑΙΔΑΟ ΔΟΜΩΝ ΕΠ ΑΡΙΣΤΕΡΑ ΛιμνΗΝ

ΠΑΡ Δ ΑΥΤΗΙ ΛΕΥΚΗΝ ΕΣΤΗΚΥΙΑΝ ΚΥΠΑΡΙΣΣΟΝ[108].

[p. 31]E benchè atra abbia Virgilio denominato il cipresso, mirando all’uso funebre di questa pianta, piuttosto che all’intendimento segreto di esso[109], per la qual cosa anche è sovente indicata con epiteti di men lieta significazione; pure altrove Virgilio stesso la dice laeta[110]: e l’uso che gli antichi ne facevano per ornamento de’ siti più deliziosi[111] non ci lascia dubitare che lungi dall’attribuire a quella pianta la trista significazione della morte, la riguardavano al contrario come piacevole e grata. La stessa cosa parci anche provata da’ diversi paragoni che troviamo usati col cipresso, de’ quali oltra gli esempli che se ne leggono nel libro del figlio di Sirach[112], altro esempio è in quel luogo di Teocrito che assomiglia ad un cipresso la stessa bellissima tralle greche, Elena[113]. Ed in tempi più recenti veggiamo da Anna Comnena paragonata pure per la sua elevata statura una augusta bizantina (Maria moglie di [p. 32]Michele Duca) ad un cipresso[114]. E queste medesime idee di grazia e di bellezza attribuita al cipresso risultar pure sembrano da quell’altra favola, di cui una sola fuggitiva menzione, e poco fin qui illustrata, trovasi nella collezione de’ greci geoponici. Secondo una tale tradizione, il mito del cipresso sarebbe stato tebano. Le κυπάρισσοι dette anche χάριτες per la bellezza delle loro forme, sarebbero state figliuole di Eteocle, che danzando a gara colle Dee (ciò che dee forse intendere delle Ninfe) cadute in un pozzo, per pietà dalla Terra furono cangiate nelle piante del nome medesimo[115].

Porremo termine a queste nostre osservazioni col notare che i sacri boschi di cipresso benché per lo più consacrati ad Apollo, o al Sole, trovansi spesso ancora messi in relazione con altre divinità[116]. Cosi nel solo Pausania troviamo menzione di quello detto Craneo presso Corinto, nel quale erano i templi di Bellerofonte, e di Aphrodite Melaenis, ed il sepolcro di Laide[117]; di altro bosco di vetusti cipressi ch’era in Titane nel recinto di [p. 33]un tempio di Esculapio[118]; di altro ch’era nell’acropoli di Fliunte, e che racchiudeva il tempio di Ebe sotto il prisco nome di Ganimeda o di Dia[119]; di altro presso al tempio di Giove Nemeo[120]. Ma presso al cupresseto del monte Licone era il tempio di Artemide orthia colle statue di Apollo, di Latona, e di Diana opera di Policleto[121]; in quello detto Carnasio nella Messenia erano le statue di Apollo e di Mercurio[122]; ed anche intorno al tempio di Eurinome in Arcadia era una selva di folti cipressi; la quale Eurinome diceasi da taluni non essere da Artemide diversa[123]. Nel nostro [p. 34]pompejano dipinto vedesi anche accennato in lontananza un bosco di cipressi, ma in manifesta allusione ad Apollo, che vi è inoltre accompagnato pure dagli altri suoi attributi. Ed il fabbricato sul quale è eretto il tripode vagamente inghirlandato da laureo serto par che rappresenti qualche porzione di edifizio sacro ad Apollo, cinto dal bosco de’ cipressi.




Note

  1. Histor. plantar. lib. IV c. 6. Nascuntur autem hae arbores (scrive Vitruvio lib. II c. 9) maxime Cretae et Africae et nonnullis Syriae regionibus.
  2. Plutarch. sympos. lib. I probl. 2 n. 5.
  3. Theophr. hist. plantar. lib. IV cap. 1 e Plin. lib. XVI c. 33 segm. 60.
  4. Georg. lib. II V. 84.
  5. Plin. I. c. le parole del quale paragonate con altro luogo di Teofrasto hist. plant. lib. III c. 2, che dice quasi lo stesso, mostrano che malamente il Salmasio legger volle nel testo di Plinio in Tarento invece delle parole in Creta, e ne è stato perciò meritamente ripreso dall’Arduino.
  6. Tournefort voyag. tom I p. 32. Si sa che in generale Creta era conosciuta dagli antichi come ὀρεινὴ καὶ δενδροφόρος (schol. villois. ad Iliad. Ψ v. 123). Filostrato (imag. lib. I c. 9) ci mostra dipinti i monti elevati ed argillosi coverti di cipressi; ed il sig. Panofka recentemente in un sarcofago da lui pubblicato (cabinet Pourtalès pag. 53) ha ravvisato indicarsi con cipressi il sito del Citerone. Ovidio al contrario dipinge la valle Gargafia, nella quale Diana si bagnava, acuta densa cupressu (metam. lib. III v. 155).
  7. Sirac. cap. 24 v. 13. Vedi il hierophyticon dell’Hillero parte I cap. 40 ove si cita anche l’autorità di S. Geronimo comment. in Isai. 60 et Ezech. 27 per provare che il cipresso nasceva nel Libano. Del cipresso fassi pur menzione nello stesso libro del figlio di Sirac cap. 50 v. 11 e nel cantico di Salomone cap. 1 v. ult.
  8. Phaleg lib. I cap. 4.
  9. Didimo presso Servio ad Aen. lib. III v. 64, Eustath. ad Homeri Boeotiam pag 274 edit. rom., Geopon. lib. XI cap. 4 ed ivi le note.
  10. Vedi l’Hillero nel luogo già citato.
  11. Histor. patriarch. Ex. 17, 3.
  12. Spicil bibl. ad Gen. VI 14, et add. ad etym. vossian. v. Cupressus, sotto la qual voce possono vedersi le altre etimologie che il Vossio ne addita.
  13. Lex. hebraic. voce גפר
  14. De vita sua p. 76, 77 et in Antiochico p. 380 381 edit. Morell.
  15. Homil. 17 ad popul. antioch. de statuis eversis.
  16. Lib. V cap. 19.
  17. Persicor. lib. II cap. 11 et 14.
  18. Ad lib. X tit. I leg. 12.
  19. Liban. 1. c. p. 77.
  20. Lib. X tit. 1 de jure fisci.
  21. De cupressis ex luco Daphnensi vel perseis per Aegyptum non excindendis vel vendendis. Lib. XI tit. 77.
  22. Persicor. lib. II cap. 14.
  23. Arrian. lib. VII c. 19, Strabo lib. XVI p, 741 Casaub.
  24. Strabo lib. XVI pag. 738.
  25. Cato de re rust., c. 151.
  26. Plin. hist. nat. lib. XVI segm. 60.
  27. In notis et emendat. ad Plinii lib. XVI n. XVIII.
  28. Odyss. lib. I v. 340, e lib. XVII v. 400.
  29. Idyll. E v. 104.
  30. Vedi il già citato libro XVI seg. 70 e 79.
  31. Histor. plantar. lib. V cap. 5.
  32. Archit. lib. II cap. 9, lib. VII cap. 3 ed ivi gli annotatori. Vedi pure Palladio de re rust. lib. I cap. 13 e Columella lib. IV cap. i6.
  33. Κύρου ἀνάβασ. lib. V cap 3.
  34. Cupressea simulacra Junonis. Liv. lib. XXVII c. 37, Obsequ. de prodig. c. 106.
  35. Dipnos. lib. V c. 38 41, lib. IX cap. 67, ove ricordatisi θάλαμοι παρισσόροφορι, lib. XI c. 69 ove fassi menzione di un Tritone κυπαρίσσινος, e c. 110 ove ricordasi una corona di cipresso.
  36. Dell’uso del cipresso per le porte vedi fra gli altri il Sagittario de januis cap. 23, e degli altri usi di questa pianta ne’ lavori tettonici leggasi il manuale di archeologia del ch. Müller § 270. Il Winckelmann (oper. tom. VI p. 162) sull’autorità di Pindaro (Pyth. V v. 52) nota che di cipresso era la soffitta del tempio di Apollo in Delfi. Sembra però che κυπαρίσσινον μέλαθρον, di cui parla il lirico, era una sola stanza o cella del tempio (οἶκος ες ἒγανωμινος κυπαριρρίνοις δοκοῖς, dice lo scoliaste), nella quale Arcesilao pose il suo carro. Ancora de’ diversi usi del cipresso nelle arti è da leggere il Bochart Phaleg. lib. I c. 4. Delle statue scolpite in legno di cipresso è a vedersi pure il tomo I dell’Amalthaea del Böttiger pag. 218, ed il Müller I. c. § 308.
  37. Iliad B v. 519 e 593.
  38. Geogr. lib. IX p. 423 Casaub.
  39. Ἐλλάδ. ἀναγρ. pag. 17 edit. rom.
  40. Voce Κυπάρισσις. Dicevasi anche Κυπαρισσοῦς secondo Eustazio ad Iliad. B v. 519.
  41. Lib. X c. 36.
  42. Peripl. pag. 16 Huds. Vedi le osservazioni del sig. de S. Croix nelle memorie dell’Acc. delle Iscriz. e B. L. tom. XLIV p. 373 e segg. ove correggendo il testo di Scilace intende la voce Cyparissos per nome di una città, non di un porto. Ma la di lui emendazione non è stata accolta dagli eruditi. Vedi il volume I de geographi graeci minores del sig. Gail pag. 393.
  43. Lib. VIII p. 345, 348, e 359 Cusaub
  44. Lib. IV e. 36. Oggi ha il nome di Arcadia: veggansi le note del Siebelis, ed i viaggi in Morea del sig. Leake tom. I cap. 2, 10, 11. Il Mionnet le dà il nome di Castel Rampano nel suo supplém. tom. IV pag. 210. Ma questo nome conviene piuttosto all’altra Cyparissia della Laconia. Vedi la traduzione francese di Strabone pubblicata nel 1812, tom. III pag. 363.
  45. Lib. XV c. 77. Sembra per altro che Diodoro parli della Ciparissia dell’Elide non di quella della Messenia.
  46. Lib. IV segm. 7.
  47. Lib. III cap. 16.
  48. Ad Iliad. lib. II p. 297.
  49. Strab. I. c. pag. 349, Plin. lib. IV c. 5, Mela lib. II c. 3.
  50. L. c. p. 349. Vedi anche il luogo del sig. de S. Croix citato nella nota 6 della pag. preced. e Stefano bizantino sotto le voci Κυπαρισσαῖα, e Κυπαρισσήεις. Questa sembra esser la città che corrisponde all’omerico Κυπαρισσήεις, non diversa secondo l’Heyne (ad Homer. Iliad. lib. II v. 593) da quella che Strabone pone ne’ confini della Triphylia e della Messenia, ma che attribuisce alla Triphylia; e di questa, come dicevamo pocanzi, par che parli Diodoro lib. XV cap. 77, benchè il sig. Müller non faccia difficoltà ad intender ciò ch’egli dice della Cyparissia di Messenia. Vedi il nuovo museo renano tom. II p. 171. Di questa omerica città, a Nestore suggetta, esser dovea quel Calcone ciparissio che Nestore appunto diè per guida e scudiero al suo figlio Antiloco, e che divenuto amante di Pentesilea fu da Achille ucciso: vedi Eustazio ad Odyss. p. 1697.
  51. Strab. lib. VIII p. 363. Vedi Leake travels in the Morea tom. I cap. 8. Un villaggio Cyparissos o Tiparisso presso il Tenaro è ricordato nel corpus inscriptionum del sig. Boeck tom. 1 pag. 645. Nella traduzione francese di Strabone pocanzi citata dassi a questa Ciparissia laconica il nome moderno di Castel-Rampano, che come già dicemmo, malamente il Mionnet dà alla messenica.
  52. Lib. III cap. 22: egli dice che le ruine dicevansi degli Achei Paracyparissii, intorno a’ quali vedi pure Dori del Müller lib. III n. 2.
  53. Lib. V 37.
  54. Res Samior. p. 8, 9.
  55. Eckhel doctr. tom. II p. 276, 7, Mionnet tom. II p, 212, 3, e suppl. tom. IV pag. 210 e segg.
  56. Tom. II p. 96. Anche un Κυπαρίσσιον nella Bitinia è ricordato da Anna Comnena nel libro VI della sua Alessiade pag. 173.
  57. Medailles inèdites pag. 41 seg.
  58. Schol. Didymi et Eustath. ad Homeri Iliad. lib. II v. 519, Strab. lib. IX p. 423, Steph. s. v. Κυπάρισσος. La stessa origine hanno le denominazioni di Pityia, di Phthiron (schol. villois. ad Homeri Boeot. v. 336 e 375), ed altre simili, non poche delle quali possono leggersi additate dal Bochart nel citato capo 4 del lib. I del Phaleg, e da altri.
  59. Lib. IX p. 483.
  60. S. v. Κυπάρισσος.
  61. Ad Homeri Iliad. B v. 519.
  62. Lib. X cap. 36 segm. 891, Siebelis. Qualche scrittore moderno ha negato che Anticira possa essere stata l’antica Ciparisso, e la ravvisa in vece nel moderno Racovi. Veggasi l’opuscolo del sig. Dumersan pocanzi citato, pag. 43 nota (1).
  63. Didym. et Eustath. ad Iliad. B v. 019, Steph. v. Κυπάρισσος, Strab. lib. IX p. 483.
  64. Lib. IV cap. 36 segm. 373 Siebelis. Parla ivi Pausania anche del culto di Bacco e di Esculapio nella Ciparissia messenia, e questo luogo ne illustra meravigliosamente le monete che hanno appunto i tipi di quelle due divinità. Vedi il Mionnet tom. II p. 212, 3, e vedi pure lo spicilegio numismatico del ch. Cavedoni pag. 97.
  65. Vedi la prefaz. del Gierig alle metamorfosi di Ovidio.
  66. Ovid. metam. lib. X v. 106, 142.
  67. Vedi il pregevole libretto del Sig. Wodsword impresso in Londra nel 1837 ed intitolato inscriptiones pompejanae.
  68. Voyages en Grèce 1 cah. pag. 28, 47, 51, 52, e reggasi l’iscrizione incisa nella tav. XVI.
  69. Veggasi su tal proposito ciò che ha notato recentemente il ch. sig. Rathgeber (nel bull. dell’istit. archeol. anno 1837 p. 206), ed il mio dotto amico e collega il cav. Filippo le Bas nelle sue dilucidazioni de’ monumenti d’antichità figurata raccolti dalla commissione di Morea fascic. 1 pag. 43. Egli adotta l’opinione del cav. Raoul-Rochette che nelle monete di Caulonia riconosce Apollo καθαρὴς col simbolo del cervo; la quale opinione è seguita pure dal sig. duca di Luynes (nouvelles annales de l’institut, ann. 1837 pag. 423 seg.), e da lui si conforta con una moneta di quella città nella quale è la testa di Apollo da un lato, ed il cervo dall’altro. Per altro non so ancora indurmi a rinunciare alla diversa opinione che manifestai altra volta sul tipo di queste monete (opusc. div. tom II p. 108 segg.), parendomi la figura in esse effigiata molto più in atto di ferire o percuotere, che in quello di fare una semplice lustrazione, per esprimere la quale nulla obbligava l’artefice ad allontanarsi da’ principii della tranquillità demonica, tanto caratteristici dell’arte greca più antica.
  70. Proverb. 5 v. 19.
  71. Hierozoic. lib. III c. 18.
  72. Narrationes fabular. Ovid. X, 3.
  73. Cyparissus Telephi filius fuit amatus ab Apolline, vel, ut alii, a Silvano: qui cum lassatus aestu sub quadam arbore somnum caperet, et subito strepitu excitatus, cervum, quem in deliciis habebat, feram credens, per ignorantiam misso telo occidisset, et fletu nimio et abstinentia cibi ac potionis tabesceret, misericordia Deorum in arborem cupressum conversus est, aptam et consecratam lacrimis aut luctibus. Serv. ad Aeneid. lib. III v. 680.
  74. Apollod. lib. II c. 7, et III c. 9 etc.
  75. Anche la cerva (Arge, vedi la favola 205 d’Igino) non manca di relazioni col Sole o Apollo; al qual proposito son da leggere le cose discorse dal chiarissimo Panofka, secondo il noto di lui sistema d’interpretare le antiche favole, negli annali dell’istit. archeol. vol. II pag. 194 e segg. Egli si è poi applaudito d’aver incontrato in una galea antica dal museo Durand (passata indi in quello del sig. duca di Luynes) rappresentata la cerva Arge legata, ed Ercole in atto di trasportarla, mentre Apollo si accinge a scoccare un dardo contro del rapitore. Vedi il n. 101 del foglio archeologico di Halla dell’anno 1833.
  76. Ad Aeneid. lib. III v. 680: Alii hunc Cyparissum, cretensem, puerum pulcherrimum et castissimum fuisse, quem quidam ab Apolline, nonnulli a Zephyro amatum volunt; qui cum castitatem suam incorruptam tenere cuperet, relicta Creta, ad Orontem fluvium, et montem Casium dicitur pervenisse, atque ibi in cupressum arborem commutatus, quae arbor ideo mortuis consecratur, quod caesa semel nescit renasci.
  77. Dionys. lib. VI v. 363 segg. A questa patria laconica di Ciparisso può forse anche aver relazione il nome di Amicleo che come abbiamo già detto, dà Lattanzio al di lui padre.
  78. Lib. I cap. 16.
  79. Veggasi il Sestini nel tomo III della seconda serie delle lettere numismatiche pag. 44 seg. ed il Mionnet supplém. tom. IV p. 316. Il Neuman l’aveva già pubblicata tralle sue incerte num. popul. tom. II tav. 7 fig. 7, e pur tralle incerte l’aveva riferita il Sestini quando scrisse la sua descriptio numor. veter. pag. 570 tav. XIII f. 2.
  80. Veggasi il Sestini medesimo a pag. 46 dell’opera intitolata in catalogi musei Hedervariani partem primam castigationes, ove malamente descrive la capra che allatta infantem Apollinem, invece di dire Aesculapium.
  81. Lib. II c. 46. Altrove Pausania (lib. VIII c. 25) dice di Autolao figlio illegittimo di Arcade che scovrì l’esposto fanciullo Esculapio.
  82. Descript. num. vet. pag. 215, segg.
  83. Mus. Sanclem. tom. II pag. 299 tab. 25 n. 235.
  84. Επὶ θαλάσσῃ τελματώδει, καὶ ἐπιπολῆς μᾶλλον, ὥστε καὶ Φοιβαία λίμνη διὰ τοῦτο ἐκαλεῖτο. Pausan. lib. II c. 30.
  85. Pausan. lib. II c. 51. Rimpetto a questo tempio era un edifizio nel quale dicevasi che i Troezenii avessero tenuto Oreste sino a che non fosse espiato, e presso ad esso era nato un lauro che vedevasi ancora a’ tempi di Pausania, e potrebbe quindi esser quello espresso nella moneta del Sanclemente.
  86. Ibid. c. 32.
  87. Ibid. c. 31.
  88. Il cipresso posto accanto al monte, sul cui vertice è il tempio, par che indichi come a quel monte convenir possa l’epiteto di κυπαρισσόκομος, che troviamo ricordato presso gli antichi scoliasti (ad Iliad., Δ v. 132, Π v. 797 etc.) ma che i lessici greci non hanno fino ad ora accolto. Questo epiteto certamente da alcun poeta dovette essere usato per indicare un qualche monte folto di cipressi.
  89. Seguin, select. numis. pag. 147, Eckh. doctr. tom. II p. 514, seg.
  90. Mionn. supplem. tom. V p 519.
  91. Pinder numism. antiq. ined. pag. 28 tab. II f. 9.
  92. Doctr. tom. III p. 532.
  93. S. v. Δάμασκος.
  94. L. c. pag. 332.
  95. Sestini descr. p. 528, Eckh. doctr. tom. III pag. 335, Mionn. tom. II pag. 302 segg.
  96. Spon. recherches curieuses pag. 59 et miscell. erud. antiq. p. 1.
  97. Spon. rech. p. 69, 70 et misc. p. 3, 4. Veggasi ciò che scrive l’Eichhorn comment. soc. reg. gotting. vol. VI p. 98 et 117.
  98. De inscriptionibus Palmyreriis quae in museo capitolino adservantur interpretandis epistola (1782 Romae 8) pag. 39 segg. Il sig. Eichhorn l. c. crede che l’albero sia un lauro non un cipresso.
  99. Ideen zur Kunst-mythologie pag. 239. Su’ due cipressi di Zoroastro veggansi ancora l’Anquetil du Perron nelle memorie dell’acc. delle isc. e belle lettere tom. XXXVII p. 728 e segg. e gli scrittori che cita, il sig. Hammer mithriaca pag. 42; 46, 157. Tralasciamo, per non renderci oltremodo diffusi, altre non poche dimostrazioni, che avremmo potuto aggiugnere alle già recate dello stretto legame dei cipresso con Apollo, come per esempio quelle relative al culto di questo nume nella cretese città di Tarrha, considerata qual patria del cipresso (vedi i Dori del Müller tom. I pag 207).
  100. Georg. lib. I v. 20, ove l’Heyne cita i monumenti ne’ quali vedesi espresso Silvano dendroforo con cipresso, o con altri alberi; e vedi pure il Visconti nella spiegazione della tav. 10 del tomo VII del museo pio clement. Nota è l’iscrizione metrica eretta ad onor di Silvano, che nella valle Tritense sotto il castello di Capistrano nella diocesi Valvense copiò l’ab. di Costanzo, da cui l’ebbe il Marini e la pubblicò ne’ suoi papiri diplomatici pag. 332; in essa leggesi ripetuto il già recato verso virgiliano. Questa iscrizione è stata poi più volte novellamente pubblicata: vedi gli opuscoli del sig. Liberatore pag. 112, e malamente fu data come tuttora inedita negli annali dell’istit. arch. vol. VI pag. 150.
  101. Abbiamo sopra trascritte le parole di Servio ad georg. lib. III v. 680. Più diffusamente egli scrive comentando il v. 20 del I libro delle georgiche: Silvanus deus est silvarum. Hic amavit puerum Cyparissum nomine, qui habebat mansuetissimam cervam. Hanc quum Silvanus nescius occidisset, puer est extinctus dolore: quem amator deus in cupressum arborem nominis ejus vertit quam pro solatio portare dicitur. (Hunc Silvanum quidam funebrem deum putant, et ideo cupressum tribuunt ei, quia eadem arbor apta sit funeri ob radicum infirmitatem). La stessa narrazione dell’amore di Silvano per Ciparisso leggesi in due de’ mitografi vaticani pubblicati dall’eminentissimo Mai, cioè nel primo c. 6 e nel secondo cap. 176. Il sig. Bode nella nuova edizione di questi mitografi pubblicata nel 1834 Cellis in 8 ha particolarmente trattato di questa favola Silvanus et Cyparissus, tom. II p. 172. Degli amori di Silvano e di Ciparisso parlò pure Servio ad Virg. ecl. X v. 26. Del resto il cipresso come ornamento delle selve, era convenientissimo a Silvano; e che di cipresso, come anche di mirto e di alloro, siensi ornati pure i simulacri di Priapo, può apprendersi dal 4 epigramma di Teocrito, tom. I pag. 377 degli analecta del Brunck.
  102. Metam. lib. X v. 141, 142.
  103. Vedi Servio ad Aeneid. lib. III v. 64, 680 et 681 et ad Georg. lib. I v. 20. Lo stesso Servio ad Aeneid. lib. VI v. 216 rammenta l’opinione del dottissimo de’ Romani, Varrone, pyras ideo cupresso circumdari, propter gravem ustrinae odorem, ne offendatur populi circumstantis corona. Le stesse cose ripete Isidoro orig. lib. XVII cap. 7 n. 34.
  104. Tucidide lib. II e. 34 ed ivi lo scoliaste. Non parci ben dilucidato ancora donde fosse derivato quell’insegnamento, per cui i discepoli di Pitagora giusta l’autorità di Ermippo riferita da Diogene Laerzio (lib. VIII segm. 10) non volevano dopo morte venir rinchiusi in un’arca di cipresso (ἀπείχοντο δὲ καὶ σοροῦ κυπαρισσινῆς), dandone per ragione che lo scettro di Giove era di cipresso. Secondo Jamblico (vit. Pyth. c. 28) Pitagora stesso avea ciò insegnato. L’Aldobrandini nelle note a Diogene Laerzio crede che siesi dato a Giove nato in Creta lo scettro del cipresso pianta cretese. Ma il Meursio seguendo le idee del Bochart geogr. sacr. lib. I c. 4 crede che siesi con ciò voluto simboleggiare l’eternità dell’impero di Giove. Recentemente il sig. Boeckh (ad Pindar. fragm. pag. 631) ed il sig. Lobeck (Aglaoph. pag. 896) hanno seguita l’opinione dell’Aldobrandini.
  105. Plin. hist. natur. lib. XXXVI segm. 14.
  106. Veggasi il suo Jupiter tom. I pag. CCLXIX dell’introduzione, e tomo II pag. 436, ove fralle altre cose dice che il cipresso si slancia dal seno della terra, come il raggio solare splende dal mezzo delle tenebre al levar del sole, ed uccide il cervo, emblema de’ vapori umidi, il cervo che Diana o la Luna mette sotto al suo carro, e la cui pelle con macchie forma il vestito delle Menadi compagne di Bacco sole d’inverno (Eurip. Bacch. att. IV v. 695). Del resto questo creduto significato dell’umidità nel cervo non sembra molto d’accordo co’ monumenti, pe’ quali vedesi che il cervo era anche simbolo di Apollo, e che noi abbiamo ricordati sopra, a meno che allo stesso simbolo non voglia darsi doppia e contraria significazione; la qual cosa non può essere ammessa senza qualche fondamento di buone autorità ed esempli.
  107. Vedi il bassorilievo funebre di L. Murdio Eracla illustrato dal Patino commentar. in tres inscript. graecas, nel tomo II del tesoro poleniano, e leggasi ciò che intorno al cipresso notasi ivi pag. 1078 e segg. Clemente Aless. strom. lib. VI c. 11 dice la piramide τῶν διὰ πυρὸς καθαιρομένων καὶ δοκιμαζομένων σύμβολον.
  108. Vedi il bullett. dell'ist. archeol. del 1836 pag. 149.
  109. Aeneid. lib. III v. 64, ove Servio cita pure il luogo di Orazio lib. II od. 14 neque harum, quas colis, arborum te praeter invisam cupressum ulla brevem dominum sequetur, ed illustra l’epiteto di atra ricordando gli atrati Lares.
  110. Culic. v. 138. Veggasi il Reiff ad Artemidor. onirocr. lib. II c. 25, che intende laeta per alta, come quando Virgilio stesso disse laetas segetes, nel v. 1 delle Georgiche. Che poi il cipresso anche ne’ sogni non si avesse per segno di morte, o di sventure, può apprendersi da ciò che ne scrive lo stesso Artemidoro nel capo 25 del libro II, e nel capo 11 del IV libro della citata sua opera.
  111. Veggansi le cose notate dagli accademici ercolanesi pitture tomo V p. 393 ove s’illustra appunto un antico dipinto con cipressi effigiati presso una villa.
  112. Ivi la stessa divina sapienza è rassomigliata al cipresso cap. 24 v. 27, e vi si paragona pure a quest’albero il pontefice massimo Simone, cap. 50 v. 11.
  113. Idyll. XVIII v. 30.
  114. Alexiad. lib. III p. 74.
  115. Geopon. lib. XI c. 4. Può osservarsi che anche i mirti ricevevano il nome di charites. Vedi Eustazio, Didimo, e lo scoliaste villoisoniano ad Iliad. v. 51. I cipressi, ch’erano presso al sepolcro di Alcmeone figlio di Amfiarao in Psofide, dicevansi παρθένοι, perchè riputandosi sacri ad Alcraeone, nulla se ne recideva. Vedi Pausania lib. VIII cap. 34, ed ivi il Siebelis.
  116. In un frammento di Ermippo conservato da Ateneo (epit. lib. I p. 27 Dalech.) parlandosi delle più pregiate cose che producevansi nelle diverse regioni, il cipresso si addita come sacro in generale agli Dei: Ἠ δὲ καλὴ Κρήτη κυπάριττον τοῖσι θεοῖσιν
  117. Lib. II cap. 2.
  118. Ib. cap. 11. Al dottissimo sig. Cavedoni è sembrato che questo tempio con un cipresso a canto sia espresso nelle monete di Sicione. Vedi il suo spicilegio numis. p. 92, 93.
  119. Ib. cap. 13, Strabo lib. VIII pag. 382 Casaub.
  120. Ib. cap. 15.
  121. Ib. cap. 24.
  122. Ib. lib. IV cap. 33.
  123. Ib. lib. VIII cap. 41. Di belle erudizioni sul cipresso, ed anche su Ciparisso, pieno è il frammento di una memoria de cyparisso che leggesi fralle altre dissertazioni del professore olandese Federigo Adolfo Lampe impresse nell’anno 1737 in Amsterdam tom. I pag. 574 segg., e che ho potuto leggere soltanto quando già portata era a termine l’edizione di questo mio lavoro; il quale chiuderò coll’osservazione che una cerva giacente, ma priva di corna, mirasi presso la figura di Auge madre di Telefo in un bassorilievo borghesiano (tav. 33 de’ monumenti scelti borghesiani edizione di Milano) in posizione e figura assolutamente simile a quella che è in questo nostro pompejano dipinto; e che dottissime osservazioni sul simbolo della cerva, precisamente nel suo significato astronomico, leggonsi nella spiegazione che il sig. duca di Luynes ha data della galea di Vulci, già sopra da noi ricordata, la quale rappresenta Ercole che sorprende una cerva, ed Apollo che trae una freccia contro di lui. Vedi nouvelles annales de l’institut., 1 cah. pag. 51 segg.