Istorie fiorentine/Libro ottavo/Capitolo 29

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Libro ottavo

Capitolo 29

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I Fiorentini, dopo la pace di Lombardia, non potevano quietare, parendo loro cosa vergognosa e brutta che un privato gentile uomo gli avesse del castello di Serezana spogliati. E perché ne’ capituli della pace era che, non solamente si potesse ridomandare le cose perdute, ma fare guerra a qualunque lo acquisto di quelle impedisse, si ordinorono subito con danari e con genti a fare quella impresa. Onde che Agostino Fregoso, il quale aveva Serezana occupata, non gli parendo potere con le sue private forze sostenere tanta guerra, donò quella terra a San Giorgio. Ma poi che di San Giorgio e de’ Genovesi si ha più volte a fare menzione, non mi pare inconveniente gli ordini e modi di quella città, sendo una delle principali di Italia, dimostrare. Poi che i Genovesi ebbono fatta pace con i Viniziani, dopo quella importantissima guerra che molti anni adietro era seguita infra loro, non potendo sodisfare quella loro repubblica a quelli cittadini che gran somma di danari avevono prestati, concesse loro l’entrate della dogana, e volle che, secondo i crediti, ciascuno, per i meriti della principale somma, di quelle entrate participasse infino a tanto che dal Comune fussero interamente sodisfatti; e perché potessero convenire insieme, il palagio il quale è sopra la dogana loro consegnorono. Questi creditori adunque ordinorono fra loro uno modo di governo, faccendo uno consiglio di cento di loro, che le cose publiche deliberasse, e uno magistrato di otto cittadini, il quale, come capo di tutti, le esequisse, e i crediti loro divisono in parti, le quali chiamorono Luoghi, e tutto il corpo loro in San Giorgio intitulorono. Distribuito così questo loro governo, occorse al comune della città nuovi bisogni, onde ricorse a San Giorgio per nuovi aiuti; il quale, trovandosi ricco e bene amministrato, lo poté servire; e il Comune allo incontro, come prima gli aveva la dogana conceduta, gli cominciò, per pegno de’ danari aveva, a concedere delle sue terre. E in tanto è proceduta la cosa, nata dai bisogni del Comune e i servigi di San Giorgio, che quello si ha posto sotto la sua amministrazione la maggiore parte delle terre e città sottoposte allo imperio genovese; le quali e’ governa e difende, e ciascuno anno, per publici suffragi, vi manda suoi rettori, sanza che il Comune in alcuna parte se ne travagli. Da questo è nato che quelli cittadini hanno levato lo amore dal Comune, come cosa tiranneggiava, e postolo a San Giorgio, come parte bene e ugualmente amministrata: onde ne nasce le facili e spesse mutazioni dello stato, e che ora ad un loro cittadino, ora ad uno forestiero ubbidiscono, perché non San Giorgio, ma il Comune varia governo. Tale che, quando infra i Fregosi e gli Adorni si è combattuto del principato, perché si combatte lo stato del Comune, la maggior parte de’ cittadini si tira da parte e lascia quello in preda al vincitore; né fa altro l’ufficio di San Giorgio, se non, quando uno ha preso lo stato, che fare giurargli la osservanzia delle leggi sue; le quali infino a questi tempi non sono state alterate, perché, avendo arme, e danari, e governo, non si può, sanza pericolo di una certa e pericolosa rebellione, alteralle. Esemplo veramente raro e da i filosofi in tante loro imaginate e vedute repubbliche mai non trovato, vedere dentro ad uno medesimo cerchio infra i medesimi cittadini, la libertà e la tirannide, la vita civile e la corrotta la giustizia e la licenza: perché quello ordine solo mantiene quella città piena di costumi antichi e venerabili; e se gli avvenisse, che con il tempo in ogni modo avverrà, che San Giorgio tutta quella città occupasse, sarebbe quella una republica più che la viniziana memorabile.

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