Favole (Fedro)/Libro secondo/IV - L'Aquila, la Gatta, e la Scrofa selvaggia

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Libro secondo: IV - L'Aquila, la Gatta, e la Scrofa selvaggia
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L'Aquila in cima d'una quercia annosa
Fatto avea il nido. Una selvaggia Scrofa
Depose i porcelletti a la radice:
Nel cavo ch'è nel mezzo, partoriti
Avea una Gatta i pargoletti suoi,
Che cotal camerata a caso unita
Con arti scellerate, e rie disciolse.
De l'Aquila s'aggrappa al nido, e oh quale
Danno a te, dice, e forse a me sovrasta!
Col continuo scavar che fa la Scrofa
La quercia atterrar vuol, sicchè cadendo
I nostri figli uccida. A cotai detti
De l'augel turba alto terrore i sensi.
Allor l'astuta corre in ver la Scrofa;
E in gran periglio, dice, è la tua prole.
Quando uscirai con essa a la pastura,
L'Aquila è pronta a farne avida preda.
La Gatta dopo aver anche costei
Ripiena di timor, s'intana e asconde;
Indi pian piano a la campagna uscendo,
Giunta la notte, del trovato cibo
Largamente se stessa, e i figli pasce:
Qual timida il dì tutto osserva, e guata.
L'Aquila intanto paurosa stassi
Su gli alti rami ad osservar la Scrofa.
Questa, e i figli perchè non le sien tolti,
De la tana non esce. Indi ambe, e i figli
Di pura fame morti, a' suoi Gattucci,
Lauto convito l'empia Gatta appresta.
        * Stolta credulità quinci comprenda,
Un frodolento qual ruina apporti.

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